Il “Publishing” americano e l’editoria italiana

Author di Marika Lauria

La storia del Publishing americano

Il panorama editoriale americano è una realtà eterogenea[1], composta da case editrici di ogni genere e dimensione, ma anche estremamente polarizzata; infatti, quelli che potrebbero essere definiti i protagonisti del settore sono solo cinque: Hachette Book Group, HarperCollins, Macmillan Publishers, Penguin Random House Group e Simon & Schuster[2].

Questi colossi sono nati grazie a fusioni e acquisizioni di imprese che affondano le loro radici nella storia dell’editoria statunitense; basti pensare all’operato dei fratelli Harper, a George Palmer Putnam, a William Henry Appleton e a Charles Scribner I[3]. Fin da questi primi esempi si possono rilevare delle differenze con l’editoria europea in generale: tali prototipi di publishers si sono affidati soprattutto alla varietà della loro offerta e al contatto diretto con il pubblico – tramite i bookclubs e il lavoro all’interno della comunità – mentre in Europa si sono predilette la specializzazione in alcuni determinati settori, e in particolare quelli letterari, e la vendita tramite librerie[4].

Se alcuni degli editori citati hanno aperto la propria attività nei primi anni ’20 dell’800, la restante maggior parte è entrata in scena dopo la Prima guerra mondiale; come ricorda Maro Asadoorian: «book sales expanded briskly by some 10 percent each year, and a flock of new and energetic young publishers entered the fiels»[5]. Tali imprese non differiscono particolarmente dalle contemporanee europee: non hanno grandi dimensioni, non sono quotate in Borsa, sono ancora gestite dai loro fondatori e con un forte legame con i propri autori[6].

Del resto, l’espansione del settore in America è dovuta anche ad altri fattori; in seguito alla Prima guerra mondiale e al boom demografico, infatti, si è registrata una crescita nel numero dei lettori, contemporanea allo sviluppo di nuove tecniche di produzione attraverso cui si è stati in grado di abbassare i costi. Tale positività è continuata negli anni ’30, in maniera così totalizzante da consentire al settore di svilupparsi, superando la Grande Depressione con successi finanziari sorprendenti e registrando anche nuove aperture. Durante la Seconda guerra mondiale, poi, fondamentale è stato il ruolo svolto dall’industria del libro, che ha costituito un vero asse portante per la società. Sembrerebbe, però, che durante quest’era l’editoria americana abbia avuto un grande arresto, subordinato a una stretta di austerità. Secondo Lehmann-Haupt[7], le case editrici americane hanno sofferto più di quelle europee, e questo perché

[…] the high level of modern bookmaking in the European countries rest on a long continuity of experience and a carefully coordinated education and training program, in other word on very firm foundations. In America, these very foundations are still being laid, simultaneously with, and largely in terms of, current problems altogether a much more vulnerable situation. Secondly, the first stage of a new mass production era in bookmaking coincided with the war, was in fact precipitated by the war[8].

In questo contesto è stata fondamentale la rivoluzione del formato dei libri, avvenuta alla fine degli anni ’30, coincidente con lo sviluppo della produzione di massa. La dimensione, più pratica e maneggevole, e il tipo di edizione, economica e rapida, è stata introdotta, in realtà, dalla Pocket Books[9] nel 1939 con le «Armed Services Editions»[10]. Nel Secondo dopoguerra le tendenze nella gestione delle imprese editoriali, che già si erano mostrate prima del conflitto, si sono rafforzate e il gap tra Golden e New Generation si è fatto più accentuato negli anni ’50, con l’ingresso di esperti di marketing nel settore[11]. L’industria di questi anni viene descritta come «heavy-handed nostalgia (some of which is assuredly exaggeration) as the pinnacle of intellectual freedom»[12]. Più in generale, da questo momento tutta l’Europa ha guardato con curiosità agli States, in particolare per il nuovo ruolo dell’inglese: la lingua internazionale, della scienza e della guerra. Così, i paesi europei hanno cominciato a voler operare nel mercato americano in maniera attiva, oltre che passiva; la conseguenza più eclatante è stata l’acquisizione da parte del gruppo tedesco Bertelsmann nel 1986 di Bantam, Doubleday e Dell, e poi di Random House nel 1996[13].

