Aporie, smottamenti, voragini nella versificazione di Giacomo Leopardi: la modalità della vertigine. L’incipit dell’Infinito: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle»

Autore di Giuseppe Garrera - Sebastiano Triulzi

L’infinito inizia con l’infinito, dall’infinito, e nell’infinito. Sempre. Attacco senza tempo con avverbio infinito di tempo. Sempre. L’avverbio apre da subito da una voragine immensa, e in primo luogo dalla voragine degli affetti, della meccanica delle emozioni e del ricordo, ma ancora di più sulla magia o malìa del tempo, sul mistero del tempo: il colle è amato da sempre, è stato al poeta sempre caro. In realtà, Leopardi non dice mi è stato ma mi fu, e cioè nel passato, nel passato remoto, il colle è eternamente, ab aeterno, caro (ma solo nel passato remoto e senza riferimento al presente); e solo nel passaggio dolentissimo dall’attimo passato (mi fu, lo vedremo, è funebre e irrimediabilmente passato, e cioè passato per sempre, come ogni attimo alle nostre spalle: ogni attimo alle nostre spalle precipita in notte eterna e irrimediabile, dunque in un’eternità passata, è perduto per sempre)[1]. Il primo grande momento di stupefazione nell’Infinito risiede in una spoglia formula discorsiva – «Sempre caro» – che proviene dal linguaggio colloquiale, dall’uso del parlato, e che, in questo attacco, assume, immediatamente, un valore di vertigine. Sempre caro precipita subito tutto nell’abisso del tempo e nel segreto dell’anima, del ricordare, del come ci leghiamo alle cose, del perché le amiamo, del perché possiamo perdere addirittura la traccia di un affetto, e ritenere un colle sempre caro. Quando è nato questo affetto, che qui pare creato ma non generato (sempre caro)? Più semplicemente, senza andare a cercare ragioni lontane, in noi le cose si infinitano, il tempo trascorso si dilata, e cioè, nella vita, il senso della perdita aumenta presto all’infinito, il passato è di per sé notte eterna e perpetua per tutti i nostri attimi e cari affetti e teneri sensi. È già naufragio e mare. All’inizio di questo componimento, siamo già in aperto mare. Anzi, già nel sempre si odono i sovrumani silenzi, la profondissima quiete, lo stormir del vento, il sibilare sussurrare e soffiare, in breve quelle che in una pagina della Storia del genere umano Leopardi chiama le apparenze dell’infinito, espedienti, trucchi naturali, trovati, escogitati, da Giove per dare agli umani infelici la suggestione, se non la speranza o consolazione, dell’infinito (in primis, il mare, ma soprattutto il vento, l’ondeggiamento delle cime degli alberi, che addirittura nell’Infinito, ma questo elude dal nostro compito, apre alla gloria e allo smarrimento delle selve e delle immagini cosiddette «perplesse»). Se il mare e il vento apparterranno alle apparenze dell’infinito, il sempre caro sta ab origine e appartiene alla virtù immaginifica dell’infanzia. In un famoso pensiero dello Zibaldone Leopardi scrive che ogni sensazione presente, ogni sentimento o commozione presente, è sempre ricordanza, ripetizione, è sempre un risuonare, richiama idee, immagini, credenze della nostra fanciullezza; e per questo è anche, immancabilmente, lutto e perdita[2].

Fin da subito abbiamo la percezione di trovarci di fronte a un ricordo, o meglio, a qualcosa di antico: la visione del colle è qualcosa di antico: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle» (cara, due volte, sarà detta solo la luna, cara luna, come se niente fosse, nel Dialogo del mondo e della terra delle Operette morali). Caro colle. Un’immane perdita, il ricordare di per sé è cerimonia di perdita, ma è insieme, anche, reminiscenza. I nostri affetti, ci insegna Leopardi, si perdono nelle notti dei tempi, nel nostro animo esistono tracce che sono precedenti ai noi stessi di ora, e in questi noi si conservano o meglio vagano come naufraghi; i ricordi stanno nel naufragio del passato, abitano il nulla e non la cronologia (il rievocarli produce inevitabilmente collassamenti). Il «sempre caro» che annuncia «il colle» di fine verso riguarda qualche avventura remota, remota e antichissima, come l’attimo appena trascorso, e già eternità.

Chiara, netta, per il lettore, è la percezione che il «sempre caro» allude a una memoria straordinaria e che il colle non appartiene solo a un luogo geografico, fisico, pur abitualmente vissuto: la visione della collina, cioè del «colle», è parte di una reminiscenza e di una perdita. La sensazione affettiva che coglie il poeta di fronte al colle ha una radice antica, lontana, non databile né rintracciabile, come qualcosa che risieda nella notte del proprio passato. Il colle proviene dalla fanciullezza, e questo lo rende enigma assoluto. Fa parte dei ricordi e degli oracoli, allo stesso tempo. Qui si parla delle rimembranze più remote, le rimembranze lontane, anche chiamate; con il sentimento del tempo come mistero, è cosa tutta nostra e interna: l’avverbio sempre è legato, certo, all’emozione sconvolgente del passato, alle ere della memoria. Ma questo tipo di ricordi è anche vaticinio. L’infanzia non è un’epoca della vita, è fuori dalla vita: la divisione leopardiana della vita in epoche non comprende, infatti, la fanciullezza, se non come, appunto, età antica e prima della storia: da quell’età proviene la vista del colle, e il colle appartiene alle teogonie dell’infanzia come la luna o un canto nella notte. La fanciullezza è un tempo anteriore all’esperienza della vita e, solo in questa accezione, spensierato: anzi Leopardi, ancora più radicalmente, ritiene i fanciulli e i morti «gli altri»; rispetto agli uomini, i fanciulli e i morti sono gli altri: in quell’alterità è avvenuta la visione del colle, dall’eternità della fanciullezza provengono le memorie e gli affetti più cari, il sempre caro è il fuori tempo della fanciullezza (dei fanciulli del Sabato del villaggio che, gridando e saltando sulla piazzola in frotta e facendo un lieto rumore, ignorano che si tratta della vigilia della festa, e non della festa, e non possiedono distinzione e scansione tra giorni feriali e festivi e, nella piazzola, corrono infiniti e perenni, liberi dai giorni: il titolo del componimento, Sabato del villaggio, l’intero componimento, tutta la preparazione del villaggio, non li sfiora neppure).

