Recensione di Enzo Romeo, “Nella luce improvvisa. Le poesie dalla Calabria di Cesare Pavese” (Àncora 2025)

Author di Monica Lanzillotta

Il volume di Enzo Romeo si inserisce con pieno diritto nella collana «Maestri di frontiera» dell’editrice Àncora, dedita a esplorare i fecondi intrecci tra letteratura, spiritualità e identità culturale. L’opera offre una disamina sistematica e approfondita del periodo di confino politico che lo scrittore piemontese trascorse a Brancaleone Calabro dall’agosto 1935 al marzo 1936. Lungi dall’essere un mero incidente biografico, Romeo dimostra come questa forzata lontananza abbia costituito un crogiolo creativo decisivo, un autentico laboratorio in cui presero forma le coordinate fondamentali della successiva produzione letteraria di Pavese, segnando il passaggio dalla poesia-racconto alla prosa narrativa e gettando le basi della sua personale e complessa mitopoiesi.

La struttura del saggio, nitida e funzionale, conduce il lettore attraverso un percorso che dalla contestualizzazione critica giunge all’analisi testuale per approdare, infine, a una più ampia riflessione antropologico-esistenziale. La prima sezione ospita le sedici liriche composte durante il confino, corredate da un ricco apparato di note filologiche, storiche e interpretative che ne illuminano genesi, varianti e simbolismo. Romeo non si limita a un commento estetico, ma inserisce ogni poesia nel vivo dell’esperienza biografica e delle riflessioni che Pavese affidava al suo Mestiere di vivere e al fitto epistolario con la sorella Maria, con gli amici e con Augusto Monti.

Nella sezione saggistica centrale, intitolata Tra mito e solitudine feconda, l’autore allarga, quindi, la visuale per indagare il rapporto dello scrittore con la cultura magnogreca, le amicizie locali – da Oreste Politi, il Nuto calabrese, alla giovane Iole Riccioppo –, gli amori fugaci e le figure femminili – da Jolanda-Elena a Concetta Delfino, la Concia del Carcere – che popolano le pagine di quel periodo. Emerge, così, il ritratto di un intellettuale che, nonostante l’iniziale straniamento, seppe calarsi con curiosità etnografica e sensibilità poetica in una realtà umana e paesaggistica tanto diversa dalla sua amata terra delle Langhe.

Il pregio maggiore del lavoro di Romeo risiede nell’approccio rigorosamente interdisciplinare, che fonde filologia, storia sociale e antropologia culturale. Attraverso un serrato dialogo tra le fonti – lettere, testimonianze orali da lui stesso raccolte negli anni Ottanta, materiali d’archivio e abbozzi autografi – l’autore demolisce con efficacia il luogo comune che vorrebbe il confino come una parentesi sterile, sostituendolo con l’immagine di un periodo di eccezionale fertilità inventiva. Come ricorda lo stesso Romeo, fu Pavese a riconoscere in quelle poesie una «gioia inventiva» oltremodo acuta e «l’acquisita disinvoltura metrica», frutto di una «esaltazione passionale» (p. 7) che trovava linfa nella meditazione solitaria.

È in questa luce che vanno lette le analisi puntuali delle liriche, nelle quali il paesaggio calabrese cessa di essere mero sfondo per divenire autentico simbolo, interfaccia tra l’interiorità tormentata del poeta e l’universalità del mito. In Luna d’agosto, ad esempio, le «gialle colline» e le «stoppie» (p. 17) non descrivono soltanto l’aridità estiva della campagna ionica, ma si caricano di una valenza escatologica: la luna, tradizionalmente simbolo del divenire e della ciclicità, si fa qui «faccione di sangue» (p. 17), complice di un delitto cosmico che è insieme morte dell’estate, perdita del paradiso e prefigurazione di una colpa ancestrale. Il sangue che «coagula e inonda ogni piega dei colli» (p. 17) trasfigura il paesaggio in un Golgota pagano, dove la donna incarna una Terra madre ferita e complice. Analogamente, in Lo steddazzu – forse la poesia più emblematica dell’intero ciclo – il termine dialettale che designa l’ultima stella del mattino diventa il perno di una riflessione metafisica sulla vanità dell’attesa. Quella stella che «cade dal sonno tra le fosche montagne» (p. 61) è simbolo di una natura indifferente al destino umano, e l’alba che essa annuncia non porta speranza ma la rivelazione dell’«inutilità» (p. 61), di un tempo che scorre senza evento, condannando l’uomo a una perpetua esclusione dal ciclo vitale.