È nella seconda metà del ’900 che si ha la maggior parte dei cambiamenti in questo settore, lasso temporale definito Age of Acquisitions[14]; infatti, tra 1960 e 1989 si sono registrate 573 tra fusioni e acquisizioni, rendendo l’industria editoriale più grande e piccola allo stesso tempo: sempre meno compagnìe controllano la maggior parte del mercato[15]. Ma già dal 1940 case editrici come la Doubleday si sono trasformate da realtà autosufficienti a «money-machines»[16] e hanno cominciato a diventare i giganti che sono oggi; altre, come la Macmillan Publishers, la cui sede americana si è staccata dalla casa madre inglese nel 1952, sono diventate pubbliche, senza però fornirsi di sufficienti azioni e partecipazioni per resistere a tentativi di assunzioni in carico. Le quotazioni in Borsa delle case editrici sono iniziate nel 1959, segnando un’era di cambiamento; in seguito, tra gli anni ’70 e ’80, la competizione nel mercato editoriale statunitense è aumentata a dismisura, in particolare in relazione agli anticipi da poter garantire agli autori di maggior successo. Lo scopo di ciò è, già da questi anni, la corsa al bestseller, così come la necessità di aumentare il numero dei titoli editi e le dimensioni delle imprese; tali logiche hanno avuto due principali conseguenze: il lesinare sulla qualità delle pubblicazioni, sia da un punto di vista tecnico che letterario, e la chiusura del mercato alle piccole e medie case editrici che non hanno avuto modo di reggere il confronto con i grandi agglomerati, comportando anche nuove fusioni e acquisizioni[17]. Dunque, già nel 1989 il mondo editoriale è dominato per il 72,4% da sole 15 industrie[18]: Simon & Schuster, Time-Warner, HarperCollins, Reader’s Digest, Random House, Harcourt Brace Jovanovich, Bantam Doubleday Dell, Encyclopedia Britannica, Maxwell Macmillan, McGraw-Hill, Rimes-Mirror Book Group, Thomson Corporation, Penguin USA, Houghton Mifflin, Macmillan/McGraw-Hill.

Oggi, invece, «the component of the conglomerate communications-entertainment complex which happens to deal primarily with publishing book»[19]; e, infatti, Jay David Bolter[20] afferma che attualmente si vive in quella che può definirsi cultura mediale, determinata prettamente da due sviluppi del XXI secolo: l’ascesa dei media digitali – come siti web, videogiochi, social media e applicazioni mobili, oltre a contenuti cinematografici, radiofonici e a stampa – e l’aver collettivamente smesso di credere nell’esistenza della cultura tradizionalmente intesa. In tale contesto, sono molti i movimenti contraddittori che si potrebbero rilevare; si evidenzia, in particolare, la facilità con cui si mettono a disposizione del pubblico i testi, soprattutto per via di alcune piattaforme che operano nel settore – come Amazon e Google Books –, e la loro stessa messa in competizione con altre forme mediali.

Amazon è una realtà che incute timore agli editori di tutto il globo, e soprattutto ai grandi gruppi editoriali statunitensi, per via della sua capacità di adattarsi al mondo odierno e di incanalare la propria innovazione tecnologica in direzione della soddisfazione del cliente. Infatti, Jeff Bezos, fondatore e amministratore delegato di Amazon.com, ha dichiarato:

Nel business editoriale ci sono solo due attori ad avere il futuro garantito: i lettori – che con gli ebook risparmiano moltissimo, hanno accesso alla loro libreria virtuale in ogni momento e possono scegliere tra una varietà maggiore di titoli e generi – e gli autori, a cui paghiamo il 70% dei diritti. Tutti gli altri devono lavorare per assicurarsi un futuro. L’ecosistema che ruota intorno al libro dovrà adattarsi al nuovo e per farlo bisogna sforzarsi di creare valore aggiunto. Non si vince mai se si combatte contro il futuro: il futuro vince sempre[21].

