Nel mondo contemporaneo ogni cultura, ogni letteratura e ogni arte appartiene a una classe determinata e si rifà a una ben definita linea politica. L’arte per l’arte, l’arte al di sopra delle classi, l’arte che si sviluppa fuori della politica e indipendentemente da essa, nella realtà non esiste. La letteratura e l’arte proletarie sono parte di tutta l’azione rivoluzionaria del proletariato o, come ha detto Lenin, sono “una rotella e una vitina” del meccanismo generale della rivoluzione.
(Interventi alle conversazioni sulle questioni della letteratura e dell’arte a Yenan, maggio 1942, in Opere scelte di Mao Tse-tung, vol. III)[1].
Il ruolo della propaganda nell’ideologia comunista[2] è stato in primo luogo enfatizzato da Lenin, il quale sosteneva che fosse compito specifico e fondamentale del partito generare consapevolezza nel proletariato e che l’educazione all’ideologia tra i membri del partito fosse essenziale. Dopo l’instaurazione del governo comunista, il termine sīxiǎng gǎizào (思想改造, ‘riforma del pensiero’) fu usato proprio per descrivere il compito di forgiare la consapevolezza del popolo nella convinzione che il pensiero determini l’azione, e che dunque, se il pensiero delle persone fosse stato “correggibile”, allora sarebbe stato possibile “correggere” anche le loro azioni. In questo senso, il Partito Comunista Cinese, al potere dal 1949, promosse numerose campagne di riforma del pensiero, culminate negli anni Sessanta nella Rivoluzione Culturale. Questa ideologia della propaganda, esasperata in quegli anni, ma che mai ha abbandonato i vertici del PCC, non doveva servire unicamente a generare lealtà al Partito, ma voleva anche dare forma ad atteggiamenti personali e abitudini quotidiane, così da creare individui che avrebbero abbandonato i propri desideri personali per lavorare al servizio della causa comune: costruire una nuova società sotto la guida del PCC. L’obbiettivo di sviluppare un funzionante sistema di propaganda era strettamente connesso con l’idea che atteggiamenti e pensieri rivoluzionari fossero la necessaria base di partenza per il cambiamento politico, sociale, economico e culturale, e oggi il discorso potrebbe essere sovrapponibile. Per la Cina del XXI secolo, sempre più protagonista nel mercato e nella politica internazionale, sembrano essere ancora fondamentali l’omogeneità ideologica e il controllo di molti aspetti della vita dei cittadini. In questo contesto, lo stretto controllo di ogni contenuto pubblicato, sostenuto da un capillare sistema di censura, gioca un ruolo fondamentale.
Mao e la Rivoluzione Culturale
La Grande Rivoluzione Culturale Proletaria (wúchǎn jiējí wénhuà dà gémìng, 无产阶级文化大革命) è stata un fenomeno storico estremamente complesso, frutto dell’intreccio di diversi aspetti politici, ideologici e sociali, estesi a una dimensione di massa. Fu un decennio di tumulti e sofferenze, persecuzioni e stragi. Sulla periodizzazione dell’evento gli studiosi non sono in accordo: alcuni la collocano tra il 1966 e il 1969, altri estendono il periodo alla morte di Mao (1976), altri ancora ne trovano le radici ideologiche già negli anni Quaranta[3]. Cercheremo in breve di ricostruire la storia della Rivoluzione Culturale per comprenderne a fondo le ragioni materiali e ideologiche e gli effetti nel breve e lungo termine sulla cultura cinese e, in particolar modo, sulla libertà di espressione.
Il 1° ottobre 1949 fu proclamata a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese (Zhōnghuá Rénmín Gònghéguó, 中华人民共和国). L’unificazione della Cina sotto un efficiente governo centrale fu probabilmente il successo più grande di Mao Zedong (毛泽东): il ristabilimento dell’ordine e della sicurezza portò notevoli benefici alla maggior parte della popolazione e fu la condizione necessaria per la rivoluzione economica che ha trasformato la Cina a partire dalla metà del XX secolo.
Per la nuova leadership comunista si apriva la sfida di affrontare un grande compito storico, quello di governare un paese immenso e sovrappopolato, profondamente segnato da decenni di guerre, di tragedie e di divisioni e fortemente diversificato al proprio interno. La nuova Costituzione del 1954 garantiva al popolo, sulla carta, libertà di parola, di stampa e di espressione, ma nei fatti il sistema totalitario non assicurò il rispetto di questi diritti, e anzi impose uno stretto controllo sulle attività quotidiane della popolazione.
Per sorvegliare i cittadini e reprimere la libertà di espressione, il governo impose alle case editrici un controllo serrato sull’organizzazione e sulle finanze, nonché sui piani annuali delle pubblicazioni. Nel 1952 cominciò il processo di statalizzazione di case editrici e tipografie; nel 1957 erano state eliminate tutte le imprese private legate al settore. Queste case editrici governative erano gestite da unità amministrative sotto il controllo diretto dei governi locali e di quello centrale. Nel 1951 fu creato l’Ufficio Amministrativo per le Pubblicazioni (Xīnwén chūbǎn zǒng shǔ, 新闻出版总署) nell’ambito del Ministero della Cultura e l’anno seguente furono emanati dei “Regolamenti provvisori per il controllo della pubblicazione, della stampa e della distribuzione di libri e periodici”, oltre a nuove norme per la registrazione dei periodici. Queste misure richiedevano alle case editrici di specializzarsi nella pubblicazione per aree tematiche, di sottoporre alle amministrazioni locali i piani di pubblicazione e le bozze di libri e periodici, al fine di ricevere l’autorizzazione alla stampa e alla distribuzione. Inoltre, proibivano la pubblicazione di materiali che fossero contrari all’ideologia comunista e alle linee del Partito o che svelassero segreti di Stato o militari[4].
Nel 1964 venne istituito il Gruppo per la Rivoluzione Culturale, noto anche come “Gruppo dei Cinque” (Wénhuà gémìng wǔ rén xiǎozǔ, 文化革命五人小组), diretto da Peng Zhen (彭真), membro dell’Ufficio politico e sindaco di Pechino, e composto tra gli altri da Lu Dingyi (陆定一), direttore del Dipartimento per la Propaganda del Comitato Centrale, e da Kang Sheng (康生). L’obiettivo del gruppo era di condurre una campagna nazionale in ambito culturale per valutare la qualità socialista della produzione artistica e letteraria dopo il 1949. Lo stesso Mao aveva selezionato un numero di opere “negative” che dovevano circolare al fine di essere criticate.
