Maria Messina “in trincea”: narrativa di guerra e propaganda nel corpus della «Giberna» (1918-1919)

Author di Amalia Mangiagli

Abstract: L’obiettivo del saggio è quello di riconsiderare la produzione bellica di Maria Messina (1887-1944), tradizionalmente interpretata come una variante tematica all’interno della sua più ampia produzione narrativa. Un attento esame di come la guerra sia trattata nei suoi racconti mostra che gran parte della sua produzione appartiene al genere della propaganda di guerra, a cui Messina aderiva in gran parte senza distanza critica, in linea con molti intellettuali della sua generazione. Le novelle note del periodo bellico vengono analizzate attraverso un approccio tematico al fine di evidenziare motivi ricorrenti e strategie propagandistiche che una lettura cronologica o basata sulle raccolte tende a oscurare. Il contributo centrale dell’articolo, tuttavia, è la presentazione di un corpus precedentemente sconosciuto: un’indagine sistematica sui periodici della Prima Guerra Mondiale ha fatto emergere, infatti, un gruppo di testi di finzione di Messina pubblicati sul giornale di trincea «La Giberna» tra aprile e dicembre 1918, sconosciuti alla critica e mai più ristampati. Questi includono il dialogo Peppinello in licenza, le novelle Nata! Nata! e La bottega di don Lillo, oltre alla serie di sei episodi con il personaggio Zi’ Berrettaccia, le cui radici risalgono a un contributo precedente della scrittrice al «Corriere dei Piccoli» (1913). Letti insieme, questi materiali documentano una Messina più direttamente mobilitata, che scrive per un organo di propaganda istituzionale nei mesi successivi a Caporetto, e complicano, senza contraddire, l’immagine critica dell’autrice consolidata dalla ricerca precedente.

Abstract:The aim of the article is to reconsider the war-related production of Maria Messina (1887-1944), traditionally read as a thematic variant within her broader narrative production. A close examination of how the war is treated within her short stories shows that much of her production belongs to the genre of war propaganda, to which Messina adhered largely without critical distance, in line with many intellectuals of her generation. The known wartime novellas are examined through a thematic approach in order to bring out recurring motifs and propagandistic strategies that a chronological or collection-based reading tends to obscure. The article’s central contribution, however, is the presentation of a previously unknown corpus: a systematic survey of First World War periodicals has brought to light a group of fictional texts by Messina published in the trench journal «La Giberna» between April and December 1918, unknown to criticism and never reprinted since. These include the dialogue Peppinello in licenza, the novellas Nata! Nata! and Labottega di don Lillo, and the six-episode series featuring the character Zi’ Berrettaccia, whose roots are traced back to an earlier contribution by the writer to the «Corriere dei Piccoli» (1913). Read together, these findings document a more directly mobilized Messina, writing for an institutional propaganda organ in the months following Caporetto, and complicate without contradicting the critical image of the author consolidated by previous scholarship.

«Ma i giornali non li leggete? Non sapete che c’è la guerra?».

I giornali: sì, li leggevano. La guerra: sì, avevano letto che in altri paesi, lontano, era scoppiata la guerra, il primo giorno di agosto.

Ma che c’entrassero le mandorle, veramente…

(M. Messina, Mandorle in Ragazze siciliane)

La produzione di argomento bellico di Maria Messina (1887-1944), dopo la riscoperta, negli anni Ottanta, ad opera di Leonardo Sciascia e della casa editrice Sellerio[1], è stata per lungo tempo ricondotta alla produzione maggiore come variante tematica o sfondo di motivi ricorrenti della novellistica e dei romanzi, diventando occasione per riflettere sul destino delle donne costrette a lottare per la sopravvivenza, una volta private del sostegno maschile[2]. Tuttavia, un esame che tenga conto del modo in cui la guerra è tematizzata all’interno dei testi mostra che buona parte di questi scritti si inscrive nel genere della narrativa di propaganda bellica, a cui Messina contribuisce in modo sostanzialmente acritico, come diversi intellettuali della sua generazione[3].

Considerando che il racconto bellico esprime anzitutto la volontà centralizzante di un soggetto dominante interessato a veicolare ideologie tramite contenuti persuasivi, la produzione nota di Messina viene qui riorganizzata per nuclei tematici, in modo da far emergere motivi ricorrenti e strategie propagandistiche che un ordinamento cronologico o per sede di pubblicazione tenderebbe a offuscare[4].

La guerra entra nella narrativa dell’autrice siciliana come variabile che ridisegna la già precaria condizione delle donne; nella novella Il dovere[5], per esempio, protagonista è Catena, una giovane costretta a lavorare al servizio di una ricca signora per via della guerra. Deve mantenere il figlio, convivendo con l’onta di avere un marito che, richiamato alla guerra, diserta scappando in America[6], trasgredendo così «all’ordine dei padri»[7]. Accanto a motivi tipici della narrativa messiniana (la Sicilia come orizzonte perduto, la condizione della donna), compaiono poi topoi della narrativa bellica con intenti propagandistici: la Patria che provvede alla famiglia dei richiamati[8], l’attesa delle lettere[9], la moglie abbandonata, il figlio disonorato.

Mandorle[10] è la storia delle sorelle Fiorillo, commercianti in ristrettezze per il crollo del mercato causato dalla guerra: non capiscono cosa il conflitto abbia a che fare con le loro mandorle. Il segretario del paese, portatore delle istanze patriottiche, riporta loro le notizie sull’Italia che «stava per “muoversi”»[11] e le tre ne rimangono «stordite, moge moge»[12], chiedendosi «come gli è mai venuto in mente, al Kaiser…»[13] di far scoppiare la guerra. La sorella più giovane, Bettina, comprende di dover essere utile alle sorelle maggiori: risoluta a risollevare le sorti della famiglia, matura la volontà di riprendere la carriera d’insegnante, che l’imposizione paterna le aveva stroncato, chiudendo così la novella con una possibilità di riscatto. Una giornata di sole[14] mostra le conseguenze del conflitto su un soldato mutilato. Il fidanzato di Gaby, «con una gamba di gomma che fa ancora tanto male»[15], dubita di dover sposare la giovane, la quale, per il soldato, «non poteva misurare il sacrificio che avrebbe compiuto, sposando un uomo con una gamba»[16]. Gaby, tuttavia, conferma la propria volontà di sposarlo: la novella restituisce l’immagine di un soldato mutilato pienamente reintegrato nel tessuto affettivo e sociale di appartenenza.

Se Il dovere introduce la figura del soldato disertore, altri testi articolano la variante del corpo ferito che torna e del corpo inetto alla guerra: in Massaro Vanni[17] un vecchio e scontroso contadino siciliano, rimasto solo dopo la morte della moglie e la partenza del figlio Calogero per l’America, apprende con sgomento che questi si è arruolato per la guerra. Si sente derubato dell’unico figlio che, in quanto tale, avrebbe potuto evitare la partenza per il fronte. Gradualmente, però, Massaro Vanni depone la propria diffidenza e inizia a comprendere l’importanza della partenza per il fronte e del sostegno alla patria. Un giorno il soldato, ferito, ritorna assieme ad altri commilitoni e il padre ne è orgoglioso e lo celebra.

Il protagonista della novella La veste caffè[18], invece, vive un destino opposto: Eliodoro è un giovane riformato a causa di un problema al cuore. Mentre i familiari – e la fidanzata Marina, che aveva segretamente fatto voto di indossare un abito marrone affinché il soldato non partisse – sono sollevati dal suo esonero, egli sprofonda in una cupa disperazione: avendo perso il senso della vita perché si rende conto che morirà giovane, sentendosi inutile nei confronti della patria e temendo l’onta sociale di passare per imboscato, compirà il suicidio[19].

Tale novella, ove si menzionano le «calze che Marina doveva mandare a un Comitato, per i soldati»[20], introduce un nucleo di testi che rappresentano la mobilitazione del fronte interno attraverso le sue diverse forme organizzate: i comitati di assistenza, la Croce Rossa, la carità come pratica civica e patriottica.

Storiella di Natale[21] è una favola natalizia. Una bambina, il cui padre è partito per la guerra, chiede a Gesù bambino un regalo di Natale; tuttavia, «il Bambino Gesù, quest’anno, è troppo occupato a donare lana ai soldati nelle trincere umide e fredde»[22]: la famiglia non può esaudirla perché in ristrettezze economiche. Sarà una bambina malata, di una famiglia benestante, a esaudire il suo desiderio, diventando un virtuoso esempio di carità e solidarietà in tempo di conflitto.

