Il “romanzo di famiglia” nella narrativa di Edoardo Calandra, da “Reliquie” alla “Bufera”

Author di Monica Lanzillotta

Le opere di Edoardo Calandra, pervase dall’ossessione della perdita della madre (Malvina Ferrero muore quando Edoardo ha soli sei anni) e dal complesso edipico[1], sono tutte ascrivibili al Familienroman[2] e, tra di esse, quelle che possono essere considerate “romanzi di famiglia” sono: Reliquie (1883), I Lancia di Faliceto (1886), La contessa Irene (1889), Il tesoro (racconto di Vecchio Piemonte, 1905), A guerra aperta (1906) e La bufera (1911).

L’interesse per la famiglia è determinato, in Calandra, anche da altri fattori: l’influsso della letteratura francese, principale nutrimento dello scrittore, in particolare i cicli romanzeschi di Balzac, Eugène Sue, Alexandre Dumas e la saga zoliana dei Rougon-Macquart; il rapporto amicale con De Roberto (il “ciclo degli Uzeda” è ascrivibile al “romanzo di famiglia”)[3]; infine, il revival medioevale che s’impone in Piemonte a partire da fine Settecento e che raggiunge l’apice nel secondo Ottocento, traducendosi in un’imponente produzione storiografica e figurativa, caratterizzata dalla ricostruzione delle genealogie illustri: proprio a partire dal tardo Medioevo, il modello ciclico «diviene un sistema di stoccaggio della narratività e uno strumento di condensazione del tempo storico»[4].

L’interesse per le genealogie, in Piemonte, si deve innanzitutto ai Savoia che, dopo le guerre franco-imperiali, rischiando di sparire dalle scene europee, avevano cercato nel Medioevo «ragioni di fiducia e legittimità»[5], riesumando la storia cavalleresca, militare, dinastico-diplomatica del casato e facendo risalire le loro origini ai prìncipi sassoni. In particolare, Carlo Alberto aveva promosso la nascita della Regia Deputazione sopra gli Studi di Storia Patria e, successivamente, erano nate riviste e bollettini storici e archeologici, che avrebbero costituito le fonti principali della narrativa calandriana. Lo scrittore, inoltre, fortifica l’identità del genere “romanzo di famiglia” fondando le proprie trame su citazioni da “libri di famiglia” e da memorie autobiografiche[6]; in particolare, nelle opere che si esamineranno, cita: Ricordi di Federico di Bellegarde ai suoi Figli, Nipoti e Pronipoti (nella Contessa Irene); i Memorabili di Giulio Cambiano di Ruffia (nei Lancia di Faliceto e nella Contessa Irene); I miei ricordi di Massimo d’Azeglio (in Reliquie, nei Lancia di Faliceto e nella Contessa Irene); Une famille piémontaise au moment de s’éteindre di Emanuele Tapparelli d’Azeglio (nei Lancia di Faliceto).

Le genealogie di Calandra

L’opera di esordio di Calandra, il racconto lungo Reliquie, è ambientata in una villa di Murello, cittadina in provincia di Cuneo, e ha come soggetto una genealogia limitata all’asse nonno (Maurizio)-nipote (Mario), con un fugace cenno a Irene, cugina di Maurizio. L’abitazione del racconto coincide con quella ereditata da Claudio Calandra, padre dello scrittore, dai genitori (Francesco Calandra e Giuseppina Millet) e in cui il piccolo Calandra ha trascorso l’infanzia accanto alla madre, abitazione feticizzata in tutta la sua narrativa; inoltre, Maurizio somiglia al nonno dello scrittore, Elena Moreni (la donna con cui aveva avuto una relazione adulterina) è “alter ego” della nonna dello scrittore, e il gelosissimo Giacomo Miniuti (marito di Elena), che aveva ucciso la donna, è doppio del padre dello scrittore.

I Lancia di Faliceto sono, ha scritto Contini, «la storia d’una dinastia per bozzetti»[7] e lo scrittore ripercorre, nelle dieci novelle, non solo la storia cavalleresca, militare, dinastico-diplomatica del Piemonte, facendo interagire i propri personaggi (i conti Lancia) con i casati che ne sono stati protagonisti (i Monferrato, i Saluzzo e i Savoia), ma anche le tappe fondamentali della storiografia (Abellono, storico medioevale inattendibile, è modello opposto al conte Emanuele, che basa le proprie ricostruzioni su documenti d’archivio), della lingua (leggendo le novelle si parte dal latino barbaro di Abellono e si arriva all’italiano in uso a fine Ottocento) e della prosa italiana (si passa dalle prime novelle, modellate sulla prosa italiana tardo-medioevale, ai racconti moderni d’ispirazione laica e realistica). Anche in questo i Lancia rispecchiano una caratteristica del “romanzo familiare”: raccontano il trascorrere delle generazioni, mescolando «generi e modalità narrative diverse […] inseriti in una forma complessiva che li trascende e li amplifica al tempo stesso»[8], configurandosi come macro-genere.

