La critica ha progressivamente ridimensionato il valore di «svolta» letteraria attribuito a Nedda, il «bozzetto siciliano» che Verga ha scritto durante il soggiorno milanese e ha dato alle stampe nel giugno 1874. Tra i primi esegeti dell’opera verghiana che hanno messo in evidenza il significato della novella, lo scarto di contenuto rispetto alla precedente produzione narrativa e la scoperta di un nuovo filone letterario, vi è Luigi Capuana[1]. La posizione del menenino ha segnato la storia della critica verghiana. Eppure già un saggio capitale come Verga e il naturalismo di Giacomo Debenedetti non mancava di confutare, nelle pagine dedicate a Nedda, l’idea capuaniana di una netta cesura, di una «svolta» improvvisa[2], sottolineando invece l’esistenza di una serie di rinvii sottili e spesso inconsci che facevano da ponte tra l’opera precedente e le future scelte dell’autore: «Anche noi siamo d’accordo che la serie dei capolavori verghiani – o per lo meno la maturità dell’opera del Verga – debba farsi iniziare con Nedda, bozzetto siciliano, anche se Nedda non è ancora un capolavoro»[3].
Le attuali posizioni critiche non negano le novità contenutistiche ravvisabili nell’opera del 1874, ma evidenziano come ad esse non corrispondesse ancora un’innovazione delle strutture narrative e dei mezzi linguistici del romanziere. Che la storia dell’umile raccoglitrice di olive non costituisse una svolta consapevole è testimoniato, del resto, dalla successiva pubblicazione dei due romanzi Eros e Tigre reale, incentrati sulla rappresentazione del bel mondo e dell’amore passionale in continuità con la precedente produzione verghiana. La veloce scrittura di Nedda, compiuta in appena tre giorni nel febbraio 1874, costituisce dunque una digressione rispetto allo sforzo creativo rivolto ai due romanzi, una pausa comunque lontana dal determinare un vero e proprio mutamento degli interessi, della concezione estetica e della prospettiva ideologica del romanziere. Tuttavia, non si possono trascurare alcuni nuclei contenutistici destinati a futuri sviluppi: l’ambientazione esclusivamente siciliana dell’opera; l’umile condizione della protagonista, oppressa dalla necessità economica e consapevole delle leggi che dominano la sua realtà, come più tardi lo sarà, in modo più evidente, Rosso Malpelo in Vita dei campi; l’estraneità della giovane al suo stesso mondo; un fugace sogno d’amore destinato a naufragare per la morte dell’amante, determinata anch’essa dalla dura necessità lavorativa; l’accettazione pessimistica di una condizione ritenuta immutabile, su cui si chiude la narrazione.
Va messo in evidenza che il narratore in Nedda è ancora partecipe delle sofferenze della protagonista al punto da commentarne moralisticamente la vicenda. Ma è parimenti necessario sottolineare la presenza nella novella di un peculiare espediente da cui trae le mosse la narrazione: l’uso delle «dissolvenze incrociate» che Debenedetti ha rapportato alle «intermittenze del cuore» di Proust[4]. In altre parole, è la rimemorazione che permette a Verga il mutamento della sua materia narrativa, il ritorno letterario alla Sicilia. Debenedetti ha rimarcato il significato dell’introduzione di Nedda e dell’associazione che lo scrittore pone tra il fuoco del suo camino e il grande fuoco che aveva visto ardere nella fattoria del Pino, ai piedi dell’Etna. Il ricordo permette all’autore-narratore un certo distanziamento dalla materia rappresentata: fino a questo momento egli si era affidato a una voce che partecipava direttamente agli eventi e fungeva da testimone, un narratore intradiegetico. Se Nedda non è ancora un testo nato dalla tensione conoscitiva della realtà secondo le teorie naturaliste, può esser tuttavia considerato, dal punto di vista dell’organizzazione narrativa, una tappa significativa nell’evoluzione dell’opera verghiana, per quanto ambiguamente sospeso tra il moto simpatetico e partecipativo del narratore e il distanziamento implicito nella rappresentazione del mondo degli umili. Una fondamentale ipostasi nell’itinerario che approderà all’opera che sembra essersi fatta da sé, alla piena maturità verghiana.
