Los caídos, ‘i caduti’, sono i membri di una famiglia cubana in decomposizione, nonché tutti gli altri intorno, l’isola tutta, precipitati a peso morto nel vuoto post-rivoluzionario. Le quattro voci narranti scandiscono la struttura polifonica del romanzo d’esordio di Carlos Manuel Álvarez, giornalista cubano fondatore della rivista «El Estornudo», pubblicato nel 2020 da SUR col titolo Cadere, nella bella traduzione di Violetta Colonnelli.
Nel racconto, diviso in cinque parti composte da un capitolo per ognuno dei protagonisti – Il figlio, La madre, Il padre, La figlia etc. – queste vite ci si presentano raccontate da dentro, tenute insieme da un discreto narratore esterno, che mostra più facce di uno stesso evento e impressioni diverse, da incastrare come tessere per decifrare la storia in una sorta di addizione emotiva.
Storia piuttosto semplice, peraltro. In un paese crepato c’è una casa crepata e dentro la casa una madre che cade per terra, facendo «il rumore di un sacco di cemento, o di quei dizionari grossi e duri» (p. 27). La donna al mattino si sveglia, «viva e in mutande» (p. 16), con la pelle gialla. Prima che una malattia degenerativa le offuscasse la mente – manifestandosi sotto forma di improvvisi blackout epilettici in cui il corpo si spegne e va a sbattere contro gli spigoli vivi della casa –, era una professoressa. Ora lo ricorda come un tempo remoto, che non le interessa più: «Per venticinque anni ho tirato su dei ragazzini che poi la vita avrebbe guastato. Mi sarebbe piaciuto dedicarmi solo ai miei figli. Ora però mi sono lasciata tutto alle spalle. Chi ho cresciuto e chi no» (p. 45).
Intorno a lei, loro malgrado, si muovono gli altri tre personaggi, «polli terribilmente inoffensivi» che, costretti nella stessa gabbia, «finiscono per beccarsi tra loro». Il marito, «capo onesto e irreprensibile» (p. 21), è un funzionario statale che gestisce un hotel per turisti e cita Che Guevara ogni volta che ne ha occasione, rimpiangendo l’ortodossia rivoluzionaria. Il suo approccio alla vita consiste nel rifuggire il lamento, andando avanti, letteralmente, col quantitativo di benzina che gli è stato assegnato dallo stato, anche se non basta più nemmeno per arrivare al lavoro con la sua Nissan del ’95. «Giorni come cani rabbiosi», i suoi, ma resiste: «un uomo tutto d’un pezzo, un uomo che sa che gli eroi della patria hanno resistito di più, un uomo che sa che gli uomini veri la propria croce se la portano addosso» (p. 20).
D’altronde, le imperfezioni della Revolución che il padre rifiuta sono amaramente raccolte dai figli. Il ragazzo è un diciottenne che patisce la leva militare obbligatoria senza alcuna passione per l’ideale rivoluzionario, trovandosi incastrato in una storia che non capisce. La figlia, investita del ruolo di custode dell’ordine familiare, lavora e assiste la madre, ma fuori di casa si adegua, cede a qualche furtarello per tirare avanti, si inaridisce. «Migdalia era la sua migliore amica […] – dice raccontando di come la madre abbia interrotto i rapporti con la vicina di casa quando nel quartiere è scoppiata la guerra per l’assegnazione del televisore – Anche se, insomma, nessuno è amico di nessuno, siamo tutti soli» (p. 56). Più avanti, di fronte alla miseria di quel privilegio che «avrebbe cancellato la complicità che tanta penuria aveva contribuito a creare» (p. 58), si domanda, quasi incurante, cosa stia accadendo nella sua vita, da dove sia sbucata la malattia della madre. La domanda resta aperta, come tutte le questioni apparentemente irrisolvibili che attraversano il romanzo, ammutolite cupamente dal figlio: «Sarebbe più salutare se tutti ottimizzassero la propria esistenza a partire dal ruolo che gli è stato assegnato e non perdessero altro tempo nel tentativo di diventare qualcosa che non potranno diventare. Non dico che sia giusto, ma è così che va. […] L’assurdità della vita è la sua cattiva distribuzione, penso, quell’evidente squilibrio interno degli eventi, la cattiva ripartizione dei fatti importanti» (p. 102).
Nella cattiva distribuzione della storia, insomma, sembra non esserci spazio per l’evoluzione: il paese, come l’esistenza, si sono fermati su un binario morto. Nondimeno, l’agonizzare di questa Cuba con lo stomaco semi vuoto, tutta riassunta nel moto centripeto della famiglia, ne tradisce il tenace attaccamento alla vita. Talvolta accade addirittura che un guizzo di vivacità irrompa nel bel mezzo di quello «stato larvale» (p. 158) nel quale sembra essere immersa la casa-paese come sotto l’effetto di un incantesimo. Sono «i giorni in cui la malattia non si esprime affatto» (p. 141) e la speranza fa capolino in gesti minuscoli, connaturata all’uomo, più che agli eventi.