Il tricolore di Fedele[23] racconta di un bambino a cui gli amici affidano la parte del nemico austriaco nel gioco della guerra. Il suo desiderio è quello di fare la parte dell’italiano; così, per amore della patria, fa di tutto – chiedendo anche l’elemosina – per guadagnare un soldino e acquistare un tricolore della Croce Rossa. In questo modo guadagna il rispetto dei compagni e il ruolo di italiano nei giochi[24].

I testi fin qui esaminati si distribuiscono tra riviste di ampia diffusione, contemporanee al conflitto, e raccolte destinate a un pubblico civile, edite perlopiù nel dopoguerra: la guerra vi entra come sfondo, come assenza che ridefinisce i rapporti tra i personaggi, come un dato storico inevitabile che si imbatte sulle esistenze individuali, deviandone le traiettorie. Anche quando il loro impianto assiologico è pienamente propagandistico (il sacrificio, la patria, la solidarietà, il valore militare), contestualizzate all’interno delle raccolte, le novelle mantengono una certa distanza dal discorso ufficiale della mobilitazione, che invece è ripristinato qualora si consideri il loro rapporto con il politesto giornalistico[25] – quando sono note le collocazioni nei periodici – e il contesto storico-culturale di scrittura.

I testi che seguono sono scritti per un destinatario militare, all’interno di un organo istituzionale di propaganda, e rappresentano una partecipazione diretta e dichiarata al progetto di mobilitazione bellica: Messina, come anche Francesco Sapori, Adolfo Albertazzi, Mario Puccini, Ferdinando Paolieri, Onorato Fava, Clarice Tartufari, Michele Saponaro, Carlo Dadone, Térésah, Marino Moretti, Salvatore di Giacomo «parlano tutti la stessa lingua e raccontano tutti la stessa versione miope della storia, perché tutti aderiscono al punto di vista della classe dominante»[26].

Lo spoglio sistematico delle pubblicazioni periodiche del primo conflitto mondiale[27] ha portato alla luce un corpus di scritti messiniani che amplia la bibliografia complessiva dei testi della scrittrice e ne restituisce un’immagine inedita in veste di collaboratrice attiva di un progetto editoriale di propaganda[28]. Si tratta di testi di narrativa finzionale breve, pubblicati sul giornale di trincea «La Giberna»[29] e mai più ristampati da allora, fatta eccezione per la novella La bottega di don Lillo, poi edita nella raccolta Il guinzaglio con il titolo Don Lillo[30].

Il 21 aprile del 1918 vengono pubblicate, nel numero 8, le prime due storie dedicate al personaggio di Zi’ Berrettaccia, serie che continua con altre cinque uscite. A questa si affiancano un testo dialogico, Peppinello in licenza, e le novelle Nata! Nata! e La bottega di don Lillo, apparsa nella quarantaduesima uscita, chiudendo la collaborazione di Messina con il giornale il 29 dicembre 1918[31].

Peppinello in licenza[32] è un testo apertamente propagandistico: viene ribadito più volte che il governo provvede a tutti i bisogni dei soldati e che il protagonista, Peppinello, figlio di un umile ciabattino, grazie alla guerra acquisisce la saggezza, la serietà e il senso del dovere che mancano ai poveri genitori, e in particolare alla madre. Il motivo del governo che provvede ai bisogni dei soldati e delle loro famiglie richiama quanto già affermato nella novella Il dovere; qui, però, è il soldato stesso a farsene portavoce. In questo testo, la figura materna non è portatrice delle istanze patriottiche ma, al contrario, la donna si chiede se il figlio non voglia più bene al Re che a lei. Nel dialogo viene rappresentata una scena di vita familiare: Peppinello, che deve rientrare anticipatamente dalla licenza, è a tavola, dove la mamma lo serve abbondantemente nonostante le rassicurazioni del giovane soldato: «quante volte v’ho detto che il rancio è buono e abbondante!…»[33]. Mentre mangia, si presentano due carabinieri per riportarlo in caserma. Peppinello, pronto a servire il re, parte. La mamma, addolorata, si rende conto che il figlio è andato via senza un soldo in tasca e di non avergli dato nemmeno un fazzoletto. Allora si reca in caserma a cercare il figlio, dove scopre che a Peppinello è stata prolungata la licenza di dieci giorni. Tornata a casa, trova il figlio e il marito seduti a tavola. Peppinello, allora, le chiede dove sia stata e la donna risponde di essere andata in caserma per portargli «due camice, tre fazzoletti, e un po’ di soldi…»[34]. Alla risposta della madre egli replica prontamente: «Come ho da dirvelo che il Governo non ci fa mancare niente? Ci danno persino le sigarette e il caffè, come a tanti signori!»[35]. Peppinello invita i genitori a godersi questi giorni di licenza allegramente e senza litigi, perché «quando uno torna a casa dopo due anni…vorrebbe abbracciare tutti e stare in pace con tutti. La guerra insegna che non c’è cosa più bella che volersi bene»[36]. La scena si chiude con un commento del padre: «la guerra gli ha insegnato a vedere le cose in grande e parlare con sentimento. E noi siamo rimasti due poveri ignoranti!»[37].

Nata! Nata![38] è una novella di argomento militare e patriottico, che mette in evidenza l’integrità morale del soldato italiano rispetto al soldato nemico. Viene raccontato l’incontro di un soldato ferito, in licenza, con una giovane profuga nella villa presso il lungomare di Napoli, incontro che prosegue in una silenziosa passeggiata lungo via Caracciolo. I due trascorrono insieme un’ora. Rotto il silenzio, il soldato, che ripensa a un compagno straniero che gli aveva insegnato alcune parole d’inglese, inizia a ripetere insistentemente nata[39] per dire water e lev per love. La donna, però, scambia le parole del giovane per lingua tedesca, si spaventa e prova anche a fuggire. Il soldato capisce il dramma della donna intimorita: «ebbe una gran pietà di lei, di lei e di tutte coloro come lei che l’invasione à travolto, à gettato fuori delle case protettrici, fuori dalla gente amica»[40] e, pensando alla sua fidanzata che lo aspetta e che potrebbe sortire lo stesso destino della sconosciuta, le offre il pranzo. La donna si mostra riconoscente e sorpresa dalla bontà e gentilezza dell’uomo, e desidera addirittura rivederlo. Il soldato, dopo l’incontro, è ancora più motivato a partire, certo di compiere il proprio dovere di difesa della patria: «per ricacciare il nemico al di là delle terre italiche, per difendere le donne che amiamo, per ridare pace alle altre – a quelle che somigliano all’ignota compagna d’un’ora»[41].

La serie relativa a Zi’ Berrettaccia rientra, invece, in un tipo di produzione di carattere popolareggiante, dalle finalità ludiche e propagandistiche: si tratta delle storie di un uomo pigro e ingenuo che vive delle disavventure comiche. Zi’ Berrettaccia si ricollega a un altro personaggio della scrittrice: lo zio Berrettino, personaggio che appare nel «Corriere dei Piccoli», nell’ottobre del 1913[42]. Quest’ultimo è un astuto villano, di chiara ascendenza popolare: deriva direttamente dalla tradizione orale siciliana e, in particolare, dalla variante Lu zu Birrittinu del racconto numero CLVII (Lu zu Crapianu), contenuto nel terzo volume di Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani dell’etnologo Giuseppe Pitrè, a cui si aggiunge la variante Lu Mastru scarparu e li tri latri[43]. Lo zio Berrettino è, dunque, il progenitore di Zi’ Berrettaccia, che ne risulta la versione peggiorata già nel dato onomastico: il diminutivo viene sostituito dal peggiorativo; tanto zio Berrettino è astuto quanto ingenuo risulta Zi’ Berrattaccia[44].

Le storie hanno struttura episodica e sono pubblicate nella rubrica La pagina che fa divertire[45], con due episodi per volta, in modo da evidenziarne fin dal titolo il carattere ludico. Ogni storia è autonoma, pur contribuendo, in modo stereotipato e caricaturale, alla costruzione del ritratto complessivo del protagonista: «un pover’uomo pigro e balordo, il quale – prima che fosse richiamata la sua classe – sbarcava il lunario facendo ogni tipo di mestiere»[46], di cui si raccontano, come avverte la voce narrante, «tante storielle che, a riunirle tutte, si potrebbero riempire un libro»[47]. La narrazione si regge su un meccanismo iterativo di situazioni comiche, equivoci e piccole catastrofi quotidiane, ed è animata da due personaggi ricorrenti: la moglie paziente e devota di Zi’ Berrettaccia, e compare Malacqua, contraltare scaltro la cui presenza innesca sistematicamente le disavventure del protagonista.

