Introduzione
Il lavoro di ricerca dal quale è estratto il seguente articolo propone un’analisi della storia e dello sviluppo della censura libraria nella Repubblica Popolare Cinese, allo scopo di comprendere quanto il fenomeno sia radicato nella storia del paese e come siano cambiate le modalità censorie nel corso del Novecento e dall’arrivo di Internet ai giorni nostri. Anche a fronte dei turbolenti sviluppi degli ultimissimi anni, vedremo come il regime autoritario cinese, sotto l’ormai presidente a vita Xi Jinping, stia stringendo sempre di più il controllo sulla popolazione, negando i diritti di espressione e di stampa[1].
Il secolo scorso è stato per la Cina un periodo di cambiamenti rivoluzionari, che hanno determinato la trasformazione di un impero basato da millenni su una società feudale in uno stato moderno, prima retto dal rigido sistema del “socialismo di stampo cinese”, e infine improntato a un capitalismo senza scrupoli. Il ruolo della Cina nella scena internazionale è sempre più centrale, non soltanto dal punto di vista economico, ma anche da quello culturale. Mentre la popolazione cinese supera il numero di 1,4 miliardi di persone e cresce una middle class sempre più altamente scolarizzata, il mercato librario cinese si avvicina a essere il primo al mondo, e gli enormi profitti attraggono sempre più autori, agenti letterari e case editrici straniere. Tuttavia, per entrare nel mondo della pubblicazione in Cina, bisogna venire a patti con un sistema censorio che limita fortemente la libertà individuale di autori e lettori.
Nel corso di questa ricerca cercheremo di ragionare sulle motivazioni e sulle modalità della censura libraria seguendo un percorso diacronico attraverso la storia della Repubblica Popolare Cinese dal 1949 fino al 2020 e daremo uno sguardo al mercato librario cinese odierno che, nonostante le criticità legate allo stretto controllo statale, non è affatto privo di interessanti innovazioni. Per impiantare una solida base di ragionamento da cui partire, inizieremo il percorso con qualche accenno alla storia più antica del fenomeno, tra Cina e Occidente, per vedere, poi, come la censura si sia sistematicamente legata al potere in epoca moderna e nella Cina Imperiale e come sia diventato strumento fondamentale per i totalitarismi nel Novecento. Sottolineeremo i tratti più distintivi della censura al servizio dei regimi, per ricordare alcuni eventi e dati utili a ragionare sullo sviluppo della censura libraria cinese da Mao a Xi.
Libri perduti e libri distrutti
Quella della distruzione dei libri è una storia lunga quanto quella della loro stessa invenzione. Nel 1924 una scoperta archeologica portò alla luce i libri più antichi giunti fino a noi: negli scavi condotti nel sito dell’antica città di Uruk, furono trovate molte tavolette databili tra il 4100 e il 3300 a. C., alcune intatte, altre in frantumi, sbriciolate o bruciate. Così trovammo la prova dell’inizio della civiltà, della scrittura e dei libri, che provava al tempo stesso la loro prima distruzione. Il danno non fu naturale, ma provocato dalle guerre tra città-stato: si distruggeva la città nemica e la sua cultura[2].
Una delle prime testimonianze note della distruzione di un’opera letteraria compare nell’antica Grecia in un frammento di un’opera di Aristotele per il resto andata perduta. In questo libro, Sui poeti, Aristotele raccontava di due poemi del filosofo Empedocle che furono bruciati, probabilmente per la presenza di gravi affermazioni religiose[3]: i distruttori di libri sono dogmatici, perché si aggrappano a una visione del mondo univoca e autoritaria. La componente materiale del libro è accidentale: l’oggetto della distruzione è ciò che si considera una minaccia per un valore ritenuto superiore. Lo sapeva bene Qin Shi Huangdi (秦始皇帝[4], letteralmente ‘primo imperatore della dinastia Qin’), quando unificò la Cina e ne divenne primo imperatore: nel 213 a. C. ordinò di bruciare tutti i libri tranne quelli che trattavano di medicina, agricoltura e profezie.
All men in the entire empire who possess copies of “The Book of History”, “The Book of Poetry” and works of the Hundred Schools, must all take these books to the magistrate to be burnt [5]. Those who dare to discuss and comment on The Book of History and The Book of Poetry should be put to death and their bodies exposed in the market place. Those who praise ancient institutions to decry the present regime shall be exterminated with all the members of their families. Officials who condone breaches of this law shall themselves be implicated in the crime. Thirty days after the publication of this decree, all who have not burnt their books will be branded and sent to forced labor on the Great Wall. Those books which shall be permitted are only those which treat of medicine, divination, agriculture and arboriculture. As for those who wish to study law and administration, let them take the governing officials as their masters[6].