Il sempre sancisce l’irriducibilità delle emozioni alla cronaca del ricordo e lo sprofondamento continuo degli affetti nelle tenebre. Nel ricordo, il canticchiare vicino alla finestra di Silvia è perpetuo canto, così come eterno è il non più prepararsi alle feste dell’altra sparente, e cioè Nerina («sparenti» le chiamava De Sanctis con aggettivo agghiacciante). Trasfigurazione, e partecipazione, qui, alla cosmologia e all’astrologia fantastiche dell’infanzia, o meglio alla misura di “io” infiniti («Sempre caro mi fu»), con il sentimento di aver partecipato a un’esperienza di cui si è persa la radice dell’emozione. Dante, a proposito delle sensazioni radicali, giustamente evoca l’esperienza dei sogni, quando di un sogno fatto, al risveglio, ci rimane l’emozione del sogno, ma non più la materia del sogno stesso[3].

L’eternità dell’emozione del colle leopardiano è caratterizzata da un’allarmante prima aporia o voragine linguistica: il tempo verbale del passato remoto – quel «mi fu» -, che viene usato per indicare avvenimenti considerati compiuti definitivamente nel passato, dunque lontani e senza più rapporti col presente. Suona solennemente funesto e solennemente passato questo «mi fu»; o, meglio, fa slittare l’eternità del «sempre» in un’eternità remota, finita, che ha un valore emozionale incalcolabile sul presente. Così, come nel «mi fu» sentiamo un elemento già musicalmente funebre, chiuso e legato intorno all’essere della morte, col sintagma «sempre caro mi fu» (privo ancora della parte nominale) si crea qualcosa di stridente nell’orecchio del lettore, una dissonanza tra il tempo verbale così inesorabile, maestoso, e la scelta di calarsi all’interno di un linguaggio cosiddetto domestico, che è tipico del verseggiare e del periodare leopardiano, senza la rassicurazione di una forma tradizionale su cui mai più sarà costruito il viaggio verso il naufragio. Nel sempre e nel fu convivono risonanza e perdita (il perduto per sempre, il mai più, la consapevolezza che la perdita è per sempre e che ogni caro affetto si lega al mai più). Speranze, gloria, amori, progetti, sogni sono i più vili degli inganni: l’unica cosa che si salva è il ricordo, la magia della memoria; meglio e più drammaticamente, più inesorabilmente, l’unica cosa che si salva, che ci salva, per quanto possa apparire assurdo, è il tempo.

Il pronome mi dichiara questa avventura dell’insondabilità dell’io come interna esperienza, in noi, dell’effetto delle cose, degli affetti, come cosa arcana e stupenda. Ogni visione risiede nella rimembranza, e la visione del colle riguarda il profondo del cor, i palpiti (nel volgere di pochi versi ne avremo riprova nello spavento cardiaco già solo prodotto dall’apnea degli enjambements): questa la risonanza; nelle emozioni sono la risonanza, di cui parla spesso Leopardi, e lo stato di souffrance dolce del ricordare così come del mirare e del naufragare che condurrà allo scioglimento, allo slegamento dell’io, del mi iniziale, nel m’è dolce, con perdita della vocale superba ed eretta, pronunciabile per certezze e sicurezze, e su cui si regge, appunto, l’io di identità anche solo per sostegno presuntuoso. Il mi scintillerà per tutto il componimento, come lucciola, dal mirando a interminati a sovrumani a mi fingo e mi sovvien fino al finale m’è dolce, dove si scioglie e libera, si scinde e perde, viene travolto, dopo essere rotolato, sottosopra e capovolto (immensità) – a testa in giù, come direbbe Baudelaire – a corpo morto verso i reami del niente, con la particella divenuta finalmente indistinta e impronunciabile murmure. Tutto avviene nell’io, tutto è cosa nostra, il ricordo è pura sostanza dell’anima che tra pathos e desiderio crea la distanza del tempo, perché per il resto, come ricorderà in un appunto dello Zibaldone del 14 dicembre 1826, il tempo non è nulla, è una parola. Il mi fu contiene dolorosamente nel passato l’eternità e l’irrimediabilità della perdita e i tanti “io” nostri che hanno vissuto e sono stati seduti sul colle, anche i nostri leggendo questa poesia, e che non torneranno mai più, passati per sempre. Pare niente, ma la catastrofe è infinita, indicibile il perduto, e in ogni stato d’affetto c’è pure quello che Leopardi chiamerà il «van desio del passato» che opera, ancor tristo: incontenibile è l’emozione di dire «io fui» e il sapere che tutte le nostre avventure, emozioni, affezioni sono senza rimedio, che ogni cosa è passata, finita, non è più, non sarà più, svanita per sempre, e nulla la perdita stessa.