Particolarmente preziose risultano, poi, le osservazioni su componimenti minori o rimasti inediti come Altri tempi e Alter ego, che rivelano senza filtri lo strato più profondo del turbamento esistenziale di Pavese. Qui il simbolo si fa carico di una dimensione più oscura e personale: il tatuaggio della donna sul petto del detenuto in Alter ego non è solo un segno ornamentale, ma l’emblema di un desiderio impossibile da estrinsecare, di una femminilità agognata e insieme temuta, che resterà per sempre imprigionata sotto la pelle come un segreto inconfessabile.

Un altro punto di forza di Nella luce improvvisa è la capacità di restituire la complessità dell’incontro di Pavese con la civiltà del Sud. Romeo non indulge in facili mitizzazioni, ma mostra come lo scrittore, inizialmente respinto dal «tanfo» (p. 30) del mare e dalla «chiusura paesana» (p. 21), abbia progressivamente affinato uno sguardo disincantato capace di cogliere l’ordinarietà e la dignità della terra d’esilio. È qui che si innesta la riscoperta della matrice greca: il soggiorno sulle sponde dello Ionio, di fronte al mare di Ulisse, agisce come un detonatore che riporta in superficie gli studi classici, facendo di Brancaleone il luogo ideale per meditare sul mito. Il fascino per Ibico, la traduzione di Saffo, gli appunti su Omero e sui tragici testimoniano come la lontananza forzata abbia favorito quel dialogo con l’antico che troverà la sua più alta espressione nei Dialoghi con Leucò. La Calabria diviene, così, lo scenario privilegiato in cui il «giovane dio» delle Langhe si confronta con la finitudine umana, in un passaggio all’età adulta che è anche presa di coscienza del limite e della morte.

La locuzione «giovane dio» – cardine simbolico dell’intero immaginario pavesiano fissato nella poesia Mito («Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo, / senza pena, col morto sorriso dell’uomo / che ha compreso», p. 39) – chiarisce, come sottolinea Romeo, come questa figura incarni «il passaggio all’età adulta, evento simbolico universale, quindi mitico» (p. 40). Il sintagma accosta l’arcaicità del mondo contadino piemontese alla dimensione mitica che Pavese sta elaborando proprio nei mesi del confino. Il «giovane dio» rappresenta per Pavese una figura ambivalente: da un lato è l’adolescente che ignora la morte («Non si muore d’estate. / Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio / che viveva per tutti e ignorava la morte», p. 39), dall’altro è il preannuncio di una condizione adulta segnata dalla stanchezza e dalla rassegnazione. La poesia Mito, composta a Brancaleone nell’ottobre 1935, diventa, così, il luogo in cui il paesaggio calabrese – «il mare dell’aria» che non rivive più al respiro, le «spiagge oscurate» (p. 39) – si fa specchio di questa perdita. Non è un caso che Pavese scelga proprio il Sud, terra di arcaicità e di persistenza del mito, per elaborare questa riflessione sulla fine dell’innocenza: il «giovane dio» che si piega a divenire uomo è anche il poeta che, nel confino, scopre la propria finitezza e la trasforma in materia di canto. In questa prospettiva, il mare, che nelle poesie calabresi appare spesso come simbolo di sterilità e alterità incomunicante, inizia a rivelare la sua duplice natura: non solo barriera che separa, ma anche via d’accesso a un altrove mitico, superficie specchiante su cui si proiettano le ombre di una classicità ancora capace di parlare al presente.

Non meno significativa è l’attenzione che Romeo dedica alla dimensione spirituale, un aspetto spesso trascurato dalla critica. Il volume ripercorre con equilibrio la crisi religiosa di Pavese, dai turbamenti giovanili fino all’incontro con padre Giovanni Baravalle durante il rifugio nel Collegio Trevisio di Casale Monferrato. Le pagine dedicate alla confessione del gennaio 1944 e alla lettura di testi teologici come quelli di Gratry e Guardini gettano una luce nuova sulla sua personale ricerca di trascendenza, sul conflitto mai sopito tra un «irrazionalismo mitico» (p. 109) e un bisogno profondo di fede. In questa prospettiva, la celebre annotazione del diario – «Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?» (p. 113) – non appare più come un grido isolato, ma come l’epilogo tragico di una tensione inesausta che percorre tutta la sua opera, e che nelle poesie calabresi trova una delle sue prime, decisive formulazioni. Il «silenzio remoto» (p. 37) che in Poetica «stringeva il respiro al passante» prima di fiorire nella luce improvvisa è già, in nuce, l’attesa di un’epifania che è insieme poetica e religiosa, l’anelito verso un «totalmente altro» che solo l’esperienza del limite e della solitudine può dischiudere.