Solo gli scritti dei legalisti, difensori del suo regime, furono risparmiati, mentre il resto dei libri cinesi veniva dato alle fiamme dai funzionari imperiali che passavano di casa in casa per requisirli[7]. Questa operazione di unificazione culturale imposta con la violenza è passata alla storia come l’emblema della tirannia di Shi Huangdi, alimentata dall’invenzione di terribili leggende tramandate dalle dinastie successive. La più nota, che ancora oggi viene associata al rogo dei libri e raccontata come realmente accaduta, è quella del martirio dei confuciani: assieme al rogo dei libri il primo imperatore avrebbe ordinato che fossero sepolti vivi più di quattrocento letterati refrattari, seguaci di Confucio[8]. Alla fine, anche la biblioteca che conservava i libri che non erano stati eliminati bruciò durante la guerra civile che rovesciò i deboli successori di Shi Huangdi.
Un libro si distrugge col fine di cancellare la memoria che conserva, il patrimonio di idee di una cultura intera. Così, ad esempio, quando nel 70 d. C. i romani soffocarono le rivolte degli ebrei con la distruzione del Tempio di Gerusalemme, centinaia di testi furono coinvolti. Nella stessa Roma, già dai tempi di Augusto, venivano mandate al rogo migliaia di opere in latino e greco in nome della ragione di Stato. Fu lo stesso Augusto a proibire la circolazione dell’Ars amatoria di Ovidio, Tiberio condannò al suicidio Cremuzio Cordo e al rogo i suoi scritti, Domiziano ordinò falò pubblici per i libri sospettati di offenderlo.
All’inizio dell’era cristiana, sono stati sistematicamente distrutti libri di magia, testi gnostici e scritti inerenti alle altre eresie che man mano erano comparse. Tanti dei preziosi manoscritti irlandesi prodotti dai monaci dei centri religiosi fondati da San Patrizio e ai quali dobbiamo il recupero di molti testi classici, ma anche di mitologia e narrativa celtica, sono finiti gettati in mare dai vichinghi intorno al IX secolo. Gli sforzi bizantini di salvaguardare il patrimonio letterario classico non riuscirono a impedire la distruzione sistematica dei libri che scomparvero in incendi nell’VIII secolo e negli assalti alle chiese agli inizi del IX. All’epoca della crisi iconoclasta, a cavallo tra i secoli VII e IX, i disordini colpirono i libri di autori di entrambe le fazioni e nelle biblioteche furono distrutti centinaia di manoscritti miniati. Il disastro peggiore si verificò quando la quarta crociata raggiunse Costantinopoli, nel 1204: la furia selvaggia dei crociati imperversò nella città e tra le vittime vi furono anche migliaia di manoscritti. Infine, nel 1453, arrivarono i turchi di Maometto II il Conquistatore. Saccheggiarono la città per tre giorni, devastando icone, chiese e manoscritti, appiccando il fuoco a tutto ciò che potevano, facendo a pezzi tutti i libri che trovarono. Lo stesso trattamento era stato riservato dai mongoli guidati da Gengis Khan e dai suoi successori alle pregiate biblioteche degli stati islamici, invasi nel XIII secolo. Nel 1258, durante l’assedio di Bagdad, i mongoli gettarono tra i flutti del Tigri i manoscritti della storica biblioteca Bayt al-Ḥikma, “casa della Sapienza”, fulcro dell’epoca d’oro islamica. La sua distruzione fu premeditata: i mongoli volevano annientare il prestigio intellettuale e la ricchezza culturale della città e lo fecero in maniera irreversibile.
Sistemi di censura: prevenzione e repressione
Quelli elencati fin qui sono solo alcuni esempi di come, nel corso della storia, i libri siano stati vittime di chi ha voluto annientare con la forza il pensiero altrui per imporre il proprio, facendo scomparire idee, cultura, memoria. Questo meccanismo repressivo che, come abbiamo brevemente raccontato, ha accompagnato in tutto il mondo la scrittura fin dalla sua prima comparsa, si è a mano a mano consolidato nei meccanismi del potere, fino ad essere esercitato non più tanto dal nemico invasore, ma sistematicamente in maniera verticale in tutte le società sviluppate.
In particolar modo in Europa, «l’invenzione della stampa a caratteri mobili alla metà del XV secolo suscitò la consapevolezza che un controllo sistematico della comunicazione costituisse un’esigenza necessaria per le nuove forme di autorità pubblica, impegnate a dotarsi di autorevolezza e di strumenti di intervento irresistibili», spiega Edoardo Tortarolo nell’introduzione a L’invenzione della libertà di stampa[9]. Come sostiene Tortarolo rifacendosi al linguaggio del sociologo Max Weber, a un certo punto dello sviluppo europeo sembrò indispensabile la creazione di un “guscio duro come l’acciaio” che contenesse la vita interiore degli uomini, che nel pratico fu il controllo di qualsiasi forma di comunicazione scritta che intralciò di conseguenza anche la trasmissione orale di pensieri, idee ed emozioni[10]. Sembra, dunque, lecito considerare questo sistematico controllo della produzione e della circolazione di libri al pari della violenza distruttiva di popoli invasori e della follia piromane dei grandi imperatori, ugualmente responsabile della perdita di un patrimonio collettivo che non ha avuto modo di manifestarsi e diffondersi. Così come non potremo mai leggere tutti quei testi che sono scomparsi perché i supporti che li contenevano si sono deteriorati o sono stati distrutti, non potremo mai conoscere le idee, le storie e le emozioni delle quali, per paura della censura, nessuno ha mai scritto. La censura è diventata un agente modificatore della storia culturale: col passare del tempo il processo si è affinato fino a raggiungere, in molti casi, la perfetta forma dell’autocensura.