A suo modo Debenedetti ha registrato le innovazioni strutturali e contenutistiche della novella, collocandola nell’itinerario evolutivo del romanziere:
Quel trionfo letterario dei nuovi personaggi coincide, ripeto, con un momento di crisi personale del Verga. Egli ha constatato che volontà non coincide con necessità, che volontà non crea necessità. È una crisi tipica dei romanzieri, quando l’energia e lo slancio creativo sopravvivono al logoramento del contenuto […]. “O rinnovarsi o morire”. Anche il nostro Verga, alla vigilia di Nedda, era giunto al suo “o rinnovarsi o morire”[5].
In effetti, nella novella lo scrittore riesce a fare della rimemorazione rȇverie, come in una singolare e prolungata analessi, come in un lungo flashback cinematografico. Dalle dissolvenze incrociate scaturisce, dunque, la fantasticheria siciliana, la storia della varannisa (l’abitante di Viagrande, un comune catanese ai piedi dell’Etna), un’«umile che viene umiliata»[6], capostipite dei vinti verghiani.
Riflettendo sull’opera del 1874 nella prospettiva ermeneutica oggi preponderante, che tende a evidenziare il complesso percorso evolutivo verghiano invece di tracciare idealistiche, improvvise e radicali rotture, Rosario Castelli si è soffermato sulle dissolvenze incrociate che caratterizzano l’incipit, coniando un’immagine suggestiva: «Un montaggio analogico che associa tre fiamme: quella che arde nella casa di un borghese di buon cuore, quella possente delle viscere di un vulcano che fa da fondale alla vicenda e quella dell’“immenso focolare della fattoria del Pino” attorno a cui si scaldano le raccoglitrici di olive»[7]. Il valore della memoria, del ritorno alla Sicilia fantasmato in letteratura è un motivo topico della critica verghiana. Sulla liberazione dei ricordi sopiti, com’è noto, insisteva Croce, esprimendo già nel 1903 un giudizio positivo sull’opera dello scrittore[8]: il filosofo parlava di ricordi e impressioni vivaci ricevute da Verga nell’infanzia e nella giovinezza siciliane, un prezioso repositorium memoriale che giaceva sotto la scorza delle abitudini mondane contratte nella frequentazione delle grandi città. Si potrebbe dire, per tornare all’immagine ignea che campeggia in Nedda, che per Croce quei ricordi erano simili al fuoco che arde sotto la cenere, pronto a essere liberato e a divampare: dal recupero delle immagini già presenti nell’«animo dello scrittore» sarebbe nata la maturità letteraria, determinata non da una repentina svolta ma da un percorso di liberazione che permetteva al romanziere di trovare un’originale forza poetica e poietica.