Nel ventre cocente della casa, la madre lentamente si ritira, arretra rispetto al proprio ruolo, senza che nessuno, lei in primis, opponga resistenza: «Ogni volta che un nuovo concetto si rifiutava di essere nominato da me, sapevo anche che non c’era niente di meglio di non sapere. Di non poter nominare, non dire, non chiarire, non riuscire» (p. 116).
Proprio il racconto della malattia, infatti, è uno degli aspetti più originali del romanzo. Inteso come rifugio, prima che come condanna, il malessere fisico emerge dal complesso di questo frammentato intreccio familiare come qualcosa di misterioso che accade d’un tratto, alla madre e alla patria, senza che sia possibile smettere di precipitare indietro, verso l’oblio di sé, della propria parola nel mondo (anzi, il precipitare stesso diventa presupposto della sopravvivenza). La malattia è allora la zona franca, disincantata, da cui osservare a distanza ciò che accade intorno fin quasi a smettere di sentirne gli effetti; distanza focale che, in qualche modo, riproduce quella che Carlos Manuel Álvarez ha interposto tra sé e il suo paese trasferendosi in Messico, luogo altro da cui restituire, in una prosa asciutta eppure incalzante, una Cuba senza pezzi di ricambio, il luogo dove «dominare l’arte della scarsezza» (p. 52) si configura come un vero e proprio modus vivendi.
Interessante è anche la scelta di intrecciare le dinamiche familiari con quelle storiche, e più propriamente governative, sempre raccontate indirettamente, scansando in ogni modo la didascalia. Cuba entra in casa da racconti avviluppati in cui la figlia parla della madre, la moglie del marito. Ognuno, degli altri, coglie ciò che essi non potrebbero (o non vorrebbero) dire a voce alta, in un’opera di inesorabile e disadorna mediazione che, nell’insieme, dà vita a una struggente sinfonia viscerale. Viene inevitabilmente da domandarsi che piega avrebbe preso la restituzione squisitamente realistica del quotidiano, resa ancor più vivida dal contrasto con la dimensione trasognata che a tratti abita tutti i personaggi del libro, se i loro destini fossero stati calati nel racconto dell’oggi, segnato dalla condivisione forzata degli spazi domestici.
Parte della generazione degli scrittori che stanno rinnovando la letteratura sudamericana, cui SUR rivolge un occhio sempre attento[1], Álvarez, classe 1989, costruisce un discorso intorno al proprio paese che mira a ripulire lo sguardo da una patina di stanchezza; a risalire, in una sorta di ricostruzione genealogica, alle ragioni profonde che determinano l’assetto del vivere cubano a partire dalla caduta del blocco sovietico, con l’avvento del periodo especial[2]. In questo viaggio a ritroso verso il punto in cui il filo si è spezzato, tuttavia, ciò che manca è, forse, proprio il tentativo di riallacciare un rapporto con le origini che sia vivificante anziché mortifero, con lo scopo di costruire un nuovo futuro entro cui proiettarsi senza fuggire, smettendo finalmente di cadere. Álvarez, d’altronde, non fa un segreto della sua avversione alla decadenza dell’epopea rivoluzionaria, bersaglio non solo del romanzo ma anche della sua attività di giornalista[3], fino a renderla – per usare l’allegoria del cannibalismo dei polli attorno alla quale ruota il romanzo – «il bolo alimentare di una pratica autoriale»[4], la sua.
Non basta certo il romanzo del giovane Álvarez a raccontare un unicum come Cuba, né a scioglierne le contraddizioni o svelarne pienamente le conquiste. Tuttavia, l’atomo narrativo racchiuso con prezioso lirismo nelle centocinquantotto pagine che l’autore sottopone al microscopio – una crisi familiare e istituzionale inscritta in un’epoca, più che in un luogo – basta a restituire, in piccola scala, la storia di un mondo ancora tutto da capire, da scrivere, che è anche il nostro.
- Sempre ad opera di SUR, ad esempio, sono uscite le opere del colombiano Juan Cárdenas e dell’uruguaiana Vera Giaconi. ↑
- Com’è noto, l’incrinarsi delle relazioni militari e politiche in prossimità del crollo dell’Unione Sovietica, dalla quale dipendeva gran parte dell’economia cubana, portò, nel 1990, all’attuazione del Periodo especial en tiempo de paz, consistente in severe restrizioni nel consumo di combustibili e di altri prodotti essenziali. ↑
- Si vedano, ad esempio, i toni di questo articolo del 2018 sull’insediamento di Miguel Díaz-Canel, in cui l’autore parla della retorica di Cuba come di «racconto di immersione cosciente nel torpore dell’obbedienza»: C. M. Álvarez, Un leader mediocre per Cuba, in «Internazionale», 24 aprile 2018. ↑
- M. C. Secci, Carlos Manuel Álvarez. L’isola dei valori sviliti, in «il manifesto», 26 gennaio 2020. ↑
(fasc. 39, 31 luglio 2021)