Nuovi itinerari nella letteratura russa. Dalle lettere di Angelo Maria Ripellino alla Redazione Einaudi

Author di Giulia Baselica

Il termine “itinerario” – che naturalmente richiama il noto saggio ripelliniano Letteratura come itinerario nel meraviglioso, pubblicato nel 1968 – assume qui un duplice significato. Se da un lato indica i nuovi percorsi conoscitivi che Angelo Maria Ripellino propone ai lettori italiani nel periodo compreso fra il 1945 e il 1977, dall’altro designa le nuove esplorazioni e le scoperte dello studioso, traduttore e poeta. Gli itinerari ripelliniani identificano altrettanti progetti editoriali le cui storie, non di rado complesse e tormentate, trovano testimonianza nella copiosa corrispondenza che Ripellino intrattenne con Giulio Einaudi, Italo Calvino, Luciano Foà, Daniele Ponchiroli, Renato Solmi, Mario Fruttero, Guido Davico Bonino, collaboratori della Casa editrice Einaudi[1]. Il lungo e intenso dialogo – particolarmente fitto negli anni Cinquanta e Sessanta – si apre il 24 febbraio 1945 con la richiesta, pervenuta dalla sede romana della Casa editrice Einaudi, di valutare «il manoscritto Ciarovsky Questo avvenne a Stalingrado»[2].

Il 28 marzo l’Editore invia a Ripellino una nuova proposta: la traduzione del romanzo U gorodskich vorot [Davanti alla porta della città] di Evgenij Ryss. Diretta e quasi imperiosa la richiesta, completa di ogni dettaglio pratico:

Sarebbe Lei disposto ad assumersi la traduzione e in quanto tempo prevede di poter fare il lavoro?

Le accludo a ogni buon conto il testo dattiloscritto e La prego di una risposta sollecita che vivamente mi auguro affermativa.

Le offro a consegna un compenso di L. 10.000[3]

Non conosciamo la risposta di Ripellino, tuttavia deducibile dalla mancata realizzazione del progetto. In questo stesso anno con la Casa editrice Einaudi Ripellino avvia un’indiretta collaborazione, pubblicando nei primi due fascicoli della rivista «La cultura sovietica»[4], editi rispettivamente in luglio e in ottobre, recensioni, saggi e traduzioni[5].

L’ideale sigillo dell’intesa fra Ripellino ed Einaudi, finalizzata al compimento di un’autentica missione culturale, è contenuto nella lettera che Luciano Foà invia allo studioso il 20 dicembre 1955:

Per la letteratura russa […] è nostra intenzione: a) completare gradualmente le nostre edizioni di classici dell’Ottocento, curando che le versioni siano all’altezza di quelle finora da noi pubblicate; b) tradurre e, se è il caso, ritradurre i più importanti tra i romanzi sovietici editi tra il ’17 e l’inizio della seconda guerra mondiale; c) pubblicare i romanzi sovietici che appaiono attualmente nell’Urss, proseguendo nell’iniziativa presa dalla nostra Casa quest’anno con Il disgelo di Ehrenburg e Nella città natale di Nekrasov. Oltre a ciò, naturalmente, siamo sempre disposti a pubblicare qualche opera di primo piano (ad es. quanto più è possibile di Puskin) o moderno (come i Suoi Pasternak e Majakovskij), qualche buon saggio e qualche opera teatrale.

Alla realizzazione di questo programma (che, pur essendo abbastanza ampio è ancora suscettibile di essere allargato) lei dovrebbe collaborare con proposte, segnalazioni e pareri. In particolare, sarebbe Suo compito consigliarci nella ricerca di nuovi traduttori[6].

Cinque giorni dopo Ripellino dà rapido riscontro alla proposta di Einaudi: «Cari amici, vi sono molto grato della proposta di consulenza generale per la letteratura russa»[7] e, ricevuto dall’editore, il 17 gennaio 1956, il piano completo delle opere in preparazione, redige la proposta di un ampio programma editoriale, articolato in dodici punti, e lo invia all’editore il 21 gennaio. Propone, innanzitutto, un volume di circa cinquecento pagine dedicato a Nikolaj Leskov, «autore di primo piano e regge il confronto coi maggiori scrittori russi»[8]. Precisa, tuttavia, che Leskov «è autore difficile per il linguaggio pittoresco, tramato di giuochi verbali, di riferimenti astrusi, di termini di gergo, espressioni slavo-ecclesiastiche, parolette antico-russe, etimologie popolari»,[9] e propone di suddividere l’impresa traduttiva fra più persone, assegnando i testi, per esempio, a Tommaso Landolfi e ad Agostino Villa, oltre che a sé stesso. Si tratterebbe, nella proposta ripelliniana, di una raccolta di romanzi brevi e di racconti.