Il conte Emanuele Lancia di 1885-86, cui è affidata con maggiore ampiezza la ricostruzione dell’albero genealogico del suo casato, individua il primo rappresentante in «Otto curta falce»[9] (fine XII secolo: cfr. LdF, p. 175) e sottolinea che la nobiltà del suo casato è attestata dallo stemma: un «cuore di carne nello scudo copato, come dice monsignor della Chiesa, azzurro e argento» (LdF, p. 176)[10]. Lo stemma è descritto secondo il lessico dell’araldica francese, mentre il colore azzurro del cielo è un dettaglio tipico delle armi gentilizie subalpine secondo i «principi dell’antropocentrismo aristotelico»[11]: il firmamento, infatti, con i suoi astri ha prestato alla blasoneria i suoi simboli. Nelle novelle si incontrano altri rappresentanti del casato, in un periodo compreso tra il 940 e il 1886: il conte Gerardo e sua figlia Gisla (940), che sposa Guigo, da cui nascono Gerardo e Letaldo, dando origine al ramo degli Arduinici; Manfredo, «conte di Belriparo e signore di Faliceto», che eredita «nel 1142 da suo fratello Ugo, morto senza figli, il feudo di Montenatale» (LdF, p. 161); Manfredo e la moglie Isabella (1400); «Uvetto od Ughetto Lancia, figlio di un Giacotto e fratello di Guirone, Guirondo o semplicemente Guido, che nel 1488 dedicossi alla religione sotto la regola di San Benedetto nel monasterio di Susa» (LdF, p. 201); Gasparo e la moglie Anna (seconda metà del 1500); Filippo Lancia e sua figlia Enida (1593); Carlo Emanuele, sua moglie Cristina, e Vittorio (ultimi anni del 1600 e primi anni del 1700); Filippo (1799); i fratelli Roberto e Rodolfo (1805); Maurizio (1856); Emanuele (seconda metà del 1800) con i due figli (Massimo e Maria). Nei racconti compaiono inoltre alcuni parenti dei Lancia, cioè: Cesare Broccardo, che appartiene alla «nobilissima casa delli Accastello» (LdF, p. 31), Irene Accastello e la figlia Clotilde, rispettivamente zia e cugina di Massimo Lancia. Inoltre Maria, ultima discendente dei Lancia, sposa Paolo Cappa, a sua volta ultimo rappresentante della sua schiatta. Rivale in amore di Paolo è Roberto Scaferlati, la cui presenza serve a mettere in scena le dinamiche del complesso edipico (Roberto è alter ego del padre di Calandra)[12], dando anche modo allo scrittore di aprire una parentesi su un’altra genealogia, quella dei Montriasco, da cui discendono gli Scaferlati. Il conte Emanuele trova notizie sui Montriasco consultando l’archivio del comune e scopre che erano stati scudieri dei Lancia nel XIV secolo: Ludovico di Montriasco, nel novembre del 1539, giunto a Faliceto per chiedere al signor Filippo Lancia di sposare la figlia Enida, scelse invece una certa Violante, figlia del signore di Casalmoro, perché aveva una dote maggiore ed Enida, innamorata, impazzì dal dolore[13]. Si desume da queste vicende che Roberto Scaferlati appartenga ai Montriasco perché il conte Emanuele, quando scopre che Roberto fa la corte alla figlia Maria, esclama: «Curiosa, perdiana, a duegentonavantadue anni di distanza, una Faliceto innamorata di un Montriasco; un’altra Enida, ed un altro Ludovico» (LdF, p. 244). Il conte ricostruisce l’albero genealogico degli Scaferlati dal 1383 fino al 1744[14] e tre rappresentanti di questo casato compaiono in due racconti dei Lancia di Faliceto: Vincenzo Scaferlati di Montriasco e i suoi due figli Roberto ed Emma. Nei secoli il casato dei Lancia si imborghesisce: i conti, infatti, progressivamente ripugnano alla guerra e ai duelli (Manfredo non porta a termine la soppressione della rivolta dei suoi coloni e Maurizio decade dai diritti cavallereschi perché rifiuta di affrontare il suo avversario a duello), rinunciano alle prerogative di censo e ricchezza, si mescolano a schiatte borghesi (Gisla sposa Guigo, che è un vassallo; Gasparo s’innamora di una meretrice, che è la moglie di un commerciante; Maurizio s’innamora di Anna, figlia di un contadino) e assecondano le loro vere passioni (Gasparo è poeta, Carlo Emanuele è architetto, Emanuele è collezionista-archeologo). La prospettiva di Calandra è dunque quella della decadenza e della fine: a essere raccontata nel “romanzo di famiglia” è infatti «la storia di una decadenza (dalla massima potenza alla rovina), identificata con la dissoluzione di un mondo»[15].

Nella Contessa Irene viene ricostruita la storia di tre casati (gli Abrate/Paglieri, i Cenalis, i Malan-di La Motta), che riflettono i grovigli familiari di Calandra: Filippo Abrate, che è orfano, è doppio dello scrittore; Ruggiero Malan-di La Motta è alter ego di Claudio Calandra, padre dello scrittore; Irene Cenalis è dapprima figura della madre Malvina con cui il piccolo Calandra (Filippo), nella fase pre-edipica, era vissuto in simbiosi, poi si trasforma in donna-tabù quando Filippo, nella fase edipica, scopre di esserne attratto fisicamente. A confermare questa interpretazione è un altro gioco di doppi, creato dallo scrittore attraverso la famiglia Paglieri e lo scenario del romanzo: a Villetta è collocata sia la villa in cui vivono i coniugi Luisa e Michele Paglieri (cugini di Filippo), sia il castello di Irene Cenalis, e in Villetta è riconoscibile Murello (e nella villa dei Paglieri quella dei Calandra). Inoltre, la famiglia Paglieri duplica la famiglia Calandra: Michele è alter ego del padre, Luisa della madre (la donna è sostituta della madre nel rapporto pre-edipico)[16], i tre figli dei Paglieri (Berto, Ghigo e Bianca) sono proiezioni dei tre fratelli Calandra (Edoardo, Davide e Dina). Le notizie sui tre casati protagonisti del romanzo si hanno grazie al genius loci Michele Paglieri, che sta redigendo un libro intitolato Cenni storici sopra Villetta, titolo quasi identico a quello in cui Carlo Ghersi ricostruisce le vicende di Murello (Cenni storici sopra Murello), rafforzando l’identità tra Villetta e Murello; il libello fa coppia con un romanzo che Michele ha intenzione di scrivere, intitolato I Signorotti o i tirannelli di Viletta, titolo che sancisce dunque l’incompatibilità tra i Paglieri e i Cenalis, perché i tiranni di Villetta sono i Cenalis. Michele, ricostruendo la storia di Villetta, ha scoperto un suo antenato illustre, lo zio Francesco Domenico, che ha fatto carriera militare, diventando nel 1822 capitano dei Dragoni delle Goronne[17]. La scoperta dell’eroico antenato sveglia nel borghese Michele «qualche velleità aristocratica» (CI, p. 8), sicché studia le carte dell’archivio del comune, ricostruendo la sua genealogia dalla seconda metà del Cinquecento al primo ventennio dell’Ottocento[18], senza trovare nobili antenati, per cui, non potendo guadagnare credito presso i Cenalis, li percepisce come rivali e, di conseguenza, li demonizza. Per quanto riguarda il casato di Ruggiero, sappiamo, grazie a Paglieri, che ha avuto modo di conoscere suo padre, che quella dei «Melan o Maglian di La Motta» è una famiglia «antichissima» e «delle meglio ritenute», che «per più di sei secoli si mantenne fiorente per onorevoli cariche ecclesiastiche, civili e militari», famiglia che ha come «impresa […] un maglio d’argento in campo negro» (CI, p. 9), diciture che ricorrono nelle descrizioni di Agostino della Chiesa in Fiori di blasoneria per ornare la Corona di Savoja, con i fregi della nobiltà esattamente ristampati secondo l’edizione del 1655, probabile fonte di Calandra, in quanto già citata nei Lancia di Faliceto. Ruggiero, in quanto incarnazione del rivale in amore del complesso edipico, viene associato al padre di Calandra[19] e se ne descrive il degrado (ha rinunziato alla carriera militare, diventando ogni giorno più «ruvido e brutale», CI, p. 128) e poi la morte (muore lasciandosi annegare in un torrente). Per quanto riguarda, infine, i Cenalis, la contessa Irene è figlia unica della baronessa Clemenza, rimasta da poco vedova; il padre di Irene, che viveva separato dalla moglie, era «un uomo d’un originalità altera e bisbetica» (CI, p. 6). Paglieri definisce il casato dei Cenalis «una razza di prepotenti, provocatori, attacchini, bestemmiatori, mancatori di parola» (CI, p. 11) e si sofferma a raccontare le malefatte di alcuni esponenti della dinastia, partendo dal padre di Irene e retrocedendo fino al 1583[20].

