Intervista a Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi – L’orma Editore

Author di Irene Moro

Lorenzo Flabbi e Marco Federici Solari fondano a Roma la casa editrice L’orma editore nel 2012, distinguendosi subito nella realtà editoriale indipendente italiana. Nel 2020 aprono una seconda sede a Parigi, con il nome di Éditions L’orma.

Questa intervista nasce dal loro incontro con gli studenti del corso di Laurea magistrale in “Editoria e scrittura” dell’Università La Sapienza di Roma, nell’ambito del corso annuale di Mediazione editoriale e cultura letteraria, con lo scopo di approfondire la struttura e il progetto culturale di una casa editrice indipendente di successo.

Come descrivereste la realtà attuale dell’editoria indipendente italiana, di cui L’orma editore fa parte?

Lorenzo Flabbi: Nonostante il pensiero comune tenda a sminuirne la portata, il mondo editoriale italiano ha un ruolo di rilievo all’interno del mercato internazionale. Proprio in questi giorni stiamo ragionando sul Salone del Libro di Torino di quest’anno: la sua crescente influenza dimostra quanto il nostro Paese sia sempre più tenuto in considerazione anche in questo settore. In particolare, l’editoria indipendente italiana è considerata un fiore all’occhiello al livello europeo. Storicamente molto florida, si distingue in particolare nell’ambito della ricerca. La costante collaborazione tra editori indipendenti e mondo accademico ha portato, negli anni, a maturare la capacità di spostare oltre l’orizzonte il limite del sapere condiviso, riuscendo a trasformare la passione e le competenze letterarie in vere e proprie attività editoriali. È necessario capire dove sia possibile trovare un varco per spingersi oltre realtà già sature e strutturate.

Il mercato editoriale italiano è molto attento e completo per quanto riguarda la letteratura anglofona. Rispetto ad altri Paesi europei, in Italia si è storicamente tradotto molto dalla lingua inglese: è, quindi, difficile continuare a fare ricerca innovativa in questo ambito. Ecco, dunque, il motivo per cui Marco e io abbiamo deciso di concentrarci su altre due letterature che ci sono parse più fertili, nonostante siano spesso relegate agli ultimi posti nelle classifiche di vendita: la letteratura francese e quella tedesca.

Abbiamo scelto di sviluppare questi mondi letterari per motivi personali, biografici e di studio, ma anche per dare una fisionomia più precisa al nostro progetto: una definizione dell’offerta risulta necessaria per una casa editrice indipendente, che non può pensare di affermarsi sul mercato accogliendo ogni proposta e ogni genere letterario. Abbiamo, quindi, deciso di occuparci di letteratura francese e tedesca, prediligendo quei libri che creano una “bruciatura nell’animo”, che non sono mero intrattenimento o prodotti di consumo.

A distanza di qualche anno, possiamo affermare che questa nostra scelta ha ripagato i nostri sforzi. Il nostro progetto ha creato un interesse a diversi livelli, in particolare richiamando una sfera di lettori già legati a un contesto intellettuale. Questo ci ha permesso di rientrare spesso negli inserti di cultura di molti periodici, una grande soddisfazione e anche una fonte positiva di visibilità.

Ma non esiste un solo paradigma editoriale: una casa editrice può decidere di non fare ricerca e di non soddisfare coloro che cercano domande e non risposte, per citare Borges. Spesso gli editori decidono di occuparsi di opere che reagiscono, piuttosto, a un bisogno di intrattenimento. È una scelta che ripaga a livello economico, ma sicuramente meno a livello culturale e metaforico: si presenta un’idea del mondo che i lettori conoscono già e vogliono vedersi rinforzata. È proprio su questo piano che si delinea la distinzione tra editoria indipendente e generalista. Quest’ultima, in genere, non si permette il lusso della ricerca, ma asseconda i gusti e le richieste del pubblico. L’Italia è caratterizzata da moltissime concentrazioni editoriali che, nonostante le varie specializzazioni e differenziazioni, presentano una produzione ampia e una selezione di titoli meno rigorosa. La linea editoriale delle case editrici indipendenti, invece, si definisce in modo più netto, spesso anche grazie alla particolare cura delle collane, vero e proprio filo le cui perle – le singole opere – costituiscono un progetto allineato e un pensiero coordinato. E il risultato è, senza dubbio, prezioso.