Solo nel sillabare dei versi, nella tachicardia degli enjambements (ma tutto il verseggiare del Leopardi maggiore riproduce la meccanica di scompensi cardiaci) e nella cerimonia della ricordanza, la notte del passato diviene notte stellata, fulgida di stelle, scintillante di stelle, secondo il modello di Werther, che aveva insegnato a guardare le stelle dell’Orsa Maggiore e il cielo per l’ultima volta, come apoteosi e trionfo, dopo di che si può morire.

Ovviamente siamo appena al principio dell’inverarsi della vertigine e, anche se non ci estenderemo oltre il primo verso in questo discorrere, in quanto attraversatori, come tutti, di questo Infinito, già sappiamo cosa si estenderà oltre il primo verso, al di là della prima virgola e dello strapiombo che c’era, a cominciare dal fatto che, come accade in tutta la grande poesia leopardiana, il futuro del verso stesso, ciò che arriverà dopo una parola, non lo sa neppure il poeta, non è mai prevedibile. Una delle caratteristiche di Leopardi, infatti, è che la poesia si costituisce davanti a noi, si genera in presa diretta, ed è irreversibile e irrimediabile. Non a caso, quando aggiungerà nell’incipit del secondo verso dell’Infinito, «e questa siepe», comprendiamo come questa siepe non fosse ipotizzabile guardando al tempo verbale e alla formulazione immediatamente precedente, e al precipizio dopo la virgola che ha fatto da ormeggio: se guardiamo la misurazione del primo verso e del componimento, «sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe», ci accorgiamo subito dello straordinario, sconcertante, errore sintattico e di concordanza, seconda gravissima aporia e discontinuità, con la presenza di un verbo e un aggettivo al singolare per due soggetti uniti dalla congiunzione “e”. Se Leopardi avesse previsto o meglio saputo l’orizzonte dei suoi versi, ma evidentemente la siepe esclude anche a lui l’orizzonte dei propri versi, avrebbe cominciato da subito col plurale, dunque con un: «Sempre cari mi furono quest’ermo colle e questa siepe» (o peggio ancora, e non avendo bisogno di aggrapparsi alla virgola, con un: “Sempre cari mi sono stati quest’ermo colle e questa siepe”). Per nostra fortuna non così è stato: semplicemente la siepe non era prevista, il che pone la lettura dell’incipit dell’Infinito nell’attimo presente, dove ogni termine si manifesta nell’hic et nunc della mano che scrive, della parola che detta. La poesia sta accadendo, succedendo sotto i nostri occhi. Una poesia dedicata all’infinito è sospesa, si registra nell’infinito del presente, dell’attimo, dell’immediato, nella scaturigine dell’immediato, a cui precede e segue eternità. Proprio per questa impossibilità di prevedere le parole, Leopardi non è potuto restare, non ha potuto dimorare, nella tradizione metrica, nella quiete e certezza o costrizione delle forme, neppure in quella, pur così cara, del madrigale, cara forma, resa vagabondaggio poetico, modello esemplare di erranza e di desideri a perdita d’occhio da Torquato Tasso, unico maestro di tali attraversate, di un poetare senza catene, come quando si va per deserto. Leopardi lascia l’insulsa guida delle griglie e dell’armonia prestabilita, a parte, poi, che nella sua storia poetica anche le forme metriche devono soccombere: i ritorni, le rime, le strofe, la stessa lineatura delle parole, la poesia stessa saranno solo ricordi e illusioni, anch’essi caro immaginar, della prima giovinezza. L’avvenire poetico, e la perlustrazione del proprio animo, è caos, disordine e smarrimento emozionale. Forse è questo il primo caso, nella storia della letteratura, dove una poesia si va formando davanti ai nostri occhi; è in contemporanea, e in diretta, motivo di stupefazione per il poeta stesso come per i lettori, di modo che questi ultimi si trovano nello stesso attimo di Leopardi. Per cui quando scrive «Sempre», o arriva il turno di «mi fu», siamo nel momento in cui li sta scrivendo, e non sappiamo cosa ci sarà al di là di quelli. Il testo procede a tentoni, al buio, sonda l’oscurità, non è prevedibile in cosa ci si imbatterà, un passo dietro l’altro: i pronomi dimostrativi, quest’ermo colle e poi, ma infinitamente più in là, questa siepe, hanno valenza di spuntoni di roccia, appigli, sporgenze a cui reggersi e che basterà niente per perdere, fungono da salvagente, come, nel caso del primo verso dell’Infinito, abbiamo visto, anche la virgola è cima o gomena.

In Leopardi sono innumerevoli le modalità grammaticali che fungono da corrimano, ringhiera, cordame, presa, maniglia (nelle Ricordanze, se non ci fosse il pronome personale a cui avvinghiarsi a ogni passo, sarebbe un disastro immane, una deflagrazione di dolore e urla e ululati nella notte dei ricordi, insostenibile), perché da ogni lato il tempo si immensa, da ogni lato si aprono voragini, ci si affaccia su infiniti scoramenti; da qui un passo dietro l’altro, poggiando il piede in acrobazia, e, inevitabile, a ogni passo, uno sbilanciamento e contorcimento, una certa scompostezza sintattica, per non precipitare e cadere, per mantenere l’equilibrio; e da qui l’urgenza, l’imprescindibile necessità, di sedere, di stare seduto, sedendo (altro termine insondabile, ma anche questo esula dal compito che ci siamo dati in queste pagine). È chiaro che ci troviamo su passi che conducono al nulla eterno, e, in verità, si è inciampati fin da subito in consistenti reperti del sonetto foscoliano Alla Sera («sì cara vieni – sempre scendi invocata»), da far subito temere precipizi e prossimità con notti e quieti immense, anche se mai avremmo creduto tanto abisso.

