Recensione di “Minari” (2020), di Lee Isaac Chung

Author di Francesco Gualini

Stati Uniti d’America, primi anni ’80. Una giovane famiglia di migranti coreani, composta da due genitori e due bambini, si trasferisce dalla California all’Arkansas e va ad abitare in un lungo caravan isolato e circondato da un vasto terreno coltivabile. La coppia, Jacob e Monica, viene assunta in un incubatoio locale e continua il lavoro già svolto in precedenza: l’addetto al sessaggio dei pulcini. Una vera e propria catena di montaggio, che il marito vuole abbandonare per inseguire il suo sogno americano, cioè quello di avere una piccola fattoria in cui coltivare alimenti coreani da poter vendere. L’intelligente e perspicace Anne, la figlia maggiore, e l’istintivo e cardiopatico David, il minore, trascorrono insieme le loro giornate fino all’arrivo della nonna e baby-sitter Soon-ja, una donna tanto eccentrica quanto amorevole.

Questo è il punto di partenza di Minari, scritto e diretto dal coreano-americano Lee Isaac Chung. La storia è di ispirazione autobiografica ed è stata costruita a partire da alcuni ricordi impressi nella memoria del regista, i cui genitori si trasferirono in Arkansas e ricominciarono la loro vita da zero assieme a lui e a sua sorella. Chung ha voluto dimostrare, a ragion veduta, che la vita dei suoi genitori può oltrepassare le barriere storiche e temporali, adattarsi al presente e parlarci ancora.

In effetti, nonostante l’ambientazione di ben quarant’anni fa, Minari risulta più che attuale. Basti pensare al tema scottante, e mai superato, su cui ruota l’intera pellicola: l’immigrazione. La nostra identità, come affermano gli studiosi del settore, si basa su una continuità e un’uguaglianza validate sia da noi stessi sia dagli altri, e il riconoscimento di questa famiglia, essendo migrante, cambia col mutare della posizione geo-sociale.

Quando abbandonano il Paese d’origine, i migranti perdono il loro status e le loro reti di relazioni. Nel Paese d’accoglienza, si ritrovano senza una storia significativa per la nuova cultura che incontrano e non si riconoscono nelle immagini della propria identità che in essa circolano. Di conseguenza, l’identità, in teoria stabile e unitaria, diviene mobile e risultato di una negoziazione continua tra ciò che pensano di sé, i modi in cui la società li percepisce e rappresenta, e la decodificazione degli stessi da parte loro.

I protagonisti sono venuti in America in cerca, come si suol dire, di una vita migliore e hanno trovato un lavoro umile, che gli statunitensi facevano astutamente svolgere tra gli stessi coreani e, nelle mani di Chung, si riveste di due potenti similitudini. Bisognava stare attenti a non essere come i pulcini maschi, inutili in quanto tali, o a ferirsi, sennò si rischiava l’identica sorte: la morte. Non a caso Jacob, l’ottimo Steven Yeun, sente la necessità di un riscatto personale e di uno scopo, intrinsecamente connessi alle sue origini. Per tutta la durata del film, i sogni e le aspirazioni di Jacob confliggono con un estremo senso del dovere e gli obblighi nei confronti dei congiunti. Il suo orgoglio e la sua determinazione minano non solo le insicurezze e le fragilità di Monica, la giovane sudcoreana Han Ye-ri, integratasi a malapena in America e in uno stato di perenne preoccupazione per le condizioni di vita, ma mettono a repentaglio l’esistenza della famiglia stessa.

I contatti con l’ambiente esterno sono pochi, circoscritti e legati perlopiù a ragioni lavorative, sanitarie o di sussistenza. Gli americani, e in primis i bambini, rimandano una visione stereotipata e ridicola dell’asiatico. Questi sono, citando la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, «i pericoli della storia unica». Il problema degli stereotipi è l’incompletezza. La storia unica priva le persone della dignità, della complessità e rende quasi impossibile riconoscere l’umanità perché enfatizza le diversità piuttosto che le affinità.

L’unico, e improbabile, amico di Jacob, esistito anche nella realtà, è Paul, un contadino locale escluso e deriso dalla comunità per il suo carattere bizzarro e un fanatismo religioso smodato, intrepretato da un credibile Will Patton. L’americano, paradossalmente, trova lavoro nella fattoria coreana e accoglienza tra persone straniere. Jacob, serio e pragmatico, mal sopporta le stravaganze di Paul, ma lo stima per il suo impegno sui campi e impara ad accettare le sue eccentricità.

