Fra natura e convenzione. Sulle “fictional minds” e sul loro studio

Author di Filippo Pennacchio

Premessa

Nell’introduzione a The Emergence of Mind, una raccolta di saggi pubblicata nel 2011 e incentrata sulle rappresentazioni dell’interiorità in letteratura, David Herman sosteneva un’idea molto impegnativa. Dal suo punto di vista, non ci sarebbe alcuna differenza sostanziale fra real e fictional minds, cioè, a dirla in italiano, fra le menti delle persone in carne e ossa e quelle dei personaggi di finzione. Più precisamente, rispetto alle seconde le prime non sarebbero meno «accessibili». Così come in un romanzo possiamo entrare in contatto con ciò che un personaggio pensa e prova, anche nella vita di tutti i giorni potremmo accedere ai pensieri delle persone con cui interagiamo. Del resto, Herman spiega che «le procedure attraverso cui approcciamo le menti rappresentate nei racconti di finzione si basano inevitabilmente su quelle a cui ricorriamo per interpretare le menti che incontriamo in altri contesti (e viceversa)»[1].

Cercherò a breve di chiarire questa idea, anche perché, esposta così sinteticamente, rischia di apparire paradossale, se non proprio irricevibile, per lo meno a chi non conosca il contesto teorico in cui si inserisce la riflessione di Herman. Ma intanto va detto che proprio questa idea, al netto della sua perentorietà, è essenziale per cogliere una delle svolte più importanti intraprese dagli studi sul racconto negli ultimi anni. Per un verso, infatti, marca uno stacco netto rispetto a un’idea condivisa da tutti i narratologi di stampo strutturalista; un’idea espressa chiaramente da Dorrit Cohn in Transparent Minds, dove si legge che la rappresentazione dell’interiorità è ciò che caratterizza il racconto di finzione in quanto tale, ovvero che la particolare life-likeness di un romanzo o di una short-story dipende proprio «da ciò che scrittori e lettori conoscono meno nella vita: come pensa un’altra mente, come un altro corpo si sente»[2].

Per un altro verso, le parole di Herman rimandano a un modo di studiare l’interiorità in letteratura oggi condiviso da altri narratologi. Pur con qualche cautela in più, in molti potrebbero sottoscriverle. Più in generale, si può dire che chi si è occupato di menti finzionali, o quantomeno chi lo ha fatto non accontentandosi degli strumenti messi a disposizione dalla narratologia strutturalista, è ripartito dai ragionamenti di Herman o comunque ci si è confrontato, eventualmente per rifiutarli.

Se aggiungo questa precisazione è perché in effetti c’è chi ha contestato un simile modo di vedere le cose, sostenendo che tracciare un parallelo fra menti finzionali e menti reali è rischioso e in ultima analisi controproducente. E, se è vero che si è trattato di una posizione minoritaria, va comunque ricordata, se si vuole ricostruire in modo minimamente coerente il dibattito sulle fictional minds – che è quanto mi propongo di fare nelle prossime pagine.

Credo che tentare di ricostruire questo dibattito possa essere utile principalmente per due ragioni. In primo luogo, perché in Italia non ce n’è traccia o quasi. Non solo i testi degli autori che si sono occupati della questione non sono stati tradotti, ma i loro nomi sono perlopiù sconosciuti, e le loro idee sono circolate pochissimo[3]. Riflesso di questa assenza, o forse indifferenza, lo studio dell’interiorità in letteratura si basa quasi esclusivamente sugli strumenti elaborati da Cohn a fine anni Settanta. Che sono ancora – è bene chiarirlo da subito ­– strumenti utilissimi, per certi versi indispensabili, ma che certo avrebbero potuto e potrebbero essere aggiornati, rivisti, o anche solo confrontati con quanto di nuovo è emerso dagli studi narratologici nei quarant’anni successivi alla loro elaborazione.

In secondo luogo, credo che ricostruire il dibattito intorno alle menti finzionali possa aiutare a riflettere in modo più equilibrato sui risultati a cui le ricerche in questione sono giunte. In effetti, a dieci anni esatti dalla pubblicazione di The Emergence of Mind, e a ormai più di venti da quando si è cominciato a parlare di narratologia cognitiva, è forse arrivato il momento di tracciare un bilancio. Anche perché i protagonisti di questo dibattito hanno iniziato a rivolgere altrove i loro interessi, quasi che ritenessero la questione non dico chiusa, ma in larga parte perimetrata, affrontata nei suoi aspetti principali.

Questo articolo è dunque, anzitutto, un tentativo di fare il punto sullo stato dell’arte degli studi sulle menti finzionali. Per riprendere le parole con cui David Bordwell introduceva un suo saggio sul cognitivismo del 1989, si può dire appartenga «a quel genere sinistro di testi accademici in cui l’Autore A sintetizza le proposte teoriche formulate dagli Autori B, C, D e così via, arricchendole con qualche commento occasionale»[4]. Tuttavia, così come Bordwell cercava di soffermarsi «non soltanto sui contenuti delle teorie prese in esame ma anche sui presupposti e sulle domande che ne erano alla base»[5], anch’io, nell’ultima parte dell’articolo, vorrei provare a riflettere su ciò che sta dietro le prospettive discusse nelle prossime pagine. Credo, infatti, che entrambe mettano in gioco non soltanto due modi diversi di studiare l’interiorità, ma anche, più profondamente, due modi diversi di concepire lo studio della letteratura, la letteratura stessa, se non addirittura, per riprendere il titolo molto ambizioso di un libro pubblicato nel 2017, il rapporto fra letteratura e vita[6].

 

Riconoscere, e attivare, le fictional minds

Come scrivevo, per essere meglio intese le parole di Herman devono essere contestualizzate. In particolare, è necessario collocarle sullo sfondo tracciato da una serie di idee nate al di fuori degli studi letterari, all’incrocio fra filosofia della mente, psicologia dello sviluppo e linguistica cognitiva. Sintetizzando molto, le ricerche condotte in questi àmbiti hanno suggerito la possibilità di considerare la mente non come un dominio chiuso, separato da ciò che le sta intorno. I processi mentali sarebbero incarnati, radicati nel nostro corpo, e allo stesso tempo estesi negli spazi che occupiamo. Come è stato detto, «possedere un corpo di un certo tipo – in termini di dimensioni, possibilità di movimento, storia evolutiva – influenza in profondità i nostri processi di pensiero»; e questi processi sarebbero il frutto di «un relazionarsi attivo e corporeo al mondo in un contesto concreto di interazione fisica e sociale»[7]. Mente e corpo, e mente e mondo, non sarebbero realtà distinte e non comunicanti. Il fatto di essere coinvolti da un punto di vista fisico in una serie di processi in senso lato sociali dà forma al modo in cui pensiamo, determina la nostra configurazione mentale.