Fu particolare il caso del dramma storico La destituzione di Hai Rui (Hǎi Ruì bà guān, 海瑞罢官) dello storico Wu Han (吴晗). Si trattava di una tragedia ambientata in epoca Ming, andata in scena per la prima volta nel 1961. Hai Rui era un onesto magistrato che richiese udienza all’imperatore per riferirgli problemi e lamentele del popolo. Durante l’udienza concessagli, Hai si spinse in un’aperta critica all’imperatore, accusandolo di tollerare la corruzione e gli abusi perpetrati dai suoi funzionari del governo imperiale. L’imperatore ne fu offeso a tal punto da ordinare le dimissioni di Hai Rui. Tuttavia, alla fine, l’imperatore morì e Hai ottenne indietro il suo lavoro. Subito dopo le prime rappresentazioni, la critica cominciò a interpretare il dramma come un’allegoria della vicenda che aveva coinvolto Peng Dehuai (彭德怀), Ministro della Difesa all’epoca dei fatti. Nel 1959 Peng aveva rivolto gravi critiche a Mao, contestando aspramente le politiche del Grande Balzo[5]: la vicenda si risolse con il suo allontanamento forzato dai vertici dell’esercito e con la sua epurazione dal Partito. Naturalmente, secondo questa interpretazione, Hai Rui sarebbe Peng e l’imperatore Mao. Peng stesso apprezzò questa interpretazione, tanto che scrisse «voglio essere Hai Rui!» in una famosa lettera a Mao del 1962 in cui chiedeva di essere riabilitato alla politica[6]. Dopo essersi a sua volta convinto dell’interpretazione allegorica del dramma, nel 1965 Mao lo scelse come pretesto per iniziare quell’attacco politico e culturale contro le posizioni «revisioniste» accusate di portare avanti la critica contro di lui e di sostenere Peng. La scelta di colpire Wu Han non fu peraltro casuale, dal momento che, oltre a essere uno storico, era anche il vicesindaco di Pechino e stretto collaboratore di Peng Zhen, responsabile del Gruppo dei Cinque. Il Gruppo si era chiaramente distaccato dalle indicazioni di Mao, glissando sulla presunta questione politica e riconoscendo il pericolo del “revisionismo”, ma allo stesso tempo quello dell’“estremismo rivoluzionario di sinistra”, decisione che provocò non poco risentimento in Mao e sollevò il problema del dissolvimento del Gruppo[7]. Ad ogni modo, Wu Han fu una delle prime vittime della Rivoluzione Culturale e morì in prigione nel 1969.
Evidentemente, il piano di Mao per la Rivoluzione Culturale non si basava soltanto sulla propaganda e sull’indottrinamento delle masse: era necessario prima di tutto eliminare i potenziali oppositori all’interno del partito. La purga fu orchestrata e messa in atto nell’arco di un anno, e Mao riuscì nelle proprie manovre politiche lasciando sconcertati i suoi oppositori ideologici. Ma nessuno osava sfidare apertamente il presidente del partito, fondatore della nazione e capo della rivoluzione. Così anche il “Gruppo dei Cinque” fu sostituito da un nuovo “Gruppo centrale per la Rivoluzione Culturale” (zhōngyāng wéngé xiǎozǔ, 中央文革小组), formato da maoisti radicali come l’ex segretario Chen Boda (陈伯达), dal capo dei servizi segreti Kang Sheng (康生) e capeggiato dalla moglie del “Grande Timoniere”, Jiang Qing (江青): il gruppo divenne il nucleo della dirigenza della Rivoluzione Culturale.
Fu così che la Rivoluzione Culturale partì con uno straordinario appello alle masse perché si ribellassero contro il PCC e le sue organizzazioni. Mao si concentrò subito sui mezzi di comunicazione, soprattutto «Il Quotidiano del Popolo» (Rénmín Rìbào, 人民日报,), organo ufficiale del partito che godeva della massima autorità, fungendo praticamente da altoparlante del regime.
Alla fine di maggio del 1966 gli studenti dell’Università di Pechino, assieme ad alcuni professori tra i più giovani e radicali, organizzarono una protesta contro gli amministratori designati dal Partito che avevano impedito la discussione di determinati temi politici e culturali sollevati da Mao. Il Gruppo della Rivoluzione Culturale e lo stesso Mao appoggiarono e incoraggiarono la ribellione che in breve tempo divenne un vero e proprio movimento, composto soprattutto da studenti e diffuso in molte città tra università e scuole superiori. Gli studenti si opponevano ad amministratori e insegnanti, contestando il controllo opprimente del Partito sulle scuole e i metodi di insegnamento arcaici, aizzati dagli articoli del «Quotidiano del Popolo» che additavano gli insegnanti come “intellettuali borghesi” e “nemici del popolo”. Dal crescente tumulto nelle scuole emersero gruppi segreti, che si diedero il nome di “Guardie Rosse” (Hóng Wèi Bīng, 红卫兵), nome che derivava dalle milizie contadine che avevano sostenuto Mao negli anni della rivoluzione.
Mao e Lin Biao avevano chiamato le Guardie Rosse al compito di spazzare via i «quattro vecchiumi» (vecchie idee, vecchia cultura, vecchie abitudini e vecchi comportamenti), provocando un accanimento indiscriminato contro la vecchia cultura cinese feudale e la cultura “borghese” occidentale. Tale compito fu interpretato con la violenza, portato avanti con atti estremi e senza compromessi[8]. Le Guardie Rosse, in tutta la Cina, scesero in strada e diedero sfogo al vandalismo e al fanatismo, distruggendo in pochissimo tempo tantissimi tesori di collezioni private e bruciando libri in grandi falò.
A partire dal 1967 in tutta la nazione prese il via la distruzione sistematica di libri. Furono saccheggiati musei e biblioteche, ma il maggiore attacco fu contro i singoli intellettuali, quelli che incarnavano meglio il concetto di “borghesia”. Erano chiamati “la nona categoria puzzolente”, i peggiori tra le “nove categorie nere”: proprietari terrieri, contadini ricchi, controrivoluzionari, cattive influenze, persone di destra, traditori, spie, capitalisti e, in ultimo, intellettuali[9].
Cosa intendesse Mao con “Rivoluzione Culturale”, in realtà, non fu subito chiaro. Mao respingeva gran parte della cultura tradizionale cinese, considerandola corrotta e moralmente dannosa, assieme alla cultura borghese occidentale. Credeva, inoltre, che la trasformazione intellettuale e culturale fosse un prerequisito essenziale per l’azione politica. A questi concetti si univa la fede nella gioventù, che doveva portare una nuova cultura e una nuova società in quanto non corrotta dal passato. Gli intellettuali avrebbero dovuto imparare dalle masse che con la Rivoluzione Culturale avrebbero trasformato le coscienze, ponendo le basi per un moderno sviluppo economico di esito socialista.
