Confesso di aver pensato tante volte a cosa avrei scritto di mio padre in occasione della sua scomparsa: tempo ce n’è stato, perché erano parecchi anni che non era più in salute. Nonostante ciò, il compito mi risulta comunque arduo, perché era un uomo versatile e dal carattere pieno di sfaccettature: non facile da etichettare, non facile da ingabbiare.
Tutti lo chiamavano “Professore”, perché aveva insegnato per anni Diritto ed economia alle scuole superiori; e insieme “Scienze sociali” alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino-Angelicum di Roma.
Aveva, però, iniziato come giornalista, scrivendo per varie testate fra cui «Il Messaggero», «Il Fiorino», «Il Giornale»: nel 1962 era divenuto pubblicista e, in seguito, aveva cominciato a collaborare anche con una rivista storica come «Idea», fondata da Mons. Pietro Barbieri nel 1945. All’epoca della direzione del critico d’arte Giuseppe (detto Peppino) Selvaggi ‒ che ricordo con particolare affetto perché mi affidò, appena ventenne, la mia prima rubrica intitolata “Le altre riviste” ‒, quindi intorno alla metà degli anni Novanta, mio padre era una delle “colonne” del settimanale (Selvaggi lo ripeteva sempre), occupandosi di economia.
La prima passione che mi ha trasmesso, dunque, è stata quella per la scrittura: ricordo bene la stesura del suo volume su La famiglia da comunità a impresa (Koinè 1994) come una sorta di “laboratorio di scrittura collettivo” nel quale venivamo coinvolte sia mia madre sia io, nella fase del labor limae. Oppure ricordo pagine del 1993 col fine di Assicurare una dimensione umana all’agire economico e sociale, uscite sul periodico «Angelicum»: temi attualissimi, sebbene purtroppo restino questioni irrisolte ancora oggi, nel mondo sempre più spietato nel quale viviamo.
Ricordo quanto fosse stimolante, anche grazie alla puntigliosità di mia madre, partecipare a quelle sessioni di affinamento lessicale e sintattico delle pagine abbozzate da mio padre, che aveva il dono di scrivere di getto, ma poi mal tollerava il tornare sui caratteri già battuti a macchina, sebbene finisse quasi sempre per recepire e accettare i suggerimenti che gli venivano sia dalla moglie sia da me: un po’ per fiducia, un po’ per renderci partecipi del suo lavoro e gratificarci; per riuscire a trovare una mediazione, arte di cui era esperto.
Oltre all’insegnamento e alla scrittura saggistica e giornalistica, mio padre è stato per decenni amministratore soltanto del condominio in cui abitavamo: corretto fino al centesimo con i condomini che venivano a pagare le rate del riscaldamento etc. in casa; e sempre disponibile a elargire, a titolo di amicizia, consigli utili a tanti anziani del palazzo, che si fidavano ciecamente della sua competenza e apprezzavano la sua cortesia, fiduciosi e certi che li avrebbe indirizzati per il meglio.
Oltre, infatti, a trasmettere a me e mio fratello un ferreo senso del dovere e un’attenzione quasi maniacale alla serietà e alla correttezza, mio padre ha lasciato in tanti un ricordo di grande dolcezza, che gli derivava dal suo infallibile fiuto e dalla sua ottima conoscenza dell’animo umano. Aveva, infatti, la rara capacità di capire, in qualche minuto, chi aveva davanti, ogni volta che s’imbatteva in una nuova conoscenza: in un attimo, la persona in questione veniva fotografata, facendo ricorso a pochi aggettivi, ma sempre mirati. La sua fine perspicacia gli permetteva anche di cogliere immediatamente i punti deboli dell’altro, ma non si serviva mai di quelle intuizioni per metterlo a disagio o ferirlo. Il massimo che si concedeva era, infatti, una battuta garbata oppure un sorriso ironico, ma mai irrispettoso. Senz’altro, si trattava della mitezza che quasi sempre si accompagna alle persone dall’intelligenza vivace e dallo sguardo acuto sulle cose.
Mio padre sapeva essere molto razionale e poteva apparire distaccato o indifferente a chi non lo conosceva a fondo; in realtà, era tutto l’opposto: un uomo molto intuitivo, più impulsivo di quanto sembrasse e fortemente empatico. La sua capacità di ascolto profondo degli altri lo induceva spesso a indovinarne i pensieri e a coglierne gli stati d’animo più nascosti: tante volte ho provato sulla mia pelle la sua abilità nel “leggermi dentro” e nel captare le vibrazioni più sottili del mio cervello e le variazioni più impercettibili del mio umore. Quasi sempre soltanto lui riusciva a intercettare certe mie ansie (non solo giovanili) al mio ingresso in casa, salvo poi avere anche la delicatezza di non insistere, di fronte a mie risposte evasive o generiche. Entrava sempre in punta di piedi nella vita altrui, scelta che condivido e che cerco anch’io di attuare il più possibile.