Legata a questa idea ce n’è un’altra, vale a dire che, in quanto esseri umani, ci impegneremmo costantemente, e in modo di fatto inevitabile, ad attribuire contenuti mentali alle persone con cui interagiamo. A partire da espressioni facciali, movimenti del corpo, interazioni con il contesto, saremmo portati a intuire ciò che gli altri pensano e come si sentono. Per utilizzare un’altra espressione-chiave, applicheremmo senza nemmeno esserne consapevoli i princìpi di fondo della folk psychology, di una “psicologia dal basso” in nome della quale, appunto, tenderemmo a ricostruire i contenuti interiori altrui.

È a partire da questo presupposto che Herman imposta il ragionamento esposto nell’introduzione a The Emergence of Mind. «[S]e le menti non sono chiuse, se non sono spazi interiori, ma sono inserite in, e in parte costituite da, strutture sociali e materiali che sostengono l’interazione fra le persone e il mondo, allora l’accesso all’io-origine di un’altra persona non è consentito soltanto dai racconti di finzione»[8]. Ed è sempre a partire da questo presupposto che Herman critica tutti quei narratologi – Cohn in testa – che avrebbero pensato alla mente come a un dominio chiuso, costituito solo da ciò che i personaggi pensano fra sé e sé[9].

Dal punto di vista dell’analisi testuale, ciò significa anzitutto una cosa, e cioè che ai pensieri dei personaggi si può accedere anche se questi non sono rappresentati attraverso una delle forme individuate da Cohn, cioè la psiconarrazione, il monologo citato o quello narrato[10].

Per essere più chiari, prendiamo il brano seguente. È l’inizio di una novella del 1918 di Federigo Tozzi, La sementa:

Dei due fratelli, Bartolomeo era quello che odiava di più. Parecchie volte, mentre Giovacchino s’avviava nel campo, egli era corso in camera a staccare il fucile per sparargli dalla finestra. Ma, vedendo, lì da capo al letto, la Madonna delle Grazie che pareva doventare viva dentro la sua cornice nera, egli s’era seduto, senza più forza nelle gambe, sopra una sedia; con le braccia giù pendoloni tra le ginocchia.

I denti gli sbattevano, un tremito quasi voluttuoso gli scorreva dentro le braccia, la pelle della testa gli si tirava, le tempie gli si gonfiavano. Poi, a poco a poco, si calmava; e, se non si addormentava, rimaneva come trasognato tutto il giorno, senza che nessuno riescisse a farlo parlare.

Il suo odio si faceva sempre più cattivo e cupo. Qualche volta credeva egli stesso di dover morire: quando, durante la veemenza dell’eccitazione, gli pareva che le vene gli si aprissero dentro il corpo, e il suo cuore sforzato si rompesse[11].

Se si analizza il brano ricorrendo alle categorie narratologiche classiche, non sembra esserci molto da dire rispetto alla restituzione dei pensieri. Non ci viene detto apertamente ciò che Bartolomeo sta pensando. Il personaggio è visto dall’esterno. Solo in due passaggi (da «Ma, vedendo» a «cornice nera» e da «Qualche volta» a «si rompesse») è restituito il suo punto di vista; e comunque in gioco ci sono più le sue percezioni che non i suoi pensieri.

Nella prospettiva seguita da Herman, invece, le cose stanno in modo diverso. Pur non accedendo direttamente ai suoi pensieri, possiamo cogliere ciò che Bartolomeo sta provando. Le braccia percorse da tremiti, le gambe prive di forza, i denti digrignati: la descrizione di come il suo corpo reagisce a uno stimolo esterno (la visione del fratello che si incammina verso i campi) ci mettono a contatto con la mente di un uomo stravolto dalla rabbia. Nei termini di Alan Palmer, un altro importante narratologo cognitivista, leggendo queste poche righe inizieremmo a elaborare un consciousness frame, una sorta di “contenitore di coscienza” in cui sono inseriti tutti quegli aspetti, anche quelli apparentemente insignificanti, che ci aiutano a caratterizzare il personaggio come un essere dotato di pensieri, emozioni, intenzioni[12]. E dentro questo contenitore, pagina dopo pagina, inseriremo sempre più elementi, in modo da modellare in progress un’immagine del personaggio e della sua sfera interiore.

Il discorso, in realtà, è più complesso di così. È difficile rendere giustizia in poche parole a una proposta che solo in apparenza può sembrare metodologicamente fragile, il rimasticamento di idee già in circolazione (fra tutte, la teoria dei «tratti» di Chatman[13]), o peggio una sorta di revival di posizioni di stampo behaviourista. E lascio volutamente da parte le molte obiezioni che uno storico della letteratura potrebbe opporre a questo modo di studiare un testo letterario.

Sottolineo invece, come del resto suggerivo già, che Herman non è il solo a seguire questa prospettiva. Alle sue spalle c’è, infatti, il lavoro di altri studiosi. Sia nel già ricordato Fictional Minds che in un altro dei capisaldi della narratologia cognitiva, Why We Read Fiction di Lisa Zunshine, è detto chiaramente che per studiare l’interiorità dei personaggi di finzione non si può prescindere dalle risorse a cui ricorriamo per rapportarci a chi ci sta intorno. Ed entrambi sottolineano l’importanza di riflettere su come i contenuti mentali si manifestano attraverso i corpi e le loro interazioni. Come poi Palmer sintetizzerà, per cogliere nella loro complessità le menti finzionali è necessario adottare una prospettiva “esternalista”, incentrata sugli aspetti «esterni, attivi, pubblici, sociali, comportamentali, evidenti, incarnati e legati alle interazioni»[14].