Indica in Aleksandr Sùchovo Kobylin «un classico che va assolutamente presentato»[10], in un volume di circa trecento pagine, contenente la trilogia drammatica Quadri del passato. E «anche per questo libro sorge il problema del traduttore. Benché non vi siano particolari raffinatezze di stile, la resa del dialogo aforistico, ironico, tagliente di queste commedie non è delle più facili»[11]. Raccomanda la pubblicazione, nel corso del 1956, dei due romanzi brevi dostoevskiani L’eterno marito e Notti bianche e suggerisce di aggiungere al piano editoriale Il sogno dello zio, «per dare un’immagine meno consueta di Dostoevskij»[12]. Propone di assegnarne la traduzione a Corrado Alvaro, il quale «conosce il russo superficialmente, ma in cambio potrebbe darci una smagliante stesura italiana»[13]. Consiglia, inoltre, di inserire nella futura pubblicazione della raccolta di opere di Michail Saltykov-Ščedrin le Favole e il romanzo Storia d’una città. Approva la prevista edizione, a cura di Agostino Villa, dei due volumi di prose gogoljane, con l’esclusione della selezione di brani dall’epistolario. Quanto al progetto puškiniano curato da Renato Poggioli, suggerisce di aggiungere i poemi La casetta a Kolomna, La fontana di Bachčisaraj, Il conte Nulin. Sconsiglia, invece, la pubblicazione degli scritti critici di Vissarion Belinskij: «a giudicare dal piano dei tre volumi di scritti critici di Belinskij, devo dire con tutta sincerità che c’è troppa roba che resterà lettera morta per il lettore italiano»[14].

In merito alle segnalazioni relative alla letteratura russo-sovietica del Novecento, Ripellino suggerisce la pubblicazione del romanzo La rosa d’oro di Konstantin Paustovskij, seguito, eventualmente, dalla pubblicazione del libro La corsa del tempo, precisando che «la traduzione non presenta in questo caso particolari difficoltà (si potrebbe affidare alla Coisson, di cui voi scrivete: io non la conosco)»[15]. Propone, poi, la realizzazione di un volume di circa quattrocento pagine dedicato a Michail Prišvin: «della sua vasta produzione si potrebbero presentare Kalendar’ prirody (Il calendario della natura), Ochotnič’i byli (Storie di cacciatori), Lesnaja kapel’ (Il disgelo silvestre)» e qualcuno dei Rasskazy našich let (Racconti dei nostri anni). Aggiunge: «forse si potrebbe affidare questa versione alla signora Anjuta Maver Lo Gatto, figlia di E. Lo Gatto, la quale traduce con garbo e conosce bene questo autore»[16]. Esorta, dunque, l’editore a considerare la produzione letteraria russa post-rivoluzionaria, per esempio proponendo ai lettori italiani una raccolta di racconti di Venjamin Kaverin:

in un tale volume metterei Bol’šaja igra (Il grande giuoco), Drug Mikado (L’amico del Mikado), Goluboe solnce (Il sole azzurro, Pjatyj strannik (Il quinto pellegrino), Ščity i sveči (Scudi e candele), Bočka (La botte), Revizor (Il Revisore), Vorob’inaja noč’ (Breve notte d’estate), Chronika goroda Lejpciga za 18god (Cronaca della città di Lipsia per l’anno 18 …). Ma a chi affidarne la traduzione?[17]

Suggerisce di approntare un volume che raccolga i racconti Bronepoezd 14-69 (Il treno blindato 14-69), Partizany (Partigiani) e Cvetnye vetra (Vetri colorati) di Vsevolod Ivanov e indica in Vittorio Strada il traduttore. Conclude la sua lunga e densa esposizione auspicando la pubblicazione del romanzo Peterburg (Pietroburgo) di Andrej Belyj e la ristampa del romanzo Il demone meschino di Fedor Sologub.