Il personaggio di spicco è, senza ombra di dubbio, la nonna: una brillante Yoon Yeo-jeong, attrice famosissima in patria. Chung ha riportato nel film la stessa presenza gioiosa e dissacrante che aveva vissuto in prima persona. Come su Minari, anche la vera nonna era una donna sboccata che amava bere, fumare e guardare il wrestling. Dopo aver aperto un negozio ed essersi costruita una vita stabile in Corea, aveva deciso di vendere tutto per andare dalla figlia in America. Questi erano, e sono ancora per molti, i sacrifici da compiere per ricongiungersi e aiutare a provvedere alla propria famiglia.

L’incrocio e la contaminazione fra culture è un altro tema essenziale del film. Durante un’intervista Yeun, coreano naturalizzato statunitense, ha cercato di definire la sensazione di stare “al centro”, di sentirsi in bilico tra due mondi e di essere alla ricerca costante di un’autenticazione personale. Yeun ha poi aggiunto: il film è stato girato, sì, in coreano, ma narra una storia molto americana.

Infatti, Minari, se visto in lingua originale, mostra con chiarezza e realismo sia le differenze culturali sia il plurilinguismo dei personaggi e i fenomeni del translanguaging. Il soggetto principale di quest’ultimo processo è il personaggio più giovane: il piccolo David, che si esprime alternando il coreano e l’inglese. Tuttavia, non si tratta di una questione puramente linguistica: il contesto e le sovrastrutture socioculturali fanno da sfondo ed emergono fin nei dettagli. È emblematico lo scontro iniziale tra Soon-ja e David. Il nipote, che non ha mai conosciuto la nonna, ne prova così tanto disgusto da allontanarsi da lei e non volerci dormire insieme perché «puzza di Corea» e non assomiglia per niente a una sua equivalente americana.

Minari è un film su una famiglia che sta cercando di imparare come parlare una propria lingua, ha affermato Chung in occasione della premiazione ai Golden Globe 2021 come miglior film straniero. Ed è proprio nel titolo che risiede la risposta a una possibile integrazione e al dissolvimento di ogni incomprensione.

Sedano cinese, prezzemolo giapponese. Questi sono alcuni dei nomi conferiti al minari, una pianta acquatica molto popolare in Asia, che cresce dappertutto, senza problemi o bisogno di troppe cure. Dalla Corea Soon-ja porta con sé alcuni semi e li pianta in una palude vicino all’abitazione della figlia. Nel corso del film, il minari si rivela fecondo sia a livello biologico sia su un piano metaforico. Nel momento in cui l’impresa agricola di Jacob è giunta con difficoltà a risultati miracolosi, tutto il resto sembra andare a picco: l’irrefrenabile nonna, dopo essere riuscita a conquistare il cuore del nipote, è immobilizzata all’improvviso da un ictus, e Monica, sempre più tesa e frustrata, intende lasciare il marito, immerso completamente nel proprio sogno. Soltanto alla fine un incidente restituirà a ogni personaggio il tassello mancante: l’amore, lo strumento sempreverde per superare qualsiasi ostacolo e stabilire le vere priorità.

Minari è un’opera degna di nota perché permette di osservare senza filtri la fenomenologia del vissuto di un migrante e, allo stesso tempo, di spogliarlo della sua etichetta e di coglierlo per quel che è, una persona, e di recuperare, o meglio rivendicare, la dimensione umana e universale che tendiamo a trascurare di fronte a supremazie o pregiudizi.

Dopo il successo di Parasite, il cinema coreano sta conoscendo un exploit meritevole e ampiamente condiviso dalla critica. Ne sono un esempio le candidature a premiazioni internazionali anche per la splendida colonna sonora di Emile Mosseri e la vittoria di Yoon Yeo-jeong quale miglior attrice non protagonista agli Oscar 2021. La prima interprete sudcoreana ad aggiudicarsi l’ambita statuetta. Durante il suo discorso, Yoon ha scherzato, ritenendo il premio un regalo di cortesia da parte degli americani, come fece, curiosamente in maniera simile, la britannica Julie Andrews al ritiro del medesimo per la sua interpretazione in Mary Poppins, nel lontano ’65. Sono passati tanti anni e sono stati abbattuti innumerevoli condizionamenti. I modelli di riferimento sono e stanno cambiando. D’altronde, siamo diversi anche noi.

(fasc. 39, 31 luglio 2021)