Le riviste di cultura in Italia: problemi e prospettive

Author di Pietro Zambrin

Le riviste di cultura nel Novecento italiano sono state determinanti per lo sviluppo non solo, appunto, culturale, ma anche storico del nostro paese[1]. Portando avanti il proprio discorso genuinamente culturale – ma agganciato, per “accidenti” storici, a fatti sociali e politici –, esse costruirono i binari su cui indirizzare l’evoluzione futura. Furono espressione di gruppi, più o meno compatti, di intellettuali dediti ad agire sulla realtà in cui vivevano, «specchio della propria epoca»[2], luogo di costruzione di un pensiero comune.

Pensare a un tanto prominente ruolo culturale per i periodici nel nostro tempo, con la velocità che lo caratterizza e la soglia di attenzione media che si abbassa costantemente (senza considerare che le sacche di semianalfabetismo, specie di ritorno, sono ancora cospicue in Italia), sembra rientrare più nella categoria della cieca speranza nostalgica che in quella di un vero progetto futuro. La fretta, il feticcio della novità per sé, il generale disincentivo al ragionamento critico (provocato, va detto, anche da scelte discutibili da parte della classe dirigente degli ultimi venticinque anni) sembrano distruggere il terreno sul quale si edificava il ruolo pubblico delle riviste. Dunque, se la loro funzione egemonica di comunicazione del pensiero non era veramente minacciata dalla radio, prima, e dalla neonata e non ancora rodata televisione, poi, la crescita esponenziale di quest’ultima, ma in generale tutti i cambiamenti tecnologici degli ultimi quindici anni del ventesimo secolo hanno causato un’importante flessione della presenza delle riviste nel nostro dibattito culturale pubblico. Se il successivo avvento di internet poteva, in un primo tempo, essere considerato il colpo finale per uno strumento che non si adattava più alla contemporaneità, in seguito esso sembra, invece, essersi rivelato una possibilità di sopravvivenza, almeno in prospettiva. Se, infatti, come scrisse Walter Benjamin anticipando l’apertura della sua «Angelus Novus», la prerogativa, la ragion d’essere della rivista è «rendere noto lo spirito del suo tempo»[3], chiaramente il supporto cartaceo non si rivela più adatto a quel compito, e giustamente le riviste (la gran parte) si sono spostate su un supporto più consono alla contemporaneità. Ma, di nuovo, in un tempo in cui la disaffezione al pensiero in sé la fa da padrone, lo spazio critico si assottiglia pericolosamente e sembra non poter più permettere la sopravvivenza di un mezzo che ne ha fatto la propria prima caratteristica. Come già anticipato, il web, se da un lato ha provocato quei cambiamenti psicologici che ne hanno minacciato la conservazione, dall’altro ha permesso finora almeno il persistere del “genere”, e forse il suo sapiente utilizzo rappresenta la via maestra per il rilancio del foglio di argomento culturale.

Eppure, la rivista nativa digitale, o anche la trasposizione digitale di una rivista cartacea, rappresenta di fatto un oggetto nuovo, e sovrapporre le due identità non permette né la comprensione del fenomeno né tantomeno il suo corretto sfruttamento a fini di comunicazione culturale. Il nuovo formato, ad esempio, presenta subito delle difficoltà per chi vuole parlare di riviste nel ventunesimo secolo con nella mente il paragone con quello scorso. Tra tutti, il primo problema sembra essere rappresentato da quella che è la più peculiare caratteristica della rivista: la periodicità non quotidiana. Il cartaceo permetteva, ad esempio, la fedeltà assoluta alla periodicità dichiarata e non consentiva l’intervento immediato su importanti fatti dell’ultimo minuto, ma costringeva invece alla coerenza. Anche quando l’avvenimento fosse stato epocale e in una redazione si fosse sentito il bisogno di esprimersi subito al riguardo, i tempi pratici di preparazione del numero non avrebbero consentito l’immediata manifestazione del proprio pensiero. La digestione degli avvenimenti, insomma, non appartiene prima di tutto agli uomini che compilano un foglio, ma risponde alla costituzione intrinseca del mezzo stesso. Ora, invece, una rivista cartacea che ha una versione web può impiegare, magari, due giorni per mettere insieme un’edizione speciale per entrare in un dibattito momentaneo al quale sente di aver bisogno di portare il proprio contributo. Se il web, insomma, offre innumerevoli possibilità, porta anche maggiore difficoltà alla definizione precisa dell’oggetto. Si vuol dire: tra le molte opportunità che presenta, c’è anche quella del parziale snaturamento della rivista di cultura, che potrebbe diventare tanto simile a un quotidiano da non potersene più distinguere.

La categoria delle riviste web, in sostanza, offre una varietà molto più complessa rispetto a quella delle cartacee e i limiti di demarcazione sbiadiscono. Infatti, nemmeno la periodicità può essere il criterio per distinguere, sul web, riviste da oggetti altri poiché, ad esempio, «già nel voler distinguere con precisione il sito culturale (tanto più se esso dichiara una periodicità prefissata) dalla webzine vera e propria (o e-zine[4] provoca grande difficoltà. Certamente, spesso il discrimine è il rifarsi della webzine a esperienze cartacee precedenti o contemporanee, o la presenza di un direttore responsabile, ma entrambi gli oggetti si fanno forti di obiettivi culturali, di divulgazione, di creazione di dibattiti, e hanno in comune il riferimento a un gruppo di persone che li compilano. Dunque, la periodicità fissa e dichiarata non può essere la condizione per identificare chiaramente le riviste sul web.