L’ispirazione che anima Ripellino incontra l’ambizione dell’editore Giulio Einaudi, il quale, soprattutto nell’immediato dopoguerra e almeno fino alla fine degli anni Sessanta, parrebbe identificarsi nell’«editore moderno» che «si rivolge a gente ormai adulta, o in via di diventare adulta, o per lo meno “matura” intellettualmente e culturalmente»[18].

Negli anni Cinquanta la politica editoriale einaudiana pareva essere orientata a catturare l’attenzione del lettore, non per assecondarne il gusto, bensì per introdurre «nella cultura le nuove tendenze della ricerca in ogni campo, letterario artistico scientifico storico sociale»[19] e «invece di suscitare l’interesse epidermico, di assecondare le espressioni più in superficie ed effimere del gusto, favori[re] la formazione duratura. Di un gusto, appunto; e anche di un pubblico, di un mercato»[20].

Costante era l’attenzione che la Casa editrice dedicava ai classici, quindi alle collezioni «I Millenni», «Narratori stranieri», «Universale», «Nuova raccolta», «Scrittori di storia», «Poeti con testo a fronte», considerando la possibilità di pubblicare opere complete, da collocare in una specifica sezione dei «Millenni». Nei verbali dei Consigli editoriali del 9 novembre 1949 e dell’8 novembre 1950 «erano anche stati indicati come primi autori Dostoevskij, Tolstoj, Melville, Flaubert»[21].

In rapida successione le lettere scambiate fra la redazione Einaudi e Ripellino a poco a poco delineano la struttura dell’ampio progetto editoriale. Il 17 febbraio 1956 Ripellino insiste sulla necessità di pubblicare Leskov:

se necessario si potrebbe fare qualche cambiamento, ma è chiaro che le cose importanti bisogna darle, anche se sono apparse in altre edizioni[22]. Insisterei in questo caso per l’esperimento del volume con versioni di diversi traduttori. Ne avete accennato a Villa? Io ne dirò a Landolfi. Poi si potrebbero dividere le parti[23].

Poco più di un mese dopo, il 26 marzo, Luciano Foà chiede aggiornamenti a Ripellino in ordine alla disponibilità di Landolfi a tradurre i testi di Leskov[24]. Ripellino torna sull’argomento in una lunga missiva datata 21 dicembre 1956 e indirizzata a Italo Calvino. È l’ampio e dettagliato resoconto di un composito progetto editoriale, in parte ispirato da un fecondo confronto con Lia Wanstein, che Ripellino raccomanda caldamente come «traduttrice fine e avveduta»[25]. Al piano editoriale concordato all’inizio dell’anno si aggiungono nuove proposte, nuovi itinerari: una scelta di racconti di Vsevolod Garšin; le memorie di Aleksandr Herzen; le memorie di Stanislavskij; Il racconto dei sette impiccati di Leonid Andreev. Informa Calvino di aver conosciuto

due giovani appena laureati in letteratura russa, sorella e fratello, Lucia e Giorgio Nicolai, di Roma, i quali stanno ora traducendo da Dostoevskij per Sansoni. Da me interpellati, hanno in linea di massima accettato di tradurre per noi. Chiedono qualcosa di non eccessivamente grave, poiché escono dalla prova gravosa di Dostoevskij[26].

Ripellino propone di affidare loro la traduzione dei romanzi Ness Mend, ili janki v Petrograde [Mess-Mend ovvero gli yankees a Pietrogrado] e Tri tolstjaka [I tre grassoni] di Jurij Oleša, in merito al quale osserva: «dovremmo, prima che ci arrivino altri, mettere in cammino anche questo romanzo di Oleša»[27]. Domanda a Calvino se sia possibile, a proposito di Isaak Babel’, «mettere le mani sull’Armata a cavallo che giace da Frassinelli»[28]. Segnala, poi, una scelta di racconti di Aleksandr Grin e un’altra di Aleksandr Malyšin[29].

