L’ “Eracle 13” di Heiner Müller, ossia andare contro la discendenza umana

Author di Roberto Interdonato

La fine del dramma

Il testo che si intende brevemente analizzare nel presente articolo è Eracle 13 (nell’originale, Herakles 13) di Heiner Müller (1929-1995)[1]. Müller lo scrisse nel 1991, come ricorda la data alla fine della composizione, e lo pubblicò sulla rivista «Sinn und Form», nel primo quaderno del 1992.

Erano anni cruciali per la Germania. Il 9 novembre 1989 era caduto il Muro di Berlino, il 3 ottobre 1990 il paese venne riunificato. Müller smise di essere uno scrittore della Repubblica Democratica Tedesca (la DDR) e diventò uno scrittore della Repubblica Federale di Germania. Per Müller furono anche anni di numerosi impegni istituzionali: fu, dal 1990 al 1993, l’ultimo presidente dell’Accademia delle Arti di Berlino (Est) e nel 1992 assunse, insieme a Peter Zadek, Matthias Langhoff, Peter Palitzsch e Fritz Marquardt, la direzione del Berliner Ensemble, il teatro fondato nel 1949 da Bertolt Brecht e dalla moglie Helene Weigel che, a partire dal 1954, ebbe sede allo Schiffbauerdamm, nella Friedrich-Wilhelm-Stadt del quartiere Mitte. Nel 1995, poco prima della sua morte per cancro, diventò l’unico sovrintendente del teatro. Gli ultimi anni della vita di Müller sono contrassegnati da un diradamento della sua scrittura teatrale, proprio a causa di un più intensivo lavoro di regia. In un’intervista del ’94, nota con il titolo Da cittadino preferisco le normalità, ma da artista naturalmente no (Als Bürger bin ich für Normalitäten, aber als Künstler natürlich nicht), Müller rispose con bonaria ironia al proprio interlocutore – che gli aveva chiesto perché non volesse più scrivere delle pièces –, dicendogli di non avere il tempo e di dover sempre mettere in scena qualcosa[2].

D’altra parte, proprio in quegli anni accanto alla scrittura teatrale subentra una più fitta produzione poetica. Müller si è confrontato a lungo con la poesia, già a partire dai vent’anni. Ma essa assurge quasi a forma prediletta della sua maturità. Huller afferma in modo convincente che le poesie di Müller degli ultimi anni costituiscono la fine del genere drammatico, una sorta di addio lirico alla tragedia[3]. Anche quando si sarà ammalato, Müller continuerà a scrivere dall’ospedale poesie sulla sua dolorosa condizione:

Im Spiegel mein zerschnittener Körper
In der Mitte geteilt von der Operation
die mein Leben gerettet hat Wozu
Frage ich mich beim Blick in den Spiegel
Für ein Kind eine Frau ein Spätwerk
Leben lernen mit der halben Maschine
Atmen essen Verboten die Frage Wozu
Die zu leicht von den Lippen geht Der Tod
Ist das Einfache sterben kann ein Idiot[4]

Müller scrive, come nel caso appena riportato, quasi sempre poesie brevi, fulminee, a tratti criptiche. Cos’è, ad esempio, questo mezzo macchinario con cui l’Io dovrebbe imparare a vivere? Potrebbe essere lo stesso corpo dell’Io, quel corpo che i medici hanno tagliuzzato col bisturi per tenerlo in vita ancora per un po’. Potrebbe essere uno di quei macchinari utilizzati negli ospedali. Ad esempio, un impianto di ventilazione meccanica. Non possiamo tuttavia mettere la mano sul fuoco sulla sua interpretazione.

La tredicesima fatica

Breve, fulminea e criptica è anche Eracle 13, racchiusa, assieme a Rappresentazione di Medea (Medeaspiel), nel volume di poesie dell’autore all’interno dell’edizione delle opere complete di Müller curata da Frank Hörnigk.