Jiang Qing, che ebbe un ruolo cruciale durante gli anni della Rivoluzione Culturale, sosteneva che tutto ciò che l’umanità aveva prodotto dall’epoca del Rinascimento in Europa fino alla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria in Cina dovesse essere cancellato. Gli intellettuali venivano condannati a subire pubbliche umiliazioni durante le manifestazioni di piazza, venivano relegati agli arresti domiciliari o imprigionati, subivano infiniti interrogatori e torture. Dopo esser stati costretti a confessare “errori” e “crimini”, venivano condannati all’esilio, al lavoro nei campi, perché tra i contadini riformassero la propria morale. Chi riusciva a suicidarsi era fortunato; la maggior parte non osò farlo per timore che l’accanimento si ripercuotesse su figli e parenti. Le loro case erano continuamente invase e perquisite, le biblioteche private confiscate e distrutte. Milioni di libri rari e antichi furono mandati al macero e riciclati in nuova carta, sulla quale veniva poi stampato il Libretto Rosso.
Le biblioteche non furono risparmiate. Le uniche cose che potevano essere pubblicate e lette erano propaganda del governo, classici del comunismo, Lenin, Marx, i pensieri di Mao. Furono banditi anche i libri scientifici e tecnologici pubblicati prima della Rivoluzione Culturale. Tutte le biblioteche furono chiuse per lunghi periodi tra il 1966 e il 1970, alcune per sempre; altre ancora finirono bruciate. Tutti i testi considerati dannosi per la coscienza del popolo furono requisiti dalla biblioteca dell’Università di Pechino e dati alle fiamme. Quando la Biblioteca di Shanghai riaprì, nel 1970, la maggior parte dei libri non era disponibile alla consultazione. La sezione stranieri era aperta in teoria, ma nessuno osava frequentarla per il timore di essere sospettato di ammirare l’Occidente. I libri non potevano essere presi in prestito. Pochissimi si recavano in biblioteca, perché tutti avevano già a casa le opere di Mao, Lenin e Marx.
Dopo la primavera del 1967 l’esercito dovette intervenire per cercare di placare il caos diffuso che le Guardie Rosse stavano provocando. Nel corso di quell’anno vennero smobilitate; inoltre, le organizzazioni che rifiutarono di sciogliersi autonomamente vennero represse in battaglie sanguinose e con esecuzioni di massa. La brutale repressione delle Guardie Rosse tra la primavera e l’estate del 1968 fu il più grosso tributo di vite umane pagato durante la Rivoluzione Culturale. Agli studenti cittadini che avevano fatto parte delle Guardie Rosse non fu permesso di tornare subito a studiare. Più di quattro milioni di studenti di università e scuole superiori furono mandati nelle campagne a lavorare con i contadini, per “rieducarsi”: si venne a creare una generazione ancora più disillusa di prima.
La stessa sorte subirono molti quadri e responsabili del Partito e dello Stato. Le purghe, coordinate dal Ministro di Pubblica sicurezza Kang Sheng, subirono un’accelerazione e cominciarono a colpire non solo chi si era opposto alla Rivoluzione culturale, ma anche chi si opponeva alla sua fine, lasciando Mao sempre più potente ma allo stesso tempo isolato. La situazione si stabilizzò pian piano, a forza di purghe ed epurazioni; Mao riconobbe la necessità di aver stretto il Partito contro cui aveva scagliato al Rivoluzione Culturale e dell’apparato burocratico cui le Guardie Rosse avevano fatto la guerra. Si stava passando dalla distruzione del vecchio ordine alla definizione di un ordine nuovo, in fin dei conti non tanto diverso.
Risulta molto difficile riportare una stima delle vittime della Rivoluzione: ogni fonte consultata presenta numeri molto diversi, da mezzo milione a tre milioni. Basti immaginare un numero, in ogni caso spaventoso, compreso tra questi. La violenza e la disumanità sconvolsero una popolazione già provata dalle guerre e dalle carestie, e lasciarono un popolo privo di una classe dirigente, di accademici, di scrittori, di scienziati e di insegnanti. Ancora oggi la società paga il prezzo di quegli anni, come ha raccontato, in un’intervista per la rivista «TEMPI», Song Yongyi, storico specializzato nella ricerca sulla Rivoluzione Culturale, docente presso l’Università della California, ex Guardia Rossa, incarcerato due volte dal regime comunista:
Oggi come definirebbe la Rivoluzione Culturale?
È stata un enorme disastro dell’umanità. Il partito comunista insiste sempre che ha distrutto l’economia, l’industria e l’educazione cinese. Questo è vero, ma c’è una cosa peggiore. La Rivoluzione Culturale ha ucciso tre milioni di persone. Nella grande carestia di pochi anni prima ne erano morte almeno 30 milioni, ma quei tre milioni erano l’élite: i professori universitari, gli studiosi, gli artisti, gli ingegneri. Tutte le vite hanno lo stesso valore, ma non tutte costituiscono il fondamento della società. E c’è una cosa ancora peggiore.
Quale?
La Rivoluzione Culturale ha danneggiato enormemente gli standard morali del popolo cinese. Ha distrutto la civilizzazione della Cina. Dal 1949 al 1966, il partito comunista non ha mai chiesto ai cinesi di uccidere le persone o diventare cannibali. Tra il 1966 e il 1976 invece ha pubblicamente promosso queste pratiche. Ha spinto la gente a vivere come animali per 10 anni e i danni di questa politica si vedranno almeno per altri 50.
In questo lasso di tempo la Cina cambierà?
Sì. Tutti mi dicono che sono troppo ottimista, ma io ho davvero speranza. Il partito comunista non lascerà il potere facilmente, ma niente potrà fermare il cambiamento della Cina[10].
Sistemi di censura da Deng all’era di Internet
Non esistono fonti cinesi ufficiali e pubblicate che riconoscano esplicitamente l’esistenza della censura dopo il 1949. Come abbiamo visto, nei primi anni della Repubblica e ancora di più durante la Rivoluzione Culturale, i manoscritti dovevano essere sottoposti ai redattori o agli ufficiali dell’Ufficio Amministrativo per le Pubblicazioni e, in pratica, era necessario un visto stampa per ogni tipo di pubblicazione, ma in teoria, nel rispetto della Costituzione, era una scelta volontaria degli scrittori. Questa ufficiale “non-esistenza” della censura e l’impossibilità di acquisire informazioni ufficiali in proposito sono la ragione per cui la letteratura accademica sull’argomento è quasi inesistente[11].
