
(Collezione privata di «Diacritica»)
Guido Sironi, tenente del 214° reggimento fanteria, brigata Arno, fu catturato a Passo Zagradan tra il 25 e il 26 ottobre 1917.
Il suo I vinti di Caporetto (edito nel 1922; cfr. Fig. n. 1) reca il sottotitolo Ricordi di prigionia: nella breve premessa, l’autore ci tiene a precisare che il volume «non ha nessuna intenzione letteraria, ma vuol essere soltanto un documento per la storia completa della grande guerra»1. Aggiunge di aver «tentato di mettere in luce» sia la vita esteriore sia quella interiore dei prigionieri di guerra e di aver «descritta la verità umana, senza veli», resistendo alla «facile tentazione di dare un colore eroico alle nostre mediocri vicende». I suoi ricordi sono dedicati a Paolo Wilmant, compagno di battaglia e di prigionia sepolto a Cellelager, e a Renzo Vitrotti, concittadino che condivideva con lui «ideali di italianità onestamente professati»2 e che, per Sironi, simboleggia tutti i prigionieri di guerra «ingiustamente dimenticati». Altri due punti della breve Prefazione sono degni di nota: l’affermazione che «nel ricordo dei morti sentono di nobilitarsi anche i vivi, reduci dal martirio», che rammenta il dissidio interiore di tante pagine di Primo Levi sulla sindrome del “sopravvissuto”; e il ringraziamento finale a Giuseppe Talamoni (1886-1968), l’artista monzese che illustrò le pagine del cosiddetto “diario”, regalando all’«arido mio racconto la suggestiva vibrazione di una memore poesia. Di questa suggestione io non ho alcun merito», un modo di ribadire ulteriormente la finalità non artistica del proprio libro, da parte dell’autore. Curioso, però, che il primo ricordo del capitolo iniziale, intitolato La battaglia, quello dell’8 ottobre 1917, esordisca così: «Giornate piovose»3, frase ellittica di verbo seguita da un a capo evocativo.
Con un abile espediente narrativo ‒ l’introduzione, tra due trattini lunghi, del commento «al solito», riferito alla usuale mancanza di ordini, tra una tappa e l’altra del viaggio, che indichino come proseguire ‒ Sironi fa capire al lettore, dopo alcune righe, che ci si trova in medias res, non all’inizio del percorso, ma in una fase cruciale: anche la scelta di tagliare i ricordi precedenti denota una certa padronanza della tecnica del racconto di una storia, e l’indubbia capacità di andare direttamente “al cuore” della narrazione, senza inutili digressioni. Lo stile di Sironi è asciutto, ma, per questo, forse ancora più evocativo: le parole pesano e il procedere per periodi brevi, con prevalenza di paratassi e molti punti fermi, accelera il ritmo della sua prosa.
Il racconto del percorso lungo la «strada camionabile»4 si alterna a brevi flashback in cui Sironi rievoca azioni di guerra concluse, «vertiginosi» assalti, «inutili macelli»: questa compresenza di linee temporali diverse riproduce efficacemente il senso dell’affastellarsi dei ricordi nella mente e del loro urgere, nell’ansia di racconto, e vivacizza molto la narrazione dei fatti, che si alterna a brevi notazioni sul tempo atmosferico5 e a qualche squarcio sulle condizioni dei soldati6. L’indicazione dei luoghi geografici è sempre molto precisa, in linea con le prefissate intenzioni documentaristiche di queste note; più generici, invece, i riferimenti ai commilitoni, ai reggimenti e alle brigate cui, via via, si accenna. Lo scopo appare, infatti, quello di descrivere e testimoniare le sofferenze e i disagi patiti da qualsiasi soldato si trovi ad affrontare azioni di guerra o anche solo la routine quotidiana degli sfiancanti spostamenti e della vita di trincea: in questo senso, quasi vengono a cadere le distanze tra italiani e austriaci, essendo tutti i combattenti paradossalmente affratellati dal trovarsi nella comune condizione del soldato.