Prima ancora, anzi all’inizio, si può dire, di questo percorso, che in Towards a “Natural” Narratology Monika Fludernik aveva sostenuto che per comprendere le dinamiche di fondo dei testi narrativi, e quindi anche per entrare in contatto con il vissuto interiore dei personaggi, è necessario partire dalle nostre esperienze, considerando la loro natura “incarnata”, cioè il loro radicamento corporeo, e insieme mettendo in gioco gli stessi parametri cognitivi a cui ricorriamo nella vita di tutti i giorni. Del resto, secondo Fludernik le storie contenute in un romanzo o in una short-story sono la naturale evoluzione dei racconti cosiddetti “naturali”, vale a dire delle storie che possiamo raccontare oralmente in contesti quotidiani; e le une come le altre si incentrerebbero sull’“esperienzialità”, sull’«evocazione quasi-mimetica di un’esperienza di vita reale»[15].

D’altro canto, dopo la pubblicazione di The Emergence of Mind in molti sono ripartiti dagli stessi presupposti di Herman per spostare il discorso un passo in avanti. Oggi si parla di narratologia cognitiva di seconda generazione per indicare quegli studi incentrati sull’idea che la mente vada intesa in senso espanso, nei suoi aspetti situati, incorporati, estesi, ma anche esperienziali ed emozionali[16]. In uno dei testi centrali in questo àmbito, The Experentiality of Narrative, Marco Caracciolo ha, per esempio, mostrato come il coinvolgimento riguardo ai contenuti testuali sia spesso legato alle nostre esperienze percettive e corporee. Nel caso delle menti finzionali, Caracciolo sostiene che i lettori non si limitano ad attribuire contenuti mentali ai personaggi. Farebbero qualcosa di più, attivandoli in prima persona. Caracciolo parla di consciousness-enactment, di un’attivazione di coscienza, tale per cui sulla base di particolari tracce testuali saremmo spinti a calarci nel corpo di uno o più personaggi, simulando mentalmente l’esperienza che questi stanno vivendo; nel far questo, attingeremmo al nostro background esperienziale, alle nostre esperienze anzitutto corporee[17].

Per riprendere l’esempio tratto dalla novella di Tozzi, è probabile che inizialmente il lettore attribuisca a Bartolomeo una serie di pensieri guardandolo dall’esterno, ma che poi, procedendo, assuma il suo punto di vista. La presenza di certe forme verbali («credeva», «pareva»), il ricorso a metafore riconducibili alla prospettiva del personaggio (le vene che “si aprono”, il cuore che “si rompe”), più in generale il fatto che l’ultima parte del passaggio sia focalizzata internamente: sono tutti aspetti (Caracciolo parla di triggers of consciousness-enactment) che invitano il lettore ad allinearsi al personaggio e a condividerne l’esperienza. E va ribadito che ciò avviene a prescindere dalla padronanza di particolari codici espressivi e delle strutture di fondo del testo. Prima di qualsiasi competenza letteraria c’è il fatto che ogni lettore si porta appresso un bagaglio di conoscenze desunte dalle proprie esperienze di vita; conoscenze che inevitabilmente, cioè senza che ne siamo direttamente consapevoli, entrano in gioco mentre leggiamo.

 

La prospettiva “innaturale” e la “convenzionalità” delle fictional minds

Lo ripeto: è difficile restituire in modo minimamente esaustivo i presupposti di questo tipo di ricerca e i risultati finora raggiunti. Anche perché gli studi ricordati fin qui presentano differenze spesso notevoli. Leggendo il testo di Caracciolo, si può per esempio cogliere la distanza che lo separa dai lavori di Fludernik, Palmer o Herman, al netto di una comune visione di fondo. E, d’altra parte, questi ultimi suggeriscono ognuno ipotesi diverse rispetto ad aspetti più o meno specifici legati allo studio dell’interiorità in letteratura.

Sta di fatto che quello che intorno al 2000 era ancora visto come il “nuovo” degli studi sul racconto si è consolidato sempre più. I testi di Fludernik, Palmer, Zunshine sono diventati a loro volta dei “classici” della narratologia, e gli studi che si sono posti sulla loro scia non possono più essere considerati dei tentativi provvisori di importare nella teoria del racconto concetti provenienti da altre branche del sapere.

Sia chiaro: ciò non significa che queste posizioni debbano essere necessariamente condivise. Del resto, da molti non sono state condivise. E non mi riferisco a chi, al di fuori dell’àmbito narratologico, ha guardato con sospetto ogni tentativo di far convergere studi letterari e scienze cognitive. Mi riferisco a quei narratologi che hanno contestato frontalmente il modo in cui gli studiosi cognitivisti concepiscono le menti finzionali e il loro studio.

In particolare, sono stati gli esponenti della cosiddetta unnatural narratology a muovere una serie di obiezioni sostanziali. Già dall’etichetta che si sono scelti, i narratologi dell’innaturale mirano a contrapporsi alla proposta di Fludernik di una narratologia “naturale”. Il presupposto è che l’universo del racconto è pieno di fenomeni che «sfidano, ostentano, deridono, giocano e sperimentano con alcuni o con tutti [gli] assunti fondamentali sulla narrativa»[18]. Mondi della storia contraddittori, spazi che sfidano le leggi fisiche, temporalità rovesciate, personaggi implausibili: sono solo alcuni dei fenomeni che contraddicono i presupposti alla base dei racconti naturali. E tutti fenomeni che la narratologia ha per lo più trascurato. Quest’ultima, del resto, sarebbe da sempre afflitta da un bias mimetico, da un pregiudizio tale per cui si ritiene che «le narrazioni siano modellate sul mondo reale», e di conseguenza che «ogni aspetto della narrativa possa essere spiegato sulla base della nostra conoscenza del mondo e dei parametri cognitivi che ne derivano»[19].

Per quanto riguarda le menti finzionali, sono sostanzialmente due gli aspetti evidenziati dai narratologi dell’innaturale. Intanto, il fatto che la storia della letteratura è piena di menti «innaturali» e di fenomeni legati alla restituzione dell’interiorità inconcepibili al di fuori della finzione. È il caso di quei personaggi in grado di riferire con certezza ciò che altri personaggi pensano, come se fossero onniscienti; oppure di quegli animali o di quegli esseri inanimati a cui è attribuita la facoltà di pensare; o ancora, di menti che subiscono metamorfosi tali da renderle irriconoscibili, o che abitano corpi in condizioni fuori dall’ordinario[20].

