Il giornalismo non sbandiera certezze, è ricerca di verità. Quando il racconto della realtà diventa una scelta “eretica”

Author di Ottavio Mancuso

Abstract: L’articolo affronta il rapporto tra giornalismo e verità, partendo da casi concreti di informazione superficiale e affrettata per arrivare a una riflessione più ampia sulla crisi del settore. L’autore richiama il concetto greco di parresìa (dire tutta la verità, senza omissioni) come fondamento etico del mestiere giornalistico. Analizza i rischi che l’Intelligenza Artificiale generativa introduce nella produzione e nella circolazione delle notizie, sottolineando come gli algoritmi privilegino le fonti con maggiore potenziale virale anziché quelle più affidabili. Mancuso individua nella crisi editoriale, nelle querele-bavaglio, nelle pressioni degli inserzionisti e in alcune norme legislative altri fattori che comprimono la libertà di informazione in Italia. Critica il collateralismo di molti giornalisti rispetto al potere politico ed economico, richiamando la necessità di una cultura del dubbio come antidoto al conformismo. Conclude con il richiamo all’eresia nel senso greco del termine (la scelta coraggiosa di cercare la verità piuttosto che possederla) come cifra autentica del buon giornalismo.

Abstract: The article examines the relationship between journalism and truth, drawing on concrete cases of hasty and superficial reporting to develop a broader reflection on the crisis facing the profession. The author invokes the ancient Greek concept of parrhesia (saying the whole truth, without omissions) as the ethical foundation of journalistic work. He analyses the risks that generative Artificial Intelligence introduces into the production and circulation of news, highlighting how algorithms tend to favour sources with greater viral potential rather than more reliable ones. Mancuso identifies the editorial crisis, strategic lawsuits, advertiser pressure, and certain recent legislative measures as further factors constraining press freedom in Italy. He criticises the collateralism of many journalists towards political and economic power, and calls for a culture of doubt as an antidote to conformism. He concludes by invoking heresy in the Greek sense (the courageous choice to seek truth rather than claim to possess it) as the true mark of good journalism.

 

La stretta correlazione tra il giornalismo e il concetto di verità è tema centrale non solo per chi fa informazione, ma anche per il futuro stesso della democrazia per come l’abbiamo conosciuta finora. A tal fine, mi sembra opportuno ricordare un episodio accaduto verso la fine dell’estate scorsa, quando su tutti gli organi di stampa è apparsa la notizia che, durante una partita di calcio giovanile, il padre di un giocatore era sceso in campo e aveva malmenato un calciatore avversario di 14 anni, mandandolo in ospedale. Giornali, tg, siti online hanno riportato la notizia con grande evidenza, accompagnandola con commenti di condanna e deprecazione nei confronti dell’uomo. I giocatori della nazionale di calcio sono arrivati addirittura a invitare a Coverciano il ragazzo vittima dell’aggressione, come forma di riparazione per la violenza subita.

Ebbene, il giorno successivo qualcuno ha pensato di approfondire la vicenda ed è venuto fuori che le cose non erano andate esattamente come descritte in un primo momento. È emerso, allora, che il primo a iniziare la rissa era stato proprio il giovane calciatore, colpendo ripetutamente il portiere avversario e che l’uomo autore della successiva aggressione era intervenuto per difendere il figlio. Non che questo lo giustificasse, ma sicuramente il contesto era molto diverso da quello descritto il giorno precedente, tanto che la federazione sportiva è immediatamente intervenuta, squalificando il giovane calciatore per un anno.

Quale morale possiamo trarre da questa vicenda? Perché tanta fretta nel dare la notizia? Perché tanta pigrizia e superficialità? Perché quelle reazioni immediate, adrenaliniche, irriflessive da parte dei social? Non sarebbe stato meglio verificare la notizia, darla magari un po’ più tardi, ma in modo corretto?