Col procedere della narrazione, si fanno più precise le allusioni ad alcuni comandanti e capitani, cui si accenna facendone nomi e cognomi, sempre seguiti dalla città o dalla regione di provenienza e, a volte, da qualche attributo che ne definisce il carattere e la competenza: ad esempio, il «Cap. Sacchi, un romano vivace e intelligente»7. Il riferimento ai luoghi di origine dei soldati, infatti, pare ricreare un’ideale carta geografica italiana, in dei territori che ‒ si ricordi ‒ allora erano slavi, facendo parte del suolo sloveno, e, per questo, dovevano suonare ancora più “sconosciuti” e ostili ai soldati italiani che vi si recavano a combattere.
Contrastano con l’asciuttezza del racconto, e con la precisione relativa ai nomi di monti, fiumi e paesi, i frequenti punti esclamativi che sottolineano il coinvolgimento emotivo dell’estensore dei ricordi, che spesso si esprime in toni di umana pietà e commiserazione per le condizioni difficili degli uomini in guerra: «Gloriosa brigata!»8, «Poveri fanti!»9, «poveri soldati!»10 etc. L’onda emotiva è, però, compensata e arginata dall’utilizzo di un lessico tecnico molto preciso e di espressioni del gergo militare: «casermaggio», «Brigata» (p. 9); «Reggimento» (p. 11), «linee di resistenza» (p. 12); «Corpo d’armata», «comandi inferiori» e «laterali», «Divisione», «piano difensivo», «velo di truppe» (p. 13); «Battaglione», «trincea coperta», «camminamenti sconnessi» (p. 14); «reticolato», «mitragliatrici a fondo perduto», «Compagnia» (p. 15); «artiglieria pesante» (p. 16); «granate a gas», «tiro di distruzione», «attacco delle fanterie», «attendente» (p. 18); «149 prolungati», «mortai da 210», «vedette», «linea di fuoco», «granata» (p. 19); «Aiutante di Battaglia» (p. 20); «Accorciare il tiro», «Allungare il tiro» (p. 21); «otturatori», «rivoltelle» (p. 22); «ordine di adunata» (p. 23); «diagrammi per i tiri», «la carrettabile», «una autotrattrice», «Comando di Batteria» (p. 25); «bombe a mano» (p. 27), «direttrice di marcia» (p. 28); «reparti staccati», «badile», «baionetta» (p. 29); «aggiramento» (p. 31); «feritoie», «una Sipe», «accenditori» (p. 32); «elmetti» (p. 34); «fucile ad armacollo», «portaordini» (p. 37) etc.
Molto interessanti sono, poi, le note a piè di pagina che accompagnano lo svolgimento della narrazione, integrando, commentando e soprattutto esponendo le differenti convinzioni del Sironi-auctor, che rilegge i fatti con la consapevolezza della visione a posteriori, rispetto ai pensieri e alle riflessioni del Sironi-actor, che a volte entusiasticamente approva gli ordini superiori: ad esempio, ciò accade nel caso della descrizione del piano di difesa di Badoglio contro l’«offensiva Austro-Tedesca»11 prevista per il 18 ottobre 1917, definito in un primo tempo «Magnifico»12 e, in seguito, assai mal giudicato sia in nota13 sia a testo.
Le prime 42 pagine (di 284) del volume sono dedicate, dunque, alla battaglia, ricostruita da un testimone: «che cosa io ho veduto»14, precisa Sironi. La testimonianza diretta di chi ha partecipato in prima persona agli eventi viene ritenuta uno dei principali fattori che conferiscono autorevolezza alla pagina e la visione diviene, allora, un vero e proprio sistema di “inveramento del reale”; la prosa di Sironi, però, allo stesso tempo, non risulta aliena dall’utilizzo di alcune strategie retoriche e dall’uso di immagini metaforiche: ad esempio, «e vi ballano la tregenda, ogni minuto, le granate nemiche»15; «Come un’ala nera di corvo, sento passare sul mio cuore il triste presagio»16.
In uno dei momenti più concitati, precedenti alla disfatta e alla cattura, Sironi avverte l’esigenza, nel rievocare quegli attimi di azione rapida e risoluta, d’interrompere la sequenza di eventi baluginanti: «Nel grande silenzio osservo la scena: la montagna si alza dietro a noi con la cresta gibbosa; la nebbia si dirada lentamente e il cielo si cosparge di un incerto bagliore lunare»17.