In secondo luogo, i narratologi dell’innaturale hanno insistito sul fatto che in casi del genere il ricorso alle risorse della folk psychology non ci porta molto lontano. In altre parole, le menti innaturali faticano a essere interpretate alla luce della nostra esperienza quotidiana. Ecco l’incipit di un breve racconto di Giorgio Manganelli, Monologo dell’ucciso:

Ih! che botta! Beh, poteva andarmi peggio, devo dire; solo una contusione qui, e neppure mi fa male, appena – no, niente del tutto. E che silenzio adesso: pare che abbiano smesso di sparare. Poteva andare peggio, peggio davvero. Ah, ecco: non credevo che fosse tanto semplice. Certo che la botta non mi fa più male: M’hanno beccato, dunque. E ci sono rimasto secco. Ucciso. È curioso: io dico: mi hanno ucciso. È così, mi hanno ucciso. Che silenzio: ora sparano laggiù, no non sento nulla, però si vedono i segni bianchi degli spari[21].

Qui siamo in contatto con un narratore in prima persona che racconta le sue sensazioni nel momento stesso in cui realizza di essere morto. La situazione, con ogni evidenza, non è riconducibile a ciò di cui possiamo fare esperienza nella realtà di tutti i giorni. In particolare, è significativo che chi racconta sia privato di alcune delle risorse principali attraverso cui interagiamo con ciò che ci sta intorno. Il narratore possiede ancora il senso della vista («si vedono i segni bianchi degli spari»), ma non più quello dell’udito («no non sento nulla»). Né è più in grado di provare dolore. Più in generale, sperimenta il disagio di restare bloccato all’interno del proprio corpo, che non si muove né consente di svolgere azioni anche molto semplici. «Forse se potessi fischiare – leggiamo poche righe dopo – mi calmerei. O canticchiare. O raccontarmi una storia»[22].

Certo, seguendo la prospettiva di Caracciolo, potremmo dire che anche in un caso del genere il nostro bagaglio esperienziale non viene messo da parte. Viene semmai messo alla prova, “testato” in una situazione estrema, in cui un corpo comunque c’è e prova a reagire – non riuscendoci – a una serie di stimoli esterni. Ma una lettura del genere impedisce, forse, di cogliere una serie di aspetti centrali nel testo. Più in generale, naturalizzare a ogni costo quei racconti che contengono elementi innaturali, cercando di spiegarli in termini razionali, rischia di ridimensionarne il potenziale straniante, che è una loro componente essenziale[23].

In sostanza, la prospettiva innaturale sulle menti finzionali suggerisce che un’equiparazione con le menti reali non è sempre la più opportuna delle soluzioni possibili, e che i parametri cognitivi attraverso cui ci orientiamo nel mondo reale possono rivelarsi insufficienti per dare un senso a ciò che leggiamo.

Sotto entrambi questi punti di vista, tuttavia, c’è chi ha criticato in modo più sostanziale l’approccio dei narratologi cognitivisti allo studio dell’interiorità. Mi riferisco in particolare a uno studioso di lungo corso come Brian McHale, il quale si è peraltro mostrato critico anche rispetto ai presupposti della narratologia innaturale[24]. In un articolo pubblicato su «Narrative» nei primi mesi del 2012 (pochi giorni prima, per ironia della sorte, che Cohn morisse)[25], McHale sottolineava l’importanza per gli studi narratologici di Transparent Minds, cui molti anni prima aveva dedicato un’importante recensione[26]. Nel farlo, si trovava a difendere Cohn dai rilievi mossi contro di lei in particolare da Palmer e da Herman. A detta di McHale, entrambi l’avrebbero trattata alla stregua di una «straw-woman», emblema di una posizione «eccezionalista» all’insegna della quale le menti dei personaggi rappresenterebbero un’eccezione rispetto alle menti reali. In questo modo, avrebbero finito per suggerire l’inadeguatezza e l’inattualità del suo studio, incapace di restituire la complessità di quella che Palmer definisce la whole mind, cioè la mente concepita nella sua interezza, come prodotto costituito non solo da pensieri[27].

Ma la difesa portata avanti da McHale è, in realtà, un attacco rivolto sia a Palmer che a Herman, e per loro tramite a tutti gli studiosi cognitivisti. Secondo McHale, il modo in cui questi ultimi affrontano la questione dell’interiorità in letteratura sarebbe fuorviante. Sia perché, ampliando enormemente il concetto di mente, finirebbero per ricomporre quel «blocco di prosa uniforme che Cohn era riuscita a frantumare»[28]; sia perché l’idea che le menti finzionali si possano spiegare a partire da quelle reali porterebbe a trascurare un aspetto centrale – anzi, secondo McHale, l’aspetto centrale. È il caso di citare il passaggio in cui McHale argomenta la sua idea:

Ma perché non provare a mettere da parte la questione dell’uniformità e dell’eccezionalità [delle menti finzionali] per ripartire dal presupposto che le rappresentazioni mentali nei testi di finzione sono convenzionali? In altre parole, perché non descrivere l’approccio classico di Cohn a partire dal presupposto che ne è alla base, cioè che le rappresentazioni della coscienza in finzione dipendono da convenzioni letterarie? che queste convenzioni sono in parte arbitrarie? che non sono parte del nostro corredo naturale o della nostra esperienza quotidiana, ma devono essere apprese rimanendo esposti ai testi, letterari e non letterari? e che queste convenzioni variano nel tempo, per cui possono essere diverse da un’epoca all’altra[29]?

McHale sta dicendo due cose. Primo – e in questo senso la polemica coinvolge anche Fludernik – che le rappresentazioni dei contenuti mentali in letteratura non riposano su alcuna naturalezza di fondo. Così come le forma assunta dalle parole pronunciate dai personaggi non ricalca il modo in cui parliamo normalmente, ma è legata al modo in cui queste parole sono state «modellate in altri testi, in altri generi, dalle precedenti generazioni di scrittori», allo stesso modo avverrebbe nel caso della rappresentazione dei contenuti interiori; con la differenza che in questo caso «è tanto più difficile valutare l’autenticità [di questa rappresentazione]»[30], data l’assenza di un modello “a monte”. Come possiamo sapere – si chiede McHale sulla scorta di Cohn – se il modo di pensare di un personaggio è più o meno verosimile, quando al di fuori della pagina scritta non possiamo “ascoltare” i pensieri altrui? In secondo luogo – ed è l’ovvia conseguenza di quanto appena detto –, McHale sta dicendo che, per descrivere come funzionano le menti dei personaggi di finzione, non si può partire dalla nostra esperienza. O meglio, la nostra esperienza entra, sì, in gioco: ma è la nostra esperienza di lettori, che abbiamo appreso (o non appreso) certe specifiche convenzioni, le quali a loro volta hanno poco a che fare con le nostre vite al di fuori della pagina scritta. Non sono parte di una presunta dotazione naturale, un set di regole interne che applicheremmo spontaneamente, di fronte a qualsiasi testo.