Se la censura interferisce sempre e in qualunque condizione nel processo creativo dell’autore di testi di ogni genere, la censura stessa diventa un elemento del processo creativo e comunicativo, altrettanto necessario quanto l’ispirazione individuale, nella costruzione di un canone disciplinare accettato come paradigma cui fare legittimamente riferimento[11].
La stampa e i profondi cambiamenti che generò nel sistema di produzione, distribuzione e ricezione dei testi segnarono un cambiamento sostanziale nell’atteggiamento delle élite alfabetizzate nei confronti della circolazione del sapere in generale. Accanto alla consapevolezza della necessità di un sistema preciso di controllo nacque anche quella di doverne mettere in pratica forme che fossero accettabili, di doverne in qualche modo dimostrare l’utilità sociale, invece di ricorrere a cieche repressioni alla lunga inefficaci perché capaci di suscitare reazioni incontrollabili. Con l’intento di proteggere le verità assolute che garantivano l’ordine costituito ci si servì di organi di protezione e intimidazione.
In questo senso l’Inquisizione fu uno strumento indispensabile per il consolidamento della Chiesa cattolica in Europa. Martin Lutero fu scomunicato nel 1520 con una bolla di papa Leone X che proibiva anche la diffusione, la lettura e la citazione dei suoi scritti, mentre per le strade questi ultimi venivano dati alle fiamme. Anche Carlo V ordinò la distruzione di tutti i libri di Lutero. Malgrado ciò, la dottrina ebbe modo di circolare e nel 1529 si ricorse a un decreto che vietava la stampa di qualsiasi testo che non avesse preventivamente ricevuto l’imprimatur ecclesiastico. Si era incardinata l’idea che i libri, se concessi alla lettura incontrollata, fossero veicoli di infezione ereticale. Furono proprio le conseguenze sociali del protestantesimo a mettere in allarme il clero romano, e nel 1542 il papa Paolo III costituì la Congregazione dell’Inquisizione, meglio nota come Sant’Uffizio. Quest’ultimo colpì soprattutto sacerdoti e teologi, perseguitando ogni libera opinione per mezzo di spie e informatori.
Non erano solo gli europei a cercare soluzioni per controllare la diffusione di testi che avrebbero potuto mettere in pericolo gli equilibri di potere. L’inquisizione letteraria in Cina, chiamata wénzìyù (文字狱, ‘imprigionamento dovuto alla scrittura’), fu praticata dalla dinastia Ming (1368-1644) e soprattutto dalla dinastia Qing (1644-1911). Nel XVII secolo i Manciù[12] sconfissero la dinastia Ming e fondarono la dinastia Qing, aprendo il periodo più reazionario e buio della storia della Cina[13]. La durezza repressiva della dinastia Qing rispondeva al radicato e perdurante sentimento di odio e disprezzo nei loro confronti da parte della popolazione cinese. La maggior parte dei cinesi era (ed è tutt’ora) di etnia Han e considerava i Manciù una popolazione di barbari: la preoccupazione dei Qing per la sicurezza dell’impero non lasciò spazio a tolleranza o dissenso.
Ci furono più di 70 episodi di inquisizione letteraria sotto gli imperatori Kangxi (康熙帝), Yongzheng (雍正帝) e Qianlong (乾隆帝)[14]. Per lo più riguardarono scritti anti-Qing o nostalgici e sostenitori degli sconfitti Ming: lo scopo era sradicare ogni ideologia di nazionalismo Han e rafforzare il governo dei Manciù. C’era un procedimento preciso: si partiva da un’indagine, si dichiarava vietato lo scritto in questione e si stabiliva ed eseguiva la condanna dell’autore.
Il primo, e più famoso, episodio di inquisizione letteraria nel periodo Qing è quello noto come “Caso della Storia della Dinastia Ming”, che ebbe luogo durante il regno dell’imperatore Kangxi (1662-1722). Nel 1663 un mercante comprò un manoscritto che trattava la storia della dinastia Ming a cui aggiunse, con l’aiuto di alcuni studiosi, un capitolo sulla fine della dinastia. I toni denigratori utilizzati nei confronti dei Manciù costituirono una sfida intollerabile per l’autorità del nuovo regime. Fu presa di mira non soltanto la famiglia Zhuang di Huzhou che aveva finanziato la pubblicazione del testo, ma anche tutti gli studiosi i cui nomi erano stati associati all’iniziativa e inoltre funzionari locali, incisori, stampatori, rilegatori e librai. Dopo mesi di interrogatori furono giustiziate almeno settanta persone ed esiliate le loro famiglie[15].