Quando mio fratello e io eravamo bambini, non capitava spesso che giocasse con noi. A molte nostre domande dava risposte evasive, ma ci ha sempre permesso di vagare con la fantasia, accendendo la nostra curiosità. Quando gli chiedevamo se si potesse verificare qualche fenomeno che ci incuriosiva, rispondeva quasi sempre con la stessa affermazione: “Tutto è possibile!”. Probabilmente, a volte era anche un modo per eludere la domanda, ma sono stata sempre convinta che lo pensasse sul serio.
Infatti, era un inguaribile ottimista: credeva nel lavoro, nella perseveranza; credeva nella tenacia del perseguire i propri obiettivi ed era convinto che, prima o poi, i risultati sarebbero arrivati. “Nei tempi lunghi vedrai che succederà”, amava ripetere; e, quando protestavo per quello che talvolta appariva più un augurio che una previsione, continuava ad assicurarci che i nostri progetti si sarebbero concretizzati, seppur “nei tempi lunghi”. Certo, è deludente crescere e comprendere che non è vero che nella vita “tutto è possibile”, però ritengo che il senso più profondo di quella frase fosse che non importa tanto ciò che si ottiene, ma contano le opportunità che ci vengono offerte strada facendo. Offrire una possibilità è uno dei più grandi regali che si possano fare a chiunque.
Negli ultimi tempi la sua malattia lo ha messo a dura prova, ma dalle sue labbra non è mai uscito un lamento. Anzi: tutti coloro che hanno frequentato la nostra casa gli si sono affezionati, perché era sempre gentile; chiedeva loro notizie di parenti, figli, amici; dava loro consigli e, soprattutto, anche dopo qualsiasi tortura, li salutava con un sorriso e con un luminoso “grazie”.
La sua fibra forte gli ha consentito di arrivare alla bella età di 91 anni pieni, ma è stata la sua serenità interiore a fargli superare anche le crisi più difficili: la sua capacità di chiudersi a riccio e attendere la fine della tempesta senza fretta, senza forzare mai gli eventi; senza lamentarsi mai, consapevole che tutto ha un tempo; cercando di collaborare e di non essere mai di peso.
Nato in un piccolo paese della Calabria Jonica che amava profondamente, dopo i primi 40 anni di vita da scapolo, fra lavori, viaggi, approfondimenti post lauream, mio padre ha vissuto quasi 50 anni di matrimonio con mia madre (52, se consideriamo il periodo del loro fidanzamento). Alla sua improvvisa e tragica scomparsa, due anni fa, si è protetto rimuovendo per qualche mese tutta la seconda parte della sua vita (compresi me e mio fratello): sebbene il fatto di non essere più riconosciuti come figli fosse molto doloroso, gli sono stata grata ancora una volta perché tentare di conversare con lui in quel periodo apriva portali inattesi su zone inesplorate del cervello umano, sulla sua infinita creatività, sulla sua sorprendente capacità di creare realtà surrogate per far fronte all’emergenza. È stata un’esperienza di conoscenza straniante ma anche affascinante, e ancora una volta mi è piaciuto seguirlo nelle sue peregrinazioni mentali in mondi paralleli. Negli ultimi mesi e anche negli ultimi giorni, più difficili e sofferenti, non ha mai perso il sorriso e la grazia, ed è tornato lucido e attento.
Come molti sanno, ero legatissima a lui. Specie negli ultimi 10 anni abbiamo rinsaldato ulteriormente la nostra antica intesa intellettuale, lavorando insieme a «Diacritica»: sono davvero felice che questo progetto gli abbia regalato nuovo entusiasmo e abbia riacceso la sua curiositas per il mondo. Mio padre, infatti, era un uomo sempre proiettato nel futuro; e soprattutto era un uomo profondamente libero. Ci ha insegnato sempre a pensare, senza imporci mai cosa credere.
In 50 anni di rapporto con lui, credo di averci litigato in sole due occasioni. Tante volte ho fiutato in tempo suoi problemi di salute, ma ci tengo a ringraziare pubblicamente mio fratello Salvatore che, con la sua amorevole caparbietà, lo ha letteralmente tenuto in vita in questi ultimi mesi. (E ovviamente ringrazio i collaboratori che ci hanno aiutato a gestire la situazione molto complessa che si era venuta a creare dopo la scomparsa di nostra madre, due anni fa: Bruno, Prasad, Federico, Dasho, Raquel; il personale del CAD e dell’Hospice Antea, in primo luogo).
Ormai, non era più tempo di tenerlo prigioniero nel suo corpo provato: l’unica consolazione oggi è quella di saperlo di nuovo libero di andare in giro a curiosare, di ascoltare i discorsi della gente seduta ai tavoli vicini al ristorante, di fare amicizia con tutti.
Sono certa che ha già studiato il percorso di tutti gli autobus che si possono prendere, lassù dove sta. E che, comunque, alla fine di ogni suo giro, tornerà a prenderci per mano, con quelle sue mani soffici nelle quali, da bambino, ti sentivi al sicuro.
Ciao, Papà.
Un giorno, ci rivedremo.
Roma, 7 aprile 2025
(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)