In quest’ottica, di fronte al brano di Tozzi citato nel secondo paragrafo, McHale direbbe forse che è proprio l’omissione – tipica di una poetica in senso lato naturalista – di quanto Bartolomeo sta pensando a permetterci di “accedere” al mondo della storia, ovvero che l’interesse del brano sta nell’impossibilità di penetrare la sfera interiore del personaggio. E nel caso del Monologo dell’ucciso porrebbe forse l’accento sul fatto che Manganelli sta giocando con il tropo del narratore-morto, cioè con una convenzione letteraria che il lettore appena un po’ consapevole attiverà per dare un senso alla storia.

Credo sia riduttivo sostenere che quella di McHale è una posizione conservatrice. Semmai, si potrebbe dire che è conseguenza del suo interesse per la letteratura postmoderna[31] – laddove gli studiosi cognitivisti tendono a modellare le loro idee a partire da testi della tradizione realista e modernista. In altre parole, se questi ultimi lavorano su testi che mettono al centro l’interiorità dei personaggi, McHale si concentra su testi che ci ricordano come i personaggi non siano che esseri di carta, e l’interiorità stessa una finzione.

Ma il punto è soprattutto che dietro il ragionamento di McHale si intravede una critica più ampia e sostanziale, che intacca alle fondamenta sia l’impresa cognitivista che quella innaturale. Come spiegherà in un intervento scritto in occasione dei vent’anni dalla pubblicazione di Towards a “Natural” Narratology, i fenomeni che contraddicono la presunta naturalezza del racconto sarebbero molti di più di quelli indicati dagli studiosi dell’innaturale[32]. Cosa c’è di più innaturale dell’onniscienza – si chiede McHale –, cioè della possibilità di accedere per via diretta all’interiorità altrui? E il racconto in prima persona non contiene elementi incompatibili con il genere autobiografico, a partire dal fatto che chi racconta è in grado di ricordare con esattezza dialoghi avvenuti molto tempo prima[33]? Si tratta solo di due fra gli esempi più macroscopici (e talmente macroscopici da passare inosservati) di un aspetto più generale, anzi di una verità più profonda, vale a dire che nell’universo del racconto non c’è nulla di naturale, nulla che discenda dalla nostra esperienza di esseri umani prima che di lettori, e, soprattutto, nulla che a partire da quell’esperienza possa essere spiegato.

 

Un crossover teorico

Tornerò a breve sul discorso. Credo, infatti, che le osservazioni di McHale aiutino a mettere in prospettiva quanto detto fin qui e a cogliere un aspetto importante, che la narratologia più recente sembra aver messo fra parentesi.

Prima, però, anche per iniziare a tirare le fila del discorso, vanno sottolineati due aspetti. Anzitutto, il fatto che i lavori passati in rassegna hanno contribuito ad arricchire enormemente lo studio dell’interiorità in letteratura. Con buona pace dei loro detrattori, le prospettive cognitive hanno indicato la necessità di soffermarsi su aspetti che la narratologia ha perlopiù trascurato, e di dotarsi, per farlo, di strumenti nuovi, in grado di valorizzare il modo in cui il lettore fa esperienza dei contenuti testuali. E ciò è avvenuto nonostante siano stati evidenziati i problemi sottesi a questo genere di approcci, fra cui il ricorso talvolta poco calibrato a nozioni provenienti da altre discipline, l’assenza di una prospettiva storica, il riferimento a un lettore non sempre ben definito.

D’altra parte, i narratologi dell’innaturale hanno avuto il merito di evidenziare come una visione troppo legata alle menti reali porti a mettere in secondo piano sia le strategie attraverso cui le menti finzionali sono rappresentate, sia quei testi che contraddicono i presupposti dei racconti naturali. Il rischio, in questo caso, è stato ed è quello di mettere del tutto fra parentesi il fatto che il coinvolgimento riguardo a ciò che leggiamo può dipendere in larga parte dalla nostra identificazione nei personaggi. Spesso, la critica del cosiddetto pregiudizio mimetico porta gli studiosi dell’innaturale a ipostatizzare un lettore del tutto anempatico, insensibile agli effetti che i meccanismi testuali possono produrre. Del resto, se è vero, come ha scritto Caracciolo, che le prospettive cognitiviste tendono a sottovalutare il fatto «che il coinvolgimento dei lettori rispetto ai personaggi può essere innescato anche da aspetti non mimetici», è vero anche che può essere «problematico e controproducente sganciare il personaggio da ogni forma di folk psychology»[34].

L’osservazione è importante, in quanto Caracciolo sembra suggerire la necessità di un compromesso, di un dialogo fra approcci cognitivisti e innaturali. Trincerarsi dietro a una delle due posizioni – questo sembra essere il punto – rischia di impoverire le analisi testuali e di impedire una ricostruzione equilibrata delle dinamiche sottese agli atti di lettura.

Non è un’opinione isolata. In molti – ed è il secondo aspetto da sottolineare – hanno suggerito qualcosa di analogo. Ripartendo da premesse innaturali, Maria Mäkelä ha, per esempio, affermato che «è l’interazione dinamica fra naturalizzazione e denaturalizzazione – fra assimilazione e straniamento – ciò che determina il coinvolgimento dei lettori rispetto alle menti finzionali»[35]; mentre Lars Bernaerts ha scritto che «è necessaria una nuova sintesi, un approccio alle menti finzionali che integri l’analisi delle convenzioni letterarie e le osservazioni relative ai processi mentali suggerite dagli “approcci cognitivi di seconda generazione”»[36].