Il tesoro ha come protagonista due casati: Ajmarco, che si estingue, e Perollay. A narrare le loro vicende è il genius loci Barberis, ex maggiore dell’esercito, che racconta fatti riguardanti l’abitazione dell’io narrante, un tempo appartenuta agli Ajmarco. Barberis, che era amico d’infanzia di Giulio Ajmarco, aveva rivisto l’uomo dopo vent’anni, apprendendo che era rimasto vedovo: Giulio, costretto a sposare la donna che la madre Carlotta aveva scelto per lui, era divenuto padre di Emilio e aveva perso la moglie in seguito al colera del 1854. Il maggiore si era subito accorto del degrado di Giulio, determinato dalla compulsione maniacale a collezionare monete: Giulio aveva infatti venduto quasi tutti i suoi beni per acquistare monete e viveva chiuso nella sua casa-museo, occupato esclusivamente a venerare i suoi oggetti-feticcio. Barberis mette in relazione il tesoro accumulato da Giulio con la sua avarizia, connettendola a quella della madre Carlotta, relazione che, in chiave freudiana, è da leggere come una regressione alla fase infantile dell’erotismo anale[21], permettendo di rilevare una delle caratteristiche dei “romanzi di famiglia”, cioè che l’identità dei figli dipende da quella dei genitori. Barberis, non riuscendo più a rapportarsi a Giulio, aveva iniziato a frequentare Emilio, ritrovando nel giovane l’«amico d’infanzia» (VP, p. 230): Emilio si attesta dunque, in relazione all’identità contemplata nel “romanzo di famiglia”, come doppio del padre. Un giorno Barberis aveva notato nel ragazzo uno strano cambiamento, scoprendo che si era innamorato da ben due anni di Metilde[22], la figlia di Carlo Felice Perollay e della marchesa Delrio di Villarengo, senza trovare il coraggio di presentarsi alla ragazza, per timidezza.

Grazie alla focalizzazione variabile che governa il racconto, emergono altri dettagli sui due casati che stavano per imparentarsi: il barone Carlo Felice Perollay considerava gli Ajmarco «una buona famiglia», anche se nel presente era «decaduta» (VP, p. 245); Giulio riteneva il barone «un somaro presuntuoso» (VP, p. 243); infine Barberis percepiva i Perollay come «una famiglia che aveva molto fumo» (VP, p. 238). Il barone aveva confidato a Barberis di essere favorevole al matrimonio di Emilio con la figlia, mostrandosi desideroso di incontrare Giulio, ma l’uomo era improvvisamente deceduto. Barberis aveva sollecitato Emilio, pur profondamente addolorato, a pensare al matrimonio, valutando il suo patrimonio, costituito, dopo le vendite dei beni fatte dal padre, solo dalla casa in cui viveva, da un podere e dalla collezione di monete. Il giovane aveva aperto il medagliere e, trovandolo vuoto ed escludendo che ci fosse stato un furto, aveva pensato che il padre avesse nascosto il tesoro e si era messo a cercarlo ovunque, scavando persino nel giardino. Non potendo contare sulla “dote” per sposare la nobile Metilde, aveva poi sofferto molto vedendo che l’amata aveva deciso di sposare il conte Astori e, non riuscendo a rassegnarsi alla perdita del tesoro, passava le giornate nello studio del padre sperando di evocarne lo spirito: le monete avevano dunque determinato la metamorfosi di Emilio, portandolo, come il padre, alla perdita di sé. Giunto il giorno fissato per il matrimonio di Metilde, Barberis era riuscito a convincere Emilio ad allontanarsi dal paese e a fare una gita con lui in calesse e quando, in serata, si erano lasciati, il giovane lo aveva salutato molto calorosamente, ma il maggiore, poco dopo, era tornato a casa Ajmarco e aveva trovato Emilio in soffitta tra un «luccichio di metallo dilagato» (VP, p. 269): il ragazzo aveva trovato il tesoro del padre nell’«umile antica culla che da tanti anni riposava dimenticata lassù» (VP, p. 269). La tardiva scoperta lo aveva ferito profondamente e, dopo il ritrovamento, si era suicidato gettandosi nel fiume.