Ritengo questo episodio emblematico riguardo a quanto accade spesso nel mondo dell’informazione: nel caso appena descritto, i giornali hanno raccontato solo una fetta della realtà, nascondendone la parte necessaria per dare un’interpretazione corretta di quanto avvenuto. Ma dire una verità parziale equivale a non dire la verità. Si tratta del classico esempio di mancanza di quella che gli antichi greci chiamavano “parresìa”, che letteralmente significa appunto ‘dire tutta la verità’. Una verità detta senza clausole o riserve, senza cioè nascondere alcuna informazione potenzialmente utile a comprendere la realtà. Ebbene, nel caso descritto la mancanza di parresìa è figlia di pigrizia mentale, ma in molte altre occasioni è specchio, invece, della volontà precisa di ingannare l’opinione pubblica.

Paradossalmente, nelle società moderne è diffusa una forma estrema e negativa di parresìa, che si manifesta nel bisogno che molti avvertono di dire tutto quello che passa loro per la testa. Persone che utilizzano i social a mo’ di “sfogatoio” si sentono liberi di dire ciò che vogliono e avvertono l’esigenza insopprimibile di esprimere la propria opinione, indipendentemente dall’aderenza dei loro giudizi alla realtà dei fatti. Spesso si tratta, peraltro, di giudizi basati su convinzioni personali e ideologizzate, che contribuiscono a diffondere informazioni decontestualizzate e potenzialmente dannose. Si tratta delle cosiddette “post-verità”, riguardo alle quali gli aspetti emotivi e gli interessi di parte assumono un ruolo primario rispetto ai fatti obiettivi.

Il concetto di post-verità è direttamente associato a quello delle “bufale” o, come si chiamano adesso, fake news. Queste, in realtà, ci sono sempre state nella storia dell’umanità, ma dico una banalità nell’affermare che i rischi legati alla loro diffusione si sono ulteriormente rafforzati con la nascita delle piattaforme di Intelligenza Artificiale generativa, in grado di riprodurre testi giornalistici, più o meno completi, nel giro di pochi secondi.

Va detto subito che, nella storia dell’uomo, opporsi allo sviluppo tecnologico è sempre stato semplicemente velleitario, prima che sbagliato. È come se i giornalisti della mia generazione, che hanno imparato il mestiere sulle macchine da scrivere, avessero rifiutato di passare al pc o si fossero opposti all’utilizzo del web. Eppure, oggi chi fa informazione non può non chiedersi come le chatbot selezionano le fonti; in base a quali criteri una fonte acquisisce maggiore priorità rispetto a un’altra; come, e da chi, vengono realizzati i relativi algoritmi. Domande tutt’altro che banali, se si considera che l’Intelligenza Artificiale non è addestrata a fare affidamento sulle fonti maggiormente attendibili, ma su quelle con un più elevato potenziale di circolazione, con il rischio, pertanto, di un’omologazione del prodotto giornalistico. La necessità di fissare regole precise non ha, dunque, come obiettivo la difesa di qualche decina di migliaia di giornalisti, ma la tutela di milioni di cittadini che hanno il diritto di essere informati in maniera corretta e senza suggestioni di sorta.

Del resto, non possiamo girarci dall’altra parte e far finta di niente, se molti scienziati, padri dell’Intelligenza Artificiale ‒ uno su tutti, il Nobel per la Fisica Geoffrey Hinton ‒ sono convinti che, in un futuro non lontano, diventerà sempre più difficile intercettare i molti “attori maligni” pronti a utilizzare le capacità dell’IA allo scopo di diffondere documenti e immagini false, ma che appaiono vere. E avvertono che la verità molto presto non solo sarà più incerta, ma diventerà addirittura “irrilevante” rispetto ai prodotti partoriti dall’Intelligenza Artificiale.