I due testi hanno, in effetti, molto in comune. Innanzitutto la forma, che si trova sulla soglia tra la poesia e lo schizzo drammaturgico. Ma, anche da un punto di vista tematico, Eracle 13 e Rappresentazione di Medea si somigliano molto. Raffigurano entrambi una brutale violenza familiare. E ciò innanzi a uno sfondo anticheggiante.

In Rappresentazione di Medea troviamo Medea che uccide il proprio bambino. In Eracle 13 è l’eroe greco rinomato per la sua forza fisica a massacrare la propria famiglia. Avviene, dunque, un rovesciamento di genere: Medea assume tratti maschili.

Con Eracle, Müller si era confrontato già precedentemente nella sua opera. Ad esempio, nella sua pièce Cemento (Zement) degli anni ’70: qui Eracle libera Prometeo e uccide l’idra di Lerna. In Eracle 13 Müller invece racconta, ispirato dal discorso di un messaggero nell’Eracle di Euripide, un’altra fatica di Eracle. Si tratta della tredicesima: «Die dreizehnte Arbeit des Herakles war die Befreiung / Thebens von den Thebanern»[5], ci dice il primo segmento della poesia.

Eracle era originario di Tebe, in realtà. Che tolga di mezzo gli abitanti della “città dalle sette porte” è, forse, un riferimento al fatto che Eracle uccide la propria famiglia. Nel testo viene raffigurato il percorso omicida di Eracle. Non si limita a uccidere (comprensibilmente) Lico, il tiranno della città che in mancanza di Eracle uccise il re Creonte e cacciò di casa Megara (la moglie di Eracle) e i suoi figli. Uccide anche la stessa Megara e i figli che da lei ha avuto. È come se un altro uomo si fosse impossessato di lui: «Gestalt des Herakles nicht Herakles»[6], scrive Müller. È un uomo completamente mutato. I bulbi dei suoi occhi si colorano improvvisamente di sangue, la bava cola dalla sua bocca, pronuncia parole orrende e ride in modo isterico. Si racconta di un Eracle fuor di senno. Si sente perseguitato e colpisce «die leere Luft / Wie mit dem Pferdestachel mit der Hand»[7]. I servitori che assistono alla scena sono divertiti e spaventati al contempo: «Den Dienern war es ein Gelächter ein / Schrecken zugleich Sie sahn einander an / Und einer sagte Macht er Spaß für uns / Der Herr oder ist er rasend»[8].

La follia, il delirio sono temi decisivi di questa poesia. Müller ci presenta un Eracle (dis)turbato. Si mette in terra come per mangiare, ma non mangia. Crede di muoversi tra Niso, Corinto e Micene, ma sta fermo. Minaccia spaventosamente Euristeo, il suo acerrimo nemico, che in realtà non è lì. Crede di essere attorniato dai parenti di Euristeo, ma sono i suoi parenti. Suo padre Anfitrione cerca di fermarlo quando alza la mano per uccidere, ma viene spinto via:

Die Hand zum Töten aufgehoben jetzt
Ergriff der Vater Sohn was leidest du
Daß du so fremd gehst Hat dich ganz verirrt
Das Töten Aber er im Wahn der Vater
Sei des Eurystheus Vater der mit Angst
Bittend berührt die Hand stößt weg den Greis[9]

