Recensione di Luca Romano, “Il segretario di Montaigne”

Autore di Claudio Morandini

Il segretario di Montaigne di Luca Romano (Neri Pozza, 2018) è il romanzo storico che si vorrebbe sempre leggere: dettagliato, preciso, centrato su figure complesse e accattivanti, abile nel narrare ciò che lo storico può solo immaginare ma non dire (i dialoghi privati, i pensieri, gli atti segreti, quelli lontani da ogni ufficialità, quelli di cui si dovrebbe provare vergogna, le espressioni facciali, le esitazioni e i pentimenti), colorato e movimentato il giusto. Ora, se la vita di Michel de Montaigne è stata varia ma non propriamente avventurosa, ad aggiungere vivacità contribuisce la figura appunto del segretario, l’io narrante, prima soldato con curriculum di efferatezze militari, ma anche dotato di una sua ruvida etica, poi domestico, segretario e confidente del celebre autore degli Essais: a lui pertiene la parte più movimentata della narrazione, fatta di duelli, intrighi, morti ammazzati. Di un’epoca violenta e instabile quale quella in cui si muovono i nostri personaggi, egli, Jean-Marie Cousteau, è il paradigma: guerriero disgustato dalla guerra ma incapace di distaccarsene davvero, costruisce un’immagine di sé che non disgusti il suo padrone, e allo stesso tempo fa in modo di preservare quest’ultimo dalle minacce di un mondo in continua ebollizione.

Anche se più di una volta Cousteau indulge al vezzo di dichiararsi divagante e digressivo come il suo maestro nei capitoli degli Essais, il suo racconto resta serrato e incalzante. Il resoconto del viaggio di Montaigne in Italia e del soggiorno a Roma, che costituisce il corpo centrale e più cospicuo del romanzo, è anche, per noi, l’occasione di un’immersione in un’epoca dilaniata dalle guerre di religione, avvelenata dall’ambizione e dalle ripicche, da contrasti sociali spaventosi, da un senso religioso oppressivo. Montaigne, acutissimo analista di se stesso, e attraverso se stesso della natura umana, sembra galleggiare in quest’epoca grazie a una naturale amabilità e ai privilegi datigli dalla schiatta, dalla ricchezza, dalla protezione del re di Francia: ma lo sentiamo sempre un po’ sfasato rispetto a questo mondo che potrebbe rinnegarlo e accusarlo da un momento all’altro, soprattutto quando si muove dai suoi possedimenti e si mette in viaggio. Cousteau, accanto a lui, ne registra i pensieri fino a sentirsi parte di essi, o meglio, fino all’illusione di poterlo fare; lo aiuta ad affrontare i mali – la melancolia, che lo devitalizza per giorni, la calcolosi – che all’epoca non avevano alcuna vera cura. Eroe (o antieroe) di un epicureismo adattato all’epoca, cioè in gran parte nascosto e mascherato, proprio in questo Montaigne è espressione dei suoi tempi: nel gioco, arduo, in continua variazione, della simulazione e della dissimulazione – un anticipo di quella che sarà la temperie del secolo a venire. Tutti mentono, si travestono e si camuffano, nel romanzo di Romano, si ingannano a fin di bene o più spesso a fin di male, o si perdono dietro a formalismi che non sono altro che forme di camuffamento e depistaggio, come nelle lunghe, competentissime sequenze dedicate ai duelli: e a Roma, nel fasto dei costumi ecclesiastici e nobiliari, questa recita perenne diventa prassi comune, anche presso gli strati più bassi della popolazione.

(fasc. 26, 25 aprile 2019)

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