Riconsideriamo il verso per intero: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle». È ora il momento di capire perché il colle è ermo, e cosa questo significhi, perché un tale luogo di elezione, e cioè un posto solitario, deserto, da eremita. Nella nostra tradizione letteraria, il luogo eletto per le solitarie fantasticherie e le solitarie disperazioni è da sempre la «stanzetta», o «cameretta», secondo una lezione già dettata da Dante nella Vita nova; il quale la intende come spazio onirico e d’avvento di meravigliose e dolcissime visioni (di Beatrice)[4], o come rifugio in cui proteggersi dai dolori del mondo: «là ov’io potea lamentarmi sanza essere udito» e addormentarmi «come un pargoletto battuto lacrimando»[5]. Una lezione poi celebrata anche, e naturalmente, da Petrarca nel Canzoniere, con l’onore di un sonetto dedicato (234), perché luogo di conforto e serenità (il fatto che non soccorra più al momento a tal funzione, non le toglie, anzi ribadisce, il ruolo): «O cameretta che già fosti un porto/ a le gravi tempeste mie diürne,/ fonte se’ or di lagrime nocturne,/ che ’l dí celate per vergogna porto»[6]. In Leopardi, invece, la memoria della propria stanzetta, che aveva concesso ai poeti precedenti di potersi buttare a terra, urlare, contorcersi dalla scontentezza, misurare il proprio desiderio di mortale felicità, è abbandonata, fatta a pezzi, probabilmente anche perché la sua stanzetta, che già condivideva con il fratello Carlo, era stata posta sotto l’attenta osservazione e la vigilanza del padre e della madre.

Dopo il tentativo fallito di fuga del luglio 1819, avvenuto praticamente pochi mesi prima della stesura dell’Infinito, per ragioni di moralità e ottusità famigliari, le modalità di controllo del padre e della madre sul figlio sono tali da richiedere di non chiudere la porta della stanza; e, soprattutto, secondo il volere dei genitori, gli addolorati fratelli Carlo e Paolina prendono a spiarlo, lo tengono d’occhio, come ricorderà Carlo, aggiungendo che Giacomo era sempre di «umor nero e taciturnità sospetta». «Maledetta casa» viene chiamata da Leopardi in una lettera al Giordani del 21 giugno 1819, e l’anno seguente, nel 1820, Monaldo traccia in questo senso in proposito una lettera capolavoro di acutezza, degna di tanto figlio, in primo luogo attribuendo la perdita, l’allontanamento dei figli Giacomo ma anche Carlo, ovviamente dietro al maggiore e amico dell’anima, alla venuta del Giordani (spirito pericoloso, inquieto, chiacchierone).

La presenza di Giordani a Recanati ha segnato un’epoca. «Fino all’arrivo di Giordani» – scrive Monaldo a Pietro Brighenti – «mai, letteralmente mai, erano stati un’ora fuori dall’occhio mio e della madre». Giordani li ha rovinati, traviati, «aborriscono» – chiude sconsolato la lettera – «la casa paterna, perché in essa si considerano estranei, e forse abborriscono me che con cuore troppo pieno d’amore per tutti, sono dipinto nella loro immaginazione corrotta come un tiranno inesorabile» (in realtà, sappiamo che il problema non è quello di raffigurarlo come un tiranno, ma di saperlo un tiranno buono). Extra Recinetum nulla salus (‘Fuori da Recanati nessuna salvezza’) non si stanca di ripetere il padre al figlio prediletto. Extra Recinetum nulla salus.

L’occasione di solitudine con se stesso viene cercata dal giovane Leopardi fuori dalle mura domestiche, verso «il colle», che è certo un approdo da eremita, ma al momento è soprattutto un luogo di allontanamento, ed è questo, in fondo, l’aspetto più importante. L’allontanamento era iniziato dall’epopea del Giordani o ancora prima, diremmo già in realtà all’interno delle mura domestiche e addirittura della biblioteca, del regno del padre. Lo zio Antici, già all’altezza del ’18, in una lettera al nipote del 30 dicembre aveva dimostrato grande perspicacia: «Deponete» – gli aveva scritto «per sempre quel volto tetro; alzate quella testa incurvata, aprite quella bocca tenacemente chiusa tutte le volte che state in compagnia dei vostri, o che in compagnia di altri non si parla di letteratura». Monaldo è da tempo che si ritrova un figlio «ostinato nel più profondo silenzio». L’allontanamento è iniziato presto; già all’interno della biblioteca paterna, Leopardi si era isolato e ne aveva fatto un primo deserto, un inferno, una «pazzia» del sapere, quando sempre più i libri più amati non erano quelli delle biblioteche dismesse ecclesiastiche e conventuali, ma quelli proibiti acquistati da bancarellari e ambulanti (Montesquieu, Voltaire, Rousseau). Già qui un processo di evasione e sovversivo, tanto più subdolo quando ottiene la dispensa ecclesiastica per la lettura incondizionata dei libri proibiti, con la scusa di «conoscer meglio» il nemico, e cioè, in realtà, per distruggere l’amico che ha interceduto per la dispensa e cioè il padre stesso. C’è una biblioteca interna, a parte, già separata dal padre nella disposizione affettiva, simulata, con cui vengono consultati e letti e riposti nell’«armadietto dei veleni», come viene in maniera fin troppo appropriata definita la sezione, certi volumi; una biblioteca che si installa in terre di confine, arse, terre di nessuno, fuori dalla giurisdizione familiare, terreni di ripensamento, di congiure e tradimento dell’ordine, di ogni ordine. Sovversione simulata poi, con lo stare innocuamente seduto, sotto gli occhi del padre, sul banco. Eretico e apostata nelle stanze del padre. Il quale più volte comincia a lamentare con dolore e sospetto lo «studiare tutto solo» di Giacomo.