A guerra aperta è un dittico di racconti (La signora di Riondino e La marchesa Falconis) dal comune fondale storico: la guerra intrapresa dal duca Vittorio Amedeo II di Savoia contro Luigi XIV, re di Francia. La trama della Signora di Riondino ruota intorno all’asse familiare padre/figlia: Enida, figlia unica del conte Ottavio di Palanfrè, sposa Ludovico Balpo, signore di Riondino, e nel racconto compare il capitano Rofredo, che è «parente alla lontana […] di suo padre» (GA, p. 62). Nella Marchesa Falconis protagonista è la coppia di sposi costituita da Laura Maria e Maurizio Falconis, e della famiglia della contessa vengono nominati i genitori e il cugino Flaminio (i suoi glielo avevano destinato per marito, ma il cugino era morto in guerra). Laura Maria è sterile e la continuazione del casato avviene in seguito all’adozione di un figlio illegittimo, Andrea, nato dalla relazione del marchese con Clara Alessi, un povera contadina deceduta qualche anno dopo averlo messo al mondo.

Le vicende della Bufera si svolgono tra il maggio del 1797 e il maggio del 1799, e hanno come protagonisti gli esponenti di due famiglie, gli aristocratici Claris e i borghesi Ughes-Oliveri, che si estinguono. La famiglia Claris, che vive tra la villa di Robelletta (località ubicata vicino a Racconigi, a pochi chilometri da Murello) e il palazzo di Torino, è composta dal conte Annibale, da sua moglie Polissena Violant di Ricaud e da Massimo, che è figlio unico. Nella trama del romanzo compaiono i seguenti parenti dei Claris: Giulio Cesare (padre di Polissena e nonno di Massimo), Traiano (fratello di Polissena) e suo figlio Giuseppe Giacinto. La famiglia Oliveri-Ughes, che vive tra la villa di Murello e la casa di Torino, è composta da Gaetano Oliveri e da sua figlia Liana, rimasta orfana di madre in tenera età; Liana sposa Luigi Ughes e della famiglia di Luigi, che è rimasto orfano di entrambi i genitori, nel romanzo compare solo lo zio Battista Vietti, che lo ha adottato e vive a Murello. La misteriosa sparizione di Luigi determina il meccanismo narrativo principale del romanzo, che è l’attesa (la moglie vive, per quasi tutta la durata della trama, sperando nel ritorno dello scomparso). Calandra dà molto risalto alle relazioni tra familiari, privilegiando il rapporto di Massimo con i genitori, in relazione a temi quali autorità/legittimità/conflitto generazionale, confermando lo statuto epistemologico del genere, per cui l’identità non è individuale ma è relazionale. Massimo, innamorandosi della borghese Liana, mette in crisi tradizioni secolari: se i suoi genitori vivono in funzione della conservazione dell’identità politica, economica e affettiva del casato, lui rivendica invece il diritto alla felicità. Vecchio e nuovo convivono dunque in forme drammaticamente conflittuali, annunciando il passaggio dalla famiglia tradizionale a quella moderna, che avverrà grazie anche alle ridefinizioni di ordine politico-istituzionale prodotte dalla Rivoluzione francese e dalla Rivoluzione industriale, che determineranno «l’accentramento nelle strutture statali di molte funzioni prima devolute ai legami di parentela»[23]. I genitori hanno educato Massimo con i riti propri della classe aristocratica, cioè a «vivere in famiglia con sostenutezza e con cerimonia» (B, p. 53) e lo scrittore, con ironia pariniana, dà ampio spazio ai riti di appartenenza scanditi da precisi orari, rispettati con puntiglio, privilegiando colazione, pranzo e cena, cioè i momenti in cui, nel “romanzo di famiglia”, si rafforzano le identità, veicolandosi valori e comportamenti di tipo normativo: molto significativo è, per esempio, il pranzo che Polissena offre, a inizio romanzo, nella villa di Robelletta agli aristocratici e al clero dei dintorni, pranzo apparentabile sia a quello celebrato nel Giorno di Parini, sia a quello offerto da don Rodrigo ai potenti rappresentanti del clero e della politica nel V e VI capitolo dei Promossi sposi. I genitori di Massimo non si sono mai occupati direttamente dell’educazione del figlio e lo hanno sempre incontrato «a ore fisse», come in «una udienza di formalità», avvisati della sua presenza «dal prete, dal servitore, dalla cameriera», in una «specie d’omaggio di sudditanza» (B, pp. 53-54). I coniugi Claris, del resto, non interagiscono come coppia: nel palazzo di Torino vivono in spazi separati. Massimo ha in particolare un rapporto conflittuale con il padre, descritto come un uomo anziano, «di piccola statura» ma dalla voce «robusta e squillante» (B, p. 127), che non perde occasione per accusarlo di disonorare, col suo comportamento, il nobile casato. Il conte ha due sostituiti: il re, perché la classe aristocratica è stata educata a considerare il sovrano come un «padre» (B, p. 68)[24], e il cicisbeo Telemaco Mazel della Comba, che è «il cavaliere servente legittimo, accettato e stipulato per contratto matrimoniale» (B, p. 18) e permette alla contessa Polissena, che non si sente amata e desiderata dallo sposo, di essere corteggiata “legalmente”, salvando il legame coniugale e quindi il patrimonio familiare. Mazel, proprio in quanto sostituto paterno, nota più volte, infastidito, come Massimo non rispetti le ritualità della nobiltà e in più occasioni fa capire al giovane che sta oscurando l’onore del casato con l’attrazione per la borghese Liana, che deve invece considerare un «capriccetto» (B, p. 185), ma in realtà gli ricorda che ha un precedente in famiglia, quando gli dice che la prima moglie del nonno Giulio Cesare «era quasi una plebea» (B, p. 187). È proprio l’attrazione per Liana che determina l’estinzione del casato Claris, annunciata dalla distruzione dell’abitazione di Robelletta (abitazione da associare alla madre). Quasi alla fine del romanzo, quando l’esercito austro-russo, nel maggio 1799, entra in Piemonte e ristabilisce sul trono i Savoia, Massimo, che ha chiesto a Liana di sposarlo, si dirige, con una carrozza, da Torino a Murello, passando prima per Robelletta, notando che, a causa di un incendio, la sua villa è ridotta in macerie, e si chiede: «Come poteva una casa ben costrutta, ben ordinata, dov’erano vissute comodamente tante persone, ridursi quasi al niente?… E le care memorie che la empivano tutta, dov’erano andate?» (B, p. 399). Il giovane non riuscirà a condurre l’amata a Torino, anzi diventerà il suo carnefice: la carrozza su cui sono i due giovani viene infatti fermata da un gruppo di monarchici che li credono giacobini in fuga e Liana implora Massimo di spararle perché non vuole cadere nelle loro mani e il giovane uccide l’amata e poi si spara, determinando l’estinzione di due dinastie.