Sul valore della rimemorazione ha insistito Sciascia, mettendo in evidenza l’importanza che per Verga assumeva il ricordo attivato dalla distanza, quell’apporto memoriale che avrebbe determinato il brusco salto dalla mediocrità al genio[9]. Una posizione non casuale, se si pensa alla retorica della citazione di cui si serviva il maestro di Regalpetra, alla profondità palinsestica della sua scrittura, al recupero documentario, all’indagine storica e alle peculiarità delle sue «cronachette». Non stupisce che in questo filone interpretativo si sia collocato anche Consolo, scrittore i cui primi racconti, da qualche anno meritoriamente raccolti in volume[10], risentono in modo evidente del modello verghiano[11]. La lettura critica dell’autore del Sorriso dell’ignoto marinaio vive di un’evidente proiezione identificativa, alimentata da alcune coincidenze tra la sua biografia e quella di Verga, entrambi scrittori nati in Sicilia, entrambi trasferitisi a Milano[12]. Nella raccolta di saggi Di qua dal faro Consolo rappresenta il momento in cui Verga si dedica alla scrittura della novella di ambientazione siciliana come un regressus ad originem o, secondo una sua immagine topica, come una discesa nell’ipogeo della memoria:
Questa novella in limine ha, nell’attacco, come una sorta di rito d’ingresso, d’inizio di viaggio, di regressus in un mondo lontano nel tempo, nello spazio, nella memoria sepolta. Il borghese Giovanni Verga, scrittore mondano davanti al caminetto della sua casa milanese, “Col sigaro semispento, con gli occhi socchiusi” si abbandona al ricordo. E come in una dissolvenza cinematografica, dalla docile fiamma domestica trapassa alla “fiamma gigantesca della fattoria del pino, alle falde dell’Etna, ritorna alla fatalità del vulcano. Con Nedda dunque il nuovo Verga inizia il viaggio che, dalle soglie di questa prima novella, dagli indugi di Le storie del castello di Trezza o dall’esposizione programmatica di Fantasticheria, lo porterà al punto più profondo, alla tragica realtà di una vera umanità: lo porterà ai capolavori di Jeli il pastore o di Rosso Malpelo. Dove, abbandonando del tutto le incertezze linguistiche, sciolti i corsivi dialettali “che bucano la pagina”, come dice Carla Riccardi, approderà a quel sicuro amalgama, a quella nuova, straordinaria scrittura che sarà compiutamente dispiegata ne I Malavoglia. Viaggio fino al punto più profondo quello di Verga, abbiamo detto. E lo vogliamo intendere anche letteralmente: nella cava di rena dove lavora Malpelo[13].
Sia Sciascia che Consolo accennano all’immaturità linguistica ancora evidente in Nedda, all’uso dei corsivi dialettali ancora grossolanamente giustapposti al fiorentino letterario. Così in alcune espressioni come «A la mi’ amanti di l’anima mia» o «Salutamu!»[14]. I pochi inserti dialettali sono sostanzialmente delle note di colore incastonate nella diversa lingua parlata dai personaggi. Peraltro, in uno scorcio del suo Verga e il naturalismo, Debenedetti si scagliava contro il ricorso eccessivo ai diminutivi, morfemi modificanti che sarebbero emblematici di un’appesantita «mozione degli affetti»: «Lasciamo quell’abbondanza di diminutivi, la casuccia, la vecchiarella – veramente un po’ troppo latte ai gomiti – fanno parte del tono sentimentale, della canzonetta, della appesantita mozione degli affetti: e sono difetti dello stile, della impostazione narrativa, che discuteremo qui tutti insieme in questo Verga di Nedda»[15]. Se la questione della lingua è stata essenziale per ogni scrittore italiano, a maggior ragione lo era per gli scrittori siciliani. Le prime incerte tarsìe dialettali sono indice di quel percorso e di quel travaglio che avrebbe portato Verga a coniare l’originalissimo strumento linguistico pienamente dispiegato ne I Malavoglia, non un «dialetto letterarizzato», ma un italiano di cui il siciliano costituisce la «forma interna»[16]. È evidente che in Verga il lavoro linguistico si accompagna alla possibilità stessa di rappresentare la Sicilia rurale, alla svolta verista che gli permette di rappresentare quella realtà evitando l’ipoteca e lo stigma del regionalismo.
In sintesi, Nedda presenta indubbie novità di contenuto e un dispositivo incipitario che permette una diversa collocazione del narratore, ma al tempo stesso include evidenti scorie romantiche e testimonia l’incertezza linguistica del romanziere, costituendo l’inizio di un percorso che porterà ai capolavori degli anni Ottanta del XIX secolo. Si noti che con Nedda Verga dà inizio anche all’uso di conferire alle sue opere dei titoli coincidenti col nome proprio o col soprannome dei personaggi[17]: così accade in Rosso Malpelo o Jeli il Pastore, per non dire dell’ambiguo attributo di Mastro-don Gesualdo, in sé emblematico e anticipatore della vicenda di Gesualdo Motta. Com’è noto, i titoli fungono da vere e proprie soglie al testo, sono elementi paratestuali spesso investiti di valore tematico[18]: questo è evidente anche quando lo scrittore gioca sull’antifrasi, ne fa la cifra chiave della sua narrazione, come in Rosso Malpelo e, ovviamente, ne I Malavoglia. La tensione antifrastica è spesso espressione di un pregiudizio collettivo o, più sottilmente, emblema del destino avverso che si oppone alla realizzazione dei personaggi e dei loro progetti di vita, facendone dei vinti. In Verga, come in Capuana, è spesso riscontrabile un sottile simbolismo onomastico[19].