La morte di Mao nel 1976 segnò la fine di un periodo di caos, violenza e paura, e aprì la strada alla relativamente più moderata leadership di Deng Xiaoping, “capo supremo”[12] dal 1978. Deng segnò una svolta per il paese, promuovendo riforme economiche orientate al mercato e avviando il cammino della Cina verso il capitalismo. Rispetto all’era di Mao, negli anni Ottanta i cittadini cinesi avevano certamente più libertà di espressione.
Alla fine degli anni Ottanta, nonostante il notevole aumento del numero di libri pubblicati e venduti rispetto agli anni precedenti, l’industria dell’editoria, che all’apparenza prosperava, era profondamente compromessa da corruzione e speculazioni di funzionari statali, editori privati, mediatori del mercato nero. Questo portò gradualmente, ma inevitabilmente, a un rafforzamento della presenza dello Stato e della censura. Nel dicembre del 1988 l’Ufficio Amministrativo per le Pubblicazioni emise dei “Regolamenti provvisori per la definizione di pubblicazioni oscene e pornografiche”, che dovevano indicare le caratteristiche dei testi in questione e il loro eventuale trattamento. Fu, inoltre, stabilito un comitato speciale per la valutazione delle opere. A ogni modo, la situazione reale nel mercato era tale da rendere ogni normativa e controllo sostanzialmente inefficace. L’Ufficio Amministrativo non aveva già più da tempo un reale controllo del settore e non riuscì a impedire la rapida circolazione di opere vietate nel mercato nero, mercato che aveva continuato a prosperare indisturbato fino al 1989. Fu in quell’anno, infatti, che l’Ufficio Amministrativo per le Pubblicazioni aumentò i controlli sulla vendita illegale di codici CSBN (China Standard Book Number) e chiuse i canali di distribuzione privati, istituendo un unico distributore statale nazionale. L’Ufficio accentuò anche la lotta contro i libri osceni e pornografici, dichiarandolo un punto fondamentale della lotta contro la “liberalizzazione borghese”. Per far rispettare la nuova linea di controllo furono mobilitati uomini da ogni settore: funzionari dell’Ufficio di Pubblica Sicurezza, impiegati delle unità di lavoro statali, sindacati e associazioni femminili. Si riunirono gruppi che organizzavano incursioni nelle librerie e nelle bancarelle, spesso adottando comportamenti eccessivi e distruggendo opere senza reali motivazioni; il tutto portò a una drastica diminuzione di librerie e bancarelle di libri, e molte opere sparirono dal mercato.
Il generico ottimismo intellettuale che si era diffuso dopo la morte di Mao non durò molto. Dopo quello che ancora oggi il Partito definisce “incidente” di piazza Tienanmen nel 1989, negli anni Novanta si tornò a un periodo di ansia e cautela con un controllo politico nuovamente rinforzato e cominciò a prevalere l’autocensura.
Negli anni Novanta continuarono ad aumentare le case editrici private e il profitto economico divenne l’obiettivo principale per il settore: così la letteratura cinese diventava sempre più commerciale[13]. La funzione fondamentale dell’editoria libraria non era più la propaganda, anche se rimaneva il controllo psicologico sugli scrittori, ma in maniera più rilassata, e il calcolo dei rischi politici era bilanciato sempre più spesso dal potenziale guadagno economico[14].
Il “rilassamento” del controllo ideologico fu, tuttavia, un breve miraggio. La globalizzazione e la rapida diffusione di Internet alle porte del nuovo millennio non lasciarono fuori la Cina; la nuova immediata e illimitata disponibilità di informazioni e contatti con il resto del mondo aprì una nuova sfida per i settori culturali cinesi, quella della crescente attenzione riservata dall’opinione pubblica mondiale al paese. L’attenzione dei leader comunisti è necessariamente ritornata sul sistema di propaganda, e quindi di censura, e soprattutto sulla necessità di moderare l’accesso al resto del mondo.
Nel 1998 fu avviato il Golden Shield Project, ‘progetto dello scudo dorato’, più noto come Great Firewall, ovvero l’apparato di censura e sorveglianza di Internet che blocca dati considerati “minacciosi” provenienti da paesi stranieri.
Nel 2003 venne lanciato un programma di riforma per il settore culturale, che prevedeva la separazione tra le funzioni editoriali e quelle amministrative e gestionali. Le prime dovevano rimanere strette sotto il controllo del Partito-Stato, mentre le seconde dovevano essere esternalizzate e incorporate in società per azioni al fine di attirare investitori privati. Nacque in questo modo una distinzione tra le due tipologie di soggetti all’interno del settore culturale: le “imprese culturali di interesse pubblico”, ovvero i media di partito, e “l’industria culturale orientata al mercato”.
Gradualmente la morsa si è andata stringendo sempre di più, grazie a riforme che con la scusa di “snellire” l’apparato burocratico accentrano il potere nelle mani del Dipartimento di Propaganda. Anche se certamente la popolazione cinese gode di maggiore libertà di espressione rispetto ai tempi di Mao, le nuove tecnologie e l’onnipresenza governativa nelle infrastrutture culturali, digitali e non, rischiano di mettere ulteriormente a repentaglio la libertà individuale dei cittadini cinesi e ci lasciano immaginare un futuro distopico a base di “credito sociale” e onnipresente videosorveglianza con riconoscimento facciale[15].
Tuttavia, per ragioni ovvie, non è sempre semplice trovare notizie al riguardo, tantomeno informazioni ufficiali o letteratura accademica. Ad ogni modo i meccanismi di propaganda e di censura messi in pratica dal governo cinese non sono esattamente un segreto, nemmeno in Occidente, soprattutto grazie alle testimonianze prodotte dagli espatriati e dai giornalisti occidentali che hanno vissuto questi meccanismi sulla propria pelle.
Come accennavamo, il massacro di Piazza Tienanmen, che pose fine alle proteste studentesche il 4 giugno del 1989, sancì la fine di un periodo di relativa libertà che ancora oggi i giornalisti cinesi considerano un evento straordinario nella storia del Paese. Ancora oggi, per l’appunto, i cittadini cinesi, non solo scrittori e giornalisti, sono abituati a porre un filtro a quello che dicono e fanno. In generale, in molti sono soddisfatti della situazione politica attuale, che offre limitate libertà, specialmente per quanto riguarda le scelte sui consumi, in un quadro politico altrimenti praticamente inalterato dal 1949. A questo proposito, però, è importante considerare che la percezione del fenomeno della censura è molto diversa tra Oriente e Occidente. In Occidente ogni forma di censura è generalmente considerata un ostacolo alla libertà individuale. In Cina invece, dove la censura è evidentemente molto più stretta che in Occidente, la popolazione tende a essere soddisfatta della propria, se ancora limitata, più rilassata rispetto al passato, libertà di espressione[16].