Il primo romitaggio è avvenuto così tra i libri, come distacco e separazione dalle idee dei genitori, primo sprofondamento nelle tenebre. La famiglia Leopardi nutre il tradimento in casa. Lasciare la casa paterna e la biblioteca e, sempre più con gli anni, cercare di escludersi dalla schiera dei pedanti di cui la biblioteca è stata culla (li salverà, quegli anni, solo come epoca mitica di erudizione, dal naufragio che sta per travolgere tutte queste convenzioni, consegnando e affidando interamente il proprio blocco di carte e appunti e scartafacci di imprese puerili nelle mani di Louis De Sinner). Ed ora, qui nell’infinito in fuga, l’attacco dell’infinito verso l’ermo colle è già immensa lontananza dalla casa e dalla biblioteca (ricordiamo che ha appena sognato il rogo della biblioteca paterna) e certamente dalla famiglia: l’ermo colle è un luogo di fuga e di disubbidienza.

Nell’ermo colle, nella valenza del termine eremo per eremita, non è più contemplata la cella dello studioso; si tratta, in vista dell’estremo sconfinamento, di un eremo più vasto e desolato dell’Asia e dell’Oceàno: significativamente, questa grande stagione poetica ha avuto inizio con la cecità, che lo ha distaccato dall’erudizione, separato dalla biblioteca e dal porto sicuro, antro protetto, della biblioteca, per gettarlo nel buio. Nell’Infinito viene delineata la separazione definitiva, irrimediabile e orgogliosa del giovanissimo Leopardi dai conforti e dalle certezze rappresentati dall’abitato, dalla casa, dalla propria famiglia, dal borgo natio, e, in un senso più ampio, dalle rassicurazioni del mondo; è un volgere le spalle a tutte le convenzioni: l’«ermo colle», cioè il deserto, solitario colle, diventa la prima tappa di quel naufragio annunciato alla fine del componimento, ed è un territorio dal quale non tornerà mai più. Il colle è luogo di fuga probabilmente già nelle disperazioni dell’infanzia.

La crisi prodotta dalla mancata evasione, fuga (ah! gli occhi fuggitivi di Silvia a questa altezza mettono paura, perché troppi giovani infelici e prigionieri), conduce alla deflagrazione della biblioteca, della casa, delle stanze, di Recanati tutta. «Voglio piuttosto essere infelice che piccolo», aveva scritto alla vigilia della fuga da casa, poi sventata e fallita, in una lettera che il fratello avrebbe dovuto consegnare al padre all’alba dopo il misfatto e che invece né allora né mai venne recapitata al destinatario, anche dopo che tutto sembrò tornare a posto, a causa del contenuto terribile per la famiglia, e anzi venne resa pubblica da Carlo solo nel 1878, cioè dopo la morte di Monaldo: troppo dolorosa, troppo insostenibile per il pover’uomo, che per fortuna non la lesse mai, soprattutto per la condanna dinastica, per il disprezzo di stirpe e pianta e radice genealogica, con il desiderio di estirparsi dall’intera casata Leopardi-Antici, compreso, e in primis, il padre, e assieme a lui la schiera di mediocrità del parentame: «Non mi sono mai creduto fatto per vivere e morire come i miei antenati»[7], vi era scritto senza pietà. Pochi mesi prima Monaldo aveva accolto con una risata la richiesta di Giacomo di partire, di Giacomo e Carlo, i due fratelli e amici dell’anima; Leopardi scrive al Giordani che il padre li ha trattati da ignoranti, da “pazzarelli”, da scellerati, derisi tranquillamente come fanciulli. E, proprio quando sta per avvenire la fuga dal forzato isolamento recanatese, il padre annota con sgomento che il figlio si ostina a rimanere in un profondo silenzio. Dunque, la rottura dal grembo familiare, che è anche distacco da una tradizione e dalla rassicurazione della casa, conduce verso il deserto colle, ne è in fondo un corollario necessario: «le genti», scriverà in un appunto del ’20, «per la città dai loro letti, nelle lor case in mezzo al silenzio della notte, si risvegliavano e udivano con ispavento per le strade il suo orribil pianto». Dunque nell’«ermo colle» c’è anche, e in primo luogo, il rifiuto del nido famigliare, della casa paterna, della biblioteca: in questa contrapposizione, il colle è lo spazio mentale dove coltivare un pensiero selvaggio, da eremita, che si fa covo, tana, grotta, per diventare probabilmente selva, come ci rivela il successivo, e predittivo, «stormir tra queste piante». È uno sprofondamento nelle tenebre, innescato dalla cecità che lo aveva, sempre in quel 1819, per la prima volta separato dai libri, dai legni rassicuranti della biblioteca e dall’erudizione.