Ed è con questa logica che già nel 2013 controlla circa il 25% delle vendite dei libri stampati, che rappresentano comunque solo una piccola parte della sua produzione[22].

In Italia l’anima editoriale di Amazon è forse uno dei suoi aspetti meno conosciuti, ma in America si muove con decisione, tra acquisizioni e nuove pubblicazioni. Tuttavia, il rapporto che intercorre tra l’industria del libro e la piattaforma potrebbe essere definito quantomeno travagliato; la prima impresa ad averle fatto causa è stata Barnes & Noble nel 1997, per la dichiarazione pubblicitaria di Bezos che descriveva il suo sito come «[…] la più grande libreria del mondo»[23]. Nel 2014 è stato il gruppo Hachette Book a muoversi contro Bezos per il prezzo degli e-book. Queste controversie non sono altro che la manifestazione di uno scontento generale degli editori statunitensi per la concorrenza del Colosso di Seattle; le critiche e le accuse sono infatti molte, in particolare per alcune innovazioni che Bezos propone. Se queste sono le recriminazioni che i publishers muovono ad Amazon, anche le librerie, come nel caso di Barnes & Noble, non sono sempre state d’accordo con la sua linea imprenditoriale; Jorge Carrión[24] – scrittore e critico letterario spagnolo – ha, infatti, stilato un manifesto per condannare alcuni aspetti della creatura di Bezos, difendendo le librerie e le biblioteche tradizionali.

Come si può comprendere, quindi, il panorama editoriale americano e quello italiano sono strutturalmente differenti, a partire dalla composizione manageriale dell’impresa, indubbiamente di lunga data in America e relativamente recente in Italia. Ma le differenze e le somiglianze toccano tutti i campi della filiera editoriale, disponendo un rapporto di reciprocità tra i due Paesi. È, infatti, comprovato che gli scambi culturali tra gli Usa e la penisola sono molto meno recenti di quello che si potrebbe pensare; già durante gli anni ’30, per esempio, gli studenti universitari italiani hanno dimostrato interesse per la letteratura americana e, più in generale, per la cultura d’Oltreoceano. Questa curiosità giovanile, tra l’altro, è stata ostacolata da un atteggiamento conservatore e nazionalista, teso a preservare la cultura italiana: «[…] la resistenza alla cultura americana, alta o bassa, delle élite che controllavano l’establishment letterario italiano era insieme ideologica e culturale»[25]. Nonostante ciò, l’interesse dimostrato per un mondo – sentito come – più dinamico, tecnologico e innovativo è perdurato; basti pensare ad alcune scelte editoriali delle case italiane, come lo spazio sempre maggiore dedicato ad alcuni generi tipicamente anglosassoni – per esempio, fumetto, noir e giallo. Non sorprende, dunque, la possibilità di ritrovare in Italia alcuni esempi di imprese che seguono logiche americane, ma anche di aziende di impronta italiana che operano su suolo europeo e statunitense.

Alcuni catalizzatori americani in Italia: Fanucci

Fanucci viene aperta nel 1972 a Roma e si specializza subito nelle branche più anglosassoni, quali fantascienza e fantasy; Sergio Fanucci eredita nel 1990 un’impresa di cui, grazie soprattutto al catalogo già ben fornito e formato, riesce a sanare l’immagine pubblica grazie a una rivoluzionaria strategia:

[…] preso atto del declino del pubblico tradizionalmente legato alla produzione di genere, ripropone i suoi autori maggiori in edizioni curate e prive di ogni marchio seriale […] le visionarie e realistiche distopie della fantascienza classica vengono rilanciate in una confezione che sottolinea il loro valore letterario e la loro attualità[26].

Il catalogo, quindi, include così il fantastico, l’horror e il noir, inserendo anche alcune opere per bambini e ragazzi in un secondo momento; grazie in particolare all’attenta politica nei confronti dei librai, a un buon lavoro di promozione e di ufficio stampa, così come alla pubblica visibilità dell’editore stesso, la casa editrice ha un ottimo successo – molto innovativa, tra l’altro, la sezione dedicata ai booktrailers sul sito della casa editrice.