Un’altra differenza, una più intrinseca allo scarto tra i due mezzi di diffusione, è quella che riguarda la maggiore (massima) apertura del web rispetto al cartaceo, la democraticità strutturale del primo rispetto alla chiusura naturale del secondo. Infatti, se con il supporto cartaceo era il mercato a imporre la circolazione o l’oblio di un foglio, in base a criteri di qualità (la libreria che lo sceglie e lo espone) e di aderenza ai gusti personali o all’attualità (il lettore o la lettrice che lo compra), sul web tutto trova spazio. Se il pluralismo, di per sé, è sempre un valore positivo e una fonte di arricchimento, non si può, però, dar torto a chi sostiene che, in media, alcune webzines hanno abbassato – sia linguisticamente sia culturalmente – il livello qualitativo del dibattito, e spesso non assolvono alla vecchia funzione di luogo di elaborazione di teorie comuni, ma si risolvono in vetrine «in cui si esibiscono firme ignote, in cerca di visibilità»[5]. Questo è, probabilmente, il vero ostacolo strutturale di internet alla diffusione di vera cultura: il suo affollamento e, soprattutto, la rapidità con cui quello si forma. Lo strumento digitale è portatore di contraddittorietà: da un lato, con la sua massima apertura globale e la possibilità dell’interazione istantanea, costituirebbe il sostrato ideale per un rinnovato e arricchito dibattito culturale; dall’altro, quella stessa apertura e rapidità stracciano ciò su cui posa la stessa possibilità della riflessione fertile e foriera di veri cambiamenti, cioè la disponibilità di tempo. I brevi articoli che tanto bene si adattano alla forma del web non consentono spesso di sviscerare i contenuti in maniera costruttiva, mentre quelli lunghi e critici da cartaceo trasposti su internet talvolta incontrano comunque difficoltà nella circolazione.

Risulta evidente che, pur quando i due oggetti (rivista cartacea e webzine) possano essere sovrapposti in base ai contenuti culturali e al serio impegno di divulgazione, si prestano intrinsecamente a due usi profondamente diversi. La sopravvivenza del foglio culturale non può essere garantita né dall’ostinazione a rifiutare il nuovo mezzo digitale né dalla sua totale accettazione. Il futuro delle riviste culturali che vogliano intervenire materialmente sul proprio tempo (come le novecentesche) potrà nascere dalla sintesi del nuovo strumento con la vecchia (e inesausta) vocazione alla riflessione critica e alla prospettiva di cambiamento: la cultura deve trovare di nuovo la propria voce. La sfida è grande, ma gli intelletti e le volontà collettive per fortuna non mancano.

Prospettive

Il dibattito sull’incerto futuro delle pubblicazioni culturali è quantomai aperto e vivo. La classe (se di classe si può ancora parlare) degli intellettuali non rinuncia a giocare un ruolo decisivo nella critica del presente, e cerca nuovi strumenti per la promozione dei propri contenuti. Ne è dimostrazione la fondazione, nel 2003, del CRIC[6] (Coordinamento riviste italiane di cultura), strumento associativo che raccoglie ad oggi più di cento fra le più importanti e prestigiose riviste culturali italiane, quelle pubblicazioni che «animano il dibattito delle idee, in ogni campo del pensiero e della creatività»[7]. Tra gli scopi del CRIC c’è quello di rappresentare la più vasta gamma possibile di riviste culturali di ogni argomento, dal pensiero politico alla critica letteraria, alla satira, all’arte, e di «valorizzarne il ruolo e di realizzare iniziative che favoriscano la loro diffusione»[8]. Nello statuto del Coordinamento vengono elencati gli scopi precisi dell’associazione.

A metà tra il sindacato e il mezzo di promozione, la sua esistenza mostra entrambi gli aspetti del dibattito in questione: da un lato, l’estrema difficoltà in cui versa il sistema della comunicazione culturale; dall’altro, la ferma volontà di ribaltare la situazione e darvi nuovo impulso. Inoltre, si noti che la necessità dell’associazione, che di per sé rappresenta un fattore sempre positivo, è stata generata da una situazione di crisi e sta a significare lo stato di solitudine in cui si trovano i promotori culturali nel nostro paese. Infatti, nel 1981 fu promulgata una legge (n. 416 del 5 agosto) che istituiva dei contributi in denaro per quelle pubblicazioni che si fossero distinte per l’elevato valore culturale. Regolamentata con un decreto del presidente della Repubblica (n. 254 del 2 maggio 1983), si previde di tener conto

[dell’] esclusività del carattere culturale con riferimento al contenuto; [del] rigore scientifico nella trattazione degli argomenti; […] della qualità e dell’impegno nella composizione grafica dei testi […]; della continuità e della regolarità delle pubblicazioni […][9].

Ebbene, questi premi, tuttora in vigore, sono andati via via diminuendo negli anni, finendo per concausare le difficoltà economiche delle riviste culturali. Paradossalmente, quei contributi, evidentemente istituiti per salvaguardare le pubblicazioni meritevoli in pericolo di vita, sono andati diminuendo proprio negli anni in cui quelle pubblicazioni più ne avrebbero avuto bisogno, essendo quelle difficoltà economiche state generate anche dalla flessione della distribuzione delle stesse.

Certamente le difficoltà sono anche di tipo economico, ma il dibattito non può concentrarsi sulla richiesta di soldi all’autorità statale per uscire dallo stallo in cui si trova. I problemi, lo si è visto, sono di mezzo e di modo, e i temi che sviluppa il CRIC sono esattamente quelli delineati sopra: compenetrazione tra cartaceo e web, modulazione della comunicazione, difficoltà amministrative.