La prima puntata[48] si apre con Zi’ Berrettaccia e l’albero. Dovendo potare un albero, Zi’ Berrettaccia vi si arrampica per tagliare i rami. Un ragazzo di passaggio lo avverte che in tal modo cadrà e morirà. In effetti, l’albero si rompe: Zi’ Berrettaccia cade e si crede morto, chiude gli occhi e si distende. Trovandolo così, dei contadini lo caricano su una scala per portarlo in paese, ma in una via franata si fermano, non sapendo come procedere. Zi’ Berrettaccia parla, suggerendo la strada, e poi torna immobile, facendosi deridere. Nel secondo episodio, Zi’ Berrettaccia incontra compare Malacqua, questi propone a Zi’ Berrettaccia un lavoro presso un contadino che gli presenta come sordo e di poche parole. La stessa cosa dice al contadino, facendogli credere che anche il protagonista è sordo. Quando i due si incontrano, per parlarsi si mettono a urlare sempre più forte, finché il contadino non sbotta: «non è l’uomo per me». Zi’ Berrettaccia si allontana deluso, pensando di essere stato avvisato del cattivo carattere del contadino da compare Malacqua.

I due episodi successivi sono Zi’ Berrettaccia e il cuoco forestiero e Zi’ Berrettaccia va alla fier[49]. Nel primo, una ricca famiglia straniera arriva in paese. Cercando un lavoretto facile, il protagonista si reca dal cuoco della famiglia, che si lamenta di non trovare dodici «gobbi»[50]. Si offre di trovarli e raduna dodici persone gobbe nel cortile. Si crea un equivoco linguistico: il cuoco cercava dei carciofi. Quando se ne accorge, dà a Zi’ Berrettaccia dello «stupido… cretino… mammalucco»[51], intimandogli di cacciare i gobbi. Questi, pensando di guadagnar qualcosa, «gli furon tutti addosso, con pugni, calci e botte, e lo ridussero una ficattola».[52] Nel secondo, Zi’ Berrettaccia si vuole recare alla fiera per comprare un somaro con quattro onze. Strada facendo, incontra compare Malacqua che gli dice di avere un bastone miracoloso: entrati in una trattoria, dopo aver mangiato in abbondanza, ordina al bastoncello di pagare. L’oste, avvisato dal compare, li lascia andare. Zi’ Berrettaccia propone, allora, di vendergli il bastone al compare, il quale replica che ci rimetterebbe e che con lui potrebbe non funzionare; viene convinto e intasca le quattro onze. L’indomani, il protagonista si reca in un’altra osteria per mangiare, ordina al bastoncello di pagare, senza ottenere nulla: l’oste infuriato «gli dette un carico di legnate da orbi»[53]. Zi’ Berrettaccia crede che compare Malacqua lo abbia avvisato («Oh, che era un profeta, compare Malacqua?» [54]) e non si rende conto di essere stato truffato.

Negli episodi del numero 22[55] accanto a Zi’ Berrettaccia, «fannullone balordo», ad essere protagonista è la moglie. In Zi’ Berrettaccia va a fare legna la donna lo manda a fare un carico di legna nel bosco. Zi’ Berrettaccia vuole due asini, uno per il carico e uno per lui. La moglie è costretta, così, a farsene prestare uno dal vicino in cambio della promessa di lavargli i panni. Salito a fatica sull’asino con l’aiuto di alcuni ragazzi, si avvia verso il bosco ma, pensando che nessuno lo aiuterà a scendere, torna a casa, dove aspetta il rientro della moglie dal lavoro dietro l’uscio. I ragazzi lo prendono in giro, affermando che sono partiti due somari e ne tornano tre. La moglie lo trova ancora in groppa e si dispera per la legna mancante e per il debito con il vicino. In Lo Zi’ Berrettaccia e i pulcini la donna, dovendo andare a lavare i panni, chiede al marito di mettere i pulcini al sole, senza farli sbandare. Zi’ Berrettaccia li mette inizialmente in un sacco; poi, pensando agli ordini della moglie, li lega ad uno ad uno come a formare una lunga collana e si addormenta soddisfatto. Al rientro, la donna trova i pulcini morti sotto il sole e si dispera: «Ah, se il giudizio si vendesse, glie lo comprerei, a mio marito, a costo di impegnarmi le bùccole»[56], cioè gli orecchini.

Le ultime due storie, prima che Zi’ Berrettaccia diventi soldato, sono quelle del numero 30[57]: Zi’ Berrettaccia “… attacca l’asino dove vuole il padrone” e Zi’ Berrettaccia “… si procura il giudizio”. Nella prima, Zi’ Berrettaccia, che «era balordo, ma il cuore l’aveva buono», decide di andare a lavorare in una masseria, poiché inizia a vergognarsi di vivere a carico della moglie. Dato che il suo padrone gli dava sempre dello stupido, Zi’ Berrettaccia chiede a un garzone cosa fare; questi risponde che bisogna attaccare l’asino dove vuole il padrone. Un giorno il padrone gli ordina di trasportare quattro orci pesanti con un asino e, arrivato a destinazione, di attaccare l’asino all’oggetto più vicino. Zi’ Berrettaccia lo prende alla lettera: attacca a una zappa l’asino, che la stacca dal terreno e, liberandosi, rompe gli orci e distrugge l’orto. Il padrone, visto il disastro, lo licenzia dopo averlo fatto bastonare. Zi’ Berrettaccia pensa che il garzone lo abbia preso in giro. Nella seconda storiella, si vuole procurare il giudizio che gli manca: «Zi’ Berrettaccia non ne poteva più. Chi lo chiamava stupido, chi balordo, chi senza giudizio»[58]. Per risolvere, compare Malacqua gli vende un grillo a un’onza, dicendogli di tenerlo sotto il berretto finché non gli entra in testa. Incontrato un massaro, Zi’ Berrettaccia si toglie il berretto per salutarlo: il grillo scappa, il protagonista si lamenta di aver perso il giudizio e il massaro lo deride. Arrivato a casa, la moglie «lo accolse come si meritava»[59].

Questi racconti, come suggerito dal titolo iniziale della rubrica, vengono pubblicati con l’obiettivo principale di divertire i soldati piuttosto che trasmettere un messaggio profondo. Con l’episodio del numero 34, Zi’ Berrettaccia è richiamato[60], il fine educativo-pedagogico si fa esplicito: Zi’ Berrattaccia diventa soldato e il suo status cambia. Nel paese i giovani vengono richiamati per la guerra; parlando con le comari, la moglie di Zi’ Berrettaccia confida la sua paura: «Sarà balordo, ma ci vogliamo bene. La mia pena è che, così stupido e grasso, lo infileranno subito subito come un maialino!»[61]. Zi’ Berrettaccia, sentendo queste parole, si impaurisce e, ricevuta la cartolina di precetto col suo vero nome, Calogero Scimà, non vuole partire. Compare Malacqua gli consiglia di ripetere ossessivamente alla visita «io sono lo Zi’ Berrettaccia»[62]. Viene, così, mandato a casa per essere rivisto l’indomani e i soldati specificano che lo avrebbero «fatto nuovo»[63]. Aumenta la paura per l’ingenuo personaggio, perché nel paese “far nuovo” significa dare un sacco di legnate. Allora compare Malacqua gli consiglia di ingozzarsi di fave cotte in modo da sembrare malato. I soldati lo trovano «con gli occhi chiusi, la faccia e i capelli imbrattati di poltiglia gialla, non aveva più nulla di umano»[64], e commentano: «Questo è Calogero Scimà? Dite piuttosto che è un maiale»[65]. Lo portano comunque in caserma e lo fanno nuovo, ripulendolo e vestendolo come un vero soldato:

– Un maiale sembravate! Ora cominciate a essere un uomo. E presto sarete un soldato come gli altri. Il soldato italiano è svelto, pulito, e coraggioso e fa il suo dovere allegramente. Queste parole non le potete ancora capire. Imparate due cose, per oggi: che non siete più lo Zi’ Berrettaccia ma Calogero Scimà e che dovete amare i vostri superiori.