Il progetto editoriale di Fanucci

[…] ha sempre cercato di eliminare pregiudizi e confini, dimostrando con alcune collane come il genere avesse ormai contaminato il mainstream creando veri e propri ibridi letterari‚ come Sergio Fanucci ama chiamarli. In questi anni il cinema e la stessa letteratura hanno saccheggiato, manipolato e sfruttato le grandi idee prodotte da una narrativa a volte mediocre ma sempre geniale e fulminante, vero e proprio laboratorio di scrittura e ricerca. Nello stesso periodo la casa editrice ha portato avanti un progetto fatto di nuove proposte e di riscoperta o rilancio di autori classici, con l’obiettivo di soddisfare i lettori più attenti e di conquistarne di nuovi[27].

In sostanza, la volontà di tale impresa è quella di dare spazio a tutti quei generi letterari che nell’immaginario italiano sono sempre stati sentiti come letteratura meno impegnata; con questo intento, negli anni, è stata in grado di realizzare una linea editoriale che spazia per ogni genere che possa entrare nella categoria del “fantastico”, girando attorno al concetto di scrittura come immaginario, fabbrica e laboratorio permanente di storie e idee. Le scelte editoriali, quindi, sono dirette verso l’innovazione, con un focus su «[…] scrittori anglo-americani e scrittori europei che hanno un approccio legato più al proprio vissuto che non alle visioni tipiche americane, dove guardano il futuro senza meditare troppo sul passato»[28]. Ed è appunto con l’intento di veicolare un’altra cultura, quella più tipicamente americana, che nasce «AvantPop»:

La collana AvantPop nasce con l’intento di tracciare le coordinate di una nuova scena intellettuale e letteraria, ancora in larga parte inedita in Italia. Una scena che nasce in quel calderone di sperimentazioni che è la cultura statunitense, sede di infinite contraddizioni e di vertiginose complessità, e si estende in Europa e in tutto il mondo, esprimendo un tentativo critico e letterario di reagire alla società dello spettacolo. Le autrici e gli autori della collana si collocano al crocevia dei generi letterari, coniugando tradizioni ed esperienze diverse, che vanno dalla fantascienza all’avanguardia, dal cinema ai classici. AvantPop presenta al pubblico una serie di opere che nel romanzo e nella scrittura trovano uno strumento di analisi e interpretazione del mondo contemporaneo[29].

Ciò accade, come per molti altri editori, per via della considerazione che l’editore ha della letteratura americana:

L’America è e sarà sempre un Paese ricco di contraddizioni e di posizioni fantasiose e divertenti, ma anche capace di intuizioni e analisi illuminanti. Questo essere così spavaldi e anticonformisti li rende pieni di stimoli e capacità, anche letterarie. La loro letteratura ha da sempre influenzato il resto del mondo, è stata importata e copiata, ne è diventata modello o totem, ma è stata anche criticata e vivisezionata. Noi siamo sempre stati un Paese più occupato a raccontare i fatti nostri, a guardare il nostro ombelico[30].

Fine ultimo, comunque, dell’operato di Fanucci è quello di cercare in qualche modo di invitare la popolazione italiana all’abitudine alla lettura, essendo egli stesso un accanito lettore; tale grande progetto dovrebbe essere realizzato attraverso

Un programma o più programmi televisivi dove chi presenta i libri abbia una passione incondizionata, non preconfezionata, dove non ci sia per forza l’autore affermato o di moda, dove il libro non sia un derivato ma il centro di minuti di immagini ed emozioni, perché il libro viene da dentro, scaturisce dalla mente e poi dopo diventa immagine, ma un’immagine intima e personale, unica e sempre diversa… questo potrebbe fare la televisione, potrebbe diventare quello che è stata per tanti anni e lo è ancora: un inesauribile, micidiale, portatore di messaggi, notizie, parole e tutto quello che ci sta dentro. Basterebbe questo, ma nessuno sembra averlo capito, neanche i grandi ricchi editori milanesi[31].