Il presidente del CRIC, il professor Valdo Spini, fra le attività dell’associazione promuove eventi e dibattiti con il preciso tema del futuro delle riviste di cultura, e non manca di intervenire altrove, in prima persona, per tentare di compiere il lavoro che l’associazione si è prefissa. In uno di questi interventi, che peraltro curiosamente l’andamento di questa ricerca ricalca abbastanza, si possono trovare alcune considerazioni e alcune proposte riguardo al futuro delle riviste culturali. A proposito delle difficoltà legate all’amministrazione nazionale o regionale, Spini riconosce che la necessità associativa è stata generata da un’assenza di attenzione da parte della politica centrale. Soprattutto le riviste di cultura, infatti, hanno difficoltà a incontrare nuovi lettori, dal momento che nelle librerie i periodici sono sempre meno numerosi e peggio esposti, e non è certo colpa dei librai se ormai venderli non conviene più. Inoltre, più la rivista è specialistica più tende a diffondersi in circoli chiusi, perdendo così la possibilità di espansione del proprio lettorato. Stato centrale, Regioni, Province dovrebbero incentivare le occasioni di incontro delle riviste tra loro e con potenziali nuovi lettori, promuovendo fiere, festival e conferenze. In questo senso, scrive Spini, «non si tratta quindi di ‹alfabetizzare› quote crescenti di cittadini, ma in un certo senso di ri-alfabetizzare a quel confronto collettivo che le riviste consentono»[10].

Peraltro, in Italia il Centro per il libro e la lettura, istituito nel 2007, non ha competenza sulle riviste di cultura, che dipendono direttamente dalla Direzione generale Biblioteche e diritto d’autore che però, dice Spini, «di fatto, non ha gli strumenti per occuparsene»[11]. In Francia, invece, il Centre National du Livre (creato più di dieci anni prima rispetto all’Italia) sostiene direttamente il Salon de la Revue.

In effetti, a essere in stato di arretratezza (e abbandono) in Italia non è solo il sistema delle riviste culturali, ma quello culturale in sé. Le biblioteche sono in ritardo rispetto all’Europa sulla digitalizzazione delle risorse, i tempi per i prestiti interbibliotecari sono ancora insensatamente lunghi, il tasso di lettura è stabile ma basso[12]. Tutto ciò comporta la mancata possibilità di acculturazione, soprattutto nella fascia di età di chi familiarità con le riviste non ne ha mai avuta. Certamente, un fattore nel calo della presenza pubblica delle riviste dev’essere rintracciato anche nella resistenza all’ammodernamento di alcune di esse. In effetti, quella tra il rendersi più appetibili e mantenere la prerogativa fondamentale di serietà è una tensione dal complicato equilibrio. La sfida, dunque, è la seguente: «come non cedere a mode che svilirebbero il valore culturale delle riviste e come al tempo stesso farsi leggere in particolare dalle giovani generazioni»[13].

Un altro canale non a sufficienza (o per niente) sfruttato dalle pubblicazioni culturali è quello delle telecomunicazioni. Se fino a metà del Novecento in Italia l’unico altro mezzo di comunicazione oltre alla carta stampata era la radio – e c’era una precisa divisione dei ruoli tra le due, cosa che per molto tempo si è riproposta con l’avvento della televisione, che ancora non si era affrancata dalla madre marconiana –, ora i mezzi di comunicazione radiotelevisivi sono a dir poco egemoni, e la diffusione culturale deve tener conto del vantaggio che comporterebbe farsi promuovere da quelli.

Un ottimo esempio di compenetrazione tra web e cartaceo, che già si sta adottando, è quello di utilizzare il sito internet come una sorta di archivio in cui poter recuperare i vecchi numeri e poter vendere articoli “sfusi”, mentre il cartaceo resterebbe l’unico supporto del numero corrente della rivista. Queste idee sono tutte buone e condivisibili, e applicabili quasi tutte nell’immediato. Eppure, è convinzione di chi scrive che una semplice collaborazione tra i due mezzi non sia sufficiente per un vero rilancio della comunicazione culturale. La riflessione è complicata, ma bisogna sforzarsi di pensare a un mezzo in qualche modo terzo, una vera e propria sintesi, invece di una semplice divisione del lavoro tra internet e carta.

I benefici del web, comunque, se forse prima erano da molti accettati controvoglia, quasi come un lato negativo della propria rinuncia più che una vera possibilità da sfruttare, si sono fatti più che evidenti nel corso del 2020. È stato ricordato dallo stesso presidente Spini, in occasione della Giornata nazionale delle riviste italiane di cultura (iniziativa, non serve dirlo, lanciata dal CRIC), tenutasi il 15 dicembre 2020[14]. Il tema dell’incontro era Le riviste italiane di cultura. Le innovazioni e le sfide.

In quell’occasione, Spini ha comunicato alcuni dati provenienti da un’indagine del CRIC su come le riviste italiane abbiano affrontato la pandemia. Risulta che «il 17% delle riviste culturali italiane ha visto un certo aumento di lettori durante i mesi della pandemia» e che quasi l’80% ha, invece, iniziato a lanciare eventi online, e continuato a farlo, «forma sconosciuta al 70% delle riviste, prima dell’emergenza sanitaria»[15]. Sono dati che mostrano che, se da un lato il sistema culturale italiano – di cui una grandissima parte ha dovuto vedercisi costretta per affrontare il web – è rigido, e non solo dal punto di vista dell’amministrazione, dall’altro è stato capace di grande e piuttosto repentina flessibilità nel momento della necessità. E ravvivano, perdipiù, la convinzione che la strada per un futuro florido della comunicazione culturale passi anche da un utilizzo sapiente di quello strumento.