Tornando al proposito di pubblicare Leskov, il 20 gennaio 1957 Ripellino dichiara: «io sarei personalmente per il Leskov o il teatro di Turgenev o per la trilogia di Suchovo-Kobylin»[30] e tre giorni dopo Calvino propone di affidare la traduzione di Leskov a Lia Wanstein, precisando: «bisognerà studiare un piano di libri che sia il più rappresentativo possibile»[31]. Il 6 febbraio Ripellino annuncia: «la Wanstein sta preparando il progetto per Leskóv»[32]; tuttavia non ne compare traccia né nella successiva corrispondenza né nei verbali delle riunioni editoriali. Trascorrono più di due anni e il 13 luglio 1959 Ripellino ripropone l’argomento e suggerisce a Luciano Foà di affidare la traduzione dei testi leskoviani a Tommaso Landolfi («è autore tagliato per lui»)[33], il quale ha appena consegnato all’editore le traduzioni delle poesie puškiniane per il volume Poemi e liriche, che uscirà l’anno successivo. Ma il 23 novembre 1959 Ripellino scrive a Foà:

un avvocato di Torino, che ha già tradotto dal russo per Frassinelli, mi ha scritto, pregandomi di proporvi una scelta di prose leskoviane. Si chiama Piero Cazzola (via Alberto Nota 7) e dice di conoscerla personalmente. Allega un progetto abbastanza serio, nel quale sono incluse novelle mai tradotte e altre già pubblicate in italiano. Afferma di poter approntare il volume in un anno. Che cosa devo rispondergli? Lei ha avuto una risposta da Landolfi in proposito?[34]

Il 2 dicembre Foà conferma di conoscere Piero Cazzola e osserva:

Poiché Landolfi ci ha scritto che non intende tradurre Leskov si potrebbe vedere quel che sa fare questo signore. Non so quanti racconti abbia scritto Leskov, ma certo sarebbe bene avere la scelta più ampia possibile, se non un’edizione completa di racconti[35].

Il 5 gennaio 1960 Ripellino dà conto a Foà del suo scambio epistolare con Piero Cazzola in merito al progetto leskoviano:

L’avv. Piero Cazzola mi ha inviato il progetto per un volume leskoviano e un saggio di versione, che ho confrontato sull’originale e trovo buono sia per la fedeltà che per la resa italiana. Il progetto ha un’ampiezza forse eccessiva, ma, se non sbaglio, voi preferite fare queste scelte piuttosto copiose. Nota il Cazzola che nel 1945-46 apparvero presso Frassinelli due volumetti di racconti leskoviani in sua traduzione. Avendone ora egli parlato al Frassinelli, questi non sarebbe contrario a cedere a voi i diritti, così come fece per Babel’. Il Cazzola pensa di farcela in un anno o poco più e desidera sapere le vostre condizioni. È disposto a inviare a me in visione le versioni a mano a mano che le verrà completando. Io, se volete metterci un’introduzione, potrei curare l’introduzione. Nel fissargli il compenso, dovreste tener conto delle particolari difficoltà che offre lo stile di Leskòv. Desidero comunque che anche voi diate un’occhiata al saggio e al progetto[36].

In calce alla lettera inviata da Ripellino è riportata un’annotazione a matita, verosimilmente di Franco Lucentini: «Traduzione in complesso buona e leggibile, anche se non “bella”. Ma per Leskov mi pare che possa andare senz’altro F.L. 7/2/’60»[37]. Tuttavia, il 17 febbraio Luciano Foà comunica a Ripellino la decisione definitiva:

abbiamo esaminato con attenzione il saggio di traduzione di Ljeskov dell’avv. Cazzola e dobbiamo dire che, pur avendolo trovato abbastanza corretto, non ci sembra del tutto soddisfacente dal punto di vista letterario. Per un “Millennio” occorre qualcosa di più, e abbiamo seri dubbi che il Cazzola, con le sue sole forze, riesca a farcela. Se Lei fosse disposto a lavorarci sopra per rialzare il tono della traduzione, allora diremmo di sì. Altrimenti sarebbe preferibile aspettare che qualcuno dei traduttori nostri più fidati si rendesse libero per questo lavoro. […] A parte rimandiamo il saggio di Cazzola con i segni a margine fatti da noi[38].

L’ampio, forse ambizioso, progetto leskoviano non trova dunque realizzazione per mancanza di traduttori. Nel verbale 197 della riunione editoriale convocata il 3 febbraio 1960, parlando di Landolfi, Foà ha affermato: «gli avevamo proposto Leskov, ma lui non accetta»[39]. In realtà, Landolfi cambierà idea. Il 27 luglio Ripellino invia a Luciano Foà una lunga missiva, nella quale riporta il circostanziato resoconto di uno scambio epistolare con Landolfi e annuncia: «sembra essersi convinto, con delle condizioni, a far la traduzione di Leskov»[40]. Egli riproduce inoltre testualmente le parole landolfiane allusive e nel contempo ardite e vigorose, esplicita testimonianza del suo ripensamento:

E circa al tuo ripetere che egli è autor mio, recati almeno a mente, o immemore, quanto ne dicemmo alla sfuggiasca a Valdagno; e se non altro per delicatezza… Nondimeno tutto ciò si può fare: solo che, ad azzuffarmi col barbone, vorrei un compenso o anticipo per pagina esattamente doppio di quello che mi viene corrisposto per le mie versioni poetiche o cosiddette[41].