Ancora sotto l’imperatore Kangxi, nel 1711, un caso simile coinvolse più di trecento persone, tra cui diversi funzionari. L’accusa, che colpì soprattutto un importante impiegato dell’Ufficio Reale di Storiografia di nome Dai Mingshi, riguardava ancora una volta un’opera storiografica sui Ming che offendeva i Manciù. Dai fu condannato alla cosiddetta “morte dai mille tagli”[16] e le altre persone coinvolte furono decapitate o mandate in esilio[17].
Il successore di Kangxi, Yongzheng (1723-35), trovandosi a sua volta minacciato dal contenuto di un libro, scelse una via diversa. Nel 1729 un giovane accademico di nome Tseng Ching si era imbattuto in alcuni scritti del poeta Lü Liuliang (1629-1683) sulla difesa della nazione dalle tribù straniere e ne era rimasto colpito al punto da convincersi della necessità di spodestare la dinastia Qing. Insieme al suo studente Chang Hsi, provò ad appellarsi al governatore di Sichuan per convincerlo a mobilitare una sommossa. Per loro sfortuna il governatore non prese neanche lontanamente in considerazione l’idea e li denunciò, provocando una serie di indagini che catturarono l’attenzione dell’imperatore, che pensò di sfruttare la vicenda a proprio vantaggio. Invece di condannarlo a morte seduta stante, Yongzheng iniziò un intenso dibattito scritto con Tseng durante la sua prigionia, che sfruttò per chiarire alcuni punti sulla legittimità della sua dinastia e che si concluse con una confessione di errore da parte di Tseng. Quest’ultimo fu perdonato e l’imperatore riconobbe ufficialmente come unico colpevole il poeta Lü, autore degli scritti sovversivi, che fu condannato a un’esecuzione postuma. Yongzheng sosteneva che il delitto commesso, cioè aver scritto un attacco a lui e a suo padre di propria iniziativa e secondo il proprio pensiero, fosse molto più pericoloso per la nazione rispetto a quello di Tseng Ching, che aveva criticato solo lui, influenzato da altri. Infine, sorprendendo tutti, decise di non mettere al bando gli scritti di Lü e Tseng, ritenendo che la loro scomparsa avrebbe causato fraintendimenti e destato sospetti. Al contrario, li pubblicò assieme alle sue risposte alle accuse col titolo di Dàyì jué mí lù (Raccolta di giusti princìpi per risvegliare gli illusi, 大義覺迷錄), ne impose la diffusione in tutto l’impero e volle che ve ne fosse una copia in ogni scuola per le future generazioni. Tuttavia, la fortuna del libro non durò a lungo. Quando Qianlong succedette al trono imperiale, mise il Dàyì jué mí lù al bando e fece giustiziare Tseng Ching[18].
L’imperatore Qianlong (1736-1796) è noto per aver promosso l’impresa della Sìkù quánshū (Tutti i libri delle quattro sezioni[19], 四庫全書), la più grande opera editoriale della storia cinese: un’enciclopedia di tutta la produzione libraria della Cina antica e moderna. Fu richiesto il lavoro di 360 studiosi e 15.000 copisti e furono necessari circa vent’anni per completare la raccolta di circa 3.450 opere. Portata a termine nel 1781, l’iniziativa ebbe un duplice scopo: da una parte catalogare e preservare il patrimonio culturale dell’impero, dall’altra eliminare da quest’ultimo tutti i lavori considerati sediziosi o che contenessero allusioni anti-Manciù. Di questi fu redatto un indice e tra il 1774 e il 1788 i governatori provinciali ricevettero l’ordine di controllare tutte le biblioteche pubbliche e private. Secondo alcune stime, sarebbero stati banditi e condannati al rogo almeno 2.600 titoli[20], il danno più grave per la cultura cinese dai tempi di Shi Huangdi[21].
La censura nel periodo della dinastia Qing riguardava per lo più la politica, ma fu in questo periodo che si cominciarono a censurare anche libri “indecenti”. Nel 1725 fu promulgata una legge che stabiliva pene severe per chiunque avesse osato scrivere, pubblicare, vendere o anche solo possedere e leggere opere considerate oscene, legge che rimase in vigore fino alla fine della dinastia Qing (1911). Ad ogni modo, bisogna considerare che la tecnica xilografica[22], rendendo il processo di stampa più veloce ed economico, diffuse libri in modo da rendere piuttosto difficile il successo delle misure di divieto, che in gran parte si limitarono alle opere politiche che circolavano tra i letterati. Inoltre, come abbiamo visto, nella Cina imperiale la censura era intesa come controllo ex post su libri già stampati e non si tentò di avviare un sistema di censura preventiva sui manoscritti prima che fossero mandati in stampa, come succedeva in Europa[23]. Proprio l’assenza di un sistema preventivo capillare determinò gli atti di repressione violenta di cui sopra. A questi si aggiunse una certa abitudine all’autocensura legata ai criteri espressi dalle liste dei libri vietati.