Come nasce l’idea della casa editrice L’orma?

Marco Federici Solari: All’origine della casa c’è un sodalizio intellettuale e un rapporto di amicizia tra me e Lorenzo, cementato anche da una convivenza a Berlino, trasformatasi in un laboratorio di pensiero e di confronto letterario. Berlino era diventata capitale da poco e molte differenze storiche strutturali erano ancora tangibili. Il costo della vita era incredibilmente basso, ma gli stimoli culturali e artistici erano numerosi. Tutto sembrava accessibile e alla portata di chiunque: era una città dinamica e fertile in cui era possibile rendere concrete le pulsioni di qualsiasi passione. Nel nostro quartiere, Kreuzberg, aveva aperto da poco un negozio di bottoni e trenini giocattolo. A gestirlo era un ragazzo con i capelli a cresta e con una modesta clientela, interessata più ai bottoni che ai trenini. L’esempio rende bene l’idea della Berlino dei primi anni del 2000, perfetto luogo natale per qualsiasi progetto, anche i più scoordinati e romantici. È così, quindi, che la nostra casa berlinese diventa una fucina di discussioni letterarie.

L. F.: Marco e io avevamo lavorato a dei progetti comuni, tra cui la traduzione a quattro mani delle poesie dell’irlandese Ciaran Carson, opera che aveva richiesto un consistente lavoro di ricerca e di lettura delle fonti, ma anche uno sforzo interpretativo, portandoci ancor più alla condivisione letteraria. Dopo diversi lavori in collaborazione, ci rendemmo conto di aver, ormai, acquisito la capacità di gestire ed elaborare dati e contenuti letterari in modo autonomo, senza la supervisione di docenti. Anzi, la possibilità di prescindere dal peso accademico rendeva possibile un sincero rigore di studio e ricerca mosso esclusivamente dalla passione.

Come siete arrivati a definire la linea editoriale della casa editrice a partire dal contesto di scambio culturale creato attorno alla vostra convivenza berlinese?

L. F.: Se fossimo stati agli inizi del Novecento, probabilmente l’ambiente stimolante e lo slancio letterario di quell’appartamento berlinese si sarebbero tradotti in una rivista. Decidemmo, invece, di creare una casa editrice. Entrambi addottorati in Letteratura comparata, condividevamo una visione di apertura culturale oltre i rigidi dipartimenti accademici e oltre le singole letterature nazionali. I nostri percorsi biografici ci avevano portato a una frequentazione costante e diretta con le novità del mondo editoriale europeo, in particolare tedesco e francese. L’ubicazione angloamericana dell’editoria italiana lasciava ampio spazio ad alcuni autori essenziali delle due fucine letterarie in cui eravamo specializzati. Nell’entusiasmo del progetto, provammo a fare una lista degli scrittori che avremmo voluto pubblicare. Era un elenco diviso tra area francese e tedesca, ma senza alcuna pretesa: più che ambizioni e obiettivi, erano desideri e fantasticherie. La scrivemmo senza nemmeno controllare se i titoli fossero già stati tradotti o pubblicati in Italia. Potete immaginare, quindi, la sorpresa nello scoprire che i primi due nomi delle rispettive liste erano due autori di successo in Francia e Germania, ma i cui diritti non erano ancora stati venduti nel nostro Paese: Annie Ernaux e Uwe Johnson. Di fronte all’evidente sottodimensionamento di queste due letterature, abbiamo voluto assumerci la responsabilità di portare in Italia questi e altri grandi nomi degni di nota e, parallelamente, scommettere su alcuni degli autori emergenti di queste aree linguistiche. Volevamo creare il nostro pubblico riempiendo questo vuoto nel mercato italiano, rivolgendoci soprattutto ai cosiddetti “lettori forti” e portandoli all’approfondimento di opere francesi e tedesche.