Lo Zi’ Berrettaccia era convinto che dovesse amare i suoi superiori (ora si sarebbe buttato nel fuoco per quegli ufficiali che lo avevano beneficato invece di «farlo nuovo nuovo»), ma non si poteva capacitare di non esser più lo Zi’ Berrettaccia…

E anche noi (che lo conosciamo), crediamo poco a una trasformazione così improvvisa e sappiamo che ci vorrà un pezzo prima che lo Zi’ Berrettaccia diventi Calogero Scimà»[66].

Infatti, negli ultimi episodi, quelli del numero 38[67], Zi’ Berrettaccia “… dà l’allarme” e Zi’ Berrettaccia “…e il rifugio” è ancora il personaggio combinaguai che i lettori hanno conosciuto. Nel primo, lo Zi’ Berrettaccia è soldato a Napoli. Durante una notte di bombardamenti non sente nulla perché dorme profondamente. Il giorno dopo, un commilitone catanese gli mostra i danni. Zi’ Berrettaccia si impaurisce e, quando nella notte scoppia un temporale, scambia i tuoni per bombe: si mette a gridare e mette in subbuglio tutta la camerata, finché un ufficiale non lo mette in consegna a pane e acqua. Nel secondo episodio, terminata la consegna, Zi’ Berrettaccia esce con il commilitone catanese che gli spiega cosa è un rifugio. Allora Zi’ Berrettaccia, visto un cartello che indica un rifugio in un palazzo, vi entra finché il portiere non lo manda via. Arrivato in ritardo in caserma, viene nuovamente punito per la notte. Il giorno dopo, un ufficiale lo cerca ma egli è uscito con il catanese per mangiar un fritto di pesce. Arrivati in una galleria al cui imbocco c’è scritto “rifugio”, fa fermare il tram, e tutti lo prendono per pazzo. Ritornato in caserma, viene consegnato per un mese a pane e acqua. Così Zi’ Berrettaccia, in cuor suo, matura un cambiamento: «dopo il carcere, dopo le paternali del tenente Bellaria, lo Zi’ Berrettaccia sentì germogliare dentro l’anima qualche sentimento nuovo. Era, e non lo sapeva, la volontà di non fare più sciocchezze»[68].

Nonostante le disavventure e le ingenuità, Zi’ Berrettaccia trova riscatto nella leva militare. Anche se inizialmente teme la chiamata alle armi e cerca di evitare il servizio con i suoi stratagemmi tragicomici, la divisa grigio-verde che indossa rappresenta per lui una trasformazione significativa: la sua nuova identità di soldato gli conferisce una dignità inaspettata, valore e senso di appartenenza. Per la prima volta viene chiamato con il suo vero nome, Calogero Scimà, e non più Zi’ Berrettaccia. Ciò simboleggia il passaggio a una nuova fase della sua vita, dove, nonostante la sua continua ingenuità, è rispettato come membro dell’esercito e gode di un riscatto sociale che lo eleva dalla sua condizione precedente.

Per i soldati al fronte, queste storie dal taglio popolareggiante dovevano risultare familiari e rispondevano alla strategia propagandistica dell’infantilizzazione del lettore. D’altro canto, con la militarizzazione del personaggio e il suo riscatto, si forniva in modo subdolo un modello per i soldati umili che, tramite la divisa, potevano sperare in un aumento del proprio prestigio sociale – esattamente come il giovane Peppinello di Peppinello in licenza.

Hanno uno statuto differente e fanno eccezione, nel corpus della narrativa messiniana fin qui esaminato, le novelle Gente che passa[69] e La bottega di Don Lillo[70],entrambe edite nella raccolta Il guinzaglio. In Gente che passa la guerra è solo evocata tra le chiacchiere inquiete degli agiati avventori di uno stabilimento balneare calabrese: «sul terrazzo parlavano della guerra che poteva scoppiare da un momento all’altro»[71] e la preoccupazione è che «“se anche l’Italia si mette in mezzo […] addio bagni!”»[72]. Al centro della novella è una donna smunta, «senza nome, poiché più che l’identità e la consistenza del personaggio, vale l’allegoria della fame che essa incarna»[73]: è una prostituta di passaggio che il gestore mal tollera, a tutela della rispettabilità del posto. La donna è descritta attraverso gli occhi dei presenti con tratti espressionistici: il petto incavato che affiora dalla scollatura, le scapole magre e nude, le orecchie e le labbra mal dipinte, le mani senza sangue. Cacciata dallo stabilimento e poi dal campo di un contadino, la donna muore sola sulla strada, in una condizione di esclusione totale dall’orizzonte degli uomini e della storia: la sua agonia è resa attraverso un contrasto cromatico («Rivide qualcuno che la fissava attonito: un punto azzurro e lontano in mezzo a un violento rosseggiare»[74]) e sonoro («L’aria era ferma, e lo stradale deserto; il mare sciabordava senza tregua, adagio adagio»[75]), mentre la memoria risale all’infanzia e al nome dimenticato.

Tra le pagine della «Giberna»[76] e poi tra quelle del volume, ove la novella è accolta con limitate varianti formali, La bottega di don Lillo si distacca da qualsiasi tema bellico e riporta Messina al suo territorio narrativo più riconoscibile: la Sicilia, la coppia, la satira borghese, la critica verso l’uomo; non a caso, è l’unica novella tra quelle della Giberna che trova una successiva collocazione e riedizione. Don Lillo Restivo è uno scapolo siciliano di trentotto anni che gestisce la bottega del ricco e tirchio zio Verna. Non si è sposato per «quella benedetta paura dei figli»[77] ma, stanco di sottostare allo zio, dietro consiglio dell’amico Epifanio, accetta di sposare donna Lisa Mèruli, una ricca vedova senza figli, ansioso di godersene il villino a Sant’Agata di Militello e la dote. Smette, così, di frequentare la sua amante, la povera Mariagrazia, e affretta le nozze. Inaspettatamente, per la sua disperazione, la moglie dà alla luce due figlie nel giro di due anni. Don Lillo si allontana sempre più dalla casa coniugale e passa quanto più tempo possibile in bottega. Per soddisfare i bisogni continui delle bambine, nella bottega di don Lillo si reca sempre la servetta di casa, per la quale l’uomo inizia a fare «gli occhiacci, perché la servetta cominciava a piacergli. Si faceva bellina; nera come un tizzone, alta e fine come uno stelo»[78].Un giorno, dopo averla voluta abbracciare, torna a casa e viene accolto con rabbia dalla moglie, che lo accusa di fare ancora il don Giovanni. Tuttavia, i due chiariscono, e per sfortuna, a don Lillo arriva un’altra figlia. Si ritrova più torvo, privo di amici e in mano allo zio. Una sera, allora, decide di andare a trovare l’amante di un tempo, Mariagrazia, pensando di vendicarsi della moglie e delle donne.

Lo spoglio sistematico della «Giberna» restituisce un corpus che amplia la bibliografia di Messina e ne arricchisce il profilo di collaboratrice attiva della propaganda bellica. Resta da chiedersi quale posto occupino questi testi nell’arco complessivo della sua produzione di argomento bellico, e cosa la loro sorte editoriale riveli del rapporto della scrittrice con la macchina propagandistica.

Diversi testi noti circolavano prima su rivista e solo in un secondo momento confluivano nelle raccolte: Il dovere appare su «La Donna» nel 1916, prima di essere accolto, con una variante onomastica, in Briciole del destino (1918); Il voto è pubblicato su «Nuova Antologia» nell’aprile del 1918 e ripreso, con il titolo La veste caffè, in Ragazze siciliane (1921); prima ancora, Dopo l’inverno esce su «La Donna» già nel 1912 e viene, poi, rielaborato come Massaro Vanni per Personcine (1921). Questa dinamica di duplice collocazione mostra come il passaggio dal circuito periodico a quello librario costituisca, per il novelliere moderno, un vero e proprio vaglio critico: quando si tratta di testi «flebilmente nazionalistici […] troppo legati all’attualità»[79], raramente superano il passaggio dal giornale alla raccolta. Il criterio di selezione che presiede al progetto macrotestuale della raccolta, anche negli anni del conflitto, rimane, dunque, «l’autogiudizio di valore e disvalore» dell’autore[80].

Applicato al caso di Messina, questo modello illumina la sorte dei testi della «Giberna»; come Il dovere, Il voto e Dopo l’inverno, solo La bottega di don Lillo viene ripreso in volume, mentre gli altri testi destinati al giornale di trincea – la serie di Zi’ Berrettaccia, Peppinello in licenza e Nata! Nata! – non vengono rielaborati dall’autrice. È significativo che l’unico testo ad attraversare il confine tra il giornale di trincea e la raccolta sia proprio la storia di don Lillo: è la novella più distante, nel corpus della «Giberna», dalla retorica bellica, e la più affine, per ambientazione e registro, alla produzione messiniana di lungo periodo.