Nel momento in cui la censura della Cina imperiale toccava il proprio apice, in Inghilterra, negli Stati Uniti e in altri paesi dell’Europa occidentale il declino dei regimi monarchico-assolutistici e il diffondersi della democrazia segnarono un certo declino della censura. In primo luogo, lo sforzo di contenere la circolazione della nuova letteratura secolare, critica, razionalista entro i limiti delle élite colte si era rivelato insostenibile con l’evoluzione e l’ampliamento del mercato degli stampatori e dei lettori. Inoltre, con l’estensione del diritto di voto e la crescita della libertà individuale aumentò pure la libertà di stampa e di espressione. Queste nuove libertà erano ampiamente recepite nella discussione europea ed erano entrate nel dibattito sulla stampa. La proclamazione del principio della libertà di stampa non portò, tuttavia, automaticamente alla creazione di un sistema di accettazione incontrastata della pluralità di opinioni: le leggi contro l’oscenità provocarono a lungo dibattiti e molti autori e libri continuarono a essere perseguitati; le prime leggi che consentirono la pubblicazione di libri vietati da molto tempo furono promulgate negli anni Sessanta del Novecento. Ad ogni modo, lo sviluppo dell’individualità e la crescente tendenza a considerare l’autodeterminazione come valore assoluto contribuirono al declino della censura.
Il braccio destro dei regimi totalitari
Il termine “totalitarismo” fu usato per la prima volta in Italia dal liberale Giovanni Amendola per descrivere la nuova realtà che il fascismo imponeva: un’occupazione assoluta di ogni ambito della vita pubblica e della coscienza individuale. Il modello totalitario, imposto dai regimi che hanno caratterizzato la storia del XX secolo, si fondava su alcuni elementi fondamentali quali l’ideologia totalizzante, il partito unico di massa, il monopolio dei mezzi di comunicazione e degli strumenti di coercizione, il terrore poliziesco. La censura libraria, seppure con modalità di esecuzione diverse, fu certamente individuata dai regimi totalitari come priorità tra le misure finalizzate al controllo ideologico e culturale e all’eliminazione del dissenso.
Nella prima metà del Novecento in Italia il controllo dell’editoria e delle biblioteche era una tradizione ben consolidata. Uno dei primi interventi in materia a seguito dell’instaurazione del regime fascista fu l’attuazione di un programma di smantellamento delle biblioteche popolari di ispirazione socialista riformista, che prevedevano la sostituzione dei dirigenti e la revisione ed espurgazione delle raccolte. Già all’indomani della marcia su Roma si verificarono i primi episodi di intimidazione squadrista contro strutture della Federazione italiana delle biblioteche. L’obiettivo era l’eliminazione dalle raccolte di tutto ciò che richiamasse ideali socialisti o che in ogni caso non fosse consono all’ideologia di regime. Ben presto l’evento si allargò alle biblioteche scolastiche. Lo scopo ultimo di questi interventi era la costituzione di un modello di educazione di tipo ideologico, oltre all’elaborazione di una cultura popolare legata a un’idea di nazionalismo come adesione politica e ideologica di massa.
Uno dei fattori che caratterizzarono la censura libraria fascista fu il suo carattere preventivo, che cominciò a istituzionalizzarsi a partire dalla circolare emessa da Mussolini tra il 2 e il 4 aprile 1934. La direttiva prevedeva che fosse effettuato un controllo politico nel momento tra la pubblicazione del libro e la sua distribuzione e messa in vendita, controllo già strutturato tra Prefetture, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza e Ufficio Stampa del capo del Governo.
Il timore del sequestro per le opere politicamente o moralmente non gradite condizionava sicuramente a priori le scelte editoriali. La Federazione degli editori propose ai suoi membri delle norme piuttosto severe di autocensura, anche perché nel corso degli anni Trenta gli stessi editori avevano perso autonomia a causa della dipendenza finanziaria dalle sovvenzioni governative. Di conseguenza, s’instaurò facilmente un sistema in cui il controllo culturale era esercitato non tanto tramite una sorveglianza dall’alto quanto con l’imposizione di un condizionamento interno del mercato librario, realizzato proprio dalla partecipazione degli editori stessi. La selezione degli autori “non graditi” riguardava ebrei, antifascisti emigrati e in generale chiunque propugnasse valori contrari al regime o producesse opere “licenziose”. Non mancarono, soprattutto nella prima fase, tentativi di forzare la situazione per ottenere concessioni e strappi alla regola, ma ben presto la maggioranza delle case editrici finì con l’allinearsi alla politica del regime. Soltanto poche case fra cui Laterza, forte del sostegno di una figura autorevole quale Benedetto Croce, e Olschki, che sfruttò a suo vantaggio l’indeterminatezza e le lacune della normativa, riuscirono a resistere in qualche misura all’offensiva del regime[24].