Il titolo stesso del volume, Nella luce improvvisa, tratto dalla lirica Poetica composta a Brancaleone nel settembre 1935, funge da perfetta cifra interpretativa di questo percorso. Se Romeo nell’introduzione definisce acutamente la luce calabrese come «insieme spietata e tenera, capace di penetrare e trasformare ogni cosa» (p. 7), è nell’analisi del componimento che se ne coglie appieno la portata metapoetica. I versi in cui «quel silenzio remoto che stringeva il respiro al passante, è fiorito nella luce improvvisa» (p. 37) rivelano come la «luce» non sia solo un fenomeno atmosferico, ma la metonimia stessa dell’epifania poetica. È l’attimo in cui il dato reale (il paesaggio calabrese) si carica di profondità insospettate, attingendo al patrimonio interiore del ricordo e del mito (gli «alberi antichi del ragazzo» piemontese). In questo senso, la «luce improvvisa» è il meccanismo che permette a Pavese di superare l’iniziale «scarno turbamento paesistico» (p. 8) e di trasformare la sofferenza del confino e la scoperta di un «altrove» in autentica materia poetica. Scegliendo questo titolo, Romeo non solo omaggia un verso, ma offre al lettore la chiave per interpretare l’intera opera: un’indagine su come l’esperienza calabrese abbia agito da rivelatore sulla coscienza dello scrittore, permettendogli di forgiare una nuova, più matura consapevolezza del proprio «mestiere di vivere» e di scrivere.

A completamento del percorso critico, la sezione finale dei Contributi (pp. 125-63) offre al lettore tre testi: Terra d’esilio (pp. 127-40), il racconto che Pavese scrisse pochi mesi dopo il rientro dal confino e che costituisce il primo abbozzo di quella materia narrativa poi confluita nel Carcere. Nelle sue pagine – ambientate in un paese inequivocabilmente modellato su Brancaleone – ritroviamo intatta l’atmosfera di quel soggiorno forzato, con i suoi personaggi umili e indimenticabili: il confinato operaio ossessionato dal tradimento della moglie, il matto Ciccio con la sua filosofia stravolta, la “biondina” di passaggio, i terrazzieri reduci da fortune impossibili. Il racconto, come osserva Romeo, sperimenta quella poesia-racconto che segna il passaggio pavesiano verso la prosa, e rivela quanto profondamente l’esperienza calabrese avesse già sedimentato nel suo immaginario. A questa testimonianza diretta si affiancano due contributi critici. La memoria di Paolo Cinanni, Il maestro e l’anti-maestro (pp. 141-59), restituisce il ritratto intimo e commosso di Pavese come educatore: l’incontro con il giovane emigrato calabrese, la decisione di prepararlo gratuitamente agli esami di maturità classica «per il debito di riconoscenza che lo legava alla mia terra», le ore passate a leggere Saffo e Lucrezio in quello che Pavese chiamava il suo «pensatoio». Emerge da queste pagine la figura di un intellettuale capace di ascolto e di dedizione, ma anche la complessità di una personalità divisa tra slancio affettivo e autoannientamento, tra «Pavese e l’anti-Pavese». Chiude la sezione l’articolo di Davide Lajolo, Ma Pavese capì la “gente di Calabria” (pp. 161-63), che ribadisce come il soggiorno calabrese non sia stato un incontro mancato ma un’immersione feconda in un’umanità che Pavese seppe comprendere e restituire nella sua verità più profonda.

Il libro di Romeo si segnala per il rigore documentario, la ricchezza degli spunti interpretativi e la capacità di illuminare zone d’ombra della biografia pavesiana. Nella luce improvvisa si propone, a tutti gli effetti, come un contributo imprescindibile per chi voglia comprendere la genesi della poetica di Pavese, restituendo al periodo del confino quella centralità che merita nel suo percorso artistico e umano.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)