La questione della forma
La storia della ricezione critica del romanzo mostra come fin dalle prime recensioni, come anche lungo le prime analisi, il discorso sul Sentiero dei nidi di ragno si sia organizzato intorno a un nodo formale, il tema – e quindi il problema – di una sua intima duplicità, di una sua strutturale ambiguità[1]. L’intuizione di Pavese, che tanto avrebbe pesato nel tempo, che rintracciava in Calvino lo scoiattolo e lo scrittore fiabesco[2] e individuava nel romanzo un «sapore ariostesco, sebbene declinato secondo l’Ariosto dei nostri tempi, Stevenson, Nievo, Kipling, Dickens, che si traveste volentieri da ragazzo»[3], più che consentire una quieta lettura favolistica del romanzo, indirizzò la critica proprio all’approfondimento, all’interrogazione di questa endiadi. Endiadi che, esplicandosi nell’apparente oscillazione del racconto tra il piano della realtà e quello della fiaba, rivelava un’ambiguità di fondo dell’opera – formale e ideologica – che si costituiva a un tempo come il cuore del problema del romanzo e il fondo sul quale giaceva la sua consistenza, il suo ineffabile spessore poetico. Continua a leggere Forme del picaresco, del Bildungsroman, della fiaba nel “Sentiero dei nidi di ragno”
(fasc. 53, 25 agosto 2024)