La mancata ripubblicazione potrebbe configurarsi come un segnale della consapevolezza, da parte della stessa Messina, della minore tenuta artistica di questi testi rispetto al resto della sua produzione: opere d’occasione, scritte sotto la pressione di un destinatario istituzionale e di un’urgenza propagandistica esplicita, mai entrate a far parte del canone personale dell’autrice. Si tratta di testi collocabili pienamente nella categoria della “novella di guerra” scritta simultaneamente al conflitto, a partire da un proposito di connivenza con la macchina propagandistica, più che in quella capace di un ripensamento critico ex post dell’esperienza bellica[81]. In quanto tali, meritano di essere studiati soprattutto come «documento storico, più che come monumento estetico»[82].

Questa ipotesi va temperata da una cautela filologica; l’assenza di manoscritti (andati perduti, verosimilmente, nei bombardamenti che colpirono i luoghi dell’ultimo soggiorno della scrittrice) e la natura sporadica delle attestazioni su rivista rendono la maggior parte dei testi messiniani in volume degli “unica”, privi di varianti testimoniali che permettano di ricostruire un processo di revisione o di scarto consapevole[83]. Per Messina non disponiamo di alcuna dichiarazione che attesti un giudizio critico sui testi della «Giberna». La loro esclusione dal corpus a stampa potrebbe, quindi, derivare tanto da una scelta deliberata quanto, più semplicemente, dalla marginalità della testata e dalla difficoltà pratica di recuperare testi pubblicati su un periodico di guerra, destinato alle trincee e ai soldati.

Quale che sia la ragione della loro omissione dalla memoria editoriale della scrittrice, resta il dato della loro esistenza, e della collaborazione che la genera. «La Giberna» pubblica i testi di Messina tra l’aprile e il dicembre del 1918, dunque nei mesi immediatamente successivi a Caporetto, quando la macchina della propaganda interna si intensifica e coinvolge in modo sistematico anche autrici e autori già affermati nel campo letterario ufficiale. Le ragioni di questa collaborazione restano in parte opache: che siano ragioni remunerative, legate alla necessità di un introito regolare in un momento di crisi del mercato editoriale, o ragioni di opportunità, per non perdere la visibilità nei circuiti intellettuali ufficiali, quando il campo letterario «si riconverte all’improvviso in campo del discorso politico»[84], resta il fatto, documentato per la prima volta da questo spoglio, che Maria Messina prende parte, in modo diretto e non più soltanto mediato dalla tematizzazione narrativa della guerra, alla macchina propagandistica del fronte interno. Questo dato arricchisce la ricezione delle opere e della figura di Maria Messina, restituendo alla scrittrice un margine di adesione ideologica, contingente e forse opportunistica, che non le era stato ancora riconosciuto.

Accanto alla Messina lettrice attenta delle ferite sociali della guerra – madri, mogli, profughe, riformati, mutilati – emerge, dunque, nei testi della «Giberna», una Messina schierata, che presta la propria scrittura, senza apparenti resistenze critiche, al progetto pedagogico e patriottico dell’Ufficio di Propaganda interna. Le due immagini non si escludono: si sovrappongono, in un’autrice che, come molti intellettuali della sua generazione, attraversa la guerra senza una posizione del tutto univoca, oscillando tra la complicità necessaria con il sistema editoriale bellico e la persistenza, nei testi destinati alla lunga durata del libro, di uno sguardo più critico e personale.

Bibliografia:

Bibliografia degli scritti:

  • M. Messina, Lo zio Berrettino, in «Corriere dei Piccoli», V, 1913, n. 43, pp. 5-6;
  • Ead., Il dovere, in «La Donna», XII, 1916, n. 269, p. 8;
  • Ead., Briciole del destino, Milano, Treves, 1918;
  • Ead., Il voto, in «Nuova Antologia», s. VI, vol. CXCV, 16 aprile 1918, pp. 34-40;
  • Ead., Zi’ Berrettaccia e l’albero; Zi’ Berrettaccia incontra compare Malacqua, in «La Giberna», n. 8, 21 aprile 1918, p. 5;
  • Ead., Zi’ Berrettaccia e il cuoco forestiero; Zi’ Berrettaccia va alla fiera, in «La Giberna», n. 11, 12 maggio 1918, p. 5;
  • Ead., Peppinello in licenza, in «La Giberna», n. 16, 23 giugno 1918, pp. 5-6;
  • Ead., Nata! Nata!, in «La Giberna», n. 18, 7 luglio 1918, p. 6;
  • Ead., Zi’ Berrettaccia va a fare legna; Lo Zi’ Berrettaccia e i pulcini, in «La Giberna», n. 22, 18 agosto 1918, p. 6;
  • Ead., Zi’ Berrettaccia “…attacca l’asino dove vuole il padrone”; “…si procura il giudizio”, in «La Giberna», n. 30, 8 ottobre 1918, p. 2;
  • Ead., Zi’ Berrettaccia è richiamato, in «La Giberna», n. 34, 3 novembre 1918, pp. 2-3;
  • Ead., Zi’ Berrettaccia “…dà l’allarme”; “…e il rifugio”, in «La Giberna», n. 38, 1° dicembre 1918, pp. 5-6;
  • Ead., La bottega di don Lillo, in «La Giberna», n. 42, 29 dicembre 1918, pp. 3-5;
  • Ead., Alla deriva, Milano, Treves, 1920;
  • Ead., Il giardino dei Grigoli, Milano, Treves, 1920;
  • Ead., Il guinzaglio, Milano, Treves, 1921;
  • Ead., Personcine, Milano, Vallardi, 1921;
  • Ead., Ragazze siciliane, Firenze, Le Monnier, 1921;
  • Ead., Cenerella, Firenze, Bemporad, 1922;
  • Ead., Le pause della vita, Milano, Treves, 1926;
  • Ead., Tutte le novelle, a cura di A. Di Silvestro, Roma, Edizioni Croce, 2020.

Bibliografia della critica:

  • G. Pitrè, Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, 4 voll., Palermo, Luigi Pedone Lauriel, 1875;
  • M. Isnenghi, Giornali di trincea 1915-1918, Torino, Einaudi, 1977;
  • M. Di Giovanna, La fuga impossibile. Sulla narrativa di Maria Messina, Napoli, Federico & Ardia, 1989;
  • M. Di Giovanna, La testimone indignata e le trappole del sistema. Il percorso narrativo di Maria Messina, in Donne e scrittura, Palermo, La Luna, 1990;
  • B. Monfort, La nouvelle et son mode de publication. Le cas américain, in «Poétique», n. 90, 1992, pp. 153-71;
  • C. Pausini, Le briciole della letteratura: le novelle e i romanzi di Maria Messina, Bologna, Clueb, 2001;
  • M. S. Sapegno, Sulla soglia: la narrativa di Maria Messina, in «altrelettere», 2012, pp. 46-67;
  • C. Gragnani, L’altra sponda del conflitto: le scrittrici italiane e la prima guerra mondiale, in «Allegoria», n. 74, luglio-dicembre 2016, pp. 41-62;
  • M. Martín Clavijo, La Grande Guerra contada a los niños: «Personcine» de Maria Messina, in Desafiando al olvido: escritoras italianas inéditas, a cura di M. Martín Clavijo e M. Bianchi, Salamanca, Ediciones Universidad de Salamanca, 2017, pp. 223-36;
  • Ead., Las “viudas blancas”: el vacio de la emigración en los relatos de Maria Messina, in Personajes en tránsito: reescritura de mitos y diásporas. Un acercamiento interdisciplinar, a cura di S. Velázquez García e M. Bianchi, Madrid, Visor, 2018;
  • G. La Grotteria, Dal Corriere dei Piccoli: il fronte interno nel 1917, in «Cahiers de la Méditerranée», n. 97, 2018, n. 1, pp. 153-62;
  • Di Silvestro, Nota al testo, in M. Messina, Tutte le novelle, a cura di A. Di Silvestro, Roma, Edizioni Croce, 2020, pp. XXXV-XXXIX;
  • D. Privitera, L’Universo femminile di Maria Messina, in «Italica», vol. 100, n. 2, 2023, pp. 211-22;
  • I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929: tipologie, apparati editoriali, modelli di lettura, Firenze-Siena, Firenze University Press-USiena PRESS, 2025.