Non gli è sconosciuto neanche l’uso, a fini enfatici, di certe interrogative, sapientemente ripetute con minime variazioni: «A un tratto, alla mia sinistra, salgono dei razzi bianchi. Che sarà? Chi sarà?»18; e a volte ricorre anche a interrogative dirette che hanno l’effetto di alimentare la suspance nel lettore, che è indotto a proseguire più celermente, incuriosito: «Poi, quando la gragnuola cambia direzione ˗ forse il nemico ci crede morti? ˗ strisciando carponi, rientriamo nella trincea»19.
L’autore conosce bene anche l’esito enfatico dell’accumulo di elementi, in un’enumerazione, e ne determina una riuscita ancora più efficace introducendovi un fattore di variatio: «Oh! la disperazione. Vedo in un attimo la rovina della mia casa, della mia patria, gli Unni nelle nostre case, contro le nostre donne, contro i nostri figli» (laddove l’immagine dell’Unno evoca la cieca barbarie della guerra). E la sapiente replica dell’urlo finale di rassegnazione («è finita, è finita…») precipita vorticosamente verso la battuta fulminante della chiusa del capitolo: «E non mi sento il coraggio di ammazzarmi»20.
Sembra, pertanto, che all’intento ˗ più volte ribadito ˗ di dare la «sensazione fresca e immediata di quelle tragiche giornate, come le ha vissute un combattente»21 se ne aggiunga, inevitabilmente, un altro, forse meno consapevole: infatti, lo scopo di fornire un resoconto essenziale e scarno, da testimone oculare, nel momento della rievocazione e della scrittura si affianca a quello di esprimere «una impressione soggettiva, più o meno serena, più o meno imparziale»22, dato che, come precisa il lucido Intermezzo critico (che ricorda certe pagine del Guido Morselli di Fede e critica23), vi è «ancora troppa passione negli animi, mentre la storia esige serenità di mente e di cuore»24.
E, dunque, fatto un passo al di fuori dell’imparzialità della storia e dell’impersonalità della cronaca, Sironi si scopre narratore; l’irrompere della soggettività nella sua pagina lo autorizza, quindi, a liberarsi delle ultime remore e a entrare nel mondo della “finzione”, ovvero in una narrazione che non viene meno al patto di fedeltà al reale storico, nel racconto dei fatti e nella ricostruzione delle loro cause e dei loro esiti, ma che si tinge dei colori e delle sfumature dell’animo del cronista, restituendogli la sua umanità. La scelta delle immagini e delle metafore, gli squarci lirici, i commenti che esulano dalla pura necessità cronachistica e documentaristica del testimone appaiono quasi un risarcimento per la condizione di spersonalizzazione e di reificazione patita durante il periodo della prigionia, un riscatto a posteriori da quella situazione di abbrutimento che, forse, solo la scrittura può contribuire ad addolcire, nel ricordo. La retorica, dunque ˗ così pare ˗, non come puro abbellimento della prosa, ma quasi come strumento di restituzione dell’uomo a se stesso, di risarcimento appunto (per la fame, il freddo e le angherie patite): la retorica come forma della Bellezza. E la Bellezza come riscatto: tramite per restituire l’uomo, svuotato da un’esperienza alienante e annichilente come la guerra (per di più, persa; e con vergogna) alla propria pienezza di essere umano.
Infatti, in numerosi punti dei ricordi viene descritta, con sensibilità e profondità di sguardo, la psicologia del prigioniero: «Tra quei soldati vi erano pure anime elette, nobili di cittadini colti ed educati; ma ormai essi non erano che piccole fiere assillate dalla fame, uomini primitivi, selvaggi, dai quali era caduta ogni maschera, ogni vernice di civiltà»25, un passo in cui riecheggiano anche reminiscenze hobbesiane: «L’uomo, il lupo dell’altro uomo, riviveva improvvisamente».
La prigionia in Germania, inizialmente preferita a quella in territorio austriaco nelle illusioni dei vinti, viene, poi, descritta in tutta la propria durezza: «Non pensavamo, non avremmo mai potuto pensare che la Germania trattava i prigionieri talvolta come cose non desiderabili o come macchine gratuite da lavoro e, più spesso, come oggetto di rancore e di rappresaglia»26. Ampio spazio viene dedicato alla descrizione della vita nei campi di prigionia, come quello di Russenlager: in particolare, ci si sofferma sugli eventi che scandivano le giornate dei prigionieri, e in primo luogo sui pasti, sempre tanto attesi e sempre deludenti, per quantità e qualità del cibo. Al riguardo, interessante notare come proprio Sironi avesse composto una «strofetta umoristica»27 che ironizzava su alcune vivande:
Noi cantiamo la sbobba soave,
quella d’orzo, di veccie e di fave;
salutiamo con triplice hurrà
il profumo del buon baccalà28.