Ripellino suggerisce infine: «sarebbe comunque bene accaparrarsi Landolfi anche per questo lavoro»[42]. Nella riunione editoriale del 28 febbraio 1962 Vittorio Strada comunica ai presenti che Landolfi «vuole tradurre […] Leskov»[43]. E un anno dopo, il 20 febbraio 1963, è ancora Strada ad annunciare: «È arrivato il Leskov, Il viaggiatore incantato»[44], preceduto da un saggio di Walter Benjamin. Sarà destinato alla collana «Nuova Universale Economica»; il 27 marzo ne sollecita la pubblicazione: «è talmente bello che è un peccato tardare»[45]. Il libro apparirà soltanto nel 1967, e l’auspicato «Millennio» einaudiano di circa cinquecento pagine non vedrà mai la luce.

Ripellino non interviene, dunque, nella realizzazione del volume leskoviano né con un apporto traduttivo (nella sua prima lettera alla redazione Einaudi, il 25 dicembre 1955, aveva indicato la propria disponibilità a tradurre qualche opera dello scrittore russo, in un’eventuale pubblicazione collettanea) né con un contributo critico (nella lettera a Foà del 5 gennaio 1960 aveva proposto di scrivere egli stesso il testo introduttivo, ma in quella del 27 luglio 1960, annunciando la verosimile opportunità di ottenere da Landolfi la traduzione di opere leskoviane, di una propria introduzione non fa alcun cenno). Non vi è neppure alcun riferimento a un progetto editoriale preciso, alla selezione di titoli da includere nel volume. Nei due anni successivi, inoltre, appariranno nell’editoria italiana alcune traduzioni e ritraduzioni di romanzi e racconti di Nikolaj Leskov, che forse indurranno Einaudi a rivedere l’iniziale proposito di pubblicare una consistente selezione di scritti leskoviani[46]. Il viaggiatore incantato è preceduto dal saggio di Walter Benjamin Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, che Renato Solmi aveva tradotto assieme ad altri scritti del filosofo tedesco, poi pubblicati da Einaudi con il titolo Angelus novus. Saggi e frammenti[47]. Eppure, quello che rimarrà l’unico titolo leskoviano nel catalogo Einaudi si deve proprio alla generosa e instancabile perseveranza di Ripellino, il quale, con pazienza, propone autori da diffondere, cerca traduttori adeguati e, infine, rivede la versione italiana.

Intanto, tra il 1955, anno della prima proposta editoriale, e il 1967 Ripellino porta a compimento numerosi progetti, fra cui l’edizione delle Poesie di Pasternak, della quale si ha una prima notizia in una lettera di Renato Solmi datata 7 giugno 1955:

tengo a farLe subito sapere che siamo senz’altro d’accordo sulle tre prime proposte che Ella ebbe a farci a Roma: la preparazione di un Pasternak e di un Majakovskij per i “Poeti stranieri tradotti con testo a fronte” e il Suo volume sull’avanguardia russa (Majakovskij e il teatro del suo tempo)[48].

Il 24 maggio dell’anno successivo Ripellino informa la redazione Einaudi: «Io sto intensamente lavorando al Pasternak. Poiché mi sono da due settimane dedicato solo a questo lavoro, spero ormai veramente di darvelo al più presto»[49]. Nel settembre dello stesso anno invia le traduzioni dei poemi Il luogotenente Schmidt, L’anno 1905 e una scelta di liriche, il 10 settembre scrive a Calvino:

credo che dovremmo fare uscire il Pasternak entro l’anno: Pasternak stesso mi ha scritto (in lettere che le farò vedere quando verrà a Roma) che prepara una raccolta retrospettiva delle sue cose per i primi dell’anno venturo. Si duole che il romanzo Dottor Živago sia finito in mano a Feltrinelli e mi sollecita a leggerlo nell’unica copia integrale e autentica che si trova presso il nostro comune amico polacco Ziemowit Fedecki[50].