I luoghi topici del “romanzo di famiglia”

La casa è il cronotopo per eccellenza del “romanzo di famiglia” sia perché in essa la dimensione diacronica e la dimensione sincronica della famiglia si incrociano, sia perché è lo spazio dell’intimità e del regressum ad uterum[25].

Reliquie si svolge in una villa di Murello in tutto simile a quella dello scrittore, abitazione che si attesta come spazio freudianamente perturbante perché è simbolo del corpo femminile materno con cui il piccolo Calandra viveva in simbiosi e da cui, nelle logiche del complesso edipico, è stato separato da un rivale (Giacomo Miniuti, doppio del padre). Mario, protagonista del racconto, ritrova nel baule della casa di Murello, evocante quello della nonna di Calandra[26], il diario del nonno di Maurizio, grazie al quale scopre sia che il nonno aveva avuto una relazione adulterina con Elena Moreni sia che Elena era la proprietaria della casa poi acquistata dal nonno. Nel racconto prende risalto anche un altro spazio dell’abitazione, la camera detta «gialla» (R, p. 21)[27], in cui i ritratti di Maurizio ed Elena si animano.

Nel “romanzo di famiglia” la «fondazione, o l’ampliamento, della dimora di famiglia indica sempre il momento di massima affermazione della famiglia stessa» e «la decadenza materiale (o la rovina vera e propria) della casa è l’immagine della più generale decadenza che investe la famiglia»[28]. Nei Lancia di Faliceto si assiste all’impoverimento materiale dei Lancia proprio attraverso l’abitazione: il primo rappresentante dei Lancia vive nel castello di Faliceto «difeso da palizzate e fossi», «ha giurisdizione sulle terre circostanti e possiede trecento iugeri di selve lungo le sponde del Riofreddo» (LdF, p. 5), castello che viene «fatto saltare dagli imperiali nel giugno 1536» (LdF, p. 53); i Lancia vanno perciò ad abitare in una villa che, a fine Settecento, viene presa d’assalto dai Falicetani giacobini e, sempre a fine Settecento, fanno costruire a Torino un sontuoso palazzo, che s’impoverisce e decade sia perché i conti offrono gioielli e argenterie per sostenere la guerra dei Savoia, sia perché viene danneggiata dai bombardamenti dei rivoluzionari francesi.

Nella Contessa Irene molto risalto assumono la soffitta e la torre del castello. Una cornice senza tela, trovata da Irene Cenalis nella soffitta del suo castello «tra un monte di ciarpe e d’attrezzi» (CI, p. 29), si rivelerà essere oggetto desueto sterile-nocivo[29] perché, quando recupererà la funzione di incorniciare il ritratto della donna, che aveva perso quando era stata relegata in soffitta come oggetto anti-funzionale, riattiverà la carica negativa che possedeva. La soffitta si staglia infatti come sede immaginaria del ritorno del represso, perché agli oggetti riposti in questo spazio, come rileva Orlando, si attribuiscono «aggettivi carichi dell’emotività di un rifiuto umano che le investe»: sono cose considerate «maledette, abiette, immonde, squallide, losche, orride, compassionevoli, commoventi, stravaganti, ridicole»[30]. E Irene afferma, quasi premonendo il tragico finale: «Le pareti sono piene come se dopo di me non dovesse venir più nessuno: ma il mio posto c’è, e fin la cornice. Se morissi bisognerebbe lavorar di memoria, doppia fatica» (CI, p. 31).

Filippo fa il ritratto di Irene lavorando nella sala collocata nella torre del castello, luogo che rievoca quello del pittore del Ritratto ovale che ritrae, vampirizzandola, la donna amata. Irene non si preoccupa di curare l’acconciatura e l’abito, come avevano fatto i suoi antenati, e posa «in un vestire schietto […] privo d’ogni spiccato particolare di moda» (CI, p. 35), confermandosi dunque come figura matris del complesso edipico. Quando Filippo rivede la donna dopo un anno, nota subito la differenza con la donna dipinta: ora ha il colore delle guance «men roseo» e sulla fronte è impresso «un turbamento indefinibile […] mancante nel ritratto» (CI, p. 120). Inoltre i colori si sono appannati, Filippo non ha messo la firma e la stessa Irene si mostra insoddisfatta, palesando il desiderio di sostituire, sull’abito dipinto, il fermaglio che è di «gusto un po’ dubbio» (CI, p. 110) con uno del suo casato. Filippo completa perciò il ritratto nella stessa sala in cui la donna aveva posato l’anno precedente: cambia il fermaglio, ravviva la vernice e pone la sua firma. Il ritratto, con la cornice negletta dagli antenati, viene collocato nella galleria degli antenati della donna, ponendo fine alla dinastia, per come preconizzato dalla stessa Irene, che morirà dopo poco.