L’estraneità di Eracle è una sorta di cecità. È una violenza esercitata senza lucidità. Eracle afferra le sue frecce nella faretra riccamente adornata e si scaglia contro i suoi figli. Questi cercano di correre via da loro padre e di trovare un rifugio: «Das eine hier das andre dorthin Eines / In das Gewand der Mutter der glücklosen / Das andre in den Schatten einer Säule / Das dritte duckt sich unter den Altar»[10]. Non c’è, però, alcuna via d’uscita. Lo sfondo acustico è quello del grido. Gridano gli schiavi, il padre di Eracle e sua moglie, la madre dei suoi figli. Ma sono impotenti. Il genitore annienta i figli, come una Medea. Costringe il primo fanciullo a un orrendo girotondo attorno alla colonna, poi lo ferma e dilania il suo fegato con una freccia. Il lettore della poesia diventa testimone di un’escalation di atrocità. L’io-narrante richiama alla mente tutto quello che è successo: «Ein Junges ist gestorben dem Eurystheus / Den Haß vom Vater büßend fällt es mir / Jetzt auf den zweiten am Altar geduckt / Im Sichern dort sich glaubend […]»[11]. È questo figlio, prima che la freccia di Eracle lo squarci, a supplicare il padre di non sacrificarlo. Tutto è, però, vano: il padre non è solo cieco, ma anche sordo. Il figlio prova ad adularlo («Liebster Vater»[12], dice) e lo invita a un riconoscimento: non è il figlio di Euristeo, ma suo. A nulla serve: la categoria dell’intelletto è destinata qui a un fallimento. La natura animale di Eracle ha preso il sopravvento su quella spirituale. Il suo sguardo è divenuto quello di una Gorgone e non utilizza, in questo caso, la freccia come arma del delitto, ma la clava, che lascia piombare sul biondo capo. La terza vittima, che la madre era riuscita a portare in casa per proteggerla dal padre, viene anch’essa abbattuta. Eracle colpisce i battenti, distrugge gli stipiti della porta chiusa a chiave, come fosse chiamato a combattere ciclopi, e trafigge madre e figlio con una freccia: «Was die Geburt entzweit hat ist ein Leichnam / Im Tod verbunden mit dem Todespfeil»[13].

La sua tredicesima fatica comporterebbe, infine, anche la morte del padre di Eracle, ma Pallade Atena interviene per fermare la sua ebbrezza di sangue: ella getta contro il suo petto una pietra che lo fa cadere svenuto per terra.

Negli ultimi versi della poesia si osserva un cambiamento di prospettiva. L’Io diventa un Noi – e ci si può chiedere chi sia inteso con questo “Noi”: «Und wir / Befreiend aus der Flucht den Fuß mit Fesseln / Banden ihn haltbar an die Säulentrümmer / Damit wenn er beendet seinen Schlaf / Er nicht zu dem Getanen andres fügt»[14].

Il “Noi” è deciso a evitare il suicidio di Eracle a conclusione dei suoi atti. La violenza che ha esercitato contro la propria famiglia nel delirio o nello stordimento, la potrebbe, infatti, usare anche contro se stesso. Il testo presenta, con questa fine, un Eracle che interrompe la continuità vitale della propria discendenza e che, tuttavia, deve sopravvivere. E proprio nel motivo dell’eliminazione dei propri discendenti consiste la vicinanza al mito di Medea che Müller ha lungamente rielaborato: il mito di Medea sfocia, come anche in Vita di Gundling Federico di Prussia sonno sogno grido di Lessing (Leben Gundlings Friedrich von Preuβen Lessings Schlaf Traum Schrei) e in Hamletmaschine, nel maschile.

Il tragico di Eracle

Legato a macerie di colonna – le macerie sono un elemento ricorrente nell’opera di Heiner Müller, perché incarnano i resti della civiltà –, Eracle si sveglierà e scorgerà la propria miseria. È questa la dimensione profondamente tragica del testo. Manca qui del tutto quel livello di comicità che si osserva nelle altre opere di Müller.

Eracle diventa un mezzo per interrogare l’eroicità della forza (regale)[15], scrive Claudia Breger. E ciò può avvenire solo in forma tragica. Un’interpretazione politica di Eracle 13 non rimane, comunque, esclusa. Eracle, che non ha più nemici, si scaglia contro un nemico immaginario: la propria famiglia. Il sonno che prende Eracle alla fine della poesia è stato visto, per esempio, come emblema dello sforzo marxista[16]. Con Eracle capitola simbolicamente l’intento rivoluzionario, che ha connotato in modo decisivo la storia del ventesimo secolo. Eracle è l’eroe sconfitto con il quale scompare il socialismo. Mancherà, dunque, una dialettica, come nel contesto di una Germania riunificata, in cui con la caduta del Muro il capitalismo sconfisse, forse, definitivamente il socialismo.

