Recensione di Luciano Parisi, “Giovani e abuso sessuale nella letteratura italiana (1902-2018)”

Author di Franca Pezzoni

Luciano Parisi nel suo Giovani e abuso sessuale nella letteratura italiana (1902-2018) studia come il tema dell’abuso sessuale sui minori è stato affrontato nell’ambito della letteratura italiana durante gli ultimi centoventi anni, individuando quattro periodi principali nello sviluppo di questo filone tematico: i primi anni del ’900, gli anni centrali del ’900, gli anni ’80 e ’90, e i primi vent’anni del Duemila con la comparsa di modelli narrativi molto più vari, senza che nessuno prevalga sull’altro.

Al primo periodo appartengono le opere di Grazia Deledda, Paola Drigo, Luigi Pirandello e Mario Mariani. Grazia Deledda descrive giovani donne povere e isolate, vittime dei soprusi di uomini appartenenti a classi sociali più elevate, descritte con partecipazione e interesse, ma in un’atmosfera generale di fatalismo, mentre Paola Drigo in Maria Zef racconta l’abuso subito da una ragazzina in un contesto di estrema miseria, al quale la protagonista alla fine si ribella uccidendo il proprio stupratore. In Pirandello (Alla zappa) e in Mariani (Le adolescenti) l’oggetto della narrazione diventa piuttosto la comunità nel cui ambito avviene l’abuso e la complicità che questa dimostra nei suoi confronti.

Al secondo periodo appartiene l’opera di Moravia, che descrive vicende ambigue in ambienti agiati, permeati di ipocrisia: lo stile narrativo enigmatico e frammentario evoca una realtà obnubilata, grottesca e deforme; e corrisponde al vissuto di perplessità e di appiattimento emotivo di chi ha subito un abuso. A questo secondo periodo appartiene anche Graziella di Ercole Patti: anche qui, come in Mariani, la comunità appare complice e l’abusatore protagonista del romanzo si autogiustifica attribuendo l’iniziativa alle vittime, in un’atmosfera di apatia, di immobilità e di passività.

Il terzo periodo, gli anni ’80 e ’90 del Novecento, è caratterizzato da una prevalenza di testi a carattere femminista (Trilogia di Giacoma Limentani, Voci di Dacia Maraini, L’amore molesto di Elena Ferrante, La bestia nel cuore di Cristina Comencini). L’abuso è visto come una manifestazione della violenza politica e della società patriarcale, e le autrici sostengono la necessità di raccontare in modo chiaro e aperto l’abuso, in modo da rendere più consapevole l’opinione pubblica. Questi romanzi non sono come nel primo Novecento ambientati negli ambienti più disagiati, le ragazze vittime hanno un livello di istruzione più alto, gli abusatori a volte non sono persone incolte, ma al contrario artisti o insegnanti che si avvalgono del potere che viene da una condizione di presunta superiorità. I vari testi hanno in comune la descrizione del percorso lungo e doloroso compiuto dalle protagoniste per superare il trauma, durato anche decenni, attraverso un lavoro di ricostruzione che può avere a volte le caratteristiche dell’indagine su un delitto.

Il quarto periodo si caratterizza per la presenza di un maggior numero di testi e per una grande varietà di modelli narrativi, senza che nessuno prevalga sugli altri. Gli abusati e le loro famiglie appartengono a tutte le classi sociali, gli abusanti hanno caratteristiche molto varie, le comunità possono mostrare ostilità ma anche solidarietà. Maria Stella Conte in Terza persona singolare descrive lo stato di trascuratezza e di solitudine della protagonista, che vede in un adulto attratto sessualmente da lei l’unica persona che le dimostra interesse e capacità di ascolto. Maria Venturi in La moglie nella cornice e Butta la luna e Lorenza Ghinelli in Con i tuoi occhi parlano della capacità di recuperare dall’abuso forse con eccessiva semplificazione, ma certamente riuscendo a entrare in contatto con il pubblico e a dare visibilità all’argomento.

