Quel ramo… quella Roma: «come Catilina». Nota sui “Promessi Sposi”

Author di Michele Armenia

L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose1.

Ecco che questa pagina, sintatticamente così irta, non ci appare più misteriosa, è una grande panoramica con carrellata, è una discesa a volo d’uccello (…)2.

Si nunc se nobis ille aureus arbore ramus
ostendat nemore in tanto (…)

(Eneide, VI, vv. 187-188)

Si mihi, mater, placidae palumbes
arborem monstrent ubi mirus ille
clam latet ramus (…)

(F. Bandini, Ramus aureus, III, vv. 109-110)3

Il lettore del capolavoro manzoniano, giunto per gradi alla conversione dell’Innominato, non può non gioire, alfine, per Lucia liberata (cap. XXIV): supposto che egli sia bonus lector/bonus civis. Di contro, il vanaglorioso don Rodrigo, «fulminato da quella notizia così impensata, così diversa dall’avviso che aspettava», decide di venirsene a Milano: «partì come un fuggitivo, come (ci sia un po’ lecito sollevare i nostri personaggi con qualche illustre paragone), come Catilina da Roma, sbuffando, e giurando di tornar ben presto, in altra comparsa, a far le sue vendette» (cap. XXV).

Se volessimo tener dietro alla similitudine, con lineare consequenzialità, dovremmo intendere che il territorio di Lecco (e nello specifico il paesetto dei protagonisti, che avrà echi iliadici nella famosa notte)4 stia per Roma (o per “chi” ne fa le veci), mentre Milano per Firenze e dintorni (Fiesole e Pistoia), ovvero i luoghi di partenza e di arrivo, ove e il “sollevato” e il “sollevante” non protrarranno a lungo la loro permanenza terrena. Tale richiamo “sfacciatamente” storico dev’essere considerato un peregrino “sollevamento” di nessuna rilevanza o ha a che fare con un “filo” che innalza la storia, in tutto o in parte, all’illustre paragone?

Se don Rodrigo può figurare da Catilina, chi potrebbe, invece, rappresentare il “suo” Cicerone/pater patriae (o almeno la sua principalissima ipostasi) se non un uomo, un “padre” di alto profilo morale e spirituale come fra Cristoforo? Anch’egli un homo novus, come illustra ampiamente l’autore al capitolo quarto, avverso ai prepotenti e malversatori («sentiva un orrore spontaneo e sincero per l’angherie e per i soprusi»), che già l’Arpinate aveva cominciato a combattere in Sicilia (In Verrem): sarà un caso che la prima destinazione dell’allontanamento del frate, nel Fermo, sia Palermo, poi “corretta” e aggiornata in Rimini nei Promessi (in grazia di Murat)? Convergendovi pure la famosa rivolta dei Vespri siciliani (l’ora in cui prende inizio la storia, con don Abbondio che «diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l’altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l’indice della mano destra»), simbolicamente assunta come la prima sollevazione nazionale contro l’oppressore.

La sua “sollecitudine” nel correre alla casetta delle due donne in apprensione potrebbe, forse, adattarsi, mutatis mutandis, a quella del console romano verso la Res publica:

Se una poverella sconosciuta, nel tristo caso di Lucia, avesse chiesto l’aiuto del padre Cristoforo, egli sarebbe corso immediatamente. Trattandosi poi di Lucia, accorse con tanta più sollecitudine, in quanto conosceva e ammirava l’innocenza di lei, era già in pensiero per i suoi pericoli, e sentiva un’indegnazione santa, per la turpe persecuzione della quale era divenuta l’oggetto. Oltre di ciò, avendola consigliata, per il meno male, di non palesar nulla, e di starsene quieta, temeva ora che il consiglio potesse aver prodotto qualche tristo effetto; e alla sollecitudine di carità, ch’era in lui come ingenita, s’aggiungeva, in questo caso, quell’angustia scrupolosa che spesso tormenta i buoni.

Non sorprende, dunque, la «coloritura ciceroniana»5 in bocca al frate, all’udire la «dolorosa relazione» della povera Agnese sull’accaduto: «o Dio benedetto! fino a quando…!», che simula l’attacco della prima Catilinaria «senza compir la frase», preceduto, com’è normale post Christum natum, da un’invocazione di biblico accento, mentre la patientia, non più virtù umana di cui si abusi, viene raccomandata a Renzo dal frate in una prospettiva provvidenziale, dopo aver constatato che «non c’è nulla da sperare dall’uomo», «e tu, Renzo….. oh! credi pure, ch’io so mettermi ne’ tuoi panni, ch’io sento quello che passa nel tuo cuore. Ma, pazienza! È una magra parola, una parola amara, per chi non crede; ma tu…..! non vorrai tu concedere a Dio un giorno, due giorni, il tempo che vorrà prendere, per far trionfare la giustizia? Il tempo è suo; e ce n’ha promesso tanto!» (cap. VII).

