«Lasciate ch’io cerchi il mio cuore». Una lettera di Emanuel Carnevali

Author di Francisco Soriano

«Lasciate ch’io cerchi il mio cuore», scriveva Emanuel Carnevali (Firenze, 12 aprile 1897-Bologna, 11 gennaio 1942) alla fine di un’appassionata missiva che il poeta rivolgeva ai suoi migliori amici americani nel 1919 e inviava alla redazione della prestigiosa rivista «The Others». L’invettiva contro l’artificiosità della poesia modernista non venne pubblicata, ma ebbe una risonanza dirompente tanto da provocare la chiusura della rivista per volontà del poeta William Carlos Williams. Quest’ultimo dedicò tuttavia l’ultimo numero di «The Others» proprio a Emanuel Carnevali.

Derubricare questo straordinario scrittore nella sfera della prevalente narrazione dei “maledetti” può essere operazione fuorviante e accecante, distrarrebbe dal considerare la sua opera nella giusta ottica all’interno del panorama dei poeti italiani e americani del tempo. Originale e unico nel genere dei poeti della migrazione, egli si dedicò alla composizione di versi in lingua inglese con uno stile molto vicino al canone degli imagisti d’America, alla stregua di monumenti della letteratura come Ezra Pound e Max Eastman, Robert McAlmon e Harriet Monroe, infine William Carlos Williams. Convinto della sua scelta linguistica ed estetica in poesia, si premurò di esternare le proprie idee in un’altra missiva spedita a Harriet Monroe, che lo volle a Chicago come associate editor del periodico più importante del tempo, «Poetry»: «Voglio diventare un poeta americano perché, nella mia mente, ho ripudiato i modelli italiani di buona letteratura. Non mi piace Carducci, ancor meno D’Annunzio. Credo nel verso libero».

Nella lettera diretta alla rivista «The Others» Emanuel Carnevali cita uno a uno gli amici poeti che lo hanno accolto e, a tratti, addirittura osannato; tuttavia, nel testo egli si chiede e apostrofa:

Com’è che la loro infernale dissonanza non mi ha frantumato il cervello? […] Il violentissimo suggestivo e il profumatissimo, ubriacante turbinio che è Williams, il dolce semplicismo e la capriolesca amarezza che è Kreymborg; la fame vorace di Lola Ridge – fasci di luce che frugano un campo di battaglia, che affettano la notte densa e paurosa, che si rompono l’uno nell’altro per confluire in pozze d’oro brulicanti sui cadaveri; […] l’evanescente precisione di Bodenheim, e il suo atteggiamento perfettamente contenuto e trattenuto come quello di una signora, che lo è sempre in ogni suo gesto e in ogni posa. Come ho potuto metterli insieme?

In virtù del suo amore inusitato per la letteratura Carnevali dice di essersi reso conto durante l’esperienza newyorkese di dover «combattere dentro e fuori di me quello spettacolo travolgente, se volevo continuare a vivere il giorno dopo», riferendosi proprio a quei poeti amati e odiati che aveva avuto la fortuna di conoscere e con i quali aveva ottenuto la possibilità di argomentare di poesia singolarmente e come gruppo. Per la «salvezza della sua anima» aveva allora deciso di scrivere l’attacco.

Carnevali usa parole di straziante umanità e bellezza: suggerisce quello che moltissimi scrittori e poeti contemporanei dovrebbero capire e praticare con onestà e soprattutto serietà quotidiana. Poesia e prassi, scrittura e vita vissuta, parole e corpo vanno interpretati completamente e all’unisono nel reale, senza ipocrisie e scorciatoie. Tanta era l’inquietudine per le suggestioni che lo tormentavano che non riusciva neppure a dormire: «il buio che sbatte al termine di ogni giornata come un grande ventaglio nero non riesce a chiudermi le palpebre». Parole scritte con intensità, che lasciano davvero col fiato sospeso e commuovono grazie a questa capacità di scrivere anche in prosa, senza mai abbandonare il linguaggio poetico che resta come qualcosa di immanente e fondante: «Devo trattenere la gioia come si trattiene il respiro, perché questa gioia non mi faccia a pezzi scoppiandomi dentro. Da quel cervello che è il mio cuore sono volati via mille messaggi, sono innamorato e non posso vivere senza una risposta».

