Nel centesimo anniversario della scomparsa (per mano fascista) di Giacomo Matteotti, molto è stato detto e scritto sulla sua vicenda e sulla sua figura. È difficile aggiungere qualcosa di significativo. Io mi limiterò a formulare dei pensieri sparsi.
Quel viale Giacomo Matteotti
Il primo pensiero che si affaccia rimanda all’immagine di Matteotti che di lui avevo quando ero molto giovane e all’uso, diciamo così, che di quell’immagine mi veniva spontaneo fare. Sono ricordi del tempo in cui ero studente delle superiori. Erano gli anni Sessanta (prima del Sessantotto). In giovani in formazione, com’ era chi scrive, a quel tempo, si andava affacciando e formando (fra gli altri sentimenti) anche una forte passione politica. Una passione, e un’idea politica, vagamente di sinistra, scevra da furore ideologico e lontanissima dalle pulsioni violente che sarebbero emerse nel decennio successivo. Di politica capitava di discutere animatamente fra amici e compagni di scuola. Ognuno esibiva la propria identità. A me capitava di confrontarmi soprattutto con un coetaneo che aveva chiare simpatie di estrema destra. Era una sorta di rito. C’era animosità, ma nemmeno una traccia di astio. La contrapposizione radicale non intaccava il rapporto umano e l’amicizia. E questo, al di là delle differenze profonde che c’erano fra noi (e che si sono mantenute in età adulta e nel tempo), è un elemento di cui conservo un grato ricordo.
Nelle nostre ricorrenti e vivacissime discussioni, lui metteva polemicamente in risalto la natura, a suo dire, corrotta della partitocrazia democratica. Io rispondevo ricorrendo alla storia e ricordando il martirio di Giacomo Matteotti. Se la memoria non m’inganna, per andare verso la scuola, passavamo per un viale che proprio a Matteotti era intitolato. Quando lo imboccavo, davanti all’iscrizione del suo nome, mi veniva di rendergli spesso, mentalmente, omaggio. Matteotti: un nome-simbolo e una personalità-simbolo.
Con il passare degli anni (ad esempio, durante gli anni Settanta), dico la verità (vergognandomene un tantino), a Matteotti mi è capitato di pensare un po’ meno. Pur senza disconoscerne la statura e il ruolo, e non dimenticandone il sacrificio, devo ammettere che altri riferimenti, nel clima ideologico di quel tempo, erano quelli cui veniva spontaneamente di dare risalto. Era come se, senza averne piena consapevolezza, intimamente si fosse affermato un meccanismo che induceva, al di là del doveroso omaggio mentale, a ritenere che in fondo, suvvia, quelli di Matteotti erano una figura e un percorso troppo segnati dal gradualismo e da una sorta di moderatismo riformista (al di là dell’intransigenza antifascista), poco in sintonia con il clima ideologicamente “rivoluzionario” del periodo che allora stavamo vivendo. Un limite, come una voce sembrava andasse nascostamente suggerendo, difficilmente perdonabile. Ma era una percezione del tutto passeggera. Ben presto, quell’apparente limite, che allora poteva sembrare evidente, è tornato a essere considerato come una dote preziosa. Una dote (e, potremmo dire, un’eredità politica e morale) di cui, in occasione della ricorrenza di questo centenario (a riprova del fatto che gli anniversari, se ben usati, non sono affatto inutili), è importante dare pienamente conto. Di Matteotti vanno, certo, ricordati l’assassinio e il martirio, avvenuti in modo vile e realizzatisi come annuncio del pieno instaurarsi della dittatura.
Una vita paradigmatica
Ma di lui è importante ricordare, prima di tutto, quel che egli è stato in vita. Una vita, sia detto senza retorica alcuna, per tanti aspetti, paradigmatica ed esemplare. Paradigmatica ed esemplare da più punti di vista. Intanto, per la scelta di fondo che la caratterizza.
Giacomo nasce in una famiglia benestante e il suo «naturale» destino di privilegiato sembrava già scritto nell’ordine delle cose. Ma ci sono casi in cui la ragione, la coscienza, il cuore o l’amore per la giustizia portano a opzioni imprevedibili. Così è per Matteotti. Che, nato ricco, decide di mettersi al servizio dei lavoratori, dei poveri e dei diseredati. In un ambito e in un contesto diverso, è quanto del resto avrebbe fatto Lorenzo Milani. È la conferma che l’importante non è quale origine si abbia e da dove si venga. L’essenziale è dove si va e come si decide di orientare la propria vita. Quella strana figura di signore che si dedica a organizzare lavoratori e ceti subalterni, a insegnare loro la strada per rivendicare i propri diritti, senza abbassare più la testa davanti ai potenti, verrà più volte sbeffeggiata da nemici e avversari politici. Ma tutto, salvo la mancanza di coerenza, potrà essere rimproverato a Matteotti. Che alla sua opzione etica e politica di fondo rimarrà fedele, mettendo fatalmente a rischio, come i fatti si incaricheranno poi di dimostrare, sé stesso e la sua incolumità. Senza mai tirarsi indietro.
D’altra parte, una nota distintiva della sua azione sarà sempre l’estrema concretezza. Una concretezza in linea con la sua identità e la sua scelta inequivocabilmente riformista. Una scelta che, come è noto, gli procurò non poche incomprensioni, se non ostilità, anche in una sinistra incline al massimalismo, al rivoluzionarismo inconcludente e all’ideologismo. Matteotti, d’altra parte, anche qui in maniera estremamente conseguente, prese estremamente sul serio e seppe qualificare, in senso profondo, il suo ruolo di parlamentare.