La storia, com’è noto, termina nel tardo 1630 col matrimonio dei protagonisti, cui fa seguito «una vita delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili»: una sorta di aurea aetas, «una nuova cuccagna» (cap. XXXVIII), come (volendo sollevarla a un illustrissimo paragone) la pax augustea dopo il bellum civile. Ma quando ha inizio, effettivamente? Se all’anno conclusivo togliessimo le due cifre estreme (1,0), saremmo immantinente proiettati, con impensata analessi, al 7 novembre del 63 (ante Christum natum, s’intende), allorché due sicari (come i due bravi di don Abbondio) si recano a casa del console per rendergli l’estremo saluto6. Un pallido riflesso di tale visitatio si ha dopo la famosa notte degli imbrogli e dei sotterfugi:

quella medesima mattina, il console, stando nel suo campo, col mento in una mano, e il gomito appoggiato sul manico della vanga mezza ficcata nel terreno, e con un piede sul vangile; stando, dico, a speculare tra sè sui misteri della notte passata, e sulla ragion composta di ciò che gli toccase a fare, e di ciò che gli convenisse fare, vide venirsi incontro due uomini d’assai gagliarda presenza, chiomati come due re de’ Franchi della prima razza, e somigliantissimi nel resto a que’ due che cinque giorni prima avevano affrontato don Abbondio, se pur non eran que’ medesimi. Costoro, con un fare ancor men cerimonioso, intimarono al console che guardasse bene di non far deposizione al podestà dell’accaduto, di non rispondere il vero, caso che ne venisse interrogato, di non ciarlare, di non fomentar le ciarle de’ villani, per quanto aveva cara la speranza di morir di malattia. (Cap. VIII)

Non sappiamo se, quella notte, il console romano dormì profondamente al pari del principe di Condè o ebbe a spenderla «in consulte angosciose» come don Abbondio: fatto sta che la mattina seguente la congiura fu apertamente denunziata in Senato («Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?»), costringendo l’orditore del fallito colpo di stato alla fuga (“esilio volontario”, lo autodefinì) in Etruria; anche don Rodrigo, «che, credendo di far quietamente un gran colpo, gli era andato fallito con fracasso» (cap. XI), «stette rintanato nel suo palazzotto, solo co’ suoi bravi, a rodersi, per due giorni; il terzo, partì per Milano» (cap. XXV), ove il Lazzaretto fu per lui come il campo di battaglia di Pistoia per Catilina.

Che Manzoni volesse creare un legame, un “filo”, tra le due vicende, sembra dimostrarlo il fatto che e il paragone col congiurato romano e la precisione della data iniziale fossero assenti nel primo romanzo; e la loro aggiunta convergente, che dal Fermo muove ai Promessi, ne segnala una lucida attuazione: «Non essendosi presentato alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato».

  1. I. Calvino, Le città invisibili, Torino, Einaudi, 1991, p. 21.
  2. U. Eco, Panoramica con carrellata, in «L’Espresso», 24 febbraio 1985.
  3. Cfr. la URL: http://www.vatican.va/roman_curia/institutions_connected/latinitas/documents/rc_latinitas_20050208_ramus-aureus_lt.html (ultima consultazione: 31 luglio 2018).
  4. G. Pascoli, Eco di una notte mitica, consultabile alla URL http://www.classicitaliani.it/…/prosa/pascoli_eco_nottemiti… (ultima consultazione: 31 luglio 2018). Oltre alle note pascoliane, che associano la notte del fallito rapimento di Lucia alla mitica presa di Troia narrata da Virgilio per bocca di Enea nel libro secondo del poema, una spia sottile ma tenace del legame allegorico tra la casetta delle due donne e la città omerica è data, ci sembra, da un verbo: «scalar» (nella traduzione montiana, ovviamente nota a Manzoni), utilizzato al cap. VIII in un momento cruciale: «Il Griso trattenne la truppa, alcuni passi lontano, andò innanzi solo ad esplorare, e, visto tutto deserto e tranquillo di fuori fece venire avanti due di quei tristi, diede loro ordine di scalar adagino il muro che chiudeva il cortiletto, e, calati dentro, nascondersi in un angolo, dietro un folto fico, sul quale aveva messo l’occhio, la mattina». Si confronti con alcuni famosi versi del sesto libro dell’Iliade montiana (vv. 564-571): «Al caprifico i tuoi guerrieri aduna,/ Ove il nemico alla città scoperse/ Più agevole salita e più spedito/ Lo scalar delle mura. O che agli Achei/ Abbia mostro quel varco un indovino,/ O che spinti ve gli abbia il proprio ardire,/ Questo ti basti che i più forti quivi/ Già fêr tre volte di valor periglio (…)». C’è lo «scalar adagino il muro»/«lo scalar delle mura», il «folto fico»/«caprifico» e il particolare della scoperta di quel punto/luogo «sul quale aveva messo l’occhio, la mattina»/«O che spinti ve gli abbia il proprio ardire».
  5. A. Manzoni, Promessi Sposi, a cura di F. De Cristofaro, Milano, BUR, 2015, II, p. 192.
  6. Sallustio, De Catilinae coniuratione, 28, 1-3, trad. V. Alfieri: «A tai detti, mostrandosi tutti gli altri atterriti ed incerti, Cajo Cornelio, Cavaliere, e Lucio Vargontejo, Senatore, fermarono d’introdursi con armati in quella notte stessa da Cicerone, come per visitarlo, e nella propria casa improvvisamente inerme assalitolo, trucidarlo. Ma Curio, avvisato del grave pericolo che a Cicerone sovrasta, per mezzo di Fulvia, prontamente il preparato inganno gli scopre. Vietato perciò agli assassini l’ingresso, siffatto delitto a vuoto mandavasi».

(fasc. 22, 25 agosto 2018)