Se il ruolo del sistema di propaganda nel mobilitare le masse alla lotta di classe è diminuito, i cambiamenti nell’economia hanno dato una nuova forma ai media, dove spesso lo sguardo orientato al mercato ha messo alla prova la centralità delle considerazioni politiche. Nuovi valori come la professionalità giornalistica e le nuove tecnologie, in primo luogo Internet, hanno aiutato a ritagliare nuovi spazi per l’espressione in cui l’ideologia di Stato è irrilevante o addirittura oggetto di contestazione. Il sistema totalitario che già aveva incoraggiato e rinforzato la partecipazione pubblica alla mobilitazione politica ha in ultimo ridotto la sfera privata, politicizzando la vita di tutti i giorni e rendendo la non-conformità altamente pericolosa, in quello che oggi alcuni definiscono “regime comunista post-totalitario”[17].
Mentre la Cina avanza in un’impetuosa crescita economica, un prerequisito fondamentale per la leadership al governo, al fine di aumentare la propria influenza internazionale, è la coesione politica interna. Quello che è peculiare nell’approccio cinese al problema è che il lavoro delle autorità predisposte alla propaganda è finalizzato a ottenere un’omogeneità ideologica nel popolo, più che una coesione politica. Allo stesso tempo i funzionari che si occupano di propaganda hanno il compito di diffondere nel resto del mondo una percezione positiva dell’ascesa della Cina. A questi scopi sono predisposti il Dipartimento di Propaganda del Comitato Centrale del Partito Comunista (Zhōngguó Gòngchǎndǎng Zhōngyāng Wěiyuánhuì Xuānchuán Bù 中国共产党中央委员会宣传部) o più semplicemente Dipartimento Centrale di Propaganda (DCP – Zhōnggòng Zhōngyāng Xuānchuán Bù, 中共中央宣传部) e una fitta rete di istituzioni inerenti, che lavorano per massimizzare i benefici e minimizzare i rischi per quanto riguarda l’aspetto ideologico della globalizzazione in Cina. Questi organi devono chiaramente rispondere in primo luogo a questioni interne, come ad esempio mantenere un funzionante regime di propaganda di fronte allo straordinario sviluppo delle tecnologie di comunicazione, ma si occupano anche di propaganda rivolta all’estero.
Quando si tratta di esercitare potere per influenzare l’informazione che diventa di pubblico dominio tramite le imprese produttrici di media tradizionali, come gli editori di libri o periodici e le stazioni televisive, il PCC si serve di una varietà di tecniche di propaganda. Alcune di queste sono articolate e si basano sul lavoro di intere organizzazioni, altre lavorano direttamente sul controllo della produzione dei contenuti, altre ancora prendono di mira individui scomodi. Alcuni metodi sono basati sulla coercizione legale, amministrativa o fisica, altri richiedono un più sottile uso di incentivi e manipolazioni. Si può fare una distinzione fra pratiche più dure, come chiudere pubblicazioni o arrestare i giornalisti, e altre più morbide, come la produzione di norme che definiscono di quali argomenti si può o meno parlare e l’imposizione ai giornalisti dell’uso di determinate frasi preimpostate.
Come requisito amministrativo, tutti i mezzi di comunicazione cinesi devono essere ufficialmente legati a un dipartimento di supervisione e a un’unità di lavoro[18] sponsor nell’ambito Partito-Stato. Senza uno sponsor un’impresa privata che si voglia occupare di qualunque genere di pubblicazione non può ottenere una licenza, e quindi, di fatto, ogni pubblicazione o emittente indipendente è illegale. Questo significa, allo stesso tempo, che, quando una redazione o un’emittente o una casa editrice infastidisce in qualche modo le autorità di propaganda, queste possono applicare pressione ai dipartimenti di supervisione o alle unità di lavoro sponsorizzanti per far tacere eventuali trasgressori. Al contrario, può capitare che un’azienda abbia uno sponsor potente nel Partito che le permetta di resistere a determinate pressioni. Non mancano, comunque, i casi in cui intere testate o emittenti sono state chiuse dal Partito, e l’opzione è sempre disponibile, ma è una modalità drastica e raramente usata. Chiudere una redazione, specialmente se prominente come un giornale, attrae l’attenzione pubblica gettando una luce non desiderata sulle attività del Dipartimento di Propaganda. Una strategia più utile e più spesso praticata è mettere sotto pressione coloro che occupano posizioni manageriali per far loro seguire le direttive delle autorità di propaganda. I funzionari del partito nel Dipartimento di Propaganda controllano le attività del personale dirigente dei settori dell’educazione, dei media e della cultura, comprese le imprese mediatiche statali come l’agenzia di stampa Xinhua e pubblicazioni come «Il Quotidiano del Popolo». Sono proprio i dirigenti a fare da portavoce al DCP e a vigilare sull’esecuzione delle direttive, disciplinando i loro sottoposti. Questo tipo di tattica della propaganda\censura, ovvero la pressione costante esercitata su singoli individui responsabili per altri, è tra quelle misure considerate meno drastiche rispetto alla chiusura di intere testate (o emittenti o case editrici), anche se a volte capita che la rimozione di personale “indesiderato” catturi l’attenzione dell’opinione pubblica.
Come abbiamo visto, le forme prevalenti di censura sono in qualche modo preventive o meglio prendono la forma di “guida” preventiva, culminando nella maggior parte dei casi nell’autocensura. Ma il Partito ha a propria disposizione anche altre misure punitive. Giornalisti, redattori, scrittori, registi ecc. possono essere accusati di incitamento ad atti sovversivi o di aver divulgato segreti di Stato. Quest’ultimo caso si verifica spesso, perché la definizione stessa di “segreti di Stato” ha un’ampia accezione, che coinvolge un po’ di tutto, dai dati sulla sanità a dettagli su investimenti all’estero, e include ogni tipo di documento governativo.
La diffamazione è un’altra accusa spesso sferrata contro i giornalisti che pubblicano informazioni che il Partito-Stato nega essere vere. Secondo il rapporto annuale del Comitato Protezione Giornalisti (Committee to Protect Journalists – CPJ) di New York, nel 2019 almeno 48 giornalisti erano detenuti in carcere in Cina con accuse legate al proprio lavoro[19]. La Cina si è ripresa il titolo di paese più pericoloso per chi esercita la professione, rubando il primato alla Turchia di Erdogan. Il rapporto sottolinea anche che il numero di arresti è costantemente salito da quando il Presidente Xi Jinping ha consolidato il controllo politico sul paese.