Inoltre, si deve tener conto di un altro mutamento di paradigma rispetto al secolo scorso. Se, infatti, la potenza di generare cambiamento nel Novecento è stata monopolio delle idee (tra i vari epiteti che sono stati associati al ventesimo c’è quello di «secolo delle ideologie»), ora esse hanno perso quella forza. Ciò che ha più valore ora, nel mondo globalizzato e ipervelocizzato (e si parla in questo caso anche di valore economico), sono i dati, le informazioni. L’esempio delle avanguardie novecentesche (riviste come «La Voce», «Poesia», «Lacerba», che tra il 1905 e il 1916 per prime interpretarono il proprio ruolo in senso di intervento culturale), nonostante esse agissero secondo il “vecchio” paradigma delle grandi idee, insegna però che non c’è movimento che sia puramente culturale. Anche quando si fa solo cultura (arte, letteratura, musica), ci si adagia su una concezione che è di cambiamento globale (il «possesso integrale della realtà»). Il ruolo degli intellettuali è pubblico perché essi interpretano la realtà, i fatti che accadono. Dunque, gli intellettuali dovrebbero anche oggi essere in grado di “controllare” l’informazione. È il caso di diffidare di chi pretende di fornire un’informazione “vergine” e oggettiva, perché anche il fornirla è stato preceduto da una scelta, e comunque non esistono narrazioni umane che siano “vergini”. Allora, il settore dell’informazione è da considerarsi oggi estremamente importante per fini culturali. Il 2020 ha fornito la prova anche di ciò, dell’importanza della coscienza di coloro che gestiscono l’informazione, e della necessità di una loro educazione prima di tutto culturale, in generale, e poi specifica per ogni ambito. Una società tanto numerosa e sottoposta a tanti stimoli diversi non può permettere che l’informazione sia controllata da interessi altri rispetto a quelli educativi e “propedeutici”.

Come, d’altronde, in ogni ambito dell’editoria, il futuro è ancora incerto per le riviste culturali, ma gli animi non sono sconfitti e, finché si continuerà a ragionare sui problemi e a cercare nuove idee, si potrà garantire la sopravvivenza di un ambito tanto fondamentale per la crescita umana, perché i tempi che stiamo vivendo impongono con forza il ritorno di vigore nell’impegno culturale.

In pratica

Dopo aver fatto una ricognizione – supportata da dati relativamente recenti, ma pur sempre di tipo teorico – dei problemi che il sistema delle riviste culturali deve affrontare da circa vent’anni e degli strumenti che si sta cercando di approntare per le sfide presenti e future, il discorso sarebbe incompleto se non sfociasse in un confronto pratico. E, non avendo chi scrive esperienza nella compilazione di riviste, il muro da cui ricavare l’eco è stato necessariamente esterno e non interno. È per questo che si è ricorsi al metodo della conversazione. Si noti: conversazione e non intervista. Può sembrare una questione essenzialmente lessicale, ma non lo è: un’intervista si compone di domande e risposte, mentre una conversazione è luogo di condivisione, comprensione e confronto.

Pietro Forti è responsabile della redazione di attualità della rivista romana «Scomodo». Ha ventitré anni e studia Storia presso l’Università degli Studi di Roma Tre. Non è il fondatore di «Scomodo», ma è stato tra i suoi primissimi collaboratori, vista l’esperienza di direzione del giornale del suo liceo, nonché uno degli ultimi rimasti di quel nucleo.

«Scomodo» è una rivista mensile nata a Roma nell’estate del 2016, distribuita nel solo formato cartaceo fino al marzo 2020. Autodefinitasi «la redazione under venticinque più grande d’Italia» e presente in vari ambiti culturali, si distingue per l’impegno in scuola e università, coscienza ecologica, diritti umani, emergenza abitativa. Nella seguente Conversazione si troveranno in corsivo le parole di chi ora scrive, in tondo quelle di Pietro Forti.

Conversazione con Pietro Forti

Una volta scelto «Scomodo» per questo intervento, preparandomi alla nostra conversazione, ho notato che nella vostra biografia di Instagram vi presentate così: «intorno alla rivista un mondo di idee, sogni, speranze che diventano realtà» e vi ho subito trovato un parallelo con le riviste di intervento culturale del primo Novecento, che per prime hanno sentito presente quella vocazione all’azione. Quelle erano espressioni delle avanguardie, di quei moti specificamente giovanili di ribellione a tutto ciò che era passato e di slancio creativo per un futuro diverso. Tu senti che ci sia uno spirito simile dentro «Scomodo»?

Personalmente sì, ne sono convinto. Alla fine, «Scomodo» nasce prima come realtà sociale che come giornale, anzi il giornale è nato come espressione di quel movimento dentro il quale c’erano istanze e temi che venivano portati avanti. Inoltre, la grande forza trainante di «Scomodo» prima della pandemia era il movimentismo; uno dei nostri argomenti più importanti e decisamente il collante più forte è stata la lotta per uno spazio: Spin Time Labs[16]. Spin Time Labs rientra in un percorso che è sociale e politico[17]; dunque sì, direi che la tensione a costruire qualcosa ce l’abbiamo eccome.

«Scomodo» ha sempre avuto due anime, di cui la prima è quella del giornale, di lavoro intenso e ingombrante anche a livello di ricerca culturale. Non è più solamente un giornale volontario: con molta cautela stiamo riuscendo a introdurre delle piccole retribuzioni, perché ci sono persone che hanno carichi di lavoro che gratuitamente non sono sostenibili. Banalmente, io sono in ritardo di due anni sulla mia laurea triennale. Dunque, da una parte l’anima del giornale e dall’altra – cosa che purtroppo è durata fino a inizio 2020 – la grande forza trainante di «Scomodo» erano gli eventi sociali. E durante tutto il primo anno avevano funzionato, avevamo fatto pochi debiti per stampare il giornale (stampavamo allora e tuttora 7500 copie mensili ed è una spesa grossa) e al tempo gli unici introiti che avevamo venivano dalle «Notti scomode», che organizzavamo un paio di volte l’anno in diversi posti in città. Dunque, c’è sempre stata questa duplicità, che in certi momenti ci ha anche creato problemi, perché alcune persone si occupavano solo del giornale e altre solo dell’aspetto movimentistico. Poi, chiaramente il secondo si è dovuto riadattare molto a questa nuova vita del 2020 e, se è stato possibile riadattarlo a Roma dove siamo nati, a Milano, Torino e Napoli (dove abbiamo aperto da poco le nuove redazioni) è stato molto difficile, perché di fatto non eravamo presenti. A Roma avevamo già un progetto, che era la costruzione della redazione in una parte di Spin Time Labs. Durante l’estate c’è stato di nuovo il movimento che ci piace, che unisce tutti i ragazzi, che costruisce. L’abbiamo ristrutturato tutti insieme, spendendo anche soldi che non avevamo, ma li abbiamo spesi per un bene comune.