Carnevali si strugge perché prevede che gli amici poeti ai quali è rivolta la sua invettiva non gli risponderanno e afferma:

Così mi rispondo da me. E il mio dolore e il mio odio che voi non possiate rispondermi, perché siete irrimediabilmente, tremendamente diversi da quel che sono io. Vi odio. Un’eclisse può anche produrre tinte sfumate e piacevolissime, ma il sole odia la luna che ostacola il lavoro delle sue braccia. Odio colori e anime, odio sfumature e delicatezze, odio le danze. […] Io, proprio io, sono un dogma; e se sono un poeta, la mia poesia è un singolo grido – il grido del mio primo giorno di conoscenza persa in giorni di dissipatezza.

Carnevali trafigge il proprio cuore con le sue vicissitudini esistenziali di pari passo con il suo desiderio di attraversare i luoghi più impervi della poesia, sospirando e talvolta ansimando, fiaccato da sofferenze indicibili. Si vergogna dei suoi cigolii, sospiri, scricchiolii, degli strappi, nella speranza che infine questi lo conducano comunque a una chiarificazione, «nel vasto robivecchi della natura, un compagno da possedere e con cui dare vita a una immagine».

La sua fede nella poesia è illimitata, ha dell’eterno, non si sottrae al sublime canto seppur nel disagio:

quando emergendo da tempeste di dubbio, di dolore, di squallore e di nullità io sono io – io sono un poeta, voglio dire – quando sono inondato dall’amore (che voi eterni borghesi non dimenticherete di chiamare odio) e in me ribolle il divino (o satanico, se preferite) desiderio di fare; allora qualsiasi semplice frase come “io odio”, è come il sole.

Le argomentazioni di Carnevali diventano man mano asserzioni, conclusioni, definizioni. L’essere poeta prevale su ogni cosa del mondo, ne esalta l’estetica come forma e sostanza della diversità, luogo immaginifico per eccellenza seppur nella realtà drammatica di un sobborgo: proprio qui risiede la capacità di attraversare i sentieri del sorprendente. La questione è l’essere coerenti con quanto si ritiene fondante per testimoniare a sé stessi, soprattutto, ciò che si è: infatti la prassi nel vissuto non accetta compromessi, mezze ammissioni, elucubrazioni, giustificazioni. Per questo poeta le immagini servono e ricompensano, ed, essendo «capricciose, giocose, arbitrarie, non possono sopportare per tutto l’oro del mondo che qualcuno le guardi con occhio inquisitore».

Carnevali è il poeta, l’espressione massima di un essere proteso completamente verso la poesia nell’arduo tentativo di incarnazione: egli non ha nessun interesse allo spettacolo, alla manifestazione del superfluo, si definisce solo per l’onestà intellettuale nei confronti di quanti vedono la poesia come un mezzo o uno strumento. La poesia è altitudine o profondità, assoluto o pensiero immanente, poetante:

non sono qui per dare spettacolo, non ho mai sentito bisogno di esibirmi. Non lo faccio mai. Quello che voglio dire è – le mie conquiste in superiorità sono – con un benedetto luogo comune, per sempre, infinitamente, finché riuscirò a tenere in mano – ciò che la mia obiezione è. L’immagine e la mia gioia per l’immagine sono un cerchio e non ci sono brecce in cui qualcuno possa entrare. Io voglio essere ciò che al mondo manca. Se possibile, la bellezza che è l’uomo contro la bruttezza che è l’uomo; se possibile tutto ciò che al mondo manca veramente.