L’uso della censura per evitare l’articolazione di discorsi che potrebbero costituire una minaccia per il governo è solo un lato delle pratiche di propaganda del Partito. Oltre a sopprimere argomenti pericolosi, il PCC usa attivamente i media per articolare il proprio discorso e guidare l’opinione pubblica. Il Partito-Stato usa i media nazionali come voce ufficiale per delineare l’agenda del discorso pubblico, attraverso gli editoriali del «Quotidiano del Popolo» e i telegiornali nazionali, ma anche istruendo gli editori a pubblicare raccolte di citazioni e pensieri dei leader del Partito.
Infine, non possiamo trascurare il tema “Internet”. Se da una parte il web consente alla propaganda di diffondere a costi inferiori e a un pubblico più ampio i propri messaggi, raggiungendo anche cinesi al di fuori della Cina, dall’altra dà ai cittadini la possibilità di criticare e denunciare, o comunque affrontare temi controversi con la possibilità di arrivare anche a utenti geograficamente lontani. In questo senso, dalla metà degli anni Novanta, si sono poste due questioni fondamentali al governo cinese: il problema del controllo sulle informazioni e il problema della crescita del numero di utenti sul web. Va da sé che entro un certo limite non è possibile per il governo di Pechino esercitare sul web un controllo pari a quello dei media tradizionali. Proprio per questo, lo sforzo per il controllo del web è ancora maggiore e coinvolge molti settori e molte persone altamente qualificate.
Come accennato, il “livello macro” della censura di Internet è conosciuto nel mondo come Great Firewall of China, che Emma Lupano traduce efficacemente con ‘Grande Muraglia Virtuale’[20]. Questo funge da filtro per tutti i contenuti inappropriati dentro e fuori dal paese. Il sistema impedisce la circolazione di qualsiasi tipo di materiale considerato inappropriato, tra cui siti e immagini che possono “nuocere ai minori”, materiali pornografici e violenti, e parole che richiamano notizie sensibili (come ad esempio Tienanmen). Il Partito-Stato può decidere cosa bloccare in qualsiasi momento e spesso cambia lo status di accessibilità dei siti stranieri a seconda delle circostanze. In totale, secondo gli ultimi dati disponibili (maggio 2020) sono circa 10.000 i siti bloccati dal Grande Firewall, tra cui soprattutto testate giornalistiche come il «New York Times» e piattaforme come Twitter, Facebook e YouTube.
Come i media tradizionali, le compagnie di Internet ricevono istruzioni specifiche dalle autorità di propaganda a proposito degli argomenti da vietare o controllare e delle questioni, al contrario, da sollecitare. Se una piattaforma lascia troppa libertà ai propri utenti, viene contattata dalle autorità e spesso minacciata di chiudere[21]. Per questo la maggior parte della censura viene imposta dalle singole piattaforme, che sono appositamente costruite per facilitare il controllo dei contenuti.
Alla luce di quanto detto sinora, non sembrano esservi dubbi sul fatto che la censura in Cina sia un fenomeno estremamente radicato nella società e uno strumento fondamentale per il mantenimento del potere del PCC. Sembra anche essere evidente un inasprimento del fenomeno, in tutti i campi, nell’arco degli ultimi anni, sotto la leadership del Presidente Xi Jinping. I livelli di complessità raggiunti dalla tecnologia, destinati col tempo a migliorare esponenzialmente, sono da un lato la ragione dello sforzo e dall’altro l’arma vincente del potere. Qualsiasi informazione, qualsiasi testo pubblicato fisicamente o digitalmente, qualsiasi tipo di intrattenimento e persino le conversazioni private devono concordare con la volontà dello Stato, con la sua ideologia, e niente e nessuno può mettere in discussione la narrativa ufficiale. Almeno alla luce del sole.
Editoria cinese oggi: tra innovazione e censura
Riportando il focus sul mondo dell’editoria libraria, è interessante capire come, nella Cina contemporanea, la censura interferisca con la letteratura, quali siano le tematiche e i generi più fortunati e quali invece quelli non tollerati.
Il controllo politico non ha impedito alla letteratura cinese di prosperare, nonostante il fattore censura/auto-censura vada sempre messo in conto. Ad oggi, il mercato editoriale del paese è secondo solo a quello statunitense e, secondo le previsioni degli economi, è destinato a raggiungere un valore complessivo di 20 miliardi di dollari entro i prossimi sette anni[22]. Nonostante quello che potremmo pensare, la letteratura cinese è in movimento, e tanto di questo movimento avviene proprio nel sorvegliatissimo web.
Secondo i dati pubblicati dall’Accademia cinese per la Stampa e le Pubblicazioni, il 58.4% della popolazione, ovvero 812 milioni di persone, legge libri regolarmente[23]; l’aumento della percentuale di lettori è tra gli obbiettivi dichiarati dello Stato e il governo promuove la lettura con campagne nazionali mirate. I cambiamenti sociali degli ultimi decenni, dettati dalla crescente urbanizzazione e dall’economia sempre più forte, stanno producendo una classe media forte e largamente scolarizzata. La forza della crescita del settore è dovuta soprattutto a questo: la classe media è avida di letteratura occidentale e colta nell’ambito della letteratura cinese.
Oltre ai classici, ai quali i lettori cinesi sono particolarmente fedeli, tra i generi più fortunati stanno crescendo notevolmente i romanzi di finzione del genere young adult, specialmente quelli provenienti dalle piattaforme letterarie online.
Pubblicare tramite le piattaforme letterarie online è uno dei modi in cui moltissimi autori cinesi trovano seguito, spesso raggiungendo milioni di lettori. Gli scrittori, spesso giovanissimi, pubblicano periodicamente nuovi capitoli, e proprio questa modalità seriale di lettura contribuisce alla fortuna del mezzo. I lettori, infatti, anch’essi nella maggior parte dei casi adolescenti, possono commentare i capitoli letti e interagire direttamente con gli autori, fornendo un feedback immediato e spesso contribuendo all’evoluzione delle storie e dei personaggi. Gli autori più seguiti su queste piattaforme costituiscono per le case editrici degli investimenti sicuri: la pubblicazione tradizionale, fisica o in e-book, della letteratura online è il fenomeno nuovo più rilevante dell’editoria cinese, perché l’elevato numero di seguaci degli autori e delle serie\romanzi garantisce quasi certamente elevati guadagni. Questo nuovo e particolare canale di pubblicazione e fruizione della letteratura è ormai considerato il campo più in crescita nel settore della ricerca letteraria. Nonostante il fenomeno si sia sviluppato molto rapidamente, non solo è stato accettato immediatamente come filone della letteratura contemporanea, ma sta acquisendo un ruolo di spicco anche per quanto riguarda la teoria e la critica letteraria.