Heinrich Heine nel 1821 scrisse: «Dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini»[25]. Non sbagliava. Il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler fu nominato cancelliere. Il seguente 4 febbraio fu emanata la Legge per la protezione del popolo tedesco, che ridusse la libertà di stampa e definì le modalità di sequestro di ogni tipo di materiale ritenuto pericoloso. Dopo la nascita del Terzo Reich, Joseph Goebbels fu nominato al vertice del nuovo organo di Stato chiamato Reichsministerium für Volksäufklarung und Propaganda (Ministero della Cultura e della Propaganda). Hitler gli diede carta bianca. Le SS, le SA e la Gestapo avviarono una campagna di intimidazione così efficace da spingere alcune persone a bruciare i propri libri prima ancora di esservi costrette dalle autorità. Un eccezionale fervore aleggiava tra studenti e intellettuali mentre l’Associazione Nazional Socialista degli Studenti Universitari Tedeschi pubblicava le Tesi contro lo spirito antitedesco, che individuavano l’ebreo come il più pericoloso avversario del popolo tedesco e volevano arrivare a una vera e propria purga delle opere letterarie indesiderate. Intanto, Goebbels organizzava riunioni per pianificare una grande azione dimostrativa in favore della cultura tedesca: il 10 maggio del 1933 a Berlino i membri dell’Associazione degli studenti tedeschi occuparono la biblioteca dell’Università Wilhelm von Humboldt e requisirono i libri “indesiderati” per portarli, assieme ad altri prelevati da altri centri occupati e da case di privati a Opernplatz, dove erano radunate più di 40.000 persone. I libri furono dati alle fiamme di un grande falò accompagnato da imponenti cerimoniali e bande musicali[26]. Il numero delle opere gettate nel fuoco superava le 25.000. Contemporaneamente la stessa cosa accadeva in numerose città universitarie tedesche; quelle del 10 maggio non furono che le prime di una serie di Bücherverbrennungen[27]. L’impatto fu enorme, molti intellettuali si opposero a questi metodi in Europa e negli Stati Uniti, ma le proteste non fermarono Goebbels, che in settembre espose il proprio programma di arianizzazione della cultura tedesca. Nel 1935 ottenne pieni poteri sulla censura e avviò purghe in tutte le biblioteche pubbliche e private del paese. Dopo l’annessione, nel 1938, anche l’Austria subì la piromania di Goebbels. I roghi colpirono, tra le altre, opere di Heinrich Heine, Friedrich Wilhelm Foerster, Konrad Heiden, Tucholsky.
L’Urss si è senza dubbio distinta per l’attività di censura e distruzione di libri. Dopo la rivoluzione che rovesciò lo zar Nicola Romanov (8-12 marzo 1917) il governo provvisorio non ripristinò la censura preventiva, abolita dallo stato zarista nel 1906, affidandosi in un primo momento esclusivamente a quella repressiva. Il governo si mobilitò per l’eliminazione di tutti i testi favorevoli alla monarchia e al capitalismo; il 18 dicembre 1917 nacque un Tribunale rivoluzionario per la stampa che poteva sancire la chiusura di giornali e redazioni nonché l’arresto dei responsabili di eventuali infrazioni: la polizia politica (Čeka – “Commissione straordinaria per combattere la controrivoluzione e il sabotaggio”) condannò a morte decine di scrittori.
La censura preventiva fu ristabilita nel 1922, quando il libero mercato della NEP (Nuova Politica Economica) permise la nascita di nuove case editrici, di nuovi periodici e l’offerta libraria cominciò, ampliandosi, a risultare più pericolosa. A tale scopo fu istituito il Glavlit (“Direzione generale per gli affari letterali ed editoriali”), organo supremo della censura sovietica, che ripristinò definitivamente la censura preventiva. Nello stesso anno nacque la GPU (“Direttorato politico dello Stato”), che ereditò le funzioni della Čeka come organo poliziesco e divenne il braccio armato del Glavlit, innescando il sistema che fu tipico della censura sovietica fino alla sua fine. Il Glavlit e i suoi organi si occupavano di tutti i tipi di censura (bellica, politica, ideologica ecc.); la censura preventiva consisteva nell’obbligo da parte di tutte le case editrici di sottoporre al controllo del Glavlit ogni opera destinata alla stampa. I censori professionisti facevano una valutazione politica generale e sulle singole parti dell’opera: vigeva il divieto di andare contro l’ideologia sovietica e veniva sorvegliata sia la stampa nazionale che quella estera. La polizia partecipava costantemente alle operazioni censorie e sorvegliava tutti coloro che in qualche modo erano connessi al mercato librario. La macchina censoria si muoveva da un lato sul piano amministrativo, che prevedeva la chiusura delle case editrici o il rinvio alla magistratura, dall’altro sul piano ideologico, che implicava un rinnovo dei quadri dei censori soprattutto in base alla loro affidabilità politica. Alla censura preventiva si aggiungeva l’elemento nuovo costituito dal filtro ideologico, che determinava la composizione interna di tutti gli organismi censori, dal Glavlit alle redazioni delle case editrici.