La disperata vitalità di Carnevali si rileva con chiarezza fra le righe della sua missiva quando asserisce di fare obiezione senza tentennamenti nei confronti di un mondo che si dirige verso la deriva, marcisce, perché egli ha «troppo amato la vita per vederla così diffamata, violata e disonorata per amore di un mondo… che va verso il nulla». Dunque, l’obiezione come metodo di induzione all’analisi, alla poesia, alla prosa è una straordinaria quanto consapevole qualità che esula dalla connotazione semplicistica di un uomo dalla vita maledetta e distruttiva, nella sua accezione più nichilista. Al contrario, in Carnevali si evince uno stato di “euforia” vitale, di desiderio di costruzione decifrabile: «ho diritto di fare obiezione per la mia costante capacità di cambiare, per il mio continuo venir scosso da me stesso, per il mio rifiuto di essere uno dei segni della fine del mondo, per il mio… continuare».

Un senso di eterno pervade un personaggio così sorprendente per la forza rigenerativa che la vita vissuta gli aveva imposto, già nell’aprile del 1914, a soli 16 anni, quando aveva lasciato il proprio paese per recarsi in America. Una vita infelice e matrigna non lo aveva certo rinchiuso in un mero stato di angoscia, ma gli avrebbe imposto una rottura, forse una fuga, certamente un cambiamento, come quelli ai quali si richiama in questa sua lettera alla redazione di «The Others». Delusione e dolore non gli erano mancati neppure nella “terra promessa”, ma ancora una volta Carnevali scriveva che «c’è sempre una piccola luce accesa, che mi guidava attraverso l’America, questo paese al buio. Sapevo di essere un poeta e covavo nel mio animo la voglia di scrivere». La forte tensione morale, più volte scambiata dai critici per lucida follia, faceva dire al poeta di sentirsi «un dio che cerca per il mondo quello che dev’essere creato». L’incompiuto è la sua forza, il suo mantra ripetuto agli amici poeti affinché comprendano l’inquietudine di un uomo che considera una qualità assoluta l’essere incompiuti, addirittura immortalità ed eternità se la «vita (è) in continuo mutamento».

«Vivo solo in primavera e quando il sole splende», continua Carnevali nella sua confessione di fedeltà amorosa verso la poesia. Egli elenca alcuni momenti della sua azione poetica, in quanto bellezza, in una sorta di processo di crescita alla stregua di un fiore:

1) chiuso bocciolo di quindici petali, tenuto dalla mano dei sepali, nervosa e pronta a rompersi; 2) ogni sepalo cade e ogni petalo si apre per dare agli altri una possibilità; 3) i petali si dispongono su tre piani e formano un’apertura assoluta, un’apertura a cose da ogni direzione, un’apertura per il dare e per il prendere. La mia azione è più di questo (forse non c’è un fiore come questo): io sono colui che incarna, e passo svelto tra i cambiamenti radicali più della natura nel suo meccanico mutare di stagioni.

La salvezza è nell’utilità dell’arte, e tutto ciò che induce un artista a non crederlo è indegno dell’epoca in cui vive:

di tutte le attività umane, l’unica utile è l’arte. Sosterrò questo assioma, non importa dove i corollari condurranno voi, lo sosterrò anche se vi costringesse a conclusioni come queste: che la sola azione è l’apatia, che pratico è solo ciò che è decisamente non-pratico… […] Voi artisti puri, voi non-utilitaristi, voi mezzi e mezzi, voi socialisti, voi anime della serenità suprema, l’ultima indifferenza, il più alto orgoglio – irraggiungibile da gambe deboli –, quello dell’uomo che, anche se solo al mondo, parla la lingua del mondo; fateci vedere che sfidate il pericolo che porta un artista alla follia e alla dannazione, il pericolo di essere creduti il megafono di tutti quei luridi simboli della morte e del riposo che portano nomi luccicanti come Dio, vita, bellezza, libertà, democrazia e pace lungo le strade della plebe presidiate dai bidoni della spazzatura.

