Recensione di Salvatore Cosentino, “Messaggi di lingue tagliate. Storie siciliane”

Autore di Maria Panetta

Oltre a un’intensa attività come pubblicista e sociologo, lo scrittore mirabellese Salvatore Cosentino ha alle spalle una quarantina di volumi di vario genere dati alle stampe dagli anni Cinquanta in poi. Nell’ultimo, la silloge di racconti Messaggi di lingue tagliate, edito nel 2018 da Aracne, l’ambientazione è dichiaratamente siciliana e, in primo luogo, lo testimonia la lettera da lui inviata nel 1988 a Gesualdo Bufalino che esce per la prima volta, proprio in questa edizione, come prosieguo della breve Introduzione.

Nell’epistola, capolavoro di garbo e cortesia, Cosentino ringrazia Bufalino per avergli fatto dono della nota raccolta di saggi La luce e il lutto che, per ammissione dello stesso Bufalino, qualcosa deve alla lettura, da parte dell’autore, proprio di alcuni dei racconti di cui si va trattando. Ma la suddetta lettera è anche interessante perché parla sia di chi l’ha scritta, ammettendone il «caratteraccio» (p. 8), sia della matrice prima delle sue prove narrative: il desiderio di «farsi portavoce della propria gente, degli animali domestici, e persino di uno specchio guardone, per restituire la dignità del linguaggio ufficiale a una “umanità minore” che non fa cronaca, che non reclama diritti, che pratica la religione della verecondia e del pudore, che soffre e gioisce in decoroso silenzio, e che ha, appunto, la “lingua tagliata”» (ibidem).

La lezione di Verga e Vittorini, in primo luogo, si percepisce già da tale dichiarazione d’intenti, ma dalle sessantasette brevi «storie» (p. 241) che precedono il commiato finale (Arrivederci) emerge anche l’attenzione di Cosentino sia alla grande tradizione letteraria italiana dei secoli passati sia alla cultura contadina e popolare.

Come accade in Pirandello, anche Cosentino dichiara di aver dato voce a una limitata serie di personaggi, dovendo necessariamente trascurarne altri, anche se ambivano a portare alla luce «il dramma che ciascuno vuole rappresentare» (ibidem); si augura di averne saputo interpretare le ragioni e di essere riuscito a dare voce a coloro che non potevano parlare, restituendo loro, amorevolmente, «le lingue che erano state tagliate» (p. 242).

Nel volume, dopo una breve cornice introduttiva in cui il narratore interviene in prima persona, ricordando come negativa la dominazione romana della Sicilia anche in relazione al «massiccio disboscamento» (p. 11) attuato in epoca imperiale, per prima parla La quercia di Rabugino, attraversando secoli di storia e leggendola nell’ottica di un albero che mira alla sopravvivenza e si compiace di scoprire che, a un tratto, le proprie radici hanno distrutto «selciato e grosse sottomurazioni» (p. 16) di un palmento costruito in precedenza. E si percepisce chiaramente che, in questa vendetta della Natura contro l’arroganza dell’uomo, l’autore è dalla parte della creatura vegetale di finzione.

Oltre agli alberi, esseri viventi (si legga anche Il carrubo testardo, pp. 205-206 e Racconta un olivo, pp. 223-24), Cosentino dà voce pure a oggetti inanimati quali Lo specchio guardone (pp. 17-24) e solo nel terzo racconto compare come protagonista un essere umano: Il madonnaro (pp. 25-32). Tra gli animali, indimenticabile Il pappagallo siculo-tedesco (pp. 33-37), che alla fine, affascinato e risvegliato dal verde lussureggiante della Sicilia, sceglie la libertà, nonostante l’autore affermi malinconicamente che essa possa consistere soltanto in «tristezza e solitudine» (p. 37); ma si leggano anche Le rondini (pp. 99-102), Un gatto alienato (pp. 103-107), Il fascino del deteriore (pp. 109-13), Il sesso maledetto delle tignole (pp. 115-18), La gallina intellettuale (favola) (pp. 155-56) e La cagnolina Bijou (pp. 239-40).