Ma soprattutto va ricordato che diversi studiosi hanno cercato di praticare questa doppia prospettiva. Caracciolo stesso ha ragionato su come i lettori agiscono di fronte a narratori che possono apparire «strani»[37]. Prima di lui, e anzi prima ancora che si discutesse di narratologia innaturale, Jan Alber aveva suggerito la possibilità di ricorrere a una prospettiva cognitiva «per chiarire come alcuni testi letterari […] mettono radicalmente alla prova le nostre capacità di attribuire un senso [a ciò che leggiamo]»[38].

Più di recente, gli stessi Alber e Caracciolo, assieme ad altri studiosi ricordati nelle righe precedenti, hanno curato un numero speciale di «Poetics Today» in cui sono esplorate le possibilità di un theory crossover fra una prospettiva innaturale e una cognitiva. In forma «sperimentale», un po’ come in quegli episodi di una serie tv o di un fumetto in cui «un gruppo di personaggi abbandona il proprio mondo della storia e si coalizza per tentare una nuova avventura»[39], uno o più studiosi cognitivisti da un lato e uno o più “innaturalisti” dall’altro si confrontano su concetti centrali per l’analisi narratologica. Per stessa ammissione dei curatori, a volte il crossover funziona, e porta allo sviluppo di un «framework unificato che integra input da entrambi i campi». A volte «è suggerita una collaborazione più circospetta ma ancora ottimistica», e in un caso «gli autori finiscono per riconoscere le differenze forse inconciliabili fra teorie cognitive e innaturali»[40].

Rispetto alle menti finzionali, Richardson e Bernaerts sembrano incontrarsi a metà strada. A partire da un romanzo dello scrittore fiammingo Peter Verhelst, tradotto in inglese come The Man I Became, entrambi mostrano come di fronte a personaggi il cui assetto mentale è sostanzialmente diverso da quello dei lettori (nel romanzo di Verhelst, l’io narrante è un gorilla a cui è stato insegnato ad agire come un uomo) il ricorso alla doppia prospettiva cognitivo-innaturale aiuti a fornire una lettura più equilibrata di quanto non consenta l’adozione di uno solo dei due paradigmi. «Crediamo che l’approccio innaturale e quello cognitivo […] siano compatibili e possano essere utili l’uno all’altro», affermano in chiusura del loro saggio, augurandosi poi che «la critica della narratologia innaturale degli studi cognitivi […] porti questi ultimi a non generalizzare troppo i risultati delle loro indagini, a mostrarsi più consapevoli della vastità di racconti innaturali, e a ragionare sugli effetti cognitivi delle tecniche antimimetiche»[41].

 

Un bilancio provvisorio

Contrasti risolti e dibattito chiuso, dunque? No, se si considera che quello appena illustrato è un tentativo “sperimentale”, e che comunque contributi da entrambe le parti continuano a essere pubblicati. Sì, invece, se si considera che molti di questi contributi aggiungono poco al dibattito sulle menti finzionali iniziato nei primi anni Duemila. Di fatto, gli ultimi interventi riconducibili alla narratologia cognitiva, da un lato, e a quella innaturale, dall’altro, sembrano perlopiù confermare ipotesi già emerse, o perfezionarle attraverso esempi e controesempi. Come se ciò che andava detto fosse ormai nero su bianco, e non restasse che ribadirlo o precisarlo. D’altra parte, come accennavo, è significativo che quasi tutti i protagonisti di questo dibattito stiano spostando altrove i loro interessi, occupandosi di questioni che solo tangenzialmente riguardano lo studio dell’interiorità.

Una certa stanchezza argomentativa e un mutuo “cessate le armi”, ovvero il tentativo di appianare le divergenze teoriche, sembrano insomma caratterizzare l’ultima tappa, almeno per ora, degli studi intorno alla rappresentazione dei contenuti interiori. «Ora che la narratologia cognitiva è ormai del tutto matura, è arrivato il momento di guardare in faccia i nostri “gemelli dimenticati” e di accoglierli nel progetto di uno studio esteso della mente»[42], ha scritto di recente Karin Kukkonen, alludendo alla possibilità che i narratologi cognitivisti entrino in dialogo con studiosi che da altre prospettive hanno ragionato sulla rappresentazione dell’interiorità. E credo che lo stesso potrebbero affermare molti narratologi dell’innaturale.

La mia impressione, detto questo, è che, in nome della dialettica e del pluralismo, i compromessi metodologici che oggi iniziano a essere praticati tendano a edulcorare una differenza sostanziale; una differenza che, come dicevo all’inizio, non riguarda solo il modo di studiare le menti finzionali.

Dal lato della narratologia cognitiva, c’è l’idea che fatti testuali ed extra-testuali non siano nettamente separati. Fra gli uni e gli altri c’è un’omologia di fondo e una sostanziale continuità. Ciò che è raccontato fra le pagine non configura un’esperienza “altra”, del tutto diversa – “ontologicamente” diversa – da ciò che viviamo quotidianamente. Se le menti finzionali possono essere trattate come se fossero reali è perché idealmente stanno sullo stesso piano. Ed è difficile non pensare che posizioni come quella esposta da Herman in The Emergence of Mind siano il corollario dell’idea – oggi diffusissima – in base alla quale tutto ciò che facciamo può essere interpretato in termini narrativi. Se ad affievolirsi è la distanza che separa un romanzo dal resoconto delle nostre esperienze personali, è verosimile che si affievolisca anche l’idea che per interpretare i contenuti romanzeschi sia necessaria una competenza diversa da quella che ci consente di dare un senso alle nostre vite, cioè alle storie di cui saremmo protagonisti. L’istinto di narrare è tutt’uno con l’istinto a interpretare le storie che leggiamo a partire dal nostro vissuto. Anche il più innaturale dei racconti non ci metterà mai del tutto in crisi. Una strategia per interpretare ciò che appare contro natura alla fine si troverà. Se le cose stanno così, va da sé che ogni filtro estetico passa in secondo piano, o comunque si assottiglia. Il riconoscersi nelle storie raccontate fa premio sulle dinamiche che innescano questo riconoscimento, sulla consapevolezza delle strategie attraverso cui gli autori mirano a coinvolgerci.