Cosa rende queste due letterature non particolarmente attraenti per i lettori italiani? Quali sono le ragioni che, secondo voi, ci allontanano da queste aree linguistiche?

L. F.: La letteratura tedesca, probabilmente, si trova a scontare gli stessi stereotipi di complessità e pesantezza attribuiti alla popolazione. Prendiamo, ad esempio, Mann: indubbiamente un grande autore, indubbiamente ponderoso. Gli scrittori tedeschi, nell’immaginario italiano, hanno nomi e filosofie difficili, e così su tutto il panorama letterario germanofono incombe questa etichetta. La letteratura francese, invece, deve fare i conti con un altro tipo di preconcetto, descritta di frequente come ombelicale. Questo giudizio ha all’origine la monumentale opera di Proust, ma anche gli autori del Nouveau Roman. Entrambi i modelli sono stati considerati a lungo letture complesse ma imprescindibili, contribuendo a formare una visione distorta del panorama letterario francofono.

L’orma editore vuole fare un’operazione iconoclasta: decostruire i pregiudizi, mettere da parte i luoghi comuni per mostrare quanto andrebbe perso se ci lasciassimo intimorire da preconcetti superficiali. Tra i libri che abbiamo in programma, ad esempio, c’è un’autrice tedesca che, con tutta la leggerezza della sua opera, potrebbe quasi sembrare una francese provenzale.

Marco Federici Solari è, grazie ai suoi studi, un germanista. Lorenzo Flabbi, invece, ha vissuto molti anni in Francia. Come viene svolta la selezione degli autori e dei titoli? Vi concentrate entrambi sia su letteratura francese che su letteratura tedesca o vi è una divisione più netta del lavoro?

M. F.S.: Sicuramente nessuna scelta viene presa senza la consultazione dell’altro. Se volessimo ripercorrere la storia della casa editrice, all’origine e dal punto di vista teorico non c’è una distinzione di ruoli e di progetti. Al livello pratico, però, la ripartizione sorge spontaneamente più netta, com’è normale che sia. Ma ogni decisione viene condivisa e presa in comunione per assicurare una coerenza editoriale. Qualche giorno fa, ad esempio, abbiamo presentato a Messaggerie Italiane la cedola con i libri in programmazione per questo autunno: sono tutte opere di cui abbiamo discusso assieme prima di inserirle nel piano editoriale.

Spesso una serie di titoli sorgono in relazione a un bando europeo di traduzione: al momento nella nostra casa editrice ne sono attivi due. Gli altri titoli, invece, arrivano nei modi più disparati. Trovandoci da molti anni immersi nella discussione letteraria internazionale, non è mai stato un problema trovare nuovi progetti su cui lavorare. Spesso a consigliarci i titoli sono informatori naturali, amici che ci segnalano spontaneamente quello che hanno letto e apprezzato. Non mancano, certo, le proposte che arrivano per e-mail quotidianamente, sia da autori che da agenzie. Bisogna ammettere che raramente abbiamo pubblicato opere giunte alla casa tramite questo canale, ma è comunque un buon modo per tenere viva la nostra attenzione sul panorama editoriale, sulle novità, sulle direzioni che si stanno prendendo.

L’orma editore, quindi, pubblica soprattutto opere straniere. Come si svolge il processo di traduzione? Chi se ne occupa?

M. F.S.: La traduzione è un elemento centrale della nostra casa editrice. Alcune opere sono tradotte direttamente da noi: Lorenzo è il traduttore, ad esempio, di tutti i libri di Annie Ernaux. Quando non siamo noi a tradurre, cerchiamo comunque di essere chiari negli accordi con il traduttore. È un lavoro che abbiamo fatto entrambi e ciò che è sempre venuto a mancare, nella nostra esperienza, è una comunicazione chiara e precisa da parte del committente. I nostri traduttori sanno qual è la linea da seguire, l’idea della collana, il taglio che vogliamo dare a una determinata opera. È necessario che il contesto di lavoro sia nitido e condiviso. Generalmente, dopo la traduzione di alcune pagine, si esegue una prima lettura e si decide assieme quale direzione seguire, il modo migliore per trattare un’opera. È necessaria, quindi, una revisione puntigliosa e severa, che richiede anche un certo sforzo interpretativo. Non è un lavoro facile o rapido, ma lo si fa innanzitutto per il bene del testo, sia originale che tradotto.