L’ermo colle sancisce e indica una condizione e scelta di solitudine come pratica di pensiero, di fedeltà alle leggi inesorabili della conoscenza; l’abitudine all’absence, già messa in atto nella stessa casa paterna, qui acquista, di geografia, una prima mappatura emblematica e personale. Pur stando in famiglia, Leopardi si assenta, e anzi il vizio dell’absence, anche in mezzo alle conversazioni e agli amici, diviene sempre più necessità. C’è la tendenza in Leopardi, in virtù del sortilegio del tempo, a infinitizzare ogni immediato, e qui addirittura l’orizzonte è un dovere spaventoso. «La mia vita», scriverà al Viesseux in data 4 marzo 1826, «prima per necessità di circostanze e contro mia voglia, poi per inclinazione nata dall’abito convertito in natura e divenuto indelebile, è stata sempre, ed è, e sarà perpetuamente solitaria». Ciò che colpisce qui è, in primo luogo, ancora, quel è stata sempre (perché sempre?), questo collegarsi agli universali, agli assoluti, e il tono eroico, di una vastità ed eternità paurose, frutto della consapevolezza e abito del nulla, abitudine prima e poi dovere di non portare nel proprio essere alcuna amnesia, come se non si fosse mai mosso da quello stare seduto sull’ermo colle, mai più spostatosi da lì. Forse Monaldo, in assoluto, aveva ragione, extra Recinetum nulla salus, ma in altro senso: fuori dall’ingannevole e suadente conforto e vigliaccheria della casa e della famiglia ci sono il deserto e la conoscenza della realtà senza i conforti della religione, una convivenza, anche in mezzo alle conversazioni e agli amici, con la distruzione e l’annullamento. La frequentazione dell’ermo colle serve anche per non addomesticarsi; sarà uno dei suoi tormenti: il rifugiarsi nella famiglia, la tentazione di Recanati per andare a morirci, di arrendersi a tornare a casa con il motivo della consolazione che danno e garantiscono i familiari nelle tempeste dell’esistenza, il calore della casa natale, il conforto dei parenti nelle disgrazie della vita, e il pensiero caldo di tornare in famiglia quando sarà giunto il momento di morire. Ma se è vero che l’epistolario è attraversato fino alla fine da tale proposito, e tentazione, quando giungerà il momento (l’ora tra tutte la più sollecita), nella realtà, ubbidendo al ragazzo che se n’andava verso il colle volgendo ad altra parte, Leopardi andrà a terminare i propri giorni alle pendici di un vulcano, circondato dal mare impietrato della lava, non avendo più fatto ritorno dal naufragio dell’Infinito, fedele in primo luogo alla perpetua e splendida solitudine della giovinezza.

Questo allontanamento, questo procedere controcorrente rispetto alla casa, rispetto al borgo, rispetto a tutta la propria civiltà, volgendo le spalle per intraprendere il cammino dell’«ermo colle», anticipa il destino da viandante di Giacomo Leopardi (nel Passero solitario si descriverà nell’attimo in cui esce alla campagna verso una remota parte, ancora un luogo deserto, controcorrente, col sole che tramontando gli ferisce gli occhi, mentre tutti i ragazzi del paese stanno nella piazza tra le vie in festa). Con «ermo» è la lingua che parla attraverso Leopardi, e la lingua gli mostra un orizzonte che in quel momento non può intuire, non può definire, ma che si manifesta per la prima volta: in quell’«ermo» non c’è solo l’affezione di un eterno passato, perché più propriamente si tratta di una prefigurazione, del primo avverarsi di una sorte personale, quella dell’attraversamento e della visitazione dell’esistenza come deserto. Oltre che un luogo solitario, l’«ermo colle» è, così, una scelta di direzione e di destino filosofico; eleggerlo significa congedarsi dalle false rassicurazioni del tetto familiare, letteralmente disertare dalle convenzioni, dalle illusioni rassicuranti della civiltà. Lo struggimento per «l’ermo colle» è un riconoscimento della consapevolezza profonda del niente o del deserto, e di un destino di conoscenza. Tanto che la passeggiata solitaria dell’Infinito, verso il colle, e in direzione come detto di una fuga salvifica dalla famiglia e dalla casa, non si fermerà al ’19. Continuerà, anzi, e con più forza nelle erme contrade romane, nel deserto dell’Asia, nella peregrinazione spaventosa fino alle pendici del Vesuvio: tutti luoghi in cui Leopardi, secondo una modalità sacrale e mitica, ogni volta si siederà a contemplare il nulla. Non a caso ritroveremo l’espressione «ermo lido», o il suo concetto, anche altrove; pensiamo alle Nozze per la sorella Paolina, dove è ripreso, all’interno di un contesto nel quale viene indicato con la prossima unione, l’abbandono, da parte della sorella Paolina, delle illusioni della fanciullezza e dell’immaginazione fantastica nella vita per entrare nella realtà[8]. Il mondo senza più illusioni, fuori dall’eternità della fanciullezza, è un «ermo lido»: la caduta dai sogni dell’infanzia è descritta come caduta nella polvere della vita, e cioè come una caduta di bambino, uno scivolone umiliante e rovinoso per terra. Nell’«ermo colle» intravediamo l’«ermo lido» e già si prefigura spaventosamente l’orizzonte del deserto: se l’erme torri della canzone all’Italia mantiene un sapore pittoresco, sentimentale e retorico assieme alle mura e agli archi e alle colonne della decadenza storica e politica dell’Italia, l’ermo colle, l’ermo lido, l’erma sede del Bruto minore, l’erma terra della Vita solitaria procedono inesorabilmente per affezione e deserto, svelamento e amicizia del nulla. Solo a consolare alta nel cielo, la luna, in realtà ipostasi della commozione altissima del poeta (non a caso, l’ultimo componimento di Leopardi riguarderà il tramonto della luna, a sancire la fine dell’avventura, un canto che è epicedio, addio, congedo di Leopardi da se stesso: del suo tramontare e dell’eclissarsi della luce della sua poesia sopra i consolati deserti, come non ci sarà mai più dato di vedere).