Internet ha dato una nuova forma alla scrittura, riconfigurando le relazioni tra l’autore, il lettore e il testo come un sistema dinamico, mettendo a disposizione una piattaforma virtuale disponibile a tutti per pubblicare, ma contemporaneamente anche per condividere i propri pensieri e sentimenti senza la limitazione delle regole della pubblicazione tradizionale e dell’editing. Ancora più profondamente, la letteratura di Internet ha cambiato l’ecologia della letteratura nella Cina continentale come una forza rivoluzionaria. Non avendo bisogno di passare attraverso tutti i passaggi della pubblicazione tradizionale, chiunque possegga un computer e abbia accesso alla rete può essere uno scrittore di letteratura online. Internet ha aperto nuove prospettive, portando una ventata di libertà in un sistema molto chiuso come quello dell’editoria cinese. Questo tipo di libertà rappresenta, tuttavia, un’illusione di resistenza al modello tradizionale di letteratura cinese, dominato per molto tempo dalla letteratura d’élite che ha marginalizzato i generi popolari e folkloristici. Dati il controllo serrato di case editrici, tipografie e redazioni e il sistema di conoscenze spesso ancora necessarie per entrare in questi ambienti, è sempre stato difficile, specialmente per i giovani, avere una possibilità nell’industria dell’editoria. Internet ha certamente cambiato le carte in tavola, mettendo spazi potenzialmente infiniti a disposizione di chiunque, professionista o dilettante, voglia in qualche modo sfidare la ristrettezza del sistema.
Accanto a questi aspetti positivi, bisogna prendere comunque in considerazione il fatto che tutte le piattaforme di letteratura online sono tenute sotto stretto controllo dai censori. È nell’interesse dei siti stessi non violare le regole del Dipartimento di Propaganda, per non rischiare di perdere la licenza. Molti racconti e romanzi seriali pubblicati online vengono interamente cancellati, se non rispettano le regole sulla censura. Dal momento che i lettori sono molto giovani, e molto spesso anche gli scrittori, le violazioni della censura riguardano soprattutto argomenti considerati sensibili per i minori, tra cui specialmente la “pornografia” (riferimenti sessuali troppo espliciti) e, purtroppo, l’omosessualità, un tema ancora scomodo per chi pubblica online. Chiaramente in piattaforme di questo genere, in cui ogni giorno vengono pubblicati centinaia di nuovi capitoli di storie diverse di tantissimi autori, è più semplice ingannare i censori. Gli scrittori ricorrono a eufemismi e neologismi, oppure nascondono URL tra le righe dei materiali che pubblicano per rimandare i lettori su siti meno controllati per leggere le parti che sarebbero soggette a censura. Ad ogni modo, l’autocensura è praticata dalla maggior parte degli autori, consapevoli che l’unico modo per poter pubblicare è scrivere testi conformi alle regole[24].
Le regole per la pubblicazione in Cina, sia quella tradizionale, cartacea o digitale, che quella online, hanno definito ampie categorie di argomenti proibiti. È difficile che veda la luce (almeno per vie ufficiali) qualsiasi testo che parli di culti e sette religiose, superstizione, oscenità, gioco d’azzardo, violenza, ma anche qualsiasi materiale che metta in discussione la solidità della nazione o che disturbi l’ordine pubblico. Ci sono due categorie di contenuti che preoccupano particolarmente gli editori cinesi. Secondo il sociologo, sessuologo e attivista per i diritti LGBT, Li Ynhe, «ci sono due criteri principali che definiscono la censura o il divieto di pubblicazione per un libro. Uno è nero e l’altro è giallo. Il nero sono le questioni politiche, come opporsi al Partito Comunista Cinese. Il giallo è il sesso»[25].
Fra i temi politici, i più sensibili sono senz’altro le “Tre T”, ovvero Tienanmen, Tibet e Taiwan, ma anche argomenti legati alle minoranze etniche, racconti sulle vite private di uomini del PCC, passati e contemporanei, la storia del Partito in generale e descrizioni di eventi storici che non coincidono con la narrativa ufficiale degli stessi.
Un altro tasto delicato per gli editori è qualsiasi tipo di riferimento al leader spirituale tibetano, il Dalai Lama, o al gruppo spirituale Falun Gong o a noti dissidenti politici. Come abbiamo visto precedentemente, il governo cinese sostiene che la censura sia un aiuto nel guidare l’opinione pubblica e nel mantenere la stabilità interna. Per il settore dell’editoria questo significa che gli editori sono sempre minuziosi nello scovare contenuti “discutibili”, dettagli storici “controversi”, materiale sessualmente esplicito e, in alcuni casi, anche ciò che riguarda la comunità LGBT. La modalità in uso per la censura libraria è quella di affidare il grosso del lavoro agli editori stessi, che, per non rischiare di farsi chiudere le aziende, sono tendenzialmente molto ligi e attenti alle regole.
La crescente forza economica e la popolazione sempre più scolarizzata e urbanizzata hanno reso la Cina un attore importante nel mondo dell’editoria internazionale. Il ricco mercato cinese è diventato preda degli occidentali, anche per quanto riguarda il settore culturale. Le potenzialità economiche per chi si accaparra una fetta del mercato cinese sono impressionanti, così case editrici e agenzie letterarie occidentali (esattamente come altre imprese di ogni genere e provenienza) vi si stanno buttando a capofitto, anche venendo a patti con la discutibile considerazione che il Partito-Stato ha per i diritti umani e civili dei propri cittadini. Ma, se per gli scrittori della Cina continentale la censura è un’abitudine quotidiana, vissuta con una certa rassegnata consapevolezza del fatto che non ci sia altra soluzione che obbedire alle regole, per autori, editori e agenti letterari stranieri è molto spesso una novità e, soprattutto, una possibilità di scegliere.
Questa scelta sull’accettare o meno la censura cinese, per gli stranieri, è già scivolata nell’autocensura in molti casi. In fin dei conti, si tratta di una questione di coscienza personale. Tuttavia, mentre il pubblico dei lettori cinesi cresce e attira sempre più occhi su di sé, sarebbe importante stabilire dei principi che impediscano al crescente scambio tra la Cina e il resto del mondo di finire per rendere la censura un fenomeno di routine.