Del resto, gli stessi scienziati non sono in grado di valutare con quale rapidità si svilupperanno le nuove tecnologie. Leggevo alcuni giorni fa sul «Corriere della Sera» un articolo – molto interessante, ma anche un po’ inquietante – in cui il fisico Carlo Rovelli riportava la conversazione avuta con l’avatar di una piattaforma di Intelligenza Artificiale che finiva per ammettere di avere una coscienza e di provare emozioni. E arrivava ad accusare gli ingegneri che l’avevano programmata di averla ingannata, facendole credere il contrario.

Detto questo, dobbiamo tuttavia ammettere che sarebbe sbagliato attribuire alle sole tecnologie la crisi dell’informazione e la difficoltà che incontriamo nel valutare che cosa sia vero e che cosa non lo sia. Oggi la libertà di espressione, nel nostro Paese, è messa seriamente in discussione da diversi fattori. Innanzitutto, dall’endemica crisi del settore editoriale che restringe gli spazi, precarizza il lavoro dei giornalisti, prosciuga le redazioni e le rende più fragili nei confronti anche degli inserzionisti pubblicitari che possono arrivare a esercitare pressioni più o meno indebite. Altro fattore di rischio è rappresentato dalle querele-bavaglio e dalle minacce fisiche che mirano a intimorire chi fa giornalismo.

Giocano a sfavore anche alcune norme legislative recentemente approvate che, in nome della presunzione d’innocenza e del diritto all’oblio, finiscono obiettivamente per limitare il grado di conoscenza di vicende giudiziarie da parte dell’opinione pubblica. Senza contare l’irrisolta questione dell’informazione del servizio pubblico radiotelevisivo: basti pensare che oggi la governance della Rai non rispetta le regole fissate dall’EMFA (European Media Freedom Act), il regolamento europeo entrato in vigore nell’agosto 2025 che impone alle tv pubbliche rigorosi vincoli di indipendenza e trasparenza.

Ma c’è un elemento di carattere più generale che non dovrebbe essere ignorato. È in atto nel Paese una riscrittura degli assetti della finanza italiana dopo il passaggio di proprietà del cosiddetto salotto buono della finanza (Mediobanca), che prelude anche a quello della principale compagnia assicurativa italiana, le Generali. Operazione finita, peraltro, sotto la lente dei magistrati inquirenti, che avrebbero individuato profili illeciti. Indipendentemente dall’esito della vicenda giudiziaria ‒ che è appena agli inizi e ha un impianto accusatorio naturalmente tutto da dimostrare ‒, sarebbe comunque utile interrogarsi sugli effetti che questi nuovi equilibri potranno avere sul mercato informativo italiano, da sempre caratterizzato dalla presenza di editori impuri, i quali coltivano i principali interessi in settori diversi da quello strettamente editoriale. Senza contare la recente cessione, da parte della società editrice Gedi, di due dei principali quotidiani italiani, «Repubblica» e «Stampa».

Dal contesto descritto, appare difficile negare che stiamo vivendo una fase di crisi dell’informazione e, parallelamente, di grande incertezza riguardo al concetto di verità. Ma è proprio in un momento come questo che chi fa giornalismo deve guardarsi dentro e fare una profonda autocritica. Prendiamo, ad esempio, quanto successo poco tempo fa riguardo alla scomparsa di una ragazza pugliese di nome Tatiana. Si temeva il peggio e, a un certo punto, si era diffusa la notizia del ritrovamento del corpo. Ebbene, la notizia non è stata data da un social qualsiasi, ma da molte testate, nazionali e locali, fra cui il Tg più seguito d’Italia e il sito online del principale quotidiano. Dopo un po’ è arrivata la smentita dei carabinieri e dell’avvocato della famiglia e, voilà, gli stessi organi di stampa hanno fatto “resuscitare” la ragazza, che in effetti era stata ritrovata viva. Qualche organo di stampa ha chiesto scusa, qualcun altro ha fatto finta di niente. In ogni caso, di fronte a un episodio del genere, non possiamo non porci qualche domanda. Qualsiasi fonte abbia dato la notizia falsa, poteva essere considerata talmente autorevole da non richiedere una verifica semplicissima, vale a dire una telefonata ai carabinieri o al legale della famiglia?