L’uscita del volume di Pasternak è prevista per il mese di marzo del 1957, ma a un mese dalla pubblicazione non si ha più alcuna notizia, fino a quando, il 2 marzo, Calvino, con un espresso, informa Ripellino, e motiva il ritardo della composizione del volume: esiste a Torino un’unica tipografia in possesso di caratteri cirillici e

può fare quel che vuole e ha rimandato il lavoro di mese in mese dicendosi impegnata. Quindici giorni fa finalmente s’è detta disposta a incominciare e s’è ammalato il proto! Pare che torni in questi giorni e allora comincerà la composizione, cosicché in una ventina di giorni potrai avere le bozze dell’italiano e un po’ più tardi quelle del russo[51].

Il libro a poco a poco prende forma e Ripellino riceve man mano le bozze da correggere. Il 18 maggio 1957 scrive a Calvino: «attendo con ansia l’ultimo pezzo del Pasternak; perché temo che i Feltrinelli rapaci ci battano in velocità col romanzo di Pasternak»[52]. Il volume esce nel luglio del 1957. Ma Calvino in una lettera del 18 aprile aveva già trasmesso a Ripellino le sue prime impressioni: «Sono bellissime, e il vertice lo tocchi con le “tre variazioni”, dove quel tanto di sforzo che sempre porta con sé l’immagine pasternakiana è completamente annullata e non si sente il minimo peso di traduzione e c’è una limpidezza da restare senza fiato»[53].

Il libro Poesie. Antologia dell’opera poetica di Boris Pasternak. Versioni e introduzione di Angelo Maria Ripellino precede di pochi mesi la pubblicazione del romanzo Il dottor Živago per i tipi di Feltrinelli, nella traduzione di Pietro Zveteremich, e può essere considerato la prima opera monografica dedicata al poeta russo, preceduta, nel 1947, dall’apparizione di alcune liriche incluse in un’antologia di poeti russi del Novecento[54].

Angelo Maria Ripellino non soltanto propone ai suoi amici einaudiani irrinunciabili titoli da offrire al pubblico italiano – significativo l’uso del verbo “dare”; ne è un esempio la già citata lettera del 17 febbraio 1956: «le cose importanti bisogna darle» – affinché il lettore possa avvicinarsi all’ancora poco nota letteratura russa, ma costruisce egli stesso itinerari per condurre idealmente i lettori verso luoghi ancora ignoti e attraverso epoche immaginate. Nascono dalla sua vulcanica versatilità le notissime opere saggistiche come Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia (1959), Il trucco e l’anima. I maestri della regia del teatro russo del Novecento (1965), Praga magica (1973), Saggi in forma di ballate. Divagazioni su temi di letteratura russa, ceca e polacca (1978). Il 13 agosto 1965 egli dà conto a Giulio Einaudi di nuovi progetti editoriali, fra i quali un libro di «saggi sulla letteratura russa dell’otto-novecento, legati in un particolar modo sperimentale»[55]. Di questo volume, edito nel 1968, l’archivio Einaudi conserva un prezioso foglietto smezzato, di carta leggera, sul quale Ripellino riporta i titoli da lui ipotizzati, vergati con la sua grafia elegante e colorata: «Ombre, demoni, clowns, Saggi di letteratura russa; Critica come fattura di oggetti; Appassionata. Saggi di letteratura russa; Congegni e tempesta e (passioni?). Saggi di letteratura russa; I congegni chiedono fervore. Saggi di letteratura russa»[56]. Da questi titoli prenderà vita La letteratura russa come itinerario nel meraviglioso.

  1. In argomento è doveroso ricordare gli indispensabili contributi: A. M. Ripellino, Lettere e schede editoriali (1954-1977), a cura di A. Pane, Torino, Einaudi, 2018 e A. Pane, Notizie dal carteggio Ripellino-Einaudi (1945-1977), in «Annali di Studi umanistici», vol. VII, 2019, pp. 189-264.

  2. A. Pane, Notizie dal carteggio Ripellino-Einaudi (1945-1977) cit., p. 190. Il nome dell’autore riportato nella lettera è in realtà Čakovskij (Aleksandr). Molto verosimilmente l’editore si riferisce al romanzo Voennyj korrespondent [Corrispondente di guerra], pubblicato nel 1944 sulla rivista «Oktjabr’», prima parte della trilogia Ėto bylo v Leningrade [Accadde a Leningrado]. Dell’autore sovietico nel 1958 sarebbe apparso il romanzo Un anno di vita (God žizni), nella traduzione di R. Angelozzi, per i tipi della casa editrice Editori Riuniti.