Vi definite la redazione under venticinque più grande d’Italia.

La stragrande maggioranza della redazione lo è, direi più del novanta percento; poi crescendo abbiamo coinvolto persone che hanno qualche anno in più, come il responsabile della redazione di cultura, che ne ha ventinove. Temo che presto ci toccherà cambiare la descrizione in under trenta.

Io e te siamo praticamente coetanei. Come generazione viviamo il dramma di poter veramente visualizzare l’apocalisse, la fine di tutto. L’impegno culturale e sociale di «Scomodo» inizia anche da questa coscienza? Che, se nel Novecento si trattava di costruire un futuro diverso, ora diventa costruirlo e basta?

Da una parte, non abbiamo mai abbracciato – a parte l’aspetto identitario, perché, se sei un giornale che unisce più ragazzi in tutta Italia, come siamo, è giusto dirlo – questo aspetto della questione generazionale, e penso che sia un bene. Moltissime volte, quando si parla della questione generazionale, si dice che, se siamo senza futuro, è colpa dei boomers[18], e questi sono discorsi antipolitici in senso spregiativo. Con un approccio del genere, però, si penalizza il discorso. Guarda, ad esempio, i «Fridays for future»: sono giovanissimi, e per loro sarebbe molto facile incolpare ciecamente le generazioni precedenti, ma si scagliano, invece, contro chi ha responsabilità precise al riguardo. Una delle prime volte che abbiamo visto Greta Thunberg in televisione è stato quando ha parlato ai leader mondiali. Questo è importante, dal nostro punto di vista: bisogna rendersi conto che la nostra generazione deve affrontare dei problemi nuovi rispetto a quelle precedenti, ma bisogna farlo in modo critico e costruttivo. Va bene la rabbia generazionale, ma riversarla ciecamente sulla generazione precedente non è la soluzione. Il problema della nostra situazione certamente ce lo poniamo, ma non lo imponiamo alla nostra discussione, perché c’è il rischio di monopolizzare in quel senso il dibattito, che invece vogliamo tenere aperto a tutte le istanze.

Dunque spirito critico, voglia di masticare i fatti che succedono. Di andare a fondo senza fermarsi a una narrazione superficiale, di capire da dove nasce quella narrazione, e soprattutto quale sia la narrazione migliore. Perché il tipo di narrazione che si sceglie risponde al tipo di effetto che si vuole avere su chi la riceve.

Sì, senza dubbio quello è il nostro approccio.

Vi sentite intellettuali?

No, nel senso che non abbiamo studiato abbastanza. Ci sono figure che si espongono molto di più a livello “di base”, che chiamerei intellettuali. Per esempio: una delle figure che sono più vicine a noi, Walter Tocci, con un lungo passato istituzionale, ha le proprie idee e ne parla il più possibile, ma senza grandi eventi per vendere libri o comparsate in televisione. «Scomodo» non può essere intellettuale perché ci manca quell’aspetto di conoscenza approfondita di più argomenti. Noi scriviamo e parliamo di tutto, documentandoci e portando il nostro punto di vista, ma ci manca la preparazione per definirci intellettuali. Se mi chiedi, invece, se da «Scomodo» possano uscire dei veri intellettuali, per l’abitudine che abbiamo a raccogliere le idee in assemblea, a parlarne con gli altri da pari, a ragionare a fondo su tutto, allora sì, quello lo possiamo fare.

Una palestra intellettuale, dunque.

Sì, decisamente.

Mi sembra di capire che credi che l’intellettuale, se si espone troppo o si istituzionalizza, perde la propria funzione educativa.

Non credo sia una questione di istituzionalizzarsi, ma proprio di parlare troppo. Penso a tante figure che nel nostro paese vengono considerate intellettuali e a mio avviso non lo sono. A forza di voler sempre dare l’opinione pur uscendo dalla propria zona di competenza, di pretendere di avere sempre il punto di vista più originale, anche su fatti da cui si è distanti, si finisce per dire sciocchezze e fare brutte figure.

A livello politico, invece, riconoscete la “vecchia” politica, il palazzo e le sue dinamiche come vero interlocutore, che veramente potrebbe accogliere certe istanze?

Come su tante cose, su questo non abbiamo una linea precisa. Mi sento, però, di dire che, basandosi sull’osservazione della realtà, nessuno di noi vede in quel mondo dei partiti, istituzionale, il modo privilegiato di fare politica. Sulla crisi di governo, ad esempio, abbiamo scritto qualche cosa, ma preferiamo parlare di manifestazioni di piazza, di moti popolari. Non ci piace addentrarci troppo nelle dinamiche di palazzo, ma forse dovremmo. I nostri lettori sono giovani e potrebbero avere bisogno di ricevere delle notizie da una fonte che percepiscono vicina. Questo ci ha costretto a riflettere sul nostro modo di portare avanti i discorsi. Siamo sempre stati un mensile, per cui il tempo consentiva la digestione e la riflessione. Ora che siamo anche sul web, la sfida sta diventando un’altra. Ci siamo dovuti porre il problema: vogliamo continuare ad arrivare ultimi sui fatti, come ci piace fare? Sentiamo la responsabilità di dare subito l’informazione ai nostri lettori oppure no? Per tornare sulla politica, non ci riconosciamo in quell’ambiente. Abbiamo avuto una linea molto dura sulle istituzioni e avevamo deciso di non partecipare a nessun bando. Però, il giornale e il movimento sono cresciuti ed è diventato difficile evitare certi interlocutori.