Certo, all’altezza del ’19 «l’ermo colle» è ancora pieno di dolcezze materne, amniotiche, e il «dolce naufragar» ne è il vessillo finale: ci sarà bisogno di un lungo cammino perché si riveli, diventi «ignea bocca», fumante e minacciosa. Eppure, fin da subito, il sedere davanti alla siepe e sull’ermo colle diventa un’azione visionaria, filosofica, una grande ribellione e una spaventosa prefigurazione del pastore seduto nelle steppe dell’Asia e del poeta stesso, al termine dell’esistenza, seduto alle pendici del vulcano «sterminator Vesevo». Nell’ermo colle già si preannuncia una topografia o geografia terribile: con l’allontanarsi del giovane verso la campagna o volgendo le spalle alla casa verso l’ermo colle, si è messo in moto un meccanismo irreversibile e tremendo, in cui la parabola del figliol prodigo assume il senso di una rivolta, senza ritorno (del 9 dicembre 1826 sarà il passo dello Zibaldone – 4229, 4230 – sull’autorità paterna come simbolo di Dio e della provvidenza, rifugio e rassicurante sottomissione a leggi superiori e fiducia in un ordine superiore teologico). Non dimentichiamo che la conclusione dell’Infinito è irreversibile, senza ritorno, spazio da cui non si torna indietro, perché è iniziato il naufragio, lontano ormai dall’insulso occhio dei fari, come direbbe Rimbaud, della casa e della patria; con lo stesso impeto si siederà «all’ombra, sovra l’erbe» il pastore errante nelle steppe dell’Asia minore, e così anche la ginestra alle pendici del vulcano (ricorderà Leopardi di aver visto il fiore profumare e consolare le erme contrade della città di Roma, piene di ruderi che testimoniano la distruzione delle vestigia del passato)[9]. Sedere ai piedi del Vesuvio dopo aver toccato i deserti dell’Asia e al ricordo della solitudine provata a Roma tra le rovine testimoni della fine di una civiltà un tempo egemone definisce perfettamente la caduta nella polvere della vita. Si noti qui, ma questo esula dal presente discorso, che il «sedendo» dell’Infinito è un altro motivo che segnerà il percorso di Leopardi: l’ermo colle e l’atto radicale di stare a sedere contemplando il nulla è profetizzato nel naufragio finale dell’Infinito, e continuerà nel Passero solitario («Gli altri augelli contenti, a gara insieme/ Per lo libero ciel fan mille giri,/ Pur festeggiando il lor tempo migliore:/ Tu pensoso in disparte il tutto miri;/ Non compagni, non voli»), proseguendo nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia con la contemplazione del cielo stellato («La mente, ed uno spron quasi mi punge/ Sì che, sedendo, più che mai son lunge/ Da trovar pace o loco»), per infine trovare l’apoteosi nella Ginestra, là dove il colle ci si parrà come terribile monte («Sovente in queste rive,/ Che, desolate, a bruno/ Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,/ Seggo la notte; […]»).

L’Infinito, ovviamente, non si chiude, non c’è un ritorno a riva dal naufragio, la finzione nel pensiero è stata micidiale, conteneva un’intuizione o prova d’esperienza, meglio ancora: un’illuminazione. Con le idee e le immaginazioni non si scherza: alla stessa maniera l’emozione, la commozione dell’«ermo colle» avrà solo conclusione biologica con la morte, o con l’ultima poesia del ’36, quando lo ritroveremo, il colle, sul Vesuvio. Poi sarà spenta la luna e saranno spente le stelle scintillanti in cielo. Anche il rimpianto, ogni volta che torna, che tutto poteva, doveva, andare diversamente, ha il sigillo di un infinito, nel futuro, irrimediabile: «Sempre» – scrive, ad esempio, nello Zibaldone alla data «2 XII 1828», con avverbio d’attacco che conosciamo ormai bene e che ci mette subito in allarme – «mi desteranno dolore quelle parole che soleva dirmi l’Olimpia Basvecchi riprendendomi del mio modo di passare i giorni della gioventù, in casa, senza vedere alcuno: che gioventù! che maniera di passare cotesti anni!». Certo, è uscito di casa, ma la Basvecchi non intendeva così, pur sapendo bene di avere un nipote sempre esagerato.