  3. Archivio di Stato di Torino, Archivio Einaudi, Corrispondenza con autori e collaboratori, Mazzo 174/I, Fascicolo 2577/1, foglio 1. Nelle successive fonti d’archivio saranno indicati il Mazzo, il Fascicolo (fasc.) e il foglio (f.).

  4. «La Cultura Sovietica» era un periodico trimestrale diretto da G. Manacorda e pubblicato dalla Casa editrice Einaudi, organo dell’Associazione per i rapporti con l’Unione Sovietica. Uscirono soltanto tre fascicoli, tra il 1945 e il 1946, e tuttavia negli anni dell’immediato dopoguerra la rivista rappresentò un importante luogo di confronto tra sensibilità ed esperienze diverse. Con la redazione del periodico collaborarono noti slavisti come Ettore Lo Gatto ed Enrico Damiani, oltre al giovane Angelo Maria Ripellino. (G. Mazzitelli, La Cultura Sovietica: una rivista dimenticata, in «Slavia», XXII, 4, 2013, pp. 3-26).

  5. Nel fascicolo 1 (1945) le recensioni a V. Ivanov, Na borodinskom pole (pp. 203-204); F. Gladkov, Kljatva, (pp. 205-206); J. Utkin, O rodine, o družbe, o ljubvi (p. 210). Nel fascicolo 2 (1945) il saggio Teoria del manifesto sovietico (pp. 358-68); il breve articolo Majakovskij (pp. 408-10); le traduzioni, accompagnate da note non firmate del contributo Ideologia e tendenziosità dell’arte di M. Rozental (pp. 293-315) e del racconto Anjuta di V. Grossman (pp. 337-57).

  6. A. M. Ripellino, Lettere e schede editoriali, a cura di A. Pane, Torino, Einaudi, 2018, p. 14. Luisa Mangone rileva nei piani editoriali einaudiani una costante attenzione per l’Ottocento manifestata, anche, «con il proseguire del tradizionale interesse della casa editrice per la letteratura russa» (L. Mangoni, Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni Trenta agli anni Sessanta, Torino, Bollati Boringhieri, 1999, p. 705). Negli anni 1947, 1949 e 1950 erano infatti apparsi, nella traduzione di A. Villa, rispettivamente i romanzi Anime morte di N. Gogol’, I fratelli Karamazov di F. Dostoevskij e i Racconti di A. Čechov.