Archivi digitali:

  • 14-18 documenti e immagini della Grande Guerra, a cura del Ministero della Cultura, Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane, 2020-2021, https://www.14-18.it/ (ultima consultazione: 30/04/2026).


[1] Per una presentazione complessiva dell’autrice e delle sue opere si rimanda a M. Di Giovanna, La fuga impossibile. Sulla narrativa di Maria Messina, Napoli, Federico & Ardia, 1989; M. Di Giovanna, La testimone indignata e le trappole del sistema. Il percorso narrativo di Maria Messina, in Donne e scrittura, Palermo, La Luna, 1990; C. Pausini, Le «briciole» della letteratura: le novelle e i romanzi di Maria Messina, Bologna, clueb, 2001; M. S. Sapegno, Sulla soglia: la narrativa di Maria Messina, in «Altrelettere», 2012, pp. 46-67; D. Privitera, L’Universo femminile di Maria Messina, in «Italica», vol. 100, n. 2, 2023 pp. 211-22.

[2] Cfr. C. Pausini, Le briciole della letteratura, op. cit., p. 60.

[3] Per uno studio approfondito della novella tra Otto e Novecento si rimanda a I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929: tipologie, apparati editoriali, modelli di lettura, Firenze-Siena, Firenze University Press-USiena PRESS, 2025; per un’analisi della novellistica e dei suoi supporti materiali durante il primo conflitto mondiale si rimanda, in particolare, al capitolo 8 (Novelle per la Grande guerra, pp. 141-55), che ha permesso di riorientare e integrare prospettive critiche nuove alla ricerca condotta.

[4] Occupandoci qui di forme narrative brevi, non vengono proposti i romanzi in cui viene toccato il tema bellico. Si segnalano, comunque, i due romanzi per l’infanzia scritti con finalità esplicitamente pedagogiche e propagandistiche. Il primo, Cenerella (pubblicato a puntate tra le pagine del «Corriere dei piccoli» nel 1917 e poi edito in volume dalla casa editrice Bemporad 1922), assieme al tema dell’emigrazione, affronta temi patriottici, soffermandosi sulla costruzione e la derisione del nemico austriaco (rappresentato dalla zia della bambina protagonista) e sull’esaltazione del mito risorgimentale garibaldino e dell’eroismo dei soldati italiani (incarnato da Domenico, fratello di Cenerella e prigioniero a Mathausen); il secondo, Il giardino dei Grigoli (apparso anch’esso a puntate tra le pagine del «Corriere dei piccoli» nel 1919 e poi pubblicato l’anno successivo da Treves), pur essendo dedicato al patriottismo, è caratterizzato da un tono meno didascalico. Per il ruolo della scrittura per l’infanzia nella mobilitazione propagandistica bellica si rimanda almeno al caso studio del «Corrierino» di G. La Grotteria, Dal Corriere dei Piccoli: il fronte interno nel 1917, in «Cahiers de la Méditerranée», 97/1, 2018, pp. 153-62. A questi romanzi è possibile affiancare Alla deriva (Milano, Treves, 1920), tra le cui pagine viene criticato il nemico tedesco, e Le pause della vita (Milano, Treves, 1926) in cui Paola, la protagonista, è costretta a separarsi dal fratello che parte al fronte e, quindi, a lavorare come impiegata alle poste per poter sopravvivere. Proprio alle poste si tiene una scena di protesta dovuta al ritorno degli ex-combattenti al lavoro, che sottraggono così il posto toccato alle donne.

[5] M. Messina, Il dovere, in «La Donna», XII, 1916, n. 269, p. 8. Se ne legge un passo in I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929, op. cit., p. 150. Si nota una variante rispetto al testo edito per la raccolta Briciole del destino (Milano, Treves, 1918): il figlio di Catena è chiamato Mommino nella versione su rivista e Giorgino nella versione in volume. Il testo consultato, come per le altre novelle prese in esame, è M. Messina, Tutte le novelle, a cura di A. Di Silvestro, Roma, Edizioni Croce, 2020.

[6] L’emigrazione in America è un tema spesso affiancato a quello bellico e, in generale, ricorrente nella narrativa messiniana. Si rimanda a C. Pausini, Le briciole della letteratura, op. cit., pp. 58-63 e a M. Martín Clavijo, Las “viudas blancas”: el vacio de la emigración en los relatos de Maria Messina, in Personajes en tránsito: reescritura de mitos y diásporas. Un acercamiento interdisciplinar, a cura di S. Velázquez García e M. Bianchi, Madrid, Visor, 2018.

[7] I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929, op. cit., p. 150. Si rimanda alle pp. 150-52 per una riflessione sulla figura del disertore nelle novelle di guerra.

[8] «“Ma”, esclamò la signora, sorpresa, “forse non sapete che i bambini sono provveduti di latte, di corredini? che le mogli dei richiamati trovano facilmente lavoro?…”» (M. Messina, Il dovere, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 268).

[9] «Era scappato in America. Non scriveva neppure. Lei sì. Lei sì. Gli aveva fatto scrivere. Era andata col bimbo in collo, ogni giorno, a piedi, fino al San Carlo, per raccomandarsi allo scrivano come un’anima del purgatorio […] Egli non rispose mai» (ivi, p. 272).

[10] M. Messina, Mandorle, in Ead., Ragazze siciliane, Firenze, Le Monnier, 1921.

[11] M. Messina, Mandorle, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 409.

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 410.

[14] M. Messina, Una giornata di sole, in Ead., Il guinzaglio, Milano, Treves, 1921.

[15] M. Messina, Una giornata di sole, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 315. La novella racconta di Liberata, donna che si è occupata tutta la vita del padre malato, dal quale è totalmente assorbita. Viene invitata dalla nipote, Gaby, la quale desidera presentarle il fidanzato. Egli si confida con la donna in merito alla sua relazione con Gaby e, nel contatto con l’uomo, Liberata sente una felicità sconosciuta e fuggita, che rievoca una volta tornata a casa, assieme al profumo dell’uomo.

[16] Ivi, p. 316.

[17] Dopo l’inverno appare su «La Donna» nell’ottobre 1912 prima di essere edito nella raccolta Personcine curata dall’editore Vallardi nel 1921. Per la collocazione in rivista, la novella viene rimaneggiata e riproposta con il titolo di Massaro Vanni. Per un confronto tra le due versioni si rimanda ad A. Di Silvestro, Nota al testo in M. Messina, Tutte le novelle, op. cit., pp. XXXV-XXXIX.

[18] La novella è stata prima pubblicata su «Nuova Antologia» con il titolo Il voto (16 aprile 1918, s. VI, vol. 195, pp. 34-40), poi nella raccolta Ragazze siciliane (Firenze, Le Monnier, 1921) come La veste caffè.

[19] È interessante il passo in cui Eliodoro mette in discussione gli ideali patriottici trasmessigli per via della delusione di non essere accettato, nemmeno come volontario, in guerra: «Allora Eliodoro guardava con doloroso stupore i suoi cari vecchi che gli avevano insegnato ad amar fortemente la Patria, da bambino: la Patria – creatura alata e senza volto, che ha soltanto un nome, come l’Ideale, come la Giovinezza, e fa parte di noi, della nostra razza dell’aria che ci nutrica. Avevano dunque mentito, allorché non li minacciava alcun pericolo? Il mondo era dunque senza luce e senza bellezza? e anche la fervida idealità dei suoi vecchi non era stata che una gonfia posticcia espressione?» (M. Messina, La veste caffè, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 457).

[20] Ivi, p. 451.

[21] M. Messina, Storiella di Natale, in Ead., Personcine, Milano, Vallardi, 1921.

[22] M. Messina, Storiella di Natale, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 508.

[23] M. Messina, Il tricolore di Fedele, in Ead., Personcine, op. cit.

[24] Per un’analisi approfondita del tema del rapporto tra infanzia e guerra in Personcine si rimanda a M. Martín Clavijo, La Grande Guerra contada a los niños: «Personcine» de Maria Messina, in Desafiando al olvido: escritoras italianas inéditas, a cura di M. Martín Clavijo e M. Bianchi, Salamanca, Ediciones Universidad de Salamanca, 2017, pp. 223-36.

[25] Per il concetto di “politesto” con cui si intendono giornali, periodici e quotidiani come sede di pubblicazione e morfologizzazione primaria del genere-novella, si rimanda a B. Monfort, La nouvelle et son mode de publication. Le cas américain, in «Poétique», n. 90, 1992, pp. 153-71.

[26] I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929, op. cit., p. 151.