Quindi è un rapporto di tipo strumentale?

Sì, non aspiriamo ad avere rapporti organici, ma decidiamo di fare singoli progetti anche in collaborazione con le istituzioni, solamente se è qualcosa in cui crediamo davvero.

Mi dicevi prima che avete scelto di non mettere un colore politico in primo piano: è dipeso da una volontà di inclusione?

Su una serie di valori non transigiamo. Però, allo stesso tempo ci siamo sempre posti il problema di quanto definirci, e abbiamo deciso di lasciare che l’assemblea si definisse da sola. «Scomodo» ha sempre avuto l’assemblea come dinamica di base del lavoro, e ci siamo resi conto del fatto che definirci politicamente in maniera molto stringente avrebbe potuto essere pericoloso per la nostra volontà di non chiudere le porte a nessuno. Abbiamo sempre detto di essere un giornale aperto, volontario.

Peraltro, è difficile porsi certi problemi di definizione quando ci sono altri temi pressanti, e soprattutto se sul fatto concreto la si pensa allo stesso modo. Noi siamo di un certo tipo di sinistra: il nostro spazio è in un centro sociale a scopo abitativo. Però, mi sembrerebbe difficile, ad esempio, chiudere le porte a chi non è mai stato in un’occupazione abitativa. Sentiamo la responsabilità nei confronti di chi è un po’ più giovane di noi (o più grande, ogni tanto), nei confronti del nostro lettorato, e li spingiamo in una determinata direzione, ma non ci poniamo barriere perché vorrebbe dire diventare settari. Se vuoi essere un giornale ampiamente distribuito, essere settari non ha senso.

Quindi, più che un rinnovamento politico, quello che persegue «Scomodo» è un risveglio, un miglioramento culturale che magari tra cinque, dieci, quindici anni potrebbe risolversi in un cambiamento sociale e politico?

Sì, e non dobbiamo essere noi a farlo. Se un ragazzo o una ragazza che legge «Scomodo», che non ci conosce personalmente, prende ispirazione da quello che scriviamo e si candida a un ruolo politico, siamo con lui o con lei, ma dopo aver letto il programma. A noi non interessa solo che sia giovane. Tra l’altro, l’opposizione al più giovane presidente del Consiglio italiano è stata probabilmente uno dei nostri primi argomenti, nel 2014, quando il giornale non c’era ancora. Già lì avevamo capito che la questione generazionale a volte può essere un paraocchi.

Rispetto a più di cent’anni fa sono cambiate tante cose. Senza scomodare la morte delle ideologie, è vero che, se prima le rivoluzioni si preparavano con le idee, anche artistiche o letterarie, ora non si può più fare, perché arte e letteratura non hanno più un vero spazio pubblico. Ora mi sembra che il vero potere sia nei dati, nelle informazioni. Tu sei responsabile della sezione di attualità di «Scomodo». Che ne pensi?

È un argomento molto difficile. È anche un problema che mi pongo per il mio futuro da giornalista. Dovrei specializzarmi o mantenere una formazione trasversale, dato che sono convinto che sulla società si debba avere una visione onnicomprensiva? Credo che sia con un approccio intersezionale che si fanno le rivoluzioni. Al di là di questo, devo dire che comunque il nostro rapporto con la notizia è genuino. Per nostra formazione non possiamo non arrivare tardi sulle cose. D’altro canto, crediamo che la rivista debba rimanere sempre indipendente, e veniva da lì la nostra paura dell’istituzione all’inizio. Se si fa cultura e informazione dipendendo da terzi, non si possono avere visioni di cambiamento. Perché, dietro il cosa si dice e il come lo si dice, c’è sempre un’idea. Nel momento in cui si decide di dare la notizia, già si mette un paletto. Dando una notizia in modo fazioso, accompagnandola con una parvenza di competenza e oggettività, si prende una posizione ben precisa. Noi di «Scomodo» abbiamo la possibilità di dare una narrazione alternativa su molte cose, ma non abbiamo ancora quella di imporla, perché siamo sempre in evoluzione. Più si cresce, più si allarga il gruppo e più idee diverse si devono conciliare. Avevamo trovato una comfort zone a Roma; poi da Milano, Torino e Napoli sono entrate persone provenienti dagli ambienti più disparati che danno gli stimoli più diversi: ci siamo arricchiti. La cosa che mi sento di poter dire è che vogliamo arrivare piano sull’informazione, sviscerarla, restare indipendenti: così si potrà essere genuini e parlare alle persone. L’opposto di questo porta dove non si deve andare, soprattutto se si cerca il cambiamento.

La pandemia ha, per forza di cose, cambiato anche il modo in cui si fa cultura e informazione. Com’è stato per voi?

È stata una rivoluzione. Fino alla primavera del 2020 l’aspetto che distingueva «Scomodo» rispetto al resto dei periodici era l’essere solo cartaceo, e tuttora il centro dell’attività editoriale è il cartaceo. Evitavamo il web in maniera quasi religiosa. Poi, pur lavorando sempre al mensile fisico, ma senza la possibilità di distribuirlo nelle librerie, nelle scuole, nelle università, abbiamo avuto la necessità di farci sentire in altro modo. Abbiamo deciso di accelerare i tempi e compiere un passo che non era propriamente nella nostra natura e abbiamo messo i nostri articoli sul web. I nostri numeri sono esplosi: prima del passaggio al web avevamo circa 300 abbonati, ora un migliaio; avevamo ventimila followers su Instagram, ora più del doppio. Ci siamo un po’ snaturati, perché non avevamo mai prestato molta attenzione ai numeri del web, e tuttora non siamo esperti nella gestione del sito. Ma la crescita ci fa ben sperare. Comunque, non penso che sia stato l’approdo al web in sé, perché prima del lockdown avevamo un po’ preparato “l’espansione”, e il numero di marzo è stato il primo risultato del lavoro delle tre redazioni nazionali: Roma, Milano, Torino. Ora stiamo aggiungendo Napoli.