Alcuni catalizzatori americani in Italia: Minimum Fax

La prima volta che compare il nome Minimum Fax – che deriva appunto dal mezzo (fax); e il messaggio che doveva essere per necessità breve (minimum)[32] – è su una rivista letteraria nel 1993:

[…] la prima rivista di letteratura via fax, nata poco dopo in piena era pre-Internet. Inediti, racconti brevi, poesie, spedite da un pc portatile sui fax (definiti per l’occasione “rotative domestiche”) degli abbonati “telefonici”. L’unico modo per distribuire, impaginare, ed essere letti senza avere soldi. Gli abbonati pagavano circa 70.000 lire all’anno per ricevere 12 numeri mensili (di circa 10 fogli A4)[33].

Nel 1994 inizia la pubblicazione dei primi libri, incentrati principalmente sul mestiere dello scrittore e sui processi di scrittura – progetto che è attualmente ancora in corso con la collana «Filigrana». Tra 1994 e 1999 sono molte le collane che si aggiungono al catalogo editoriale: «Sotterranei», omaggio a Kerouac e al romanzo omonimo del 1958, incentrata su narrativa, musica e poesia americane; «Struffoli», collana comica; «Macchine da scrivere», che porta per la prima volta in Italia i libri-intervista della «Paris Review»; «I libri di Carver», «I quaderni dello straniero» e «Fuori collana»[34].

Marco Cassini[35], cofondatore della casa editrice, di quegli anni ricorda:

Decisi di voler fare l’editore una sera di dicembre del 1994, anche se, senza saperlo, forse già lo ero. Quella sera c’era l’open office delle edizioni e/o, la tradizionale festa natalizia della casa editrice romana, che stavolta celebrava anche il suo quindicesimo anno di attività. A quei tempi minimum fax già esisteva, ma non credo si potesse definire propriamente una casa editrice. Avevamo pubblicato […] in totale quattro volumetti, che per timore reverenziale chiamavamo «quaderni» […] e che erano distribuiti solo in poche librerie di Roma […]; non avevamo un ufficio, e del resto non ne sapevamo niente della professione e del mercato, né tantomeno della gestione di un’impresa di qualunque forma e oggetto sociale[36].

La collana «Sotterranei» (1995), manifestazione di un programma di ricerca sulla letteratura americana, porta a includere nel piano editoriale di questa casa editrice indipendente scrittori come Jonathan Lethem, Rick Moody, Jennifer Egan e David Foster Wallace, traducendolo per la prima volta al di fuori dei confini USA[37]. Particolare risulta, inoltre, il motivo di questa scelta: «All’inizio ci siamo rivolti all’estero un po’ per passione e un po’ per timore di non essere in grado di imporre (piccoli e invisibili come eravamo) un autore italiano, specie se esordiente»[38].

Parallelamente, si sviluppano due riviste culturali, un trimestrale incentrato sull’evoluzione di culture diverse, «Lo straniero» (estate 1997), e una rivista teatrale, «La porta aperta» (settembre 1999). Ancora, vengono aperte nuove collane, tra cui «Nichel» – corrispettivo italiano di «Sotterranei» – (2000) e «Indi» (2005), sull’attualità politica.

L’intento della casa editrice, fin da questi primi esempi, è quello di veicolare nuove voci nel contesto culturale italiano, che esprimano «[…] la stessa forza rivoluzionaria nei loro rispettivi campi artistici»[39]. È seguendo questo principio che vengono fondate anche «Minimum Fax cinema» e «Minimum Fax musica», che danno spazio alle storie di musicisti e registi che hanno segnato la storia del loro genere – tra cui si annoverano anche Stanley Kubrick e John Coltrane – e a cui presto si affianca anche «Minimum Fax media». A detta di Daniele Di Gennaro, co-fondatore dell’impresa, tutti i linguaggi si integrano e sono importanti, specialmente per via del possibile accostamento tra musica e letteratura:

L’innovazione, la capacità di trasformare un canone preesistente per non subirlo passivamente come un’inevitabile eredità, questa capacità è la stessa in Miles Davis come in David Foster Wallace. Molti musicisti dichiarano nelle loro autobiografie di essere dei raccontatori, degli story teller molti scrittori hanno un grandissimo senso del ritmo e del suono nella loro scrittura[40].