[27] Lo studio nasce dall’effettuazione di uno spoglio sistematico di periodici, giornali di trincea e numeri unici consultabili nelle sezioni Periodici e Giornali di trincea dell’archivio digitale 14-18. Documenti e immagini della Grande guerra (http://www.14-18.it/; ultima consultazione: 30/04/2026), portale realizzato dal Ministero della cultura e dall’Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane in occasione del centenario della Grande Guerra. Lo spoglio è stato orientato verso l’individuazione delle forme della narrativa breve di finzione, la loro tematizzazione e l’analisi della loro funzione in rapporto al politesto giornalistico e al contesto storico-culturale dell’Italia della Grande Guerra. Di maggiore interesse sono stati i casi di autrici e autori inseriti nei circuiti intellettuali ufficiali e pubblici, ma non sono stati trascurati i casi minori.

[28] C. Gragnani, L’altra sponda del conflitto: le scrittrici italiane e la prima guerra mondiale, in «Allegoria», n. 74, luglio-dicembre 2016, pp. 41-62.

[29] «La Giberna» esce dal 3 marzo 1918 al 5 gennaio 1919 per un totale di 43 numeri, come settimanale in otto pagine, di umile formato. Viene stampato a Milano, ha direzione e amministrazione a Roma, con Amici Defendente quale gerente responsabile. È espressione dell’Ufficio di Propaganda interna e si rivolge, generalmente, all’esercito. A detta di Prezzolini, è una pubblicazione «riuscitissima» (M. Isnenghi, Giornali di trincea 1915-1918, Torino, Einaudi, 1977, p. 93);del resto, ha collaboratori di prim’ordine. Tra i soldati, però, «è di tutti i giornali […] la meno ricercata. Forse perché viene troppo palesemente dall’interno del paese» (ibidem). Tuttavia, la rubrica dei lettori ha successo e, dal 16 giugno del 1918 esce «La Giberna dei lettori», composta da scritti e disegni inviati dai militari. Oltre a Maria Messina, vi collaborano autrici e autori quali Francesco Sapori, Adolfo Albertazzi, Mario Puccini, Ferdinando Paolieri, Onorato Fava, Clarice Tartufari, Michele Saponaro, Carlo Dadone, Giuseppe Fanciulli, Luigi Orsini, Térésah, Marino Moretti, Salvatore di Giacomo, Nino Martoglio. Contribuiscono con novelle, racconti, poesie che talora esulano dal tema della guerra e dalla retorica militare per connotarsi in senso più ludico e ricreativo. Anche gli illustratori danno un notevole contributo; tra questi, si ricordano Sto (Sergio Tofano), Amos Scorzon, Alberto Bianchi e Francesco Carnevali. La distanza tra emittente e destinatario di cui è accusata «La Giberna» rispecchia la situazione generale del divario tra fronte interno e combattenti: i civili assumono a proprio destinatario chi combatte, ma i contributi «in realtà non sono niente più che la volenterosa testimonianza di un desiderio o un alibi di partecipazione di emarginati, imboscati, assenti, donne, prelati, mutilati» (ivi, p. 94), mediati da pedagogismo e populismo. È un problema comune a molti giornali di trincea: appaiono troppo costruiti e letterari, animati da «“spirito di lontana retrovia”, come sembrò a Cecchi e Prezzolini» (ivi, p. 93).

[30] Al confronto, fra i due testi non emergono varianti sostanziali. La versione accolta nel volume presenta l’espunzione di alcuni periodi e l’attenuazione di alcune scelte lessicali più marcate presenti nella versione su «La Giberna». Tali interventi non alterano la struttura narrativa né il profilo dei personaggi, ma restituiscono una versione complessivamente più sobria nel registro.

[31] Tali testi illustrati da Francesco Carnevali, eccetto La bottega di don Lillo, pubblicata con illustrazioni ad opera di Gustavino (Gustavo Carlo Claudio Rosso).

[32] M. Messina, Peppinello in licenza, in «La Giberna», n. 16, 23 giugno 1918, pp. 5-6.

[33] Ivi, p. 5.

[34] Ivi, p. 6.

[35] Ibidem.

[36] Ibidem.

[37] Ibidem.

[38] M. Messina, Nata! Nata!, in «La Giberna», n. 18, 7 luglio 1918, p. 6.

[39] Sembra evidente che sia state erroneamente trascritta la parola “nata” al posto di “uata”, che renderebbe graficamente la fonetica della parola “water”.

[40] Ibidem.

[41] Ibidem.

[42] M. Messina, Lo zio Berrettino, in «Corriere dei Piccoli», a. V, n. 43, 26 ottobre 1913, pp. 5-6. Nella novella Lo zio Berrettino viene narrata la storia di un villano che, dopo essere stato derubato dei suoi fichi, finge di stringere amicizia con i tredici ladri per poterli imbrogliare a sua volta. Con la complicità della moglie, riesce a imbrogliarli per tre volte, vendendo loro un coniglio in grado di portare carichi sulla schiena come un somaro, una pentola che cucina senza fuoco, uno zufolo che resuscita la moglie ammazzata di botte. I ladri, capita la burla, chiudono lo zio Berrettino in un sacco per annegarlo in mare. Il villano convince un capraio a prendere il suo posto e racconta ai ladri, che si stupiscono di vederlo ancora vivo, di essersi salvato perché loro lo avevano buttato vicino e un gregge di capre gli si era parato innanzi. Spiega ai ladri che il gregge si sarebbe moltiplicato se egli fosse stato gettato più lontano, inducendoli a implorarlo di essere gettati in mare aperto. Eseguita la richiesta, zio Berrettino torna a casa, arricchito dalle capre e dai cavalli.

[43] La novella di Messina condensa dettagli provenienti dalle tre versioni menzionate, adatta il nome zio Berrettino, trasponendo la fonetica dialettale in quella italiana, e reca esplicitamente la dicitura «dal siciliano». 

[44] Le storielle hanno, comunque, carattere toscaneggiante, specialmente nel lessico; quindi, non è da escludere una parentela anche con le storie popolari toscane e con il Grullo.

[45] Tale dicitura è utilizzata per i numeri 8, 11, 22. Per i numeri 30, 34 e 38 il titolo è direttamente Lo Zi’ Berrettaccia.

[46] M. Messina, Zi’ Berrettaccia e l’albero, Zi’ Berrettaccia incontra compare Malacqua, in «La Giberna», n. 8, 21 aprile 1918, p. 5.

[47] Ibidem.

[48] Ibidem.

[49] M. Messina, Zi’ Berrettaccia e il cuoco forestiero, Zi’ Berrettaccia va alla fiera, in «La Giberna», n. 11, 12 maggio 1918, p. 5.

[50] Ibidem.

[51] Ibidem.

[52] Ibidem. Letteralmente, la ficattola è una pasta fritta tipica Toscana.

[53] Ibidem.

[54] Ibidem.

[55] M. Messina, Zi’ Berrettaccia va a fare legna, Lo Zi’ Berrettaccia e i pulcini, in «La Giberna», n. 22, 18 agosto 1918, p. 6.

[56] Ibidem.

[57] M. Messina, Zi’ Berrettaccia “…attacca l’asino dove vuole il padrone”, “…si procura il giudizio”, in «La Giberna», n. 30, 8 ottobre 1918, p. 2.

[58] Ibidem.

[59] Ibidem.

[60] M. Messina, Zi’ Berrettaccia è richiamato, in «La Giberna», n. 34, 3 novembre 1918, pp. 2-3.

[61] Ivi, p. 2.

[62] Ibidem.

[63] Ibidem.

[64] Ivi, p. 3.

[65] Ibidem.

[66] Ibidem.

[67] M. Messina, Zi’ Berrettaccia “… dà l’allarme”, “…e il rifugio”, in «La Giberna», n. 38, 1° dicembre 1918, pp. 5-6.

[68] Ivi, p. 6.

[69] M. Messina, Gente che passa, in Ead., Il guinzaglio, Milano, Treves, 1921.

[70] M. Messina, La bottega di don Lillo, in «La Giberna», n. 42, 29 dicembre 1918, pp. 3-5.

[71] M. Messina, Gente che passa, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 299.

[72] Ibidem.

[73] C. Pausini, Le briciole della letteratura, op. cit., p. 61.

[74] M. Messina, Gente che passa, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 304.

[75] Ivi, p. 305.