Già all’altezza dell’Infinito noi abbiamo la prefigurazione (ma, l’abbiamo detto, certi ricordi antichi sono oracoli) e l’indicazione inesorabile e irrimediabile del tragitto verso cui si volgerà quel giovane uscito finalmente all’aperto: la siepe esclude lo sguardo da un orizzonte che sarebbe rassicurante e convenzionale, ed egli piega il passo in direzione del deserto. Avrebbe potuto optare per un paesaggio arcadico, per il giardino, invece sceglie l’«ermo colle», elegge il deserto come condizione rivelatrice, in primo luogo, della giovinezza («Credo però nondimeno che non vi sia giovane, qualunque maniera di vita egli meni, che pensando al suo modo di passar quegli anni, non sia per dire a se medesimo quelle stesse parole: “mamma mia che maniera di passare cotesti anni”!»). Non va a prendere consolazioni in un luogo rifugio, ma ne cerca uno dove sarà possibile esercitare la consapevolezza filosofica e restare fedele all’infanzia e all’eternità. Quando Leopardi dice che veniamo da un infinito nulla e siamo destinati a un infinito nulla, ci riporta semplicemente una rimembranza, e il dato epifanico per cui il colle è anche il Vesuvio e il deserto e l’elemento prenatale. Leopardi intuisce che il prima e il dopo corrispondono perfettamente, perché è sempre un nulla eterno che, per colpa del presente, della sensazione dell’esistere, e del vento che stormisce tra le piante o reca il suono dell’ora, commuove e strazia. Le dolcezze materne del «dolce naufragar», di fronte al Vesuvio e al suo monito, si perdono inevitabilmente: il mare dell’infinito si svelerà come «impietrata lava», come «flutto» così indurito «che par che ondeggi», appunto, conservando solo grottesca memoria dell’acqua e divenendo condizione fiera e titanica del naufragio. Leopardi avvia attraverso l’Infinito un distacco, una separazione che non porta ad alcuna terra promessa, se non quella della consapevolezza del nulla. La differenza sta tutta qui: Leopardi non è un viandante che attraversa il deserto, ma uno che lo abita, anzi vi ci sta seduto come uno stilita (e qui l’ermo del colle raggiunge il proprio significato definitivo), e non stupisce immaginare che potrebbe, allo stesso tempo, sostenere che questo deserto è per lui «caro», fu «sempre caro». Nel ’19 Leopardi ha ventuno anni: quando cerca di scappare, l’intenzione è di andare a Milano. Probabilmente non sarebbe cambiato nulla, perché in realtà la vera fuga, quella che diventa radicale, assoluta, è la fuga dei versi dell’Infinito: da intendersi come uscita dall’edificio politico, morale, etico e religioso del suo tempo, distacco dal mondo considerato in termini di mondanità; questo è anche ciò che rende insopportabile per i contemporanei (tutti i contemporanei) la direzione del pensiero e della poesia di Leopardi, per i quali la vita è piena di ricchezze, piena di conforti, piena di prospettive, di ottimismi, e fole, ed egli, invece, la definisce polvere e deserto, per concluderla alle pendici di un vulcano dove tutto il suo secolo «superbo e sciocco» (ma la più straordinaria definizione resta quella di «secolo impoetico»)[10] dovrebbe venire a specchiarsi.

 

  1. G. Leopardi, Zibaldone, 9 aprile 1827, 4278-79. Come scelta editoriale degli autori, le citazioni tratte dalle opere di Giacomo Leopardi e di altri grandi poeti della letteratura italiana verranno messe in nota solo con il titolo e l’indicazione della data o del numero, essendo facile oggi ritrovarle immediatamente su Internet.
  2. «Analizzate bene le vostre sensazioni ed immaginazioni più poetiche, quelle che più vi sublimano, vi traggono fuor di voi stesso e del mondo reale; troverete che esse, e il piacer che ne nasce, (almen dopo la fanciullezza), consistono totalmente o principalmente in rimembranza. (21 Mag.)». Ibidem.
  3. «Qual è colui che sognando vede,/ che dopo ’l sogno la passione impressa/ rimane, e l’altro a la mente non riede,/ cotal son io, ché quasi tutta cessa/ mia visione, e ancor mi distilla/ nel core il dolce che nacque da essa»: Paradiso, XXXIII, vv. 58-63.
  4. D. Alighieri, Vita nova e Rime: «[…] e però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire a li miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partio da le genti, e ricorsi a lo solingo luogo d’una mia camera, e puòsimi a pensare di questa cortesissima. E pensando di lei mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m’apparve una maravigliosa visione […]».
  5. Ibidem.
  6. F. Petrarca, Il Canzoniere, sonetto n. 234.
  7. G. Leopardi, Zibaldone: «La mutazione totale in me, e il passaggio dallo stato antico al moderno, seguí si può dire dentro un anno, cioè nel 1819, privato dell’uso della vista e della continua distrazione della lettura, cominciai a sentire la mia infelicità in un modo assai piú tenebroso, cominciai ad abbandonar la speranza, a riflettere profondamente sopra le cose (in questi pensieri ho scritto in un anno il doppio quasi di quello che avea scritto in un anno e mezzo, e sopra materie appartenenti sopra tutto alla nostra natura, a differenza dei pensieri passati, quasi tutti di letteratura), a divenir filosofo di professione (di poeta ch’io era), a sentire l’infelicità certa del mondo in luogo di conoscerla».
  8. «Poi che del patrio nido/ I silenzi lasciando, e le beate/ Larve e l’antico error, celeste dono,/ Ch’abbella agli occhi tuoi quest’ermo lido,/ Te nella polve della vita e il suono/ Tragge il destin; l’obbrobriosa etate/ Che il duro cielo a noi prescrisse impara,/ Sorella mia, che in gravi/ E luttuosi tempi/ L’infelice famiglia all’infelice Italia accrescerai […]»: G. Leopardi, Nelle nozze della sorella Paolina, vv. 1-11.
  9. «Anco ti vidi/ De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade/ Che cingon la cittade/ La quale fu donna de’ mortali un tempo,/ E del perduto impero/ Par che col grave e taciturno aspetto/ Faccian fede e ricordo al passeggero»: G. Leopardi, La Ginestra o il fiore del deserto, vv. 8-13.
  10. G. Leopardi, Zibaldone, 2 maggio 1829, 4497.

 

(fasc. 26, 25 aprile 2019)

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