La tecnica di esame dei manoscritti era complessa e prevedeva la stesura di una scheda di valutazione da parte del redattore politico, contenente tutte le sue osservazioni e le eventuali modifiche da apportare al testo. La copia dello scritto, insieme alla valutazione del redattore, veniva poi consegnata alla tipografia e sottoposta a ulteriore controllo da parte del rappresentante del Glavlit e infine mandata in stampa. A quel punto, una volta espletata la censura preventiva, entrava in gioco quella repressiva esercitata dal GPU. La censura punitiva prevedeva il diritto di confiscare il testo e di punire i “colpevoli”, dal censore responsabile all’autore[28].
I libri proibiti dal Glavlit finivano in un magazzino speciale nella Biblioteca Nazionale russa e furono divulgati solo dopo il 1989; la collezione conteneva circa 572.000 riviste, 27.000 titoli in russo e 250.000 in altre lingue[29]. Dopo la promulgazione della Costituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, gli scrittori furono formalmente costretti a sottoscrivere le tesi comuniste e fu istituita l’Unione degli scrittori al fine di verificare che i membri si conformassero al canone letterario ammissibile della letteratura del proletariato, il realismo socialista. A partire dagli anni Trenta le terribili purghe staliniste coinvolsero molti scrittori, mandati a patire nei Gulag. Tra gli scrittori che videro bruciate le loro opere ci furono Babel’, Pasternak, Solzenicyn, Brodskij.
Nessuna censura superò in accuratezza quella praticata nel blocco sovietico, e i paesi satellite dell’Urss non furono risparmiati da roghi di testi vietati. Durante l’occupazione dell’Estonia furono distrutti 1.500.000 libri. In Lituania tra il 1946 e il 1950 circa 150.000 titoli sparirono dalla Biblioteca di Tallin e una successiva norma propose la distruzione generalizzata di tutti i libri stranieri. Tra il 1944 e il 1945 le biblioteche di Budapest furono devastate. Sempre nel 1945 in Romania andarono perduti 300.000 libri. Dopo la divisione della Germania, la Repubblica Democratica Tedesca impose un sistema di controllo che aveva anche lo scopo di impedire che gli occidentali venissero a conoscenza delle purghe culturali attuate a Ovest, che avevano eliminato cinque milioni di libri.
Il 1949, con l’avvento al potere dei comunisti in Cina, fu un anno di svolta nel confronto tra “mondo socialista” e “mondo capitalistico”. La rivoluzione segnò la rinascita della Cina come Stato indipendente e come grande potenza, oltre alla progressiva affermazione di un modello di società comunista distinto da quello russo[30]. I meccanismi censori sotto il governo di Mao erano diversi rispetto al meticoloso apparato di sorveglianza sovietico, modello che non poteva essere applicato anche solo a causa della numerosità della popolazione cinese. Di contro, Mao sfruttò il concetto di “ricostruzione socialista” per controllare il pensiero, l’istruzione, la libertà di espressione individuale. Il culto della personalità giocò un ruolo significativo nella strategia maoista del controllo ideologico, che culminò con il progetto della Rivoluzione Culturale, che sconvolse la nazione per un decennio. Come avremo modo di approfondire, gli eventi e i meccanismi della Rivoluzione Culturale furono l’esempio più chiaro di meccanismi di censura classificabili come attività di un regime totalitario[31].