Un itinerario complesso, dunque, quello della scrittura verghiana, che senza «svolte» radicali e inspiegabili sarebbe approdato alla piena maturità della stagione verista. La negazione crociana di una netta cesura nel percorso dello scrittore è stata sostanzialmente ripresa da Luigi Russo, nella prima grande monografia dedicata all’autore de I Malavoglia, un testo imprescindibile per chi voglia studiarne l’opera. Il normalista ha coniato la nozione di Verga «poeta primitivo», un paradigma che certamente è stato res controversa del dibattito critico. Riflettendo su Nedda, tuttavia, Russo riprende quasi alla lettera alcune idee crociane, mettendo in evidenza il valore del ricordo e la forza liberatoria del suo recupero:
E il poeta, in una di coteste peregrinazioni vagabonde dello spirito, davanti alla fiamma di un caminetto in una città lontana dalla sua Sicilia, rivede un’altra fiamma gigantesca che aveva visto ardere nell’immenso focolare della fattoria del Pino, alle falde dell’Etna. E racconta. Racconta di una povera ragazza, Nedda, che è venuta a raccogliere le ulive, lontana dal suo paese di Viagrande, per guadagnarsi una buona giornata; ma sua madre è molto malata, e Nedda è molto triste e, quando può, torna a casa per assisterla. La madre muore. Nedda rimane sola. Conosce un ragazzotto, Janu: fiorisce l’idillio e diventa sua. Le comari sfuggono la ragazza caduta in peccato. Janu muore per un tragico incidente, ubbriaco di malaria, cadendo da un albero. Nedda rimane con una bambina. Non vuole buttarla alla ruota, e la povera creatura le si spegne tra le braccia, per stenti.
Storia semplicissima, nella quale già in abbozzo si presenta tutto il futuro mondo dei Malavoglia e di Mastro-don Gesualdo: la virile e muta compassione dello scrittore investe ogni parola del racconto. Nedda è una vinta; essa è il primo personaggio della futura collana dei vinti, se già vinti non erano gli eroi dei romanzi giovanili[20].
Sia Croce che Russo erano mossi dalle medesime motivazioni nel confutare l’idea della «svolta» verghiana, impegnati nella battaglia idealista e antipositivista che tendeva a dare unità di temperamento allo scrittore nelle sue diverse stagioni letterarie, evitando di porre eccessiva enfasi sulla scelta verista. In stretta continuità con la loro riflessione, e in particolare con gli asserti di Russo, si è collocato Debenedetti nella sua prospettiva di una critica di carattere simbolico e psicanalitico. Ma ha ragione Manganaro quando sottolinea che ridurre a un «coefficiente psicologico» le scelte verghiane non aiuta a capire perché, solo pochi anni dopo la pubblicazione di Nedda, lo scrittore abbia dato alle stampe i suoi capolavori[21]. Senza una salda correlazione tra il percorso intellettuale e artistico di Verga e il contesto storico in cui egli ha vissuto sarebbe impossibile comprendere quello che a taluni è sembrato un volo improvviso e vertiginoso. La crisi letteraria e la ricerca del romanziere sarebbero approdate a un esito sicuro nel 1878, circa quattro anni dopo la pubblicazione di Nedda. Intanto Verga avrebbe letto e meditato Zola, De Sanctis avrebbe pubblicato i suoi fondamentali saggi sul realismo a partire dal 1876, in quello stesso anno Franchetti e Sonnino avrebbero dato alle stampe la loro inchiesta sulle condizioni della Sicilia che guardava alle radici storiche e sociali del fenomeno mafioso, nel 1878 sarebbero state pubblicate le Lettere meridionali di Pasquale Villari. La tensione conoscitiva di cui Verga investiva la letteratura avrebbe preso forma nella novella Rosso Malpelo, nella discesa in quel mondo ipogeico di cui parlava Consolo, in un luogo infero e oscuro dove poter incontrare l’umanità più dolente.