In realtà, la prigionia era meno pesante per gli ufficiali che per i soldati, grazie a delle regole internazionali che prevedevano, per i primi, minori restrizioni alimentari e l’esenzione dal lavoro coatto. Anche per questi motivi, nei campi per ufficiali la vita in cattività era più sopportabile e accadeva che s’instaurassero forme di reciproco aiuto e mutuo sostegno: ne è un esempio il lager di Celle (Cellelager), campo di prigionia per ufficiali italiani in cui erano concentrati numerosi intellettuali, come risulta anche dalla cronaca di un anno di vita come prigioniero raccontata dal capitano Giovanni Denti, maestro di scuola, musicista e pittore dilettante. Suoi compagni di prigionia, oltre allo stesso Sironi, furono Carlo Emilio Gadda29, Bonaventura Tecchi30 e Giuseppe Tedeschi31.
Infatti, dopo brevi periodi di tempo trascorsi a Russenlager e al campo di Rastatt, nel dicembre del 1917 Sironi giunge alla propria destinazione finale: appunto il campo di concentramento di Celle, nel quale la vita dei detenuti è comunque segnata dalla fame, dal «freddo tagliente»32, dalla rigida disciplina imposta dai tedeschi; e iniziano quelli che l’autore definisce «I mesi dell’agonia»33, dal dicembre del 1917 al marzo-aprile del 1918. Ne è anticipazione ed emblema lo struggente incontro dei nuovi arrivati al campo con un loro ex compagno di Rastatt, trasferito prima di loro a Celle; un passaggio dal sapore dantesco, in cui il non-detto e la gestualità esprimono più delle parole:
Abbiamo chiesto sommessamente:
«Come si sta qui?»
L’interpellato ha avuto una smorfia di spasimo; ci ha guardati come chi, caduto nell’abisso, vede calarvi altri destinati a morire in sua compagnia; ha scrollato il capo dolorosamente; e si è allontanato il più rapidamente che le sue gambe infiacchite gli consentissero34.
Ancora una volta, forse il solo conforto viene ai prigionieri stremati e senza speranza dall’organizzazione di recite teatrali, cicli di conferenze; corsi di lingua inglese, francese, tedesca e spagnola; gare di poesia e performance musicali, letture collettive di opere letterarie e giornali; indicativo il nome di «farmacia»35 attribuito da alcuni ufficiali alla Biblioteca del Blocco B del campo, la cui distribuzione di libri è affidata proprio a Sironi.
Ancora nel Natale del 1918 egli denuncia la mancanza di notizie ufficiali dall’Italia e dell’Italia, con la conseguente bruciante sensazione dei prigionieri di essere stati completamente dimenticati e abbandonati dalla loro patria. Giungono alcune cartoline, a volte censurate con larghe strisce nere; poi, i primi pacchi di viveri spediti dai famigliari, ma l’Italia ufficiale tace.
Sironi denuncia apertamente l’atteggiamento della patria nei riguardi dei soldati catturati:
I prigionieri degli altri Stati erano provveduti in modo almeno che non morissero di fame. Non parliamo poi dei soldati ed Ufficiali inglesi, trattati in nostro confronto principescamente. Il Governo americano, prima ancora che le sue truppe fossero impegnate nella lotta, aveva già disposto, a mezzo della Croce Rossa Danese, un grande, enorme, ricchissimo magazzino centrale, nei pressi di Berlino, per il rifornimento dei futuri prigionieri americani.
Il nostro Governo ˗ almeno a noi prigionieri in Germania ˗ non mandò mai nulla, non si fece mai sentire. Questo spiega ˗ più di ogni altra cosa ˗ la ragione per cui tra gli ex-prigionieri, al loro ritorno in patria, abbia allignato così facilmente il bolscevismo, un bolscevismo nebuloso, fatto di rancore, di amari ricordi e di più amari confronti36.