Le prime traduzioni di testi in lingua francese e tedesca sono state raccolte nella collana «Kreuzville», che si apre nel 2012 con Prima di scomparire di Xabi Molia e Notizie dal migliore dei mondi di Günter Wallraff. Com’è nato il titolo di questa collana? Che tipo di opere raccoglie?

M. F.S.: Fin da quando la casa editrice era ancora un progetto abbozzato – e il nome era Clarissa, in onore del mio cane –, ci siamo posti l’obiettivo di ragionare per collane, come le migliori case novecentesche. Le nostre competenze letterarie e le mancanze dell’editoria italiana in ambito straniero hanno portato, dunque, alla collana «Kreuzville». Il nome è una crasi tra il nome del quartiere Kreuzerberg di Berlino dove convivevamo e quello del quartiere Belleville di Parigi dove viveva Lorenzo, in segno dell’unione di queste esperienze culturali. Si tratta in entrambi i casi di quartieri in cui l’Europa è rappresentata in modo particolare: vicini al centro ma non nel cuore della città, caratterizzati da una forte immigrazione e da fertili contraddizioni capaci di porre domande a chiunque li frequenti. La nostra collana vuole rispondere a queste domande e farne sorgere altre, interrogare un contesto culturale composito con narrazioni differenti, sia contemporanee che passate, di autori emergenti o già canonizzati. In particolare, gli autori più affermati e culturalmente cruciali sono raccolti nella collana «Kreuzville Aleph», nome che rende omaggio al racconto di Borges. Se per lo scrittore argentino l’aleph è il punto di partenza e il punto di arrivo di ogni cosa, un luogo e un tempo in cui tutto si fonde e si confonde, i titoli di questa collana vogliono essere opere in cui si raccoglie un’epoca e che restano come testimonianza di un tempo a cui si può sempre far ritorno.

Accanto a «Kreuzville» nascono «I Pacchetti», libri-cartolina pronti per essere spediti. È innegabile l’originalità di questa collana, immediata e apparentemente di facile consumo, ma senza rinunciare a contenuti di alto valore letterario. Per quale tipo di pubblico è pensata?

M. F.S.: «I Pacchetti» sono stati concepiti come una collana capace di far compiere alla casa editrice un passo necessario: entrare in libreria. Per farlo, generalmente, si punta sui classici, già conosciuti e apprezzati dai lettori. Abbiamo scelto, però, di dare un taglio e una veste editoriale particolari a questi nomi noti. Volevamo creare un prodotto capace di incuriosire il lettore con il suo carattere inedito. L’idea, anche questa volta, nasce da vicende biografiche. Lorenzo a Berlino aveva un furgone difficile da parcheggiare, che spesso lasciava nella piazza vicino casa in modo alquanto approssimativo. Mia madre napoletana, invece, mi mandava molte lettere nostalgiche: la nostra cassetta delle lettere trasbordava multe e sensi di colpa. Pensammo, quindi, di recuperare il gesto vintage della spedizione: un libro che arriva per posta, una nota positiva in mezzo a recapiti infelici. Fuori dalle romanticherie, anche i dati del mercato editoriale giocavano a favore della nostra idea: circa il 35% dei libri vengono acquistati come regalo. Sono volumi da posizionare in un espositore vicino alla cassa, come piccola spesa da aggiungere appena prima di uscire dalla libreria. La quarta di copertina dei «Pacchetti», dunque, è stata pensata come una cartolina ed è stata inserita un’aletta superiore che permette di chiudere il libro e spedirlo direttamente come un pacco nella cassetta delle lettere.