Infine in Pulce non c’è di Gaia Rayneri s’incontra la vicenda di una famiglia fortemente provata ma non sopraffatta da un’accusa infondata di abuso sessuale e nel Bambino che sognava la fine del mondo di Antonio Scurati è descritta la spettacolarizzazione nell’ambito della sfera pubblica di una falsa storia di pedofilia, che arriva ad assumere le proporzioni di una psicosi collettiva.

La trattazione da parte di Parisi di un tema così difficile ed emotivamente coinvolgente si avvale di un approfondito lavoro di documentazione a diversi livelli: giuridico, storico, sociale, psicologico e psicoanalitico, che permette di inquadrare i vari periodi e i vari autori nel loro contesto e che soprattutto rende giustizia alla grande complessità di un argomento che non può essere ridotto a formule, a semplificazioni o peggio ancora a schieramenti monolitici e ideologici.

Come nel romanzo Voci di Dacia Maraini, nel testo viene dato spazio in maniera polifonica a più punti di vista e a più ruoli: non soltanto le vittime, che d’altra parte mai nei vari testi – ed è una prova del loro livello letterario – sono descritte in modo appiattito esclusivamente come passive e inermi, ma anche gli abusatori, quasi sempre mostri ma anche persone deboli, inette, conformiste, oppure dotate anche paradossalmente di qualità positive, e inoltre le madri, spesso conniventi o complici, i servizi sociali, i vari rappresentanti della comunità e dell’opinione pubblica.

Non è un’impresa facile andare avanti nella lettura: si avverte la fatica di chi, vittima dell’abuso, ha dovuto lottare per tutta la vita per trovare un equilibrio mai completamente raggiunto, e di chi, come la giornalista in Voci, si inoltra in un’atmosfera opprimente e cupa per cercare di ricostruire la verità, oscillando tra identificazione e distacco. Anche L’amore molesto prende almeno in parte la veste di un’indagine per far luce sulla morte della madre della protagonista, penosamente condotta senza arrivare a una certezza definitiva. L’oscillazione è una delle caratteristiche che intrinsecamente sembrano caratterizzare i testi e gli atteggiamenti storici: oscillazione tra minimizzazione e indifferenza, da un lato, e spettacolarizzazione e semplificazione dall’altro. La stessa psicoanalisi, com’è noto, nel corso della sua storia ha drammaticamente attraversato una simile oscillazione. Freud ha dapprima scoperto che le sue pazienti soffrivano di disturbi connessi a un precedente trauma sessuale, salvo poi ricredersi fino ad affermare che si trattava, spesso se non sempre, di semplici fantasie delle pazienti vissute come reali. L’opera di Ferenczi, che ha continuato a sostenere l’esistenza reale del trauma, è stata soggetta per decenni all’ostracismo e un cambiamento di prospettiva è avvenuto non per un’evoluzione interna, ma per l’intervento dall’esterno di autori quali Morton Schatzman, che hanno documentato con prove documentarie come i maltrattamenti subiti da parte del padre dal famoso giudice Schreber fossero reali e non frutto di complessi del paziente.

Un altro aspetto che al di fuori di possibili semplificazioni sembra accomunare situazioni descritte in testi lontani per epoca e per ambiente sociale è ciò che accade prima dell’abuso. Ragazze della Sardegna rurale, adolescenti benestanti nella Roma degli anni Trenta, minorenni della Catania di Patti e giovani che vivono negli anni Duemila sembrano essere più facilmente vulnerabili e riconosciute come possibili prede dagli abusatori perché sole sia materialmente che socialmente, trascurate, svalutate, non viste dai familiari presi dai loro atteggiamenti egoistici. Il trauma si inserisce in un deserto relazionale, dove è impossibile trovare aiuto perché la vittima sa già che nessuno vorrà credere al racconto dell’abuso e intervenire.