  7. Mazzo 174/1, fasc. 2577/1, f. 28.

  8. A. M. Ripellino, Lettere e schede editoriali, op. cit., p. 9.

  9. Ivi, p. 8.

  10. Ivi, p. 9.

  11. Ibidem.

  12. Ivi, p. 10.

  13. Ibidem.

  14. A. M. Ripellino, Lettere e schede editoriali cit., p. 12.

  15. Ibidem.

  16. Ivi, p. 13.

  17. Ibidem.

  18. D. Cantinori, Conversando di storia, Bari, Laterza, 1967, p. 95.

  19. S. Cesari, Colloquio con Giulio Einaudi, Torino, Einaudi, 2018, p. 6.

  20. Ibidem.

  21. L. Mangoni, Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni Trenta agli anni Sessanta, cit., p. 702.

  22. Di N. Leskov erano apparsi: Il viaggiatore ammaliato (traduzione di D. Ciampoli, Firenze, Salani, 1903); L’angelo suggellato (introduzione e traduzione di E. Lo Gatto, Roma, A. Stock editore, 1925); Il brigante d’Ascolona, (traduzione di A. Polledro, Lanciano Carabba, 1927); La donna bellicosa e altri racconti (traduzione di M. Silvestri-Lapenna, Torino, Slavia, 1929); Tempi antichi nel villaggio di Plodomasovo, (traduzione di M. Silvestri-Lapenna, Lanciano, Carabba, 1930); Il segreto dell’Alfiere (traduzione di G. Lussi e A. Pitta, Milano, Sonzogno, 1933); Il viaggiatore incantato e La Belva (traduzioni di B. Del Re ed E. Lo Gatto. Introduzione di L. Ginzburg, Milano, Bompiani, 1942); L’angelo sigillato (traduzione di B. del Re, Milano, Bompiani, 1942); Una famiglia decaduta (traduzione di D. Di Sarra e L. Longanesi, Milano, Longanesi, 1946); Il pecorone (Il bue muschiato) (traduzione di P. Cazzola, Torino, Frassinelli, 1946); La pulce d’acciaio (traduzione di P. Cazzola, Torino, Frassinelli, 1946); La rapina e altri racconti (traduzione di E. Lo Gatto e B. Del Re, Milano, Bompiani, 1948). Ripellino, che pubblicò la sua prima recensione nel 1941 (A. Pane, Bibliografia degli scritti di Angelo Maria Ripellino, in «Russica romana», XXVII, 2020, p. 93) non ebbe evidentemente occasione di recensire nessuno dei titoli leskoviani editi fra il 1942 e il 1948. Tuttavia, nel 1948, in un contributo pubblicato sul «Corriere della sera» e dedicato al saggio Scrittori russi di L. Ginzburg (Einaudi 1948), precisava che Leskov «è scrittore ingiustamente dimenticato» (A. M. Ripellino, Iridescenze. Note e recensioni letterarie (1941- 1976), a cura di U. Brunetti, A. Pane, Torino, Aragno, 2020, p. 230).

  23. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 46.

  24. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 59.

  25. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 106.

  26. Ibidem.

  27. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 107.

  28. Ibidem.

  29. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 108.

  30. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 111.

  31. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 117.

  32. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 121.

  33. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 356.

  34. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 396.

  35. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 399.

  36. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 407.

  37. Ibidem.

  38. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 416.

  39. I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1953-1963, a cura di T. Munari, Torino, Einaudi, 2013, p. 341.

  40. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 468.

  41. Ibidem.

  42. Ibidem.

  43. I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1953-1963, cit. p. 551.

    In effetti il 21 febbraio 1962, Ripellino aveva scritto a Vittorio Strada e lo aveva informato di un recente scambio epistolare con Landolfi: ormai giunto alla conclusione del volume di opere lermontoviane gli chiedeva suggerimenti in merito a nuove traduzioni. Tra i numerosi autori nominati da Ripellino (Suchovo-Kobylin, Tjutčev, Nekrasov, Benediktov, Jazykov, Boratynskij), riappare il nome di Leskov (Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 591).

  44. I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1953-1963, cit. p. 706.

  45. Ivi, p. 721.

  46. Nel 1961 Mursia pubblica il ponderoso volume Romanzi e racconti, a cura di E. Lo Gatto, nel quale figura anche il romanzo breve Il viaggiatore incantato; mentre la torinese Paravia dà alle stampe Il mancino di Tula, nella traduzione di P. Cazzola. L’anno successivo Rizzoli edita I preti di Stargorod: cronaca, nella traduzione di S. Molinari e Bona pubblica L’angelo suggellato nella versione di P. Cazzola.

  47. Già nel 1955 Solmi aveva segnalato la necessità di tradurre e pubblicare saggi e articoli di Walter Benjamin e, di norma, «nel Consiglio le proposte di Solmi erano accolte e incoraggiate e pur nei tempi lunghi dell’attuazione editoriale le possiamo ritrovare negli anni successivi» (L. Mangoni, Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni Trenta agli anni Sessanta, op. cit., p. 821). La pubblicazione della raccolta Angelus novus avrebbe tuttavia suscitato polemiche e discussioni da parte dell’editore tedesco Suhrkamp (ivi, pp. 821-23). Ringraziamo il prof. Corrado Bologna per aver evidenziato, in sede di comunicazione congressuale, l’importante nesso fra Renato Solmi, il saggio di Walter Benjamin e il romanzo di Leskov.

  48. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 12.

  49. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 79.

  50. A. M. Ripellino, Lettere e schede editoriali, op. cit., p. 21.

  51. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 128.

  52. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 157.

  53. Mazzo 174/I, fasc. 2577/1, f. 146.

  54. I. Herenburg, Poeti russi moderni, trad. di A. I. Barbetti, Milano, Editoriale italiana, 1947.

  55. A. M. Ripellino, Lettere e schede editoriali, op. cit., p. 82.

  56. Mazzo 174/II, fasc. 2577/4, f. 2076.

(fasc. 50, 31 dicembre 2023)