Per una coerenza culturale tra contenuto e contenente abbiamo scelto di pubblicare in questa collana gli epistolari di grandi nomi classici. La vocazione è quella di raccontare in maniera differente delle icone letterarie, con un punto di vista sorprendente. È sicuramente un’opera iconoclastica: tra i primi «Pacchetti» nasce Con pieno spargimento di cuore – Lettere sulla felicità di Leopardi. L’intento è quello di liberare l’autore dall’immediato riferimento al pessimismo, offrendo una lettura che dia prova della sua abilità nel raccontare le emozioni umane, gioia compresa. «I Pacchetti», quindi, sono pensati anche come punto di accesso originale ad autori canonizzati. Indirizzati a un pubblico giovane ai primi assaggi letterari, ma non solo: con la grafica postale vogliamo richiamare il sentimento nostalgico dei più adulti.

«I Pacchetti», dunque, come punto di contatto con il pubblico. Parallelamente, dal 2013 il vostro catalogo si arricchisce con il progetto filologico della «Hoffmanniana». Lo scorso settembre è uscita l’edizione dei Fratelli di Serapione, dal lavoro di un gruppo di germanisti sotto la guida di Matteo Galli. I testi di Hoffmann rappresentano senza dubbio una grande sfida, offrendo al pubblico una scrittura molto complessa. Da dove nasce l’idea di pubblicare l’opera omnia del celebre autore tedesco?

M. F.S.: Con la «Hoffmanniana» vogliamo dare alla casa editrice una lungimiranza di progetto. Oltre alle collane rivolte a un pubblico più ampio, ritenevamo fondamentale presentare una linea editoriale con un certo respiro e una certa prospettiva, in grado di affrontare il mostro sacro del classico. L’ambizione era, ed è, quella di lavorare a un’edizione che diventasse il riferimento su un determinato autore per molti anni. Doveva essere, quindi, un nome che non avesse già una canonizzazione editoriale. Dato che la maggior parte dei grandi autori francesi erano già stati ampiamente rappresentati, abbiamo deciso di optare per la letteratura tedesca. Avevamo preso in considerazione anche Heine, ma alla fine ci siamo lasciati sedurre da Hoffmann, senza dubbio uno dei maggiori narratori romantici, genere ancora fortunato in ambito editoriale. Ogni volume segue delle precise regole di collana: si tratta di nuove traduzioni riccamente annotate (25% di note rispetto al testo) e con apparati critici. Le prime pagine sono dedicate all’E.T.A.pedia: ventiquattro voci, di cui nove rimangono immutate in ogni volume. Lo scopo è introdurre al mondo dell’autore, offrendo un orientamento sull’opera attraverso una catena ricostruita di riferimenti a cui il lettore può tornare in qualsiasi momento. Al centro di ogni opera viene inserita, inoltre, una sezione iconografica di alta qualità, a celebrare e richiamare la passione per il mondo delle arti e della musica di Hoffmann.

Passiamo a un altro grande nome del vostro catalogo, cambiando però area geografica e tornando alla contemporaneità: Annie Ernaux. Autrice di grande successo in Francia, il suo primo libro tradotto e pubblicato da L’orma è Il posto, nel 2014. Non potevate nemmeno immaginare che, qualche anno dopo, l’autrice avrebbe vinto il Premio Strega Europeo con Gli anni, sempre tradotto e pubblicato da voi. Come vi siete avvicinati a questa scrittrice? Cosa significa per la casa editrice avere tra gli autori un nome di questo calibro?

L. F.: Per ricostruire la storia d’amore tra Annie Ernaux e L’orma editore dobbiamo risalire a quella originaria lista di autori, che sembrava davvero una lista dei desideri. Annie Ernaux, come già detto, era al primo posto nella colonna francese. Ero stato io a segnarla: avevo letto La place e ne ero rimasto incantato. Nel 2008, poi, era impossibile essere in Francia e non aver letto Les années. A Limoges, dove vivevo all’epoca, ne parlavano tutti. Mi sembrò quasi impossibile che non fosse ancora arrivato sulla scena editoriale italiana. Iniziammo a sperare che i diritti non fossero già stati venduti e contattammo l’editore Gallimard. Non avevamo ancora pubblicato nulla: potevamo presentare solo il nostro progetto editoriale e le nostre migliori intenzioni. Fu un vero lavoro di corteggiamento, ma alla fine riuscimmo ad acquisire i diritti per La place e Les années. Alcuni titoli dell’autrice, in realtà, erano già stati pubblicati da Rizzoli negli anni Novanta, ma senza saperla valorizzare e senza darvi il giusto spessore. Anche a livello di traduzione si trattava di lavori piuttosto grossolani. La pubblicazione di Il posto venne ritardata di alcune stagioni perché il prenotato dei librai era di appena seicento copie e non ero personalmente soddisfatto della mia traduzione. Una volta pubblicata, però, l’opera ha portato a grandi soddisfazioni.