Freud sosteneva che «I poeti sono alleati preziosi e la loro testimonianza deve essere presa in seria considerazione giacché essi sanno in genere una quantità di cose tra cielo e terra che il nostro sapere accademico neppure sospetta» (Il delirio e i sogni nella Gradiva di Wilhelm Jensen, 1906). Nell’ambito dell’abuso questo appare particolarmente vero e il capitolo su Moravia è in questo senso paradigmatico. Le vittime secondo Moravia vedono il mondo in maniera obnubilata, ottenebrata, come attraverso uno specchio infranto: si tratta della frammentazione, della dissociazione e dell’appiattimento emotivo che caratterizzano spesso la vita mentale degli abusati, messi in atto come tentativi di difesa davanti a esperienze intollerabili. Gli indifferenti è del 1929, il Diario clinico di Ferenczi, in cui sono descritte le diverse reazioni all’abuso, è del 1932-33 ed è stato pubblicato postumo soltanto nel 1985: Moravia anticipa e supera gli psicoanalisti non soltanto nel descrivere i fatti puri e semplici ma soprattutto le atmosfere, utilizzando scelte stilistiche non gratuite ma capaci di rendere la perdita di senso e l’apatia. Come dice Palazzi, citato a p. 124, il romanzo sembra «uno di quei monumenti giganteschi e mostruosi che han ritrovato nelle isole deserte della Polinesia, e di cui si è perduto il significato: teste enormi di pietra che ci guardano senza espressione, e quasi ci pietrificano anche noi». Gli opposti coesistono, gli oggetti sono mostrati da diversi punti di vista e in tempi sfasati, i luoghi sono immersi nell’oscurità, oppure in una luce mediocre, il mondo è «deforme, falso da allegare i denti, amaramente grottesco» (p. 131). I personaggi sono fantocci inerti, maschere pietrificate in «un limbo pieno di fracassi assurdi, di sentimenti falsi, nel quale figure storte e senza verità si agitavano» (p. 132). Non si può che ammirare l’abilità e il senso della verità dello scrittore nell’evocare il panorama psichico in cui si prepara e si vive l’abuso.Si tratta di un’atmosfera pervasiva, che tende a coinvolgere tutto l’esistente e a dare l’impressione che non esista e non possa esistere altro. In questo senso sono particolarmente preziose le testimonianze riportate nel testo di vittime che attraverso qualche forma di aiuto altrui sono riuscite a raggiungere qualche forma di riparazione del trauma. Le persone che aiutano non sono perfette, tutt’altro, ma in qualche modo favoriscono un certo recupero della vitalità mortificata.

Nel libro Pulce non c’è di Gaya Rayneri l’aiuto viene dalle tempestose riunioni della famiglia allargata della bambina autistica sottratta ai genitori esclusivamente in base a un singolo indicatore (le parole scritte durante la comunicazione facilitata). I nonni materni e paterni inveiscono, cugini e zii partecipano minacciando azioni estreme e soprattutto dandosi sostegno reciproco; la sorella della bambina riesce a conservare una certa ironia e di fronte alle osservazioni perplesse di chi la trova allegra in un momento difficile dice: «non voglio essere come quei personaggi di quei telefilm sull’handicap che avevo visto sempre lì a disperarsi e a intristirsi a vicenda».

In Dentro la D di Giacoma Limentani il sollievo alla protagonista viene da un’amica di famiglia, «la dolce bambagia della mia adolescenza», che intuisce quanto le è successo, la calma, la fa addormentare e le fa recuperare la fiducia negli altri. La stessa persona, tutt’altro che perfetta, tuttavia poi la inganna e la strumentalizza, ma resta ugualmente nel ricordo come una figura che in un momento decisivo l’ha capita.

Si può concludere questo percorso arduo e opprimente con un’immagine tratta da La spirale della tigre della Limentani. I genitori della protagonista, ebrei perseguitati politicamente, dopo la guerra ricevono in casa un gruppo di sopravvissuti all’olocausto. Il calore dell’accoglienza tocca gli ospiti: qualcuno comincia a suonare il pianoforte, si balla. Un rabbino reduce dal lager con la sua espressione esprime «un rimprovero rivolto al mondo intero e a noi che in quel mondo ci sforzavamo di ricominciare a esistere», ma poi esce dalla sua «pura intransigenza» (p. 186) e accenna a ballare con gli altri. Il ricordo dei terribili traumi subiti non viene affatto cancellato, ma il sostegno e la partecipazione aiutano in qualche modo a «ricominciare a esistere» (p. 186).

(fasc. 39, 31 luglio 2021)

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