- Si tratta di un estratto della tesi di Laurea Magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo La censura libraria nella Repubblica Popolare Cinese, discussa nella sessione invernale dell’Anno Accademico 2019/2020 presso la Sapienza Università di Roma: relatrice la prof.ssa Maria Panetta e correlatore il prof. Giampiero Gramaglia. Altre parti dell’elaborato verranno edite sulla rivista prossimamente. ↑
- Cfr. F. Báez, Storia universale della distruzione dei libri. Dalle tavolette sumere alla guerra in Iraq, Roma, Viella libreria editrice, 2007, p. 17. Edizione originale: Historia universal de la destrucciòn de libros. De las tablillas sumerias a la guerra de Irak, Barcelona, Ediciones Destino, 2004. ↑
- Ivi, p. 40. ↑
- I nomi originali sono riportati in cinese semplificato e in trascrizione pinyin, salvo diversamente indicato. I nomi di persona trascritti seguono l’onomastica cinese nell’ordine cognome-nome. ↑
- Il Libro della Storia (书经, Shūjīng, letteralmente ‘classico dei documenti’) è una raccolta di documenti relativi alla storia antica cinese e una delle prime fonti letterarie al riguardo. Dopo la distruzione ordinata da Shi Huangdi ne sono rimaste solo alcune parti chiamate Nuovo Testo e Vecchio Testo. Il Libro della Poesia (诗经, Shījīng, letteralmente ‘classico delle odi’) è la più antica raccolta di poesie, inni e canti provenienti dai diversi stati della Cina pre-imperiale. ↑
- Parte finale del decreto di Shi Huangdi, riportata da W. Zhang in Fire and Blood: Censorship of books in China, in «International Library Review», n. 22, 1990, pp. 61-72. ↑
- F. Báez, Storia universale della distruzione dei libri. Dalle tavolette sumere alla guerra in Iraq, op. cit., p. 78. ↑
- «Beginning with the time of the Han Emperor Wu (140-86 B. C.), the Confucianists, not content with merely biased judgments, gradually invented additional tales about Qin Shihuang. Among those legends the one of the martyrdom of the scholars, entwined with the authentic story about the burning of the books not in the emperor’s favor, became most famous so that finally in the Chinese tradition the reign of Qin Shihuang was reduced to the formula: Burning the books and burying the Confucian scholars alive (fénshū kēngrú 焚書坑儒)»: W. Eberhard, Nation and Mythology in «East Asian Civilizations. New Attempts at Understanding Traditions», vol. 2, 1983, pp. 121-36. ↑
- E. Tortarolo, L’invenzione della libertà di stampa. Censura e scrittori nel Settecento, Roma, Carocci editore, 2011. ↑
- Ivi, pp. 12-13. ↑
- Ivi, pp. 16-17. ↑
- I Manchu sono una popolazione originaria della Manciuria, regione a nord-est della Cina attuale. ↑
- W. Zhang, Fire and Blood: Censorship of books in China, op. cit., p. 64. ↑
- P. Tangyuenyong, Banned Books as a State Apparatus in the Qing Dynasty: Ethnicity, Power and Concupiscence, in «Thammasat Review», n. 20, anno 2017, pp. 92-107. ↑
- A. H. Barr, The Ming History Inquisition in Personal Memoir and Public Memory, in «Chinese Literature: Essays, Articles, Reviews», Vol. 27, 2005, pp. 5-32. ↑
- Il Lingchi, o morte dai mille tagli, era una forma di esecuzione usata in Cina fino al 1905. Il condannato veniva giustiziato tramite l’asporto metodico di parti del corpo con un coltello. Era una morte lenta e atroce, riservata a crimini particolarmente gravi. ↑
- W. Zhang, Fire and Blood: Censorship of books in China, op. cit., p. 65. ↑
- W. Zheng, Fire and Blood: Censorship of books in China, op. cit., p. 66. ↑
- Le quattro sezioni della letteratura: i “Classici”, le “Storie” (le venticinque storie dinastiche ufficiali e la storiografia locale), i “Filosofi” (filosofia, arti e scienze) e le “Raccolte” (antologie di letteratura cinese). ↑
- Cfr. R. Pélissier, voce “Qianlong, Emperor of Qing dynasty” (cfr. l’URL: https://www.britannica.com/biography/Qianlong; ultima consultazione 6/11/2020). ↑
- W. Zheng, Fire and Blood: Censorship of books in China, op. cit., p. 67. ↑
- La tecnica di stampa attraverso matrici lignee incise a rilievo, nota in Cina fin dal VI secolo. ↑
- E. Tortarolo, L’invenzione della libertà di stampa. Censura e scrittori nel Settecento, op. cit., p. 25. ↑
- Cfr. F. Pelini, G. Schwarz, Censura fascista. Editoria e autori ebrei, in «Quaderni Storici», n. 35, 2000, pp. 521-39. ↑
- H. Heine, Almansor, 1821. ↑
- Cfr. la voce “Book burning” all’URL: https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/book-burning (ultima consultazione: 11/11/2020). ↑
- ‘Roghi dei libri’. ↑
- Cfr. M. Zalambani, Censura, istituzioni e politica letteraria in URSS (1964-1985), Firenze, Firenze University Press, 2009, pp. 53-56. ↑
- F. Báez, Storia universale della distruzione dei libri. Dalle tavolette sumere alla guerra in Iraq, op. cit., p. 270. ↑
- Cfr. G. Sabbatucci, V. Vidotto, Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi, Bari, Editori Laterza, 2017, pp. 470-71. ↑
- Cfr. Y. Jang, Cyber-Nationalism in China: Challenging Western media portrayals of internet censorship in China, Adelaide, University of Adelaide Press, 2012, p. 66. ↑
(fasc. 38, 28 maggio 2021)