Per quanto riguarda la libertà di espressione, la situazione è sempre più allarmante e ci sembra necessaria una maggiore presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica internazionale. Le recenti proteste di Hong Kong, che avevano aperto un dibattito mediatico interessante, sono state brutalmente oscurate dalla pandemia. Ci auguriamo che l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale possa rivolgersi nuovamente alle criticità cinesi, per affrontare il crescente impegno del Dipartimento di Propaganda nell’imporre il cosiddetto “soft power” con la giusta consapevolezza e perché sia chiaro chi paga e quanto costa, in diritti umani e civili, risparmiare commerciando con la Cina.
- T. Mao, Il libretto rosso, Roma, Newton Compton, ed. ebook 2011. ↑
- Si tratta di un estratto della tesi di Laurea Magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo La censura libraria nella Repubblica Popolare Cinese, discussa nella sessione invernale dell’Anno Accademico 2019/2020 presso la Sapienza Università di Roma: relatrice la prof.ssa Maria Panetta e correlatore il prof. Giampiero Gramaglia. ↑
- G. Samarani, La Cina contemporanea. Dalla fine dell’Impero a oggi, Torino, Einaudi, 2004, p. 256. ↑
- H. Chan, Control of publishing in China, past and present, The Forty-fourth George Ernest Morrison Lecture in Ethnology 1983, Canberra, The Australian National University, 1983, p. 31. ↑
- Disastroso piano economico e sociale che fu la principale causa della gravissima carestia che nel 1960 provocò la morte di 30 milioni di cinesi. ↑
- J. Domes, Peng Te-huai: the man and the image, Stanford, Stanford University Press, 1985, p. 115. ↑
- G. Samarani, La Cina contemporanea. Dalla fine dell’Impero a oggi, op. cit., pp. 266-67. ↑
- G. Samarani, La Cina contemporanea. Dalla fine dell’Impero a oggi, op. cit., p. 272. ↑
- Cfr. Lee-hsia Hsu Ting, Library Services in the People’s Republic of China: A Historical Overview, in «The Library Quarterly: Information, Community, Policy», vol. 53, n. 2, 1983, pp. 134-60. ↑
- Intervista di L. Grotti a Song Yongyi, Cina. «Torturati e uccisi? I nemici di classe venivano anche cucinati e mangiati dal popolo», su «TEMPI», 16 maggio 2016 (https://www.tempi.it/cina-rivoluzione-culturale-nemici-di-classe-mangiati-dal-popolo/#.Wp1jnZOdWAY: ultima consultazione 25/11/2020). ↑
- Yi Chen, Publishing in China in the Post-Mao Era: The Case of Lady Chatterley’s Lover, in «Asian Survey», vol. 32, n. 6, pp. 568-82, University of California Press, 1992, p. 569. ↑
- Traduzione letterale dal cinese 最高领导人, Zuìgāo Lǐngdǎorén, termine con cui si indica la carica più alta del PCC e del Governo cinese. Generalmente il “capo supremo” è il segretario del partito, il presidente della Commissione Centrale Militare e comandante in capo dell’esercito; tuttavia, il termine non indica una posizione formale o un incarico di per sé. ↑
- M. Hockx, Internet literature in China, New York, Columbia University Press, 2015, p. 27. ↑
- M. Hockx, The Literary Field and the Field of Power: The Case of Modern China, in «Paragraph», vol. 35, n. 1, 2012, pp. 49-65, cit. a p. 57. ↑
- Cfr. G. Natalini, Punteggio social Cina: quando Black Mirror diventa realtà, 2/01/2019 (https://techprincess.it/social-credit-cina-black-mirror/; ultima consultazione 10/12/2020). ↑
- Y. Jang, Cyber-nationalism in China: challenging Western media portrayals of internet censorship in China, Adelaide, University of Adelaide Press, 2012, p. 63. ↑
- J. J. Linz, Totalitarian and Authoritarian Regimes, Boulder, Lynne Rienner, 2000, p. 35. ↑
- «Dal 2017 i governi locali incoraggiano il rafforzamento delle unità di lavoro per gestire la comunità. Il ritorno di questo sistema di organizzazione sociale può essere inserito in un progetto più complesso di rafforzamento delle organizzazioni del Partito a livello locale. Per questa ragione sono state definite anche “globuli rossi” dell’apparato Partito-Stato, promotori dell’interesse e della volontà del Partito. A differenza del passato sono composte da gruppi più elitari di persone. Coerentemente con la politica di ringiovanimento e professionalizzazione del PCC, le unità di lavoro sono composte da persone con un certo livello di istruzione, un buono stipendio e con legami con funzionari di Partito»; da www.lospiegone.it: https://lospiegone.com/2020/06/05/la-piramide-del-potere-comunista-cinese-le-unita-di-lavoro-%E5%8D%95%E4%BD%8D-danwei/; ultima consultazione 10/12/2020. ↑
- Cfr. China, Turkey, Saudi Arabia, Egypt are world’s worst jailers of journalists, 11 dicembre 2019 (https://cpj.org/reports/2019/12/journalists-jailed-china-turkey-saudi-arabia-egypt/; ultima consultazione 10/12/2020). ↑
- E. Lupano, Ho servito il popolo cinese. Media e potere nella Cina di oggi, Milano, Francesco Brioschi Editore, 2012, p. 119. ↑
- K. Edney, The globalization of Chinese propaganda. International power and domestic political cohesion, New York, Palgrave Macmillan, 2014, p. 61. ↑
- Cfr. Global Book Publishing Industry report (https://www.globenewswire.com/news-release/2020/08/24/2082582/0/en/Global-Book-Publishing-Industry.html; ultima consultazione 19/12/2020). ↑
- M. Dube, Overview of the Chinese Book Market, 14 febbraio 2019 (https://blog.publishdrive.com/overview-chinese-book-market/; ultima consultazione 19/12/2020). ↑
- Cfr. P. H. O’Neill, Popular Chinese online-fiction authors see entire novels deleted by censors, 1° marzo 2020 (https://www.dailydot.com/debug/chinese-online-fiction-censorship/; ultima consultazione 21/12/2020) e Does Qidian censor things?, agosto 2018 (https://forum.novelupdates.com/threads/does-qidian-censor-things.72181/; ultima consultazione 21/12/2020). ↑
- Cfr. PEN American center, Censorship and conscience. Foreign authors and the challenge of Chinese censorship, 26 maggio 2015, p. 8 (https://pen-international.org/es/print/3754; ultima consultazione 22/12/2020). ↑
(fasc. 39, 31 luglio 2021)