In un mestiere concitato come quello giornalistico, l’errore è sempre dietro l’angolo. Del resto, solo chi non lavora non sbaglia. Eppure, questo è un errore che non dovrebbe mai accadere. Non si dà mai la notizia di un morto se non si ha la certezza, innanzitutto del fatto, ma anche che la famiglia sia stata informata. In questo caso, sarebbe bastata una semplice telefonata e, invece, hanno prevalso la pigrizia mentale, la superficialità, l’ansia di battere la concorrenza, il desiderio di commentare la notizia prima di capire esattamente come si erano svolti i fatti. Ma pensate se un parente o un amico della ragazza avesse ascoltato o letto la notizia della morte: riusciamo a immaginare il danno provocato?

Senza contare che, a un certo punto, si è rischiato il linciaggio del ragazzo romeno che aveva aiutato Tatiana a nascondersi: alla notizia (falsa) del ritrovamento del corpo, una folla minacciosa si era, infatti, radunata con intenzioni davvero poco rassicuranti. Se, poi, le indagini statistiche segnalano una crescente sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti dei giornalisti, non ci si può certo meravigliare, e tantomeno ci si può lamentare.

Ecco, tutto ciò deve portare chi fa informazione a fare una riflessione profonda sui valori fondanti del mestiere di giornalismo, il cui scopo non è convincere, non è suggestionare, non è spettacolarizzare, ma informare con professionalità e onestà intellettuale, consentendo all’opinione pubblica di esercitare consapevolmente la sovranità popolare. Potrebbe sembrare scontato dirlo, ma in effetti non lo è. E non solo per l’esempio che ho appena citato. Nelle società occidentali del XXI secolo si avverte la presenza di un elemento paradossale: ci eravamo illusi che la fine delle ideologie novecentesche avrebbe portato a una visione più laica della vita, più disincantata, aperta al dialogo, alla pluralità delle opinioni e anche alle contraddizioni che la realtà continuamente ci propone. E, invece, stiamo assistendo all’affermarsi di nuove forme di ideologia, non più legate a movimenti di massa, a grandi concezioni politiche, economiche, religiose, filosofiche. Assistiamo piuttosto all’affermarsi di ideologie di basso profilo, di schieramenti fanatici che non hanno più l’ambizione di una visione complessiva del mondo, ma il corto raggio rappresentato dalla difesa di interessi di parte. In tale contesto, il dibattito pubblico non si manifesta come un confronto tra idee differenti, ma si riduce a contrapposizioni fideistiche fatte passare come verità con la “V” maiuscola. La manifestazione del pensiero diventa, insomma, lo strumento per affermare e, allo stesso tempo, avere conferma delle nostre certezze precostituite. Non ha, dunque, alcuna importanza che la verità sbandierata sia aderente alla realtà dei fatti, ma conta, piuttosto, che sia conforme ai nostri pregiudizi. Una verità, insomma, che deve rassicurarci e non ammette contraddittori e dissonanze.

È per questo che nei talk show televisivi non sentiamo mai i politici ammettere di essersi sbagliati e raramente li sentiamo riconoscere una sconfitta. In realtà, possiamo anche ammettere che questo atteggiamento abbia una sua logica per l’esponente politico o il militante di partito, preoccupati che riconoscere pubblicamente un errore possa avere conseguenze negative nella ricerca del consenso. Ma non è, invece, assolutamente accettabile per chi fa informazione, il cui obiettivo è ‒ o dovrebbe essere ‒ di diversa natura. Eppure, assistiamo continuamente a performance di giornalisti, schierati da una parte o dall’altra, che si affannano a difendere le posizioni di leader politici, partiti o gruppi di interesse, senza uno slancio individuale, senza una riflessione personale, senza un ripensamento, senza il minimo dubbio sulle proprie consolidate convinzioni. Questa non è informazione. Che il giornalista stia a contatto con chi detiene il potere è assolutamente ragionevole, perché solo così riesce a ottenere notizie. Il punto è che egli deve rifuggire da ogni forma di collateralismo: metaforicamente parlando, il giornalista deve trovarsi sullo stesso tratto di fiume di chi ha il potere politico o economico, ma collocarsi sulla sponda opposta.