Pirandello è il riferimento implicito di svariate storie, specie di quelle in cui domina il sarcasmo (Premi per dodici figli, pp. 147-49; La paglia dietetica, pp. 217-18) o una sottile vena ironica (La chiave, pp. 137-39; Bonfigliolo, pp. 143-45; Il mio barbiere Vincenzo, p. 153; Don Neddu, pp. 185-87; Giovannuzza, p. 199; La scivolata, pp. 231-32). Le sue ambientazioni si ritrovano spesso, come rimando ideale, fra le pagine di Cosentino, che mette in scena un mondo rurale o urbano di provincia legato a usi (Il linguaggio del tombolo, pp. 89-91), costumi (La mia gente, pp. 163-64), mentalità (Uccidere per un pezzo di corda, pp. 209-10) e a volte pregiudizi tradizionali (ad esempio, si legga Il ritardo, pp. 67-70): un mondo in cui le elezioni e i concorsi sono truccati e il sesso è ancora la migliore arma che le donne abbiano a disposizione per condizionare le scelte dei propri mariti (ad esempio, si veda Il tradimento, pp. 39-45 o La manna dal cielo, pp. 227-28), l’emigrazione è purtroppo sempre una necessità (La vedova bianca, pp. 53-65; Le salme scambiate, pp. 71-74; Simboli epistolari, pp. 79-88) e il linguaggio può essere un ostacolo anziché un ausilio alla comunicazione (La traduzione, pp. 93-97; Il feticista, pp. 127-30).

A parte vari riferimenti sparsi alla coltivazione della vite, due racconti molto gustosi sono espressamente dedicati al vino: Il mio vino (pp. 119-20) e Il buon vino è anarchico (pp. 131-35). Altri fanno riandare con la memoria alla raccolta di Fiabe italiane curata nel 1956 da Calvino (Il bevaio, pp. 141-42) o alla fantasia creatrice e alla forza inventiva del Pentamerone di Basile; altri ancora forniscono la spiegazione di tradizionali motti, soprannomi (M’inzaio, pp. 167-68; Il successo di M’inzaio (mi provo), pp. 169-70; ‘Retico (Eretico), pp. 171-72; Nocciolina, pp. 173-74; Sicuta ciciru, pp. 183-84), modi di dire (di nuovo Il bevaio cit., Donna Rosalia, pp. 151-52; Robauceddi (Ruba uccelli), pp. 160-61), denominazioni (Le cento uova, p. 175).

Alcuni racconti, infine, sono squisitamente autobiografici e ci restituiscono il dipinto (dai colori tenui delle cartoline sbiadite dal passare degli anni) di una Sicilia dei tempi passati, ancorata ai propri valori e orgogliosa delle proprie tradizioni (L’orologio Roskopf, p. 191; La farmacia di mio nonno, pp. 193-94; La morte dello zio monsignore, pp. 195-98; Visita al manicomio, pp. 213-15; Lo scaldino, pp. 237-38). In particolare, confessiamo di aver particolarmente apprezzato La macchina Singer (p. 207), forse perché la Singer “parla di nostra nonna” anche a noi.

Nonostante l’autore si dipinga con molta umiltà «un comune artigiano, senza pretese, che ha riportato fatti reali che superano la fantasia, senza fronzoli e senza artificialità preconfezionata da supermercato a scopo di lucro» (p. 241), quella di Cosentino non è affatto una «prosa sbrigativa telematica» (ibidem), avendo la fluidità, la precisione e la limpidezza di tratto di chi la penna è abituato a tenerla in pugno da molto, molto tempo.

«Per chi scrive un libro, non per mestiere, ma per compiere un atto di amore per i suoi personaggi, può bastare anche un solo lettore, molto qualificato e di palato fine» (p. 9), ha scritto Salvatore Cosentino nel 1988: ma noi gliene auguriamo svariati. Siamo certi che le sue pietre (Quando le pietre parlano, pp. 229-30) «non torneranno mute senza speranza» (p. 230).

(fasc. 28, 25 agosto 2019)

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