Dal lato della narratologia innaturale, ma soprattutto, direi, dal lato di McHale, c’è invece l’idea che fra fatti testuali ed extra-testuali un diaframma ci sia, vada preservato e comunque resti inscalfibile. Non è solo il fatto che la letteratura può mettere in discussione e contraddire in molti modi la naturalezza delle storie che quotidianamente raccontiamo; né è solo il fatto che la complessità di una storia scritta può essere enormemente superiore a quella delle storie naturali. Il fatto è che la letteratura costituisce uno spazio artificiale, retto da una serie di convenzioni radicate nell’uso, cioè nelle pratiche di scrittura e lettura. Al limite, queste convenzioni possono diventare una sorta di seconda natura, dopo che le abbiamo apprese. Ma ciò non toglie che fra i testi letterari e la nostra esperienza quotidiana ci sia un salto di piano. «E se in definitiva – si chiede McHale – l’artificiale e il letterario fossero da sempre i soli elementi costitutivi dei racconti letterari?». Se insomma non ci fosse alcuna natura di fondo, nessun presupposto mimetico, e i testi «si appoggiassero soltanto su altra letteratura[43]. Ovvero – potremmo proseguire –, se, per provare a capire come funzionano i testi che leggiamo e come “impattano” su di noi, non dovessimo ripartire da ciò che abbiamo vissuto ma da ciò che abbiamo letto?

Nello scrivere così, McHale si riallaccia, sì, a Cohn, di fatto affermando, nei termini di Herman, l’“eccezionalità” delle menti finzionali; e certo ci rimanda a un orizzonte teorico più vasto, racchiuso fra l’idea formalista della letteratura come insieme di procedimenti che ci allontanano dalle nostre percezioni quotidiane e l’idea – espressa da Jonathan Culler a compendio dell’impresa strutturalista – che «per studiare la scrittura, e in particolare le sue forme letterarie, è necessario concentrarsi sulle convenzioni che guidano il gioco delle differenze e il processo di costruzione di significati»[44]. Tuttavia, scrivendo così McHale suggerisce anche, pur se indirettamente, la possibilità di mettere in prospettiva l’idea, oggi dominante, che i confini fra letteratura e vita siano permeabili, che la prima sia pacificamente riconducibile alla seconda, e viceversa. E nel fare questo ci invita a porre in discussione l’idea più generale che raccontare sia un gesto spontaneo, del tutto naturale, un’abilità innata che praticheremmo senza quasi rendercene conto.

Dialetticamente, e certo proficuamente, possiamo accogliere il suggerimento dei curatori di «Poetics Today» e praticare un crossover fra strumenti mutuati dalla narratologia cognitivista e altri da quella dell’innaturale. Del resto, è probabile che questa mediazione sia oggi necessaria per muoverci in modo disinvolto e insieme consapevole nella vastità di storie in cui ci troviamo a navigare. Nel mondo dello storytelling, la difesa a spada tratta dello specifico letterario, di ciò che ha di irriducibile rispetto ad altre esperienze non solo estetiche, non è meno rischioso dell’elogio incondizionato ciò che il letterario “non” ha di specifico. Ma, nel praticare questo eclettismo ermeneutico, nel riprendere da dove più si ritiene opportuno strumenti e metodi, sfrondandoli da eventuali asperità, non andrebbe dimenticato che la loro scelta o la loro possibile ibridazione non è mai del tutto innocente. Ovvero, che un metodo non è solo un insieme di strumenti, slegati dalle idee che li hanno costituiti. Guardare a un’opera letteraria e alle menti “contenute” al suo interno come a un fatto naturale, innaturale o convenzionale, o come tutte e tre le cose assieme, dice molto, dovrebbe dire molto, nostro malgrado, del modo in cui intendiamo la letteratura e il suo rapporto con ciò che le sta intorno.

  1. D. Herman, Introduction, in The Emergence of Mind. Representations of Consciousness in Narrative Discourse in English, a cura di D. Herman, Lincoln, U of Nebraska P, 2011, p. 10. Salvo dove diversamente specificato, le traduzioni sono mie. Nelle prossime pagine, tradurrò per lo più come ‘menti finzionali’ l’originale fictional minds, anche se forse sarebbe più corretto parlare di “menti dei personaggi di finzione”.

  2. D. Cohn, Transparent Minds. Narrative Modes for Presenting Consciousness in Fiction, Princeton, Princeton UP, 1978, pp. 5-6.

  3. Fra le poche eccezioni, cfr. Neuronarratologia. Il futuro dell’analisi del racconto, a cura di S. Calabrese, Bologna, Archetipolibri, 2009; Linguaggio, letteratura e scienze cognitive, a cura di S. Calabrese e S. Ballerio, Milano, Ledizioni, 2014; il numero 56 del «Verri» (2014) dedicato alla Mente in-diretta libera.

  4. D. Bordwell, A Case for Cognitivism, in «Iris», 9, 1989, p. 11.

  5. Ibidem.

  6. Il libro a cui mi riferisco è Life and Narrative. The Risks and Responsibilities of Storying Experience, a cura di B. Schiff, A.E. McKim, S. Patron, New York, Oxford UP, 2017.

  7. M. Caracciolo, M. Bernini, Letteratura e scienze cognitive, Roma, Carocci, 2013, pp. 11 e 12.

  8. D. Herman, Introduction, art. cit., p. 9.

  9. In realtà, Cohn era consapevole di come lo studio dell’interiorità non si potesse ridurre allo studio di ciò che i personaggi dicono a se stessi. Nell’introduzione a Transparent Minds scriveva che «[u]no degli inconvenienti dell’approccio linguistico è […] che tende a lasciare fuori l’intero mondo non verbale della coscienza» (p. 11).

  10. Queste tre forme indicano rispettivamente la restituzione dei contenuti mentali da parte del narratore (“Filippo si stava chiedendo se fosse il caso di scrivere quell’articolo”), la loro esposizione diretta (“Filippo pensò: ‘ha davvero senso scrivere questo articolo?’”) o attraverso il ricorso all’indiretto libero (“Filippo si fermò a pensare: aveva davvero senso scrivere quell’articolo?”).

  11. F. Tozzi, La sementa, in Id., Novelle, Firenze, Vallecchi, 1976, p. 214.

  12. Cfr. A. Palmer, Fictional Minds, Lincoln, U of Nebraska P, 2004, in particolare il cap. 7.

  13. Cfr. S. Chatman, Storia e discorso. La struttura narrativa nel romanzo e nel film (1978), trad. it. di E. Graziosi, Milano, il Saggiatore, 2010, pp. 125-36.