La stessa chiusa dell’opera, datata 18 gennaio 1922, ha il tono amaro della richiesta non più prorogabile di ascolto da parte di chi porta sulla propria pelle il marchio d’infamia della sconfitta, anche se sente di non averne che in minima parte la responsabilità: «Dopo qualche anno, i vinti di Caporetto domandano, modestamente, la parola e chiedono onestamente un minuto di attenzione ai concittadini dimentichi»37, conclusione nella quale i due avverbi in rilievo hanno il valore quasi antifrastico della rivendicazione di chi, in apparenza scusandosi, in realtà sta consapevolmente accusando.
Anche alla luce di queste considerazioni, assai significativo appare che, nel citato secondo capitolo, Intermezzo critico, a un tratto Sironi affermi fieramente: «Ed ecco il mio giudizio complessivo […] La battaglia di Tolmino (così deve essere denominata) fu in principio una rotta strategica, divenne poi una catastrofe morale»38. Quel possessivo, «mio», in corsivo, rappresenta, sì, un’assunzione di responsabilità, ma anche ˗ e forse soprattutto ˗ la soddisfazione dell’uomo che, nell’espressione del proprio parere, sente di aver finalmente recuperato la propria dignità, troppo a lungo ferita e calpestata39.
- G. Sironi, I vinti di Caporetto. Ricordi di prigionia, Gallarate, Tipografia moderna, 1922, p. 7, come le successive citazioni. ↵
- Ivi, p. 8, come le citazioni che seguono. ↵
- Ivi, p. 9. ↵
- Ivi, p. 11, come le citazioni successive. ↵
- Ivi, p. 10: «con questa pioggia macerante»; p. 11: «Il tempo è orribile»; p. 12: «C’è un freddo crudo, che penetra le ossa»; p. 19: «C’è un buio profondo, accecante» etc. ↵
- Ivi, p. 10: «Gli uomini sono stanchi, disfatti; e procedono in disordine»; p. 11: «Ma arrivarono e restarono lassù, più morti che vivi, in trenta»; p. 15: «si vive come bruti» etc. ↵
- Ivi, p. 19. ↵
- Ivi, p. 10. ↵
- Ivi, p. 12. ↵
- Ibidem. ↵
- Ivi, p. 13. ↵
- Ibidem. ↵
- Cfr. la nota 1 a p. 13. ↵
- Ivi, p. 43. ↵
- Ivi, p. 25. ↵
- Ivi, p. 26. ↵
- Ivi, p. 27. ↵
- Ibidem. ↵
- Ivi, p. 34. ↵
- Ivi, p. 42. ↵
- Ivi, p. 43. ↵
- Ibidem. ↵
- Al riguardo, mi permetto di rimandare a M. Panetta, Da Fede e critica a Dissipatio H. G.: Guido Morselli e il peccatus peccatorum, in Ead., Guarire il disordine del mondo. Prosatori italiani tra Otto e Novecento, Modena, Mucchi, 2012, pp. 201-235. ↵
- G. Sironi, I vinti di Caporetto. Ricordi di prigionia, op. cit., p. 44. ↵
- Ivi, p. 62, come la citazione che segue. ↵
- Ivi, p. 76. ↵
- Ivi, p. 84. ↵
- Ibidem. ↵
- Come raccontato nel suo Giornale di guerra e di prigionia, Torino, Einaudi, 1965. ↵
- Cfr. B. Tecchi, Prefazione a Cellelager. Disegni di Francesco Nonni 1917-1918, Viterbo, Tipografia Urcionio, 1920?; e Id., Baracca 15 C, Milano, Bompiani, 1961. ↵
- Cfr. G. Tedeschi, Memorie di un prigioniero di guerra. Diario di un cappellano di fanteria 1917-1919, Brescia, Ed. La Scuola, 1947. ↵
- G. Sironi, I vinti di Caporetto, op. cit., p. 111. ↵
- Ivi, p. 125. ↵
- Ivi, pp. 119-120. ↵
- Ivi, p. 200. ↵
- Ivi, pp. 228-229. ↵
- Ivi, p. 282. ↵
- Ivi, p. 44. ↵
- Questo saggio è la rielaborazione della relazione da me tenuta al Congresso internazionale dell’A.A.I.S. (American Association for Italian Studies) del 23-25 maggio 2014 presso l’Università di Zurigo. ↵
(fasc. 3, 25 giugno 2015)