- L. Capuana, Giovanni Verga, in Studi sulla letteratura contemporanea, vol. II, Catania, Giannotta, 1882, pp. 117-44. Ma si veda anche V. Masiello, Il punto su Verga, Roma-Bari, Laterza, 1987, pp. 15-22. ↑
- Cfr. G. Debenedetti, Verga narratore senza «conversione», in Id., Verga e il naturalismo, Milano, Garzanti, 1983, pp. 381-426. ↑
- Ivi, p. 244. ↑
- Ivi, pp. 394-408. ↑
- Ivi, pp. 382-83. ↑
- Ivi, p. 259. ↑
- R. Castelli, I cavalli di Platone. Forme e scritture dei siciliani, Acireale-Roma, Bonanno Editore, 2012, p. 15. ↑
- Cfr. «La Critica», I, 1903, pp. 241-63. ↑
- L. Sciascia, Verga e la memoria, in Id., Cruciverba, Torino, Einaudi, 1983, p. 158. ↑
- V. Consolo, La mia isola è Las Vegas, a cura di N. Messina, Milano, Mondadori, 2012. ↑
- Mi permetto di rinviare a D. Stazzone, I «racconti» di Vincenzo Consolo tra scrittura e narrazione, in «Sinestesie», Anno II, N. 6, dicembre 2012, pp. 1-7. ↑
- Si tratta di un parallelo biografico che lo stesso Consolo ha reso esplicito. Cfr. V. Consolo, Verga a Milano, in Prospettive sui Malavoglia. Atti dell’incontro di studio della Società per lo studio della Modernità letteraria. Catania, 17-18 febbraio 2006, a cura di G. Savoca e A. Di Silvestro, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 2007, pp. 17-27. ↑
- V. Consolo, L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di G. Turchetta e uno scritto di C. Segre, Milano, Mondadori, 2015, pp. 1094-95. ↑
- Queste espressioni sono annotate in A. Manganaro, Verga, Acireale-Roma, Bonanno Editore, 2011, p. 55. ↑
- G. Debenedetti, Verga e il naturalismo, op. cit., p. 266. ↑
- G. Alfieri, Innesti fraseologici ne I Malavoglia, estratto dal «Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani», XIV (1980), p. 6. Un recente e puntuale studio del lavoro linguistico di Verga è dovuto a D. Motta, La lingua fusa. La prosa di Vita dei campi dal parlato popolare allo scritto narrato, Acireale-Roma, Bonanno Editore, 2011. ↑
- A. Asor Rosa, Genus Italicum. Saggi sull’identità letteraria italiana nel corso del tempo, Torino, Einaudi, 1997, p. 452. ↑
- Cfr. G. Genette, I titoli, in Soglie. I dintorni del testo, a cura di M. C. Cederna, Torino, Einaudi, 1990, pp. 55-101. ↑
- Per il simbolismo onomastico presente ne Il marchese di Roccaverdina di Capuana mi permetto di rinviare a D. Stazzone, Il «delirio» nel Marchese di Roccaverdina di Luigi Capuana, in «Otto/Novecento», Anno XXXIX, N. 1, gennaio-aprile 2015, pp. 83-93. ↑
- L. Russo, Giovanni Verga, Bari, Laterza, 1970, pp. 74-75. ↑
- A. Manganaro, Verga, op. cit., p. 58. ↑
(fasc. 39, 31 luglio 2021)