Nicola Longo ha studiato e analizzato, facendo riferimento a un’abbondante serie di testi e opere, come la città di Roma è stata vista da poeti e scrittori appartenenti a varie epoche della nostra letteratura. Oltre a quello su Pirandello tra Leopardi e Roma, un altro esemplare volume, sempre edito dall’editrice Studium, attiene, infatti, a vari scrittori e poeti, a partire da Dante per arrivare a Palazzeschi, che nelle loro opere hanno parlato, appunto, della città eterna.
In primo luogo, in questo libro edito nel 2018, viene esaminato molto bene il leopardismo di Pirandello: vi si analizza come questi si ponga verso la scrittura leopardiana. Vi si leggono, però, anche puntuali pagine che illustrano in maniera esaustiva «alcuni snodi» della visione pirandelliana della realtà del mondo e della letteratura. Da precisare che due saggi riguardano il rapporto di Pirandello con la scrittura leopardiana, temi svolti in un intervento che in passato ha circolato molto poco, in cui sono considerate le riflessioni che attengono allo Zibaldone che, come è arcinoto, Carducci stava curando e pubblicando per la primissima volta alla fine del XIX secolo.
Lo studioso con molta precisione analizza la presenza delle Operette morali nella scrittura del drammaturgo siciliano, come pure nella sua antropologia e filosofia. Ecco i titoli dei saggi che compongono la miscellanea: Esercizio di lettura: su Pirandello, Leopardismo pirandelliano, un articolo dimenticato, Le Operette morali nella scrittura di Luigi Pirandello, Roma nella vita di Pirandello e in quella dei suoi personaggi, Roma nelle Novelle pirandelliane, Roma nei Romanzi pirandelliani; infine, compaiono gli indici dei luoghi e dei nomi.
Nella Premessa, Longo, nel congedare questi saggi attinenti a Pirandello e Leopardi, scrive, ricordando un illustre italianista deceduto non molto tempo fa, Riccardo Scrivano: «Tra un mese Riccardo Scrivano compie nov’antanni, nel congedare questa raccolta di saggi pirandelliani, a lui va il mio pensiero» (p. 13).
Negli articoli dedicati a Leopardi, Pirandello attacca «lo scientismo positivista» che ha prodotto «eccessi» nella critica letteraria e invoca «una scienza capace di far superare i limiti di un’esegesi che “da noi è spesso o arida e nuda o retorica, superficiale, pedantesca o cervellotica”; una scienza, insomma, in grado di portare la critica estetica, “prima metafisicamente macchinosa”, fuori dagli schemi e dalle “continue contraddizioni” del dispotismo crociano» (p. 33). Gli ultimi tre saggi attengono a Roma, città molto presente sia nella vita di Pirandello sia nelle sue opere: novelle e romanzi.
Come ricorda Nicola Longo, è stato per primo Nino Borsellino, insigne studioso, a dichiarare, diverso tempo fa, che Roma «resta un luogo da esplorare» nell’opera pirandelliana. A Roma Pirandello visse, e la città fu il suo «spazio quotidiano, familiare e sociale che coincide con lo spazio letterario, con la città che proietta la sua immagine in gran parte delle opere» (si veda, di Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, Bari, Laterza, 1991). Lo studioso analizza in modo sempre chiaro e puntuale questa presenza, e ovviamente nell’opera sono richiamate e descritte molte piazze, molte vie romane, come erano ai tempi di Pirandello.
Cito alcune novelle tra le moltissime passate in rassegna dallo studioso, che alludono a luoghi romani: L’eresia Catara, che offre un’idea precisa della collocazione dello Studium Urbis, situato fra l’attuale Corso Rinascimento e Via del Teatro Valle (cfr. p. 70).
Il drammaturgo arrivò nella capitale quando aveva vent’anni e abitò dapprima per circa un mese («fra la metà di novembre e la metà di dicembre del 1887») in casa dello zio materno, Rocco Ricci Gramitto, al numero 456 di Via del Corso. «Inutile fare indagini sul luogo, il numero civico non esiste più e, comunque, non corrisponderebbe all’edificio che stiamo cercando, alle spalle di Via delle Colonnette» (pp. 70-71).
Longo passeggia molto bene nei luoghi della città e nelle opere pirandelliane che contengono la presenza di Roma, ed ecco il riferimento al Caffè di Via Veneto, che si trova nella novella dal titolo L’uomo solo. Viene pure ricordata la via in cui Pirandello abitava, dapprima chiamata Via Alessandro Torlonia e che poi, più tardi, diventerà Via Antonio Bosio (oggi sede della Casa-museo Pirandello), e ad essa si allude nella novella Fuga. Non manca il Campo Verano, che viene presentato in Notizie dal mondo come «una città ridotta». Questa novella è del 1901, mentre dall’altra intitolata Distrazione si colgono riferimenti che «sfiorano la biografia» dello scrittore, che per la prima volta riflette sulla propria morte, e si legge: «Ah, quando muoio io, muoio! Già, al fuoco! È più spiccio e più pulito». E ciò rinvia a quanto Pirandello ha scritto nelle Mie ultime volontà da rispettare, in cui è dato leggere: «morto mi si vesta, mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cocchiere, il cavallo e basta».
Altre vie di Roma sono presenti nella novella L’uomo solo e, per restare sempre nell’ambito delle novelle, in quella intitolata Vexilea regis spunta Piazza San Pietro, «Piazza immensa»; e poi ancora un riferimento all’Appia antica in Il lume dell’altra casa del 1909.
Ugualmente precise e chiare le pagine in cui Longo parla dei romanzi in cui è presente la Città eterna. Ed ecco Il fu Mattia Pascal: «Roma col cuore frantumato». In Suo marito, invece, ci viene offerto «un pezzo di Roma sparita», e poi ancora le passeggiate romane dei vari personaggi, a partire dai colli dell’Aventino, del Gianicolo, di Monte Mario, fino al Ponte Flaminio o al Ponte Nomentano. E pure l’ultima passeggiata che Adriano Meis compie da solo raggiungendo Ponte Molle (il Ponte Milvio degli antichi romani), dopo aver percorso la via Flaminia («probabilmente dalla porta del Popolo», p. 119).
Non mancano i provinciali inurbati e arroganti (si veda Suo marito) e le rovine con la loro solennità tragica; e poi I vecchi e i giovani. Il Risorgimento tradito. Nell’opera gli avvenimenti si svolgono, però, soprattutto in Sicilia e pochi sono quelli ambientati a Roma. La città è la «capitale della corruzione», e poi viene nominato il vecchio patriota «Mauro Mortara. Roma, la città del sogno risorgimentale». Mortara garibaldino, ingenuo e genuino. Poi ecco ancora la Roma antieroica dei Quaderni di Serafino Gubbio operatore e, infine, i «notturni romani».
Un bel libro, questo di Nicola Longo, che getta maggior luce su Pirandello tra Leopardi e Roma.
(fasc. 39, 31 luglio 2021)