Il Tesoro ruota intorno alle vicende della casa degli Ajmarco e grande spazio viene dato alla soffitta[31] di questa abitazione, che non esiste più perché il padre dell’io narrante, acquistando la casa, l’aveva ristrutturata, rendendo abitabile la vecchia soffitta. Tra gli oggetti appartenuti agli antenati degli Ajmarco accatastati in soffitta compare una cornice senza tela che, per un gioco intertestuale, potrebbe essere quella della Contessa Irene, e una culla, che era diventata il «ripostiglio prediletto» (VP, p. 225) di Giulio e di Barberis quando erano piccoli, lettino in cui i due avevano nascosto «le provviste di frutta, di miele, di dolci fatte in segreto, i balocchi proibiti; e più tardi, libri e libercoli dal testo o dalle figure non castigate…» (VP, p. 226), culla che determina, come si è anticipato, l’estinzione del casato degli Ajmarco:

Quello [la soffitta] era il luogo dove venivano a riposare alla rinfusa tutti gli avanzi, tutti i rifiuti delle generazioni che si succedevano fra queste mura da forse due secoli. Seggioloni zoppi, seggiole sfondate, cassapanche tarlate, tele senza cornice, cornici senza tele, ritratti anneriti, libracci stracciati… Tra i moltissimi oggetti di forma ancor familiare all’occhio, ve n’erano altri meno noti, o già divenuti estranei: mi ricordo di un paio di stivali di Suwarow sdruciti, ma ancora in forma; di due fonde da pistola; d’un’alabardina, appartenuta forse a qualche basso ufficiale d’un antico reggimento piemontese; e perfino di alcune di quelle teste di legno, rette da un fusto piantato sur un piede, che servivano ai nostri vecchi per posar la parrucca. Insomma un miscuglio, una confusione di cose ammontate negli angoli, appoggiate alle pareti, sparpagliate sul pavimento, appiccate a chiodi, pendenti da corde, cacciate fin sulle travi che sostenevano il tetto. E polvere su tutta quella roba! Che ruggine, che muffa, che pattume, che ragnateli! (VP, p. 218)

La soffitta, che apre e chiude circolarmente il racconto, si accredita dunque come regno dell’antifunzionale e dello sterile-nocivo, come luogo che sancisce, nel “romanzo di famiglia”, la fine della dinastia, spazio del “rifiuto delle generazioni”.

Gallerie e musei di famiglia

Museo di famiglia e galleria dei ritratti, oltre a fornire rapide informazioni sugli antenati, rappresentano i monumenti a perpetua memoria della dinastia familiare e il riconoscimento indiretto del singolo: gli antenati determinano infatti lo status e la rispettabilità del discendente, avallano il suo prestigio e la sua affermazione politico-sociale[32].

In Reliquie si scopre l’identità di Maurizio, nonno di Mario, attraverso l’animazione del quadro che lo raffigura, e a uscire dalla cornice è anche Elena Moreni, la donna sposata a Giacomo Miniuti e divenuta amante di Maurizio.

Il museo di famiglia e la galleria dei ritratti compaiono, nei Lancia di Faliceto, nel racconto Il decaduto e in 1885-86, e i ritratti degli antenati del Decaduto istituiscono un dialogo intertestuale con la galleria dei ritratti degli spietati antenati del don Rodrigo manzoniano (VII capitolo dei Promessi sposi) e con la galleria degli antenati di d’Azeglio e della marchesa di Crescentino (immortalati nei Miei ricordi)[33].

Nella Contessa Irene i rappresentanti dei Cenalis, raffigurati nella galleria collocata nel salone del castello, versano in stato di degrado, annunciando l’estinzione del casato, sancita dalla morte tragica di Irene. Nel descrivere gli antenati, il narratore si sofferma su abiti, armature e acconciature, sia per indurre il lettore a collocarli nell’epoca in cui sono vissuti, sia per qualificare il ritratto di Irene, che Filippo realizzerà poco tempo dopo, come “non-finito” proprio in base ai dettagli d’abbigliamento, sia per dare rilievo alla «cassapanca in noce» collocata ai piedi dei quadri (CI, p. 27), che ricorda quella della nonna di Calandra, istituendo l’identità tra madre-nonna di Calandra e Irene[34].

Infine nella Marchesa Falconis il narratore si sofferma sulla galleria dei ritratti degli antenati del marchese Falconis visti dal piccolo Andrea, suo figlio illegittimo: «Andrea […] girò lo sguardo intorno: i capitani, i prelati, i magistrati, le dame di corte, i nobili giovinetti dipinti o scolpiti, distribuiti a destra e a sinistra lungo le pareti, parevano affissarsi alteramente in lui, così che ne aveva come un senso di soggezione» (GA, p. 331).

Si può brevemente concludere affermando che in Calandra il “romanzo familiare” condensa, in un tutto armonico, che ne costituisce la cifra specifica e l’inimitabile pregio, la macrostoria con la storia locale, coinvolgendo le pieghe più intime della sua storia familiare.