La vittoria al Premio Strega Europeo 2016 con Gli anni è giunta del tutto inaspettata. Prima della cerimonia si vociferava che il vincitore fosse Mircea Cărtărescu, e la proclamazione di Annie è stata un’esplosione di orgoglio. Ovviamente non è solo una soddisfazione letteraria: questa vittoria ha determinato un’accelerazione della crescita della casa editrice anche in termini economici. Oggi, però, è un grande traguardo sapere che il panorama editoriale internazionale prende a riferimento la nostra edizione. Ciò che ci lega all’autrice è proprio l’aver saputo cogliere il valore e l’originalità dei suoi testi, liberandoli dal fardello di letteratura “troppo francese”. Spesso sono proprio le piccole case editrici indipendenti a saper recuperare tutti quegli autori sfuggiti alla rete a maglia larga dei grandi gruppi editoriali. Posso fare un altro esempio, sempre francese: Julien Gracq. Scivolato all’editoria italiana, è stato ripescato e inserito con grande onore nel nostro catalogo.

Questo mese avete pubblicato un nuovo titolo, Commando Culotte, della giovanissima illustratrice francese Mirion Malle. A gennaio è uscito l’ultimo volume dei «Pacchetti», Le nostre teste audaci di Louisa May Alcott, autrice di Piccole donne. Se accostiamo a questi testi La donna gelata di Ernaux, pubblicata questo febbraio, potremmo scorgere una linea femminista nei vostri ultimi titoli. È una scelta voluta?

L. F.: In realtà, non abbiamo mai discusso rispetto a un taglio femminista, ma è interessante che dall’esterno sia emerso questo tipo di filo conduttore tra le nostre pubblicazioni. Probabilmente una posizione più netta era emersa con la traduzione di L’evento, uscito in concomitanza con il Congresso Mondiale delle Famiglia a Verona nel 2019. In quest’opera Ernaux racconta delle vie clandestine che una studentessa ventitreenne è costretta a percorrere per interrompere la gravidanza, rendendola un’esperienza intima e politica allo stesso tempo. Sicuramente sono tematiche da cui non vogliamo esimerci.

Nell’ultimo anno c’è stata una grande novità. Volete raccontarcela?

L. F.: Nel 2020 abbiamo aperto una sede a Parigi, Éditions L’orma. Purtroppo l’inaugurazione è stata posticipata per la situazione pandemica, ma possiamo dirci soddisfatti dei risultati ottenuti fino ad ora. La prima collana che abbiamo deciso di diffondere in Francia è «Les Plis», ovvero la versione francese dei «Pacchetti». Sono già usciti diciassette libri e il mercato francese sta rispondendo molto bene. Senza dubbio il sistema editoriale della Francia è più sano rispetto a quello italiano: si legge di più, si vendono più libri e soprattutto c’è una forte propensione ai classici. La differente reazione alla pandemia, inoltre, ha reso evidente le divergenze del mercato editoriale italiano e francese: in Francia le catene librarie non sono rilevanti come nel nostro Paese. I francesi preferiscono le piccole librerie di quartiere, punto perfetto per esporre ai lettori i nostri «Plis».

Avete in progetto altre collane per la sede francese?

L. F.: Il nostro piano editoriale prevede una collana di letteratura italiana in traduzione francese per il 2022. Si tratterà principalmente di opere novecentesche che non hanno ricevuto il giusto merito o di opere contemporanee su cui vogliamo scommettere per un successo futuro.

(fasc. 39, 31 luglio 2021)