  14. A. Palmer, Social Minds in the Novel, Columbus, Ohio State UP, 2010, p. 39. Il libro di Zunshine è Why We Read Fiction. Theory of Mind and the Novel, Columbus, Ohio State UP, 2006.

  15. M. Fludernik, Towards a “Natural” Narratology, London-New York, Routledge, 1996, p. 12.

  16. Cfr. K. Kukkonen, M. Caracciolo, Introduction. What Is the “Second Generation?”, in «Style», 48, 3, 2014, pp. 261-74.

  17. M. Caracciolo, The Experientiality of Narrative. An Enactivist Approach, Berlin-Boston, de Gruyter, 2014, in particolare il cap. 5.

  18. J. Alber, S. Iversen, H. Skov Nielsen, B. Richardson, Narrativa innaturale, narratologia innaturale. Oltre i modelli mimetici (2010), trad. it. di R. Pasetti, M. Procaccianti, S. Rizzi, M. Tedoldi, in «Enthymema», 24, 2019, p. 239.

  19. Ivi, pp. 238 e 239. Per un bilancio delle ricerche dei narratologi dell’innaturale, cfr. Richardson, Unnatural Narrative Theory, in «Style», 50, 4, 2016, pp. 385-405.

  20. Su quest’ultimo aspetto, cfr. S. Iversen, Unnatural Minds, in A Poetics of Unnatural Narrative, a cura di J. Alber, H. Skov Nielsen, B. Richardson, Columbus, Ohio State UP, 2013, pp. 94-112.

  21. G. Manganelli, Monologo dell’ucciso, in Id., Ti ucciderò, mia capitale, Milano, Adelphi, 2014, p. 41.

  22. Ivi, p. 43.

  23. Di “naturalizzazione” aveva parlato J. Culler in Structuralist Poetics. Structuralism, Linguistics and the Study of Literature (1975), London-New York, Routledge, 2002, pp. 153-87. Il concetto è ripreso da Fludernik in Towards a “Natural” Narratology (cfr. pp. 31-35 e 315-17), dove però si parla di “narrativizzazione”. Culler ha a sua volta riflettuto su quest’ultimo concetto in Naturalization in “Natural” Narratology, in «Partial Answers», 16, 2, 2018, pp. 243-49.

  24. Secondo McHale, anche alla base della narratologia innaturale ci sarebbe lo stesso pregiudizio mimetico imputato ad altri narratologi, nella misura in cui un fenomeno può essere considerato innaturale solo in rapporto a un default “naturale”. Cfr. B. McHale, My Narratology, in «Diegesis», 6, 2, 2017 (https://www.diegesis.uni-wuppertal.de/index.php/diegesis/issue/view/15; ultima consultazione: 18 marzo 2021). La prima ad avanzare questo genere di critica è stata Fludernik in How Natural Is “Unnatural Narratology”; or, What Is Unnatural about Unnatural Narratology?, in «Narrative», 20, 3, 2012, pp. 357-70.

  25. B. McHale, Transparent Minds Revisited, in «Narrative», 20, 1, 2012.

  26. Id., Islands in the Stream of Consciousness. Dorrit Cohn’s “Transparent Minds”, in «Poetics Today», 2, 2, 1981, pp. 183-91.

  27. A. Palmer, Fictional Minds, op. cit., pp. 87-129.

  28. B. McHale, Transparent Minds Revisited, art. cit., p. 119. Parlando di un undifferentiated block of prose McHale si riferisce a quei contenuti testuali che prima di Transparent Minds erano genericamente definiti come “pensieri”.

  29. Ivi, p. 120.

  30. Ivi, p. 121.

  31. Il riferimento è a B. McHale, Postmodernist Fiction, London-New York, Routledge, 1987.

  32. Cfr. B. McHale, Against Nature, in «Partial Answers», 16, 2, 2018.

  33. Va detto che i narratologi dell’innaturale non considerano naturali fenomeni come l’onniscienza o le straordinarie capacità mnemoniche dei narratori in prima persona. Li considerano fenomeni innaturali che nel tempo sono andati incontro a un processo di “convenzionalizzazione”, tale per cui non sono più percepiti come innaturali. Su questo aspetto, cfr. J. Alber, Unnatural Narrative. Impossible Worlds in Fiction and Drama, Lincoln-London, U of Nebraska P, 2016, pp. 42-43.

  34. M. Caracciolo, The Nonhuman in Mind. Narrative Challenges to Folk Psychology, in The Edinburgh Companion to Contemporary Narrative Theories, a cura di Z. Dinnen, R. Warhol, Edinburgh, Edinburgh UP, 2018, p. 33.

  35. M. Mäkelä, Cycles of Narrative Necessity. Suspect Tellers and the Textuality of Fictional Minds, in Stories and Minds. Cognitive Approaches to Literary Narrative, a cura di L. Bernaerts, D. de Geest, L. Herman, B. Vervaeck, Lincoln, U of Nebraska P, 2013, pp. 129-51.

  36. L. Bernaerts, Minds at Play. Narrative Games and Fictional Minds in B.S. Johnson’s “House Mother Normal”, in «Style», 48, 3, 2013, p. 296.

  37. M. Caracciolo, Strange Narrators in Contemporary Fiction. Explorations in Readers’ Engagement with Characters, Lincoln, U of Nebraska P, 2016.

  38. J. Alber, Impossible Storyworlds – and What to Do with Them, in «StoryWorlds», 1, 2009, p. 79.

  39. J. Alber, M. Caracciolo, S. Iversen, K. Kukkonen, H. Skov Nielsen, Introduction. Unnatural and Cognitive Perspectives on Narrative (A Theory Crossover), in «Poetics Today», 39, 3, 2018, p. 438.

  40. Ibidem.

  41. L. Bernaerts, B. Richardson, Fictional Minds. Coming to Terms with the Unnatural, in «Poetics Today», 39, 3, 2018, p. 539.

  42. K. Kukkonen, The Fully Extended Mind, in The Edinburgh Companion to Contemporary Narrative Theories, op. cit., p. 65.

  43. B. McHale, Against Nature, art. cit., p. 260.

  44. J. Culler, Structuralist Poetics, op. cit., p. 156.

(fasc. 39, 31 luglio 2021)