  1. Sulle opere di Calandra cfr. M. Lanzillotta, Il museo dell’innocenza. La narrativa di Edoardo Calandra, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2017. Si citerà dalle seguenti edizioni delle opere dello scrittore, con le sigle indicate: I Lancia di Faliceto, con Prefazione di G. Giocosa, Torino, F. Casanova, 1886 = LdF; Reliquie, in Vecchio Piemonte. Reliquie. Le masse cristiane, Torino, Casanova & C., 1889 = R; La contessa Irene, Torino, F. Casanova, 1889 = CI; Vecchio Piemonte, Torino-Roma, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, 1905 = VP; A guerra aperta. La signora di Riondino (1690) La marchesa di Falconis (1705-1706), a cura e con Introduzione di G. Petrocchi, Rocca San Casciano, Cappelli, 1964 = GA; La bufera, Milano, Garzanti, 1964 = B.
  2. Cfr. S. Freud, Il romanzo familiare dei nevrotici, in Id., Il motto di spirito e altri scritti 1905-1908, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, pp. 471-74.
  3. Sui rapporti tra Calandra e De Roberto cfr. M. Lanzillotta, La tentazione del teatro. Lettere inedite di Edoardo Calandra a Federico De Roberto (1899-1901), in «Otto/Novecento», 2, 2015, pp. 55-84.
  4. S. Calabrese, Cicli, genealogie e altre forme di romanzo totale nel XIX secolo, in Il romanzo, IV: Temi, luoghi, eroi, a cura di F. Moretti, Torino, Einaudi, 2004, IV, p. 620.
  5. Cfr. E. Castelnuovo, Il gusto neogotico, in Cultura figurativa e architettonica negli Stati del Re di Sardegna 1773-1861, a cura di E. Castelnuovo e M. Rosci, Torino, Stamperia artistica nazionale, 1980, I, pp. 319-27.
  6. Sui libri di famiglia e sulle memorie di famiglia come genere letterario cfr.: I libri di famiglia in Italia, a cura di R. Mordenti e A. Cichetti, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2001; E. Abignente, Memorie di famiglia. Un genere ibrido del romanzo contemporaneo, in Il romanzo di famiglia oggi, a cura di E. Abignente ed E. Canzaniello, numero monografico di «Enthymema», 20, 2017, pp. 6-17.
  7. G. Contini, Introduzione, in Racconti della Scapigliatura piemontese, con Prefazione di D. Isella, Torino, Einaudi, 1992, p. 46.
  8. M. Polacco, Romanzi di famiglia, per una definizione di genere, in «Comparatistica», XIII, 2005, pp. 115-16.
  9. Il nome del capostipite dei Lancia, «Otto curta falce», è tratto da L. Costa, Chartarium Dertonense Nunc Primum Editum e Codice Regiae Taurinensis Bibliothecae, Augustae Taurinorum, Apud Viduam Pombam et Filios, 1814, p. 45.
  10. Lo stemma dei Lancia somiglia a quello del casato dei Montemale, costituito da «un cuore di carne in campo azzurro» (G. Casalis, Montemale, in Id., Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna Torino, Torino, G. Mastero Librajo Cassone Marzorati Vercelloti Tipografi, 1836, XI, p. 254) e quello di diversi casati subalpini, come si può constatare consultando A. della Chiesa, Fiori di blasoneria per ornare la Corona di Savoja, con i fregi della nobiltà esattamente ristampati secondo l’edizione del 1655, Torino, Presso Alessandro Federico Cavaleri Librajo di S.A.R, 1777, libro citato dal narratore calandriano.
  11. Cfr. G. Mola di Nomiglio, Il firmamento nelle armi gentilizie subalpine, in L’identità genealogica e araldica. Fonti, metodologie, interdisciplinarità, prospettive, Atti del XXIII Congresso internazionale di scienze genealogiche e araldiche, Torino, Archivio di Stato, 21-26 settembre 1998, Torino, Ministero per i Beni Culturali-Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, 2000, pp. 967-1026.
  12. Paolo definisce Roberto un «deturpatore di cose vecchie» (LdF, p. 249) perché il giovane Scaferlati fa «riquadrare, poi vituperare, le finestre con persiane color verde smagliante» del suo castello ubicato a Montriasco, e fa «ricolmare il fosso, imbiancar le muraglie, riempire e spianare i vani tra i merli» (LdF, p. 249). Circa il padre di Calandra, il biografo dello scrittore annota, circa la villa di Murello: «L’avvocato Claudio Calandra […] volendo apportare alla casa alcune riparazioni, ebbe la cattiva idea di togliere la caratteristica lobia, la vite, e di sostituire i graffiti con una decorazione a striscie orizzontali di diversi colori» (Vita e opere di Edoardo Calandra narrate da Cammillo Franco, op. cit., p. 149).
  13. Calandra riadatta ad Enida e a Ludovico le vicende accadute a Catherina Trombeta del Mondevì, figlia di Federico Morozzo, e quelle accadute a Francesco, terzogenito del marchese Giovanni Lodovico II, che diventa, per volere del re di Francia, marchese di Saluzzo nel giugno del 1529 e, per rafforzare il suo marchesato, decide di sposare una delle due figlie del marchese del Monferrato, ma le vicende non hanno esito positivo per questioni di magia, fatti che lo scrittore riprende da Miscellanea di storia italiana, Regia Deputazione di Storia Patria (a cura di), Torino, Fratelli Bocca Librai di S.M., 1870, IX, pp. 240-41, 272, e da D. e C. Muletti, Memorie storico-diplomatiche appartenenti alla città ed ai marchesi di Saluzzo, Saluzzo, Lobetti-Bodoni, 1829, VI, pp. 164-65, n. 2.
  14. Il narratore attribuisce a Carlo Giacinto Scaferlati quanto Angius scrive su due rappresentanti del casato dei «Cacherani D’Osasco poscia Osasco Malabaila», cioè Carlo Giacinto e Filippo: cfr. V. Angius, Sulle famiglie nobili della Monarchia di Savoia. Narrazioni fregiate de’ rispettivi stemmi incisi da Giovanni Monneret ed accompagnate dalle vedute de’ castelli feudali descritti dal vero da Enrico Gonin, Torino, Fontana e Isnardi Editori, 1841, I, pp. 79-720.
  15. M. Polacco, Romanzi di famiglia, per una definizione di genere, op. cit., pp. 122-23.