L’emergenza sanitaria ci ha anche dato un carico di responsabilità, perché ci ha tolto la possibilità di fare le cose in maniera non emergenziale. Ora sento che abbiamo il fiato sul collo. Sappiamo che «Scomodo», qualsiasi cosa faccia, neanche sappiamo bene il perché, ha qualcuno sopra la spalla che gli dice: «corri e fai bene le cose, ma fa’ in fretta perché ne va del futuro tuo e di tutta la tua generazione». In questo è stata una bella sveglia.

Quelli sopra riportati sono brani di un colloquio con un rappresentante di una rivista che si occupa, in generale, di cultura e che ha collaboratori la cui età media è molto bassa. Direzionando la conversazione su argomenti di attualità nel tentativo di individuare le possibilità di un nuovo intervento culturale da parte delle riviste, ci è parso di riconoscere elementi comuni tra questa generazione e quella che ha costituito le avanguardie di inizio Novecento, i cui componenti, al principio dell’esperienza, erano coetanei di chi scrive, di Pietro Forti e della gran parte della redazione di «Scomodo». Negli animatori della rivista in questione sono presenti moti e sofferenze della stessa natura di quelli che venivano avvertiti a inizio Novecento: l’impegno culturale che cerca un effetto sociale o politico, la consapevolezza di rappresentare in sé una novità rispetto alle generazioni precedenti, la volontà di costruzione collettiva di un futuro a partire da comuni visioni culturali. È stato confermato che, in ambito culturale, non esistono argomenti “puri”, ma qualsiasi visione, per quanto non immediatamente collegata a fatti quotidiani, non può che risolversi in azione sociale e politica. Tornando al tema specifico, si è potuto riconoscere che tuttora ciò che distingue l’intellettuale è l’abitudine – a metà tra tendenza innata e metodo autoimposto – a sviscerare i fatti e a smascherare le interpretazioni, in uno sforzo collettivo di educazione reciproca di se stessi e degli altri; che la rivista è un importante luogo specifico in cui nasce e si sviluppa questo sforzo; che l’utilizzo il più possibile sapiente del mezzo digitale non può che favorire l’aumento della forza e della gittata della comunicazione culturale.

In tema di costruzione del futuro, l’esempio di «Scomodo» calza particolarmente e propone da sé un’allegoria. Il lavoro di ristrutturazione di uno spazio, il lavoro fisico oltre a quello culturale, è l’attuazione più immediata di quella volontà di nuova edificazione.

Altro punto da sottolineare è il senso di responsabilità che Forti ha espresso a fine conversazione. Se non dice di rifiutare completamente l’operato delle generazioni precedenti, è però ben chiara la consapevolezza di dover cambiare. Si è detto come sia missione di questa generazione costruirsi da sé un futuro che l’imminente collasso planetario minaccia. Bene, quel fiato sul collo e quel pesante senso di responsabilità dicono che, prima ancora di costruirlo, forse la prima missione è quella di salvarlo, il futuro. L’intervento culturale, di formazione e risveglio di coscienze collettive, dovrebbe essere il primo passo.

Una nota: la dichiarazione di Pietro Forti di non sentirsi un intellettuale (chissà se qualche suo compagno direbbe diversamente) è da prendere come l’espressione di uno spirito che tende alla critica – in questo caso la critica è verso se stesso –, e l’attitudine alla critica, come ben sappiamo, è prerogativa dell’intellettuale. Inoltre, ciò che fece sì che gli intellettuali, per la prima volta a inizio Novecento, si riconoscessero tra loro fu proprio la condivisione del lavoro culturale quotidiano. Lo stesso cambiamento di “etichetta” da «letterato» a «intellettuale» ebbe a che fare con il lavoro[19]. Ci si sente, allora, di poter contraddire Forti, considerandolo tale. Quel rifiuto ha pure, a nostro avviso, a che fare con la degradazione che la parola “intellettuale” ha subìto ultimamente, specie in relazione al rapporto fra intellettuali e mondo reale. Senza dubbio, l’intellettuale deve avere aderenza alla realtà, che interpreta a partire dalle proprie categorie, condivise all’interno di un gruppo. L’insieme delle elaborazioni originali dei vari gruppi di intellettuali costituisce ciò che chiamiamo «dibattito», che è la prassi precisa dell’intervento culturale. In definitiva, dunque, l’intellettuale è colui che, con il proprio lavoro quotidiano, interpreta e scompone in modo critico la realtà, in vista del suo cambiamento concreto.

In conclusione, nonostante la coscienza della situazione di crisi che sta attraversando ormai da anni il settore dell’editoria culturale in generale, riteniamo ci sia da aver fede. Il dibattito è vivo e teso al miglioramento unilaterale della situazione, e sembra che la direzione sia chiara. Peraltro, pare che il rinnovamento sia stato favorito da due fattori a lunga distanza: se prima lo stato di difficoltà in cui versava il settore in generale ha fatto sì che molti soggetti si associassero tra loro collettivizzando lo sforzo, molto più recentemente un’emergenza sanitaria globale ha costretto a confrontarsi con il mezzo digitale anche i più recalcitranti.