La scrittura è per lui un moto perpetuo, talvolta «un senso di silenziosa esaltazione», come aveva espresso in altri contesti: «I miei pensieri erano oscuri, chiusi in un buio mentale, perché non trovavo quasi mai le parole per esprimerli. E fu allora che avvertii questo terribile fuoco che è dentro di me, un fuoco che tenta continuamente di sfuggirmi di mano».

Per Carnevali si può parlare di «letteratura come di qualcosa di diverso dalla vita solo quando è più vita della vita stessa – e tale è sempre, se chiamate vita quella morte che la plebe vive. Il poeta è diverso dall’uomo solo se è più uomo della solita bestia». Dunque, egli rimprovera ai suoi amici di aver progettato una “rivistina” letteraria che discorre di tecnica e di tecnici, mentre più di ogni altra cosa è importante possedere una tecnica e parlare come fa Ezra Pound. Quello che chiede Emanuel è sincerità e verità, perché la mancanza di sincerità è la prova di una mancanza di carattere e personalità: «e se voi siete poeti come dicono, io non voglio essere un poeta». Di sé stesso ha rispetto spesso detestandosi, ed esalta gli opposti che sembrano dilaniarlo: morte e resurrezione, e «quel tormento che si chiama vita che sempre cambia».

Carnevali si congeda in un ultimo atto d’accusa con l’odio e l’amore di un uomo appassionato delle parole, della loro forza evocatrice, della loro insensata e reale capacità di condurci in sentieri inesplorati e mai vissuti prima. Nelle pagine di The First God diceva che le poesie «consumavano i miei pensieri, muovendosi come un esercito di formiche nel mio cervello oppure divorandomi come tanti vermi. Perché questa preoccupazione per le parole, pensavo, se non c’è nessuno che le ascolti?».

Scrisse di lui il critico francese R. Michaud:

A Emauel Carnevali, un emigrato italiano, venne riservato il compito di purgare la poesia nordamericana da ogni artificio. Sotto a ciascuno dei suoi versi c’è un uomo che soffre: in lui c’è un realismo non soltanto pittoresco ma umano e commosso. Mentre gli Imagisti saccheggiavano i musei e le biblioteche, Carnevali cercava la sua poesia nei ghetti e nelle taverne di New York e illuminava gli aspetti luridi e triviali della vita con una chiarità tutta sua, affascinante e buona.

Il successo fu un evento incredibile nella carriera letteraria di questo poeta che nel 1918 vinse il primo premio For Young Poet organizzato dalla prestigiosissima rivista «Poetry» di Chicago. Per un breve periodo Carnevali fu segretario di Joel Elias Spingam, amico di Benedetto Croce. Fu per questo motivo che volle cominciare una corrispondenza epistolare, oltre che con Croce, con Prezzolini, Papini, Soffici, Slataper e Palazzeschi.

Carnevali volle una vita che fosse una realtà da conseguire attraverso la poesia. Ideale incompiuto anche per la brevità della sua esistenza, dimostrò tuttavia quanto fosse arduo realizzare il sogno di una scrittura salvifica, il compimento di un talento cristallino che rimase nella sua scrittura, probabilmente, un canone acerbo seppur fulgente di passione e originalità che appartengono solo ai grandi scrittori della nostra storia letteraria:

Lasciate ch’io cerchi il mio cuore:

Nel limo, nella nera terra del mio paese.

Il mio cuore è profondamente sepolto nel cuore della mia terra

E non può lamentarsi.

Ho ricevuto uno stupido, stupidissimo messaggio

Dal mio cuore.

(Pure, chissà dove sta). Diceva: «Spegni il

Fuoco che c’è in me o

Darò fuoco al mondo»[1].

  1. Traduzione di Daniele Gigli, in E. Carnevali, Finché Dio ci vede. Poesie, a cura di D. Gigli, Milano, Edizioni Ares, 2023.

(fasc. 53, vol. II, 13 ottobre 2024)