  16. Luisa è identificabile nella madre di Calandra perché di lei si dice che è occupata unicamente a prendersi cura dei familiari, è «moglie, madre, nient’altro» (CI, p. 3); viene inoltre immortalata mentre ricama, cioè mentre è dedita a un’attività tipica delle donne dei tempi antichi, delle donne senza tempo, e per Filippo i ricami della donna costituiscono un déjà vu: «Quei fiorami non gli [a Filippo] riuscivano nuovi, imitavano l’antico; ricordava d’aver veduto una stoffa così, ma non raccapezzava più dove: se in un museo, da qualche antiquario, o nello studio d’un amico» (CI, p. 98). Michele Paglieri somiglia al padre di Calandra perché, come questi, progetta di bonificare i terreni della Priglia ed è appassionato di armi, di caccia, di agricoltura ed è “inventivo”: «[Paglieri] correva continuamente a caccia d’invenzioni, di perfezionamenti, di meraviglie» e trascorreva il tempo nel suo «studio-museo-laboratorio», ingombro di «scaffali pieni di libri», di «animali impagliati dalle sue mani» e «di pistole, di sciabole ed armi da caccia» (CI, pp. 8, 11, 14-15).
  17. Paglieri attribuisce a Domenico Francesco le imprese di Augusto di Bellegarde: cfr. Ricordi di Federico di Bellegarde ai suoi Figli, Nipoti e Pronipoti, Torino, Tip. Roux e Favale, 1882, p. 11.
  18. I nomi e le imprese degli avi di Paglieri sono tratti dall’elenco dei parroci e dei sindaci di Ghersi: cfr. C. Ghersi, Cenni storici sopra Murello ed il Santuario della B.V. degli Orti ivi aperto da secoli alla pietà dei fedeli raccolti e redatti dal parroco del luogo, Savigliano, Tipografia Racca e Bressa, 1871, pp. 105-106, 131.
  19. Filippo nota che Ruggiero, dopo aver sposato Irene, apporta al castello dei Cenalis delle modifiche «d’un gusto nefando» (CI, p. 100), che ricordano quelle fatte alla villa di Murello dal padre di Calandra: cfr. supra n. 14.
  20. La dinastia dei Cenalis è ricostruita sulla base di un mosaico di fonti, tra cui i Memorabili di Cambiano di Ruffia (che nel romanzo viene ribattezzato Antelmo Savelli): Michele, infatti, attribuisce a un antenato dei Cenalis fatti accaduti, nel 1583, a Sua altezza Reale e narrati nei Memorabili: cfr. Memorabili di Giulio Cambiano di Ruffia dal 1542 al 1611, a cura di V. Promis, in Miscellanea di storia patria, Torino, Regia Deputazione di storia patria, 1870, XI, p. 216.
  21. Conferma questa interpretazione J. Baudrillard, Il sistema marginale: la collezione, in Id., Il sistema degli oggetti, trad. di S. Esposito, Milano, Bompiani, 2003, pp. 127-28.
  22. Il nome della signorina sembra un omaggio a Metilde, una delle sorelle di Massimo d’Azeglio menzionate nei Miei ricordi come «un vero tesoro», qualificazione che rimanda al titolo del racconto calandriano: cfr. M. d’Azeglio, I miei ricordi, a cura di A. Pompeati, Torino, UTET, 1971, p. 176.
  23. M. Polacco, Romanzi di famiglia, per una definizione di genere, op. cit., p. 103.
  24. Circa la sostituzione dei genitori con persone più illustri cfr.: S. Freud, Il romanzo familiare dei nevrotici cit., e Id., L’interpretazione dei sogni, in Id. L’interpretazione dei sogni 1899, Torino, Bollati Boringhieri, 2005, p. 325; Lynn Hunt, Le Roman familial de la Révolution française, Paris, Albin Michel, 1995. La reazione di Massimo di fronte al ritratto del re rammenta quella di don Rodrigo di fronte alla galleria dei ritratti dei suoi antenati.
  25. A. Tarpino, Geografia della memoria. Case, rovine, oggetti quotidiani, Torino, Einaudi, 2008, p. 25. Sulla casa come equivalente simbolico del corpo femminile, del regressus ad uterum e del perturbante cfr.: S. Freud, Il perturbante, in L’Io e l’Es e altri scritti 1917-1923, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, pp. 95-96; Id., L’interpretazione dei sogni cit., pp. 325-30; G. Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario, trad. di E. Catalano, Bari, Dedalo, 2009, pp. 297-301; L. Lutwack, The Role of Space in Literature, Syracuse (New York), Syracuse University Press, 1984, pp. 103-13.
  26. La donna custodiva, in un cofano in noce facente parte del corredo nuziale, le «antiche carte di famiglia, cioè lettere, contratti, testamenti, memorie dei suoi famigliari» (Vita e opere di Edoardo Calandra narrate da Cammillo Franco, con carteggi e documenti inediti, a cura di M. Lanzillotta, Nota biografica di P. Venco, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2015, p. 49).
  27. La camera gialla è un riferimento al salone di Massimo d’Azeglio e alla camera da letto dello scrittore: cfr. M. d’Azeglio, I miei ricordi cit., pp. 220-21, e Vita e opere di Edoardo Calandra narrate da Cammillo Franco cit., p. 152.
  28. M. Polacco, Romanzi di famiglia, per una definizione di genere cit., p. 111.
  29. Cfr. F. Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, Torino, Einaudi, 2015, pp. 202-10, 221-27, 410-24.
  30. Ivi, p. 9. Sulla soffitta Durand annota: «‘È nella soffitta che si configura la scontrosità assoluta, la scontrosità senza testimoni’. La soffitta, malgrado la sua altitudine, è museo degli antenati e luogo di ritorno enigmatico quanto la cantina. Dunque, ‘dalla cantina alla soffitta’, sono sempre gli schemi della discesa, dello scavo, dell’involuzione e gli archetipi dell’intimità a dominare le immagini della casa» (G. Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario cit., p. 302).
  31. La soffitta del Tesoro rimanda a quella descritta da d’Azeglio nei Miei ricordi: cfr. G. Tesio, recensione di E. Calandra, Vecchio Piemonte, in «Studi Piemontesi», XVI, 1, 1987, p. 187.
  32. Cfr. M. Polacco, Romanzi di famiglia, per una definizione di genere cit., p. 97.
  33. Sui ritratti di «nonni e padri» della marchesa Irene di Crescentino cfr. M. d’Azeglio, I miei ricordi cit., p. 289.
  34. Gli abiti coincidono in parte con quelli descritti nei Lancia di Faliceto e nei Miei ricordi (cfr. supra n. 34).

(fasc. 39, 25 giugno 2021)