[76] Dallo spoglio effettuato emerge, tra le pagine della «Giberna», la presenza di un cospicuo numero di novelle che non trattano tematiche di guerra, ma che hanno lo scopo di intrattenere i soldati al fronte. La maggior parte di questi testi sono di tipo comico-satirico; effetto che si ottiene dal contrasto tra la vita degli umili e la vita dei ricchi, tra ingenui e scaltri, tra donne e uomini. In misura minore, sono presenti anche novelle di carattere drammatico-tragico. Si segnalano in questa sede le novelle più interessanti. Il tema del contrasto tra la vita degli umili e quella dei ricchi viene trattato nelle novelle La via del male di Térésah; L’eredità di Bastianino e Le terribili conseguenze di un matrimonio, entrambe di Carlo Dadone; I due stomachi di Ostilio Lucarini.Il contrasto tra ingenui e scaltri è trattato in Il mago e Marianna di Grazia Deledda; La morte della strega di Ferdinando Paolieri; Gigi Sbotta s’è fatto furbo e La “spagnolite” a Frascaverde Carlo Dadone; in L’ultima di Don Giovannidi Paolo Ayala; nella novella Il Gatto Verdedi Onorato Fava e in L’amico delle donnedi Giuseppe Fanciulli. In molte novelle viene trattato in modo comico-satirico il tema del matrimonio e nella maggior parte di esse è la donna che risulta la più furba. È il caso di novelle come Il cavalier servente di Celso Salvini; Un pasticcio di piccioni di Mariannina Cattaneo Serrao; Ah, le mogli di V. A. Aloysio; Come Taddeo si persuase… di Luigi Orsini; La storia dei tre di Mini; Meo o Laoe Una moglie per telefono di Onorato Fava,Francesco Sapori Ricordati del Falso Magro. Sono novelle di tipo drammatico-tragico le seguenti: La Neviera di Francesco Sapori; Lodoletta di Gabriella Guatta; Sonata al chiaro di luna di Guido M. Gatti; Salvataggio! di Carola Prosperi; Otello di Onorato Fava.

[77] M. Messina, La bottega di don Lillo, in «La Giberna», op. cit., pp. 3.

[78] Ivi, p. 4.

[79] I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929, op. cit., p. 153.

[80] Ibidem.

[81] Ivi, p. 155.

[82] Ibidem.

[83] A. Di Silvestro, Nota al testo, op. cit., p. XXXIX.

[84] I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929, op. cit., p. 153.

(fasc. 61, 25 agosto 2026)

Il ritorno di Machiavelli: Benedetto Croce lettore di Mario Mariani

Author di Anna Di Bello

Abstract: Scritto nel 1916, Il ritorno di Machiavelli è il primo tentativo di Mario Mariani, in qualità di osservatore politico e saggista, di proporre il proprio pensiero politico. Secondo l’interpretazione di Mariani, i responsabili della catastrofe bellica sono da ricercare tra coloro che hanno permesso che si sviluppasse l’inferiorità militare dei paesi europei rispetto alla Germania. In questo modo, attraverso il recupero di Machiavelli, Mariani immagina un’etica politica più che umanitaria; l’impreparazione delle forze dell’Intesa – e in particolare dell’Italia – non è solo nelle armi, ma anche nello spirito. Se i tedeschi sanno fare bene la guerra, è perché hanno fatto propri i principi del machiavellismo, inteso come politica della forza. In questo senso, quindi, non è la guerra in quanto tale a essere condannabile, ma l’impreparazione a essa. Questa lettura attirò l’attenzione di Benedetto Croce, che gli dedicò una lusinghiera recensione su «La Critica» in cui, convinto anch’egli che la guerra sia l’ineludibile realtà storica degli Stati, ammette un necessario ritorno alla pura forza di Machiavelli, svincolata da letture intellettualistiche. Il testo di Mariani è, dunque, una preziosa testimonianza per registrare la rinnovata attenzione di cui godette l’autore del Principe durante la Grande Guerra, in una fase storica in cui si amplificava l’immagine di Machiavelli come ispiratore della politica come esercizio della forza ed espressione del dominio.

Abstract: Written in 1916, Il ritorno di Machiavelli (The Return of Machiavelli) is the first attempt by Mario Mariani as a political observer and essayist, to offer his own political thought. According to Mariani’s interpretation, those responsible for the war catastrophe are to be sought among those who allowed the military inferiority of European countries to develop in relation to Germany. In this way, through the recovery of Machiavelli, Mariani envisages a political rather than humanitarian ethic; the unpreparedness of the Entente forces ‒ and especially of Italy ‒ is not only in arms but also in spirit. If the Germans know how to wage war well, it is because they have made the principles of Machiavellianism understood as the politics of force their own. In this sense, therefore, it is not the war as such that is condemnable but the unpreparedness for it. This reading attracted the attention of Benedetto Croce who dedicated a flattering review to him in «La Critica» in which, also convinced that war is the inescapable historical reality of states, he admits a necessary return to Machiavelli’s pure force, freed from intellectualistic readings. Mariani’s text is therefore a valuable testimony to record the renewed attention enjoyed by the author of Il Principe during the Great War, in a historical phase in which the image of Machiavelli as the inspirer of politics as the exercise of force and expression of domination was amplified.

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(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

“I vinti di Caporetto” di Guido Sironi: tecniche narrative e strategie retoriche

Author di Maria Panetta

esemplare della prima edizione del 1922, L. 10  (Collezione privata di «Diacritica»)
Esemplare della prima edizione del 1922, L.10
(Collezione privata di «Diacritica»)

Guido Sironi, tenente del 214° reggimento fanteria, brigata Arno, fu catturato a Passo Zagradan tra il 25 e il 26 ottobre 1917.

Il suo I vinti di Caporetto (edito nel 1922; cfr. Fig. n. 1) reca il sottotitolo Ricordi di prigionia: nella breve premessa, l’autore ci tiene a precisare che il volume «non ha nessuna intenzione letteraria, ma vuol essere soltanto un documento per la storia completa della grande guerra»1. Aggiunge di aver «tentato di mettere in luce» sia la vita esteriore sia quella interiore dei prigionieri di guerra e di aver «descritta la verità umana, senza veli», resistendo alla «facile tentazione di dare un colore eroico alle nostre mediocri vicende». I suoi ricordi sono dedicati a Paolo Wilmant, compagno di battaglia e di prigionia sepolto a Cellelager, e a Renzo Vitrotti, concittadino che condivideva con lui «ideali di italianità onestamente professati»2 e che, per Sironi, simboleggia tutti i prigionieri di guerra «ingiustamente dimenticati». Altri due punti della breve Prefazione sono degni di nota: l’affermazione che «nel ricordo dei morti sentono di nobilitarsi anche i vivi, reduci dal martirio», che rammenta il dissidio interiore di tante pagine di Primo Levi sulla sindrome del “sopravvissuto”; e il ringraziamento finale a Giuseppe Talamoni (1886-1968), l’artista monzese che illustrò le pagine del cosiddetto “diario”, regalando all’«arido mio racconto la suggestiva vibrazione di una memore poesia. Di questa suggestione io non ho alcun merito», un modo di ribadire ulteriormente la finalità non artistica del proprio libro, da parte dell’autore. Curioso, però, che il primo ricordo del capitolo iniziale, intitolato La battaglia, quello dell’8 ottobre 1917, esordisca così: «Giornate piovose»3, frase ellittica di verbo seguita da un a capo evocativo. Continua a leggere “I vinti di Caporetto” di Guido Sironi: tecniche narrative e strategie retoriche

(fasc. 3, 25 giugno 2015)

Lussu, Gadda e la demitizzazione della Grande Guerra

Author di Carlo Serafini

L’incremento di studi, dovuto alla vasta organizzazione di convegni e dibattiti sulla Grande Guerra in occasione del centenario, ha portato a riflettere su posizioni critiche e ideologiche sul mito della Grande Guerra e sulle caratteristiche letterarie e strutturali delle opere che l’hanno raccontata. La memorialistica di guerra di Emilio Lussu e di Carlo Emilio Gadda, pur se profondamente diversa nelle due opere (basti dire che Lussu scrive venti anni dopo gli avvenimenti, mentre Gadda redige i suoi diari in presa diretta), offre la possibilità di esprimere alcune considerazioni su ciò che realmente è stata per gli italiani spediti al fronte l’esperienza bellica della prima guerra, il tutto inserito in un contesto di lettura e studio letterario più che storico, come è giusto che sia. Continua a leggere Lussu, Gadda e la demitizzazione della Grande Guerra

(fasc. 3, 25 giugno 2015)