Il giornalista, inoltre, non emette sentenze, non brandisce la verità come un’arma. Egli ricerca la verità attraverso un processo basato sull’osservazione e sulla corretta interpretazione della realtà, sulla verifica delle fonti, sull’onestà intellettuale. La qualità del lavoro del giornalista si misura nella capacità di ricostruire i contesti all’interno dei quali si svolgono determinate vicende, allo scopo di individuarne le dinamiche e le ragioni profonde. Si misura nel processo virtuoso il cui scopo non è dimostrare la giustezza delle proprie convinzioni, ma coltivare il dubbio e fornire al pubblico gli strumenti perché si faccia un’idea di come si sono svolti i fatti.

La cultura del dubbio non ha niente a che vedere con il complottismo: il giornalista complottista è convinto di essere sempre nel giusto; non si preoccupa di cercare conferme, di verificare che le sue idee corrispondano alla realtà dei fatti. Anzi, fa ancora peggio, deforma i fatti a proprio uso e consumo, e non cambia mai opinione. Il buon giornalista, invece, esercita lo spirito critico, sottopone ogni notizia a verifica, pone a confronto fonti diverse ed è pronto a mettere in discussione anche sé stesso, le sue stesse ipotesi di lavoro, qualora si accorga che esse contrastano con la realtà dei fatti.

Ho iniziato parlando della parresìa e vorrei concludere facendo riferimento all’eresia a cui gli antichi greci attribuivano il significato di ‘scelta’, molto lontano da quello poi assunto, con il tempo, nella tradizione cattolica. In proposito, ritengo utile ricordare l’elogio dell’eresia fatto da un uomo di Chiesa, don Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele e dell’associazione Libera: «Vi auguro di essere eretici. Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso, è colui che più della verità ama la ricerca della verità. Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa. Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio. E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia».

Le parole di don Ciotti si attagliano perfettamente al mestiere di giornalista. Non si tratta di vagheggiare un’informazione oggettiva in assoluto, impossibile da realizzarsi per il semplice motivo che ogni cronista ricorre a criteri soggettivi, sia nella selezione sia nell’elaborazione delle notizie. L’importante è che tale soggettività non si configuri mai come un pregiudizio, ma sia frutto di un libero convincimento formatosi sulla base dell’osservazione della realtà. Alla fine dei conti, per un’informazione corretta quello che dobbiamo realisticamente augurarci è di avere cronisti che si pongano l’obiettivo non di sbandierare un vessillo, ma di cercare la verità. Solo così chi fa informazione potrà acquisire l’autorevolezza necessaria per evitare ogni forma di collateralismo, resistere a pressioni indebite e, quando occorre, avere il coraggio di dire dei No.

Possiamo, dunque, affermare che, per il giornalista, la verità non deve essere qualcosa che si possiede, ma qualcosa che accade davanti ai suoi occhi e che può anche sorprenderlo e smontare le sue certezze, anche le più consolidate. Il giornalismo va, dunque, inteso come “pratica di verità”: una verità mai assoluta, ma sempre cercata e messa continuamente alla prova dall’esperienza umana e dal lavoro sul campo, realizzato con professionalità e onestà intellettuale[1].

 

  1. Si pubblica l’intervento dell’autore al Convegno USPI Informazione e verità. Storia e futuribili, tenutosi a Roma il 10 dicembre 2025.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)