I due menzionati “miglioramenti” hanno un minimo comun denominatore: internet come condizione di possibilità. Se è vero che è un mezzo dalla natura troppo veloce e mutevole per consentire la riflessione che è necessaria alla fertile interpretazione della realtà, bisognerà trovare il giusto modo di soddisfare entrambe le necessità: questa e quella del raggiungimento della maggior risonanza possibile. L’intensità del dibattito e gli ultimi piccoli slanci sono un ottimo segnale, poiché la ricerca di un modo nuovo per l’intervento culturale è essa stessa un tipo di intervento culturale, almeno come sua fase embrionale. L’incontro di diversi punti di vista che, dunque, costituisce il dibattito dovrebbe preparare il terreno per un nuovo ispessimento del ruolo degli intellettuali sul suolo pubblico, che i tempi che viviamo più che mai impongono.

  1. Si tratta di un estratto della tesi di Laurea magistrale dal titolo Riviste e intervento in Italia tra il Novecento e i giorni nostri, discussa nel marzo del 2021 presso Sapienza Università di Roma: relatrice la prof.ssa Maria Panetta e correlatore il prof. Francesco Saverio Vetere.
  2. E. Mondello, L’avventura delle riviste, Roma, Robin, 2012, p. 5.
  3. Ibidem.
  4. Ivi, p. 6.
  5. Ivi, p. 7.
  6. Cfr. l’URL: https://www.cric-rivisteculturali.it/.
  7. Ibidem.
  8. Ibidem.
  9. Cfr. l’URL: https://www.librari.beniculturali.it/it/documenti/Normativa/DPR2maggio1983.pdf.
  10. V. Spini, Intervento al Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio in occasione di «Florens 2010», Firenze, 16 novembre 2010. Ora: Il ruolo delle riviste di cultura nel XXI secolo, in «Biblioteche oggi», dicembre 2010.
  11. Ibidem.
  12. Dal 2018 al 2019 la percentuale di lettori e lettrici di età superiore ai sei anni è scesa dal 40,6% al 40%. Fonte Istat: «Rapporto sulla produzione e lettura di libri in Italia», pubblicato l’11 gennaio 2021. I valori si riferiscono all’anno 2019. Cfr.: https://www.istat.it/it/files//2019/12/Report-Produzione-lettura-libri-2018.pdf (2018) e https://www.istat.it/it/files//2021/01/REPORT_LIBRI-REV_def.pdf (2019).
  13. V. Spini, Intervento al Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio in occasione di «Florens 2010», cit.
  14. Cui ha partecipato anche la stessa «Diacritica»: cfr. https://www.cric-rivisteculturali.it/le-riviste-italiane-di-cultura-le-innovazioni-e-le-sfide/ [N.d.R.].
  15. Redazione, Valdo Spini. La pandemia non ferma la cultura; cfr. l’URL: https://riforma.it/it/articolo/2020/12/14/valdo-spini-la-pandemia-non-ferma-la-cultura.
  16. Spin Time Labs è un’occupazione a scopo abitativo situata a Roma, in via di Santa Croce in Gerusalemme, 55. Un tempo sede centrale dell’INPDAP, «è stato al centro di una svendita esemplare della gestione illogica e nociva patrimonio pubblico della città. Dal 2004 il palazzo è proprietà del Fondo Immobili Pubblici (FIP), di proprietà di Investire Immobiliare S.g.r., controllata da Banca Finnat, e la gestione dell’immobile è oggetto di una sentenza della Corte dei Conti che ne sottolinea i difetti in termini di gestione in favore della collettività», nelle parole che hanno usato gli animatori di «Scomodo» preparando il lancio della redazione che hanno costruito nel palazzo. Ad oggi ospita un gran numero di persone senza fissa dimora di ogni etnia.
  17. Si rimanda alla pagina Facebook del movimento per una conoscenza diretta: https://www.facebook.com/LiberareRoma/about/?ref=page_internal.
  18. Parola di recente formazione, viene usata per indicare in senso spregiativo i nati negli anni del baby boom, ossia tra il 1946 e il 1964. È nata come termine della generazione Z (i nati dal 1996 al 2010) per marcare una mentalità radicalmente differente.
  19. Le due nozioni sono apparentemente equivalenti: esse però, pur riferendosi potenzialmente alla stessa persona, ne evocano due aspetti diversi. La parola «letterato» si riferisce a uno stato di cose, a un grado di erudizione, a uno status sociale al quale però non corrisponde una classe. In poche parole, si riferisce a un’origine, a una fonte, a qualcosa di precedente. La parola «intellettuale», invece, evoca l’aspetto di spendibilità di quella erudizione, una direzione frontale, a venire, di foce. Prendendo ad esempio una persona ideale, l’aspetto di «letterato» indica gli strumenti culturali di cui essa dispone, mentre l’aspetto di «intellettuale» indica la fase di messa in pratica di quegli strumenti. La vera differenza, dunque, è nel lavoro, o meglio nella necessità del lavoro. La classe dei letterati, infatti, da che era esistita, era sempre stata economicamente indipendente, e anche chi era mantenuto da un mecenate non aveva preoccupazioni economiche impellenti che lo costringessero a vendere la singola prestazione. Persa l’indipendenza economica, la quale era garantita dallo stato di straordinaria erudizione che vantava quella categoria di uomini (in virtù della quale erano denominati «letterati»), con l’aggiunta della subordinazione al lavoro quotidiano, l’accento semantico si è dovuto spostare dall’origine alla foce, dallo status alla prassi, facendo sì che quel gruppo eterogeneo ideale diventasse la classe sociale degli «intellettuali». La comune dipendenza dal lavoro ha consentito che per la prima volta chi apparteneva alla categoria che prima si chiamava dei «letterati» condividesse senza eccezioni anche le esperienze pratiche quotidiane, il che ha portato inevitabilmente alla formazione di una classe che, oltre che sociale, era anche politica.

(fasc. 39, 31 luglio 2021)