  1. Si presenta un estratto della tesi di Laurea magistrale in Letteratura tedesca dal titolo “Le Medee” di Heiner Müller o il desiderio di un altro stato del mondo (Heiner Müllers Medeen oder der Wunsch nach einem anderen Zustand der Welt), discussa il 28 aprile 2021 presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia sotto la supervisione delle proff. Cristina Fossaluzza (relatrice) e Andreina Lavagetto (correlatrice). L’estratto è in traduzione dal tedesco.

  2. H. Müller, Werke (di qui in avanti citate con la sigla HMW seguita dal numero del volume consultato), a cura di Frank Hörnigk, Frankfurt a. M., Suhrkamp, 1998-, vol. 12, pp. 529-30.

  3. E. C. Huller, Griechisches Theater in Deutschland. Mythos und Tragödie bei Heiner Müller und Botho Strauß, Köln, Böhlau, 2007, p. 416.

  4. HMW 12, p. 598. «Allo specchio il mio corpo tagliuzzato / Nel mezzo tagliato dall’operazione / che la mia vita ha salvato Perché / Mi domando guardando allo specchio / Per un figlio una moglie un’opera tarda / Imparare a vivere con mezzo macchinario / Respirare mangiare Vietata la domanda Perché / Che esce troppo facilmente dalle labbra La morte / È cosa semplice morire sa farlo un idiota» [le traduzioni dal tedesco sono a mia cura].

  5. HMW 1, p. 237. «La tredicesima fatica di Eracle fu la liberazione / di Tebe dai tebani».

  6. Ibidem. «Figura d’Eracle non Eracle».

  7. Ivi, p. 238: «l’aria vuota / Con la mano come avesse una frusta».

  8. Ibidem: «Alla servitù venne da ridere e da / spaventarsi al contempo. Si guardarono l’un l’altro / E uno disse Scherza con noi / Il signore oppure è pazzo».

  9. Ibidem: «Ora la mano per uccidere alzata / il padre afferrò figlio che ti prende / perché cammini così estraneo / Ti ha fatto uscir di senno a tal punto / L’uccidere. Ma lui nella pazzia crede che quel padre / sia il padre di Euristeo che con angoscia / lo supplica toccandogli la mano spinge via il vecchio».

  10. Ibidem: «Uno qui l’altro lì Uno / nelle vesti della misera madre / L’altro alle ombre di una colonna / Il terzo s’accovaccia sotto l’altare».

  11. Ivi, p. 239: «Un giovine è morto per Euristeo / Vittima dell’odio del padre mi salta agli occhi / Adesso il secondo rannicchiato all’altare / Che si crede lì sicuro […]».

  12. Ibidem: «Carissimo padre».

  13. Ibidem: «Ciò che la nascita ha separato è salma / Nella morte congiunta per mezzo della fatale freccia».

  14. Ibidem, p. 240. «[…] E noi / Liberando dalla maledizione il piede con le catene / Lo legammo fermo alle macerie di colonna / Affinché quando concluda il suo sonno / Egli non aggiunga infelice altro a ciò che è fatto».

  15. C. Breger, Szenarien kopfloser Herrschaft. Performanzen gespenstischer Macht. Königsfiguren in der deutschsprachigen Literatur und Kultur des 20. Jahrhunderts, Freiburg i.Br., Rombach, 2004, p. 242.

  16. M. Kreikebaum, Heiner Müllers Gedichte, Bielefeld, Aisthesis, 2003, p. 321.

(fasc. 39, 31 luglio 2021)