Il Parlamento, a differenza di quel che pensava, in sostanza, una parte della sinistra (estrema, e non solo), non era, per lui, solo una sorta di tribuna da usare per dare risonanza al proprio credo politico e ideologico. Era l’ambito istituzionale in cui si esprimeva la dimensione della rappresentanza della volontà del popolo, da riempire con iniziative atte ad allargare e difendere gli spazi di libertà e a migliorare le condizioni di vita dei cittadini e dei lavoratori. Ed è proprio in quel Parlamento, di cui bisognava difendere le prerogative e la libertà di azione, che Matteotti pronuncerà l’orazione che lo condannerà a morte. Un discorso che il deputato socialista farà, con grande coraggio, in mezzo ai rumori e alle interruzioni, come ricordano i verbali, con la piena consapevolezza del pericolo mortale cui si esponeva. Come è noto, si dice che Mussolini, dopo le infuocate e ferme parole di accusa che aveva ascoltato in aula, avesse detto ai suoi fedelissimi: «Ma Dumini che fa? Quello là non deve più circolare!». Dumini, cioè il capo del manipolo che tenderà l’imboscata a Matteotti, lo rapirà e lo eliminerà fisicamente.
Perché Matteotti fu, così brutalmente, ucciso? Certo, per la sua frontale e irriducibile opposizione al fascismo e alla, ormai visibile, trasformazione dell’Italia in un Paese retto da un regime autoritario. Ma, si dice anche, che lo si sia voluto mettere a tacere perché, indagando, era venuto a conoscenza di brutti affari di corruzione e di tangenti in cui erano implicati personaggi di primo piano del fascismo (incluso, a quel che sembra, il fratello del Duce, Arnaldo). Un’indagine, scomoda per i potenti e potentissimi del momento, che Giacomo Matteotti aveva svolto, interpretando, anche qui, in maniera conseguente, il suo ruolo di oppositore, ma, anche e ancor più, semplicemente, il suo mandato di parlamentare, con compiti di controllo e di verifica. Un lavoro di controllo e di verifica che fu evidentemente condotto con totale sprezzo del pericolo e a costo della vita. Mussolini e i fascisti, va ricordato, dopo il ritrovamento dei poveri resti dell’oppositore socialista, ebbero momenti di grande sbandamento. Ma l’inefficacia e lo scarso mordente delle opposizioni, come ricorda la storia, riconsegnarono loro l’iniziativa e il controllo della situazione.
La lezione della Storia
Fu Mussolini stesso, in uno storico discorso, ad assumersi la responsabilità politica (se responsabilità c’era, egli disse) di tutto quel che fascisti, e squadristi, e violenti, erano andati fin lì facendo. L’era fascista poteva avviarsi. Matteotti non c’era più. E, con lui, tutti gli oppositori più fermi erano stati, o sarebbero stati presto, eliminati o incarcerati o costretti all’esilio. Ma liberarsi dell’immagine, dell’ombra o della memoria di quello scomodo deputato di Fratta Polesine non sarà così semplice. Intanto, val la pena di ricordare, dopo il ritrovamento delle sue spoglie, il comportamento di grande dignità della moglie Velia, che a Giacomo era stata legata da un forte sentimento e da un rapporto di grande sintonia e intesa. La salma di Matteotti fu trasportata al suo paese di origine da un treno il cui orario e percorso furono, il più possibile, tenuti nascosti e segreti. Ma prima della sepoltura non poté certo essere impedito l’omaggio spontaneo della gente che, così in gran numero, avrebbe stretto un cerchio di affetto e di grata riconoscenza attorno ai resti martoriati di quell’uomo che ne aveva difeso i diritti e la libertà.
Sono fatti di cento anni fa. Una penosissima notizia di cronaca dei nostri giorni ci fa sapere che i condomini del palazzo in cui Matteotti aveva abitato non vogliono che sulla facciata sia apposta una targa che ricorda che egli è stato «vittima del fascismo». Che è niente altro che una verità storica. Non c’è da giudicare né da puntare il dito contro nessuno. Ma certo lo stupore e l’amarezza, di fronte a casi come questi, emergono spontanei. In generale, è forse il caso di dire che è giusto commemorare, ma che è opportuno anche riflettere.
Un caso come quello, drammatico, di Matteotti forse non si sarebbe verificato, se la vittima non fosse stata lasciata in una sostanziale, e terribile, solitudine. Forse, l’avvento stesso del fascismo come regime autoritario non sarebbe stato possibile se le opposizioni, pur mantenendo la loro diversità di posizioni e di identità, avessero saputo costruire momenti significativi di convergenza e una strategia unitaria. Ancor meno, il procedere incontrastato del fascismo si sarebbe potuto realizzare se si fosse cercata, e percorsa, la strada di un accordo fra socialisti e popolari (anche se, in momenti in cui fortissimi erano i contrasti ideologici e le pulsioni identitarie, la cosa sarebbe risultata problematica perfino per dirigenti dalla mentalità aperta, come lo stesso Matteotti).
Certo, non ci si può misurare con le vicende del passato ricorrendo ai “se” e ai “ma”. E, tuttavia, l’occasione stessa del ricordo, in questo centenario così importante, della figura e del percorso di Matteotti (del suo intransigente riformismo, del suo coraggio e della sua solitudine) potrebbe o dovrebbe stimolarci ad apprendere qualche utile lezione dalla storia.
(fasc. 54, 25 novembre 2024)