La casa editrice fa sentire in particolare la sua presenza attraverso la partecipazione costante a fiere e manifestazioni, ma ancor di più con i corsi dedicati alla scrittura e all’editoria di Minimum Lab, che esprimono «[…] la voglia di raccontare i processi del nostro mestiere, e di farlo a fianco anche di professionisti delle altre case editrici. Un laboratorio permanente di formazione culturale e professionale […]»[41]. In sostanza, una serie di seminati e di workshops per trasmettere quello che i due fondatori, Cassini e Di Gennaro, hanno imparato dall’esperienza pratica sul campo nei primi anni della loro attività[42].

Si potrebbe, inoltre, evidenziare che, negli anni, la pubblicazione di antologie e raccolte di racconti ha acquisito quasi una funzione di “marchio” della Minimum Fax, una delle poche, virtuose case editrici che pubblicano racconti. Non è che le altre non li pubblichino, però Minimum Fax è una delle poche a trattare i libri di racconti come qualsiasi altro libro: ci investe, li rende visibili con un’accurata campagna stampa, li manda ai premi etc.

Quando è nata Minimum fax c’erano molti ambiti editoriali “non coperti”, la poesia, le interviste d’autore sul mestiere della scrittura, una narrativa che affrontasse l’inquietudine e il tempo presente. Di fatto, nel mercato editoriale c’era un grande pregiudizio sui racconti, percepiti dal mercato come forma minore, quindi meno vendibile. Da lettori pensavamo esattamente il contrario. Una collana intera dedicata all’opera omnia di Raymond Carver, il libro di racconti di Valeria Parrella Mosca più balena arrivato in cinquina al premio Strega, i racconti ustionanti, straordinari di David Means (Episodi incendiari assortiti una rivelazione), l’antologia La qualità dell’aria, furono la prova del contrario. Li abbiamo considerati, trattati e comunicati come evento editoriale in seno a un progetto più ampio[43].

E, infatti, in «Nichel», già tra 2004 e 2015 prendono posto più di 10 antologie di prosa e ricerca; si tratta, quindi, di un progetto che vede in questo tipo di libro non solo un modo per fotografare la scena letteraria di un momento, ma anche un luogo dove poter elaborare una posizione, esprimere un punto di vista e sperimentare un modello editoriale[44]. Si potrebbe vedere un intento di emulazione del progetto di Pier Vittorio Tondelli, che appunto ha realizzato una raccolta di racconti di Under 25, per quanto i punti in comune si limitino a uno slancio generazionale e a un invito a prendere voce[45]. Effettivamente, la scelta delle raccolte di racconti sarebbe stata presa per coprire un settore del mercato altamente carente, almeno in Italia:

Nel periodo in cui siamo nati nessuno pubblicava racconti, nessuno pubblicava le poesie, per esempio, di Bukowski. È stata pubblicata tutta la narrativa, mai le poesie. Noi l’abbiamo fatto, abbiamo pubblicato anche l’opera omnia di Raymond Carver e tanti racconti e il genere ha cominciato ad andare[46].

Si comprende, quindi, che con il lavoro di ricerca che fa questa casa editrice romana può solo ricoprire un ruolo da catalizzatore della cultura statunitense, in particolare per lo spazio che viene dato ad alcuni manuali innovativi sul suolo della Penisola, a cui sono state dedicate collane specifiche come «SuperTele».

Alcuni catalizzatori americani in Italia: 66thand2nd

La 66thand2nd è una casa editrice indipendente romana, aperta nel 2008 da Isabella Ferretti e Tomaso Cenci; il nome deriva dall’incrocio di New York dove i due editori hanno avuto l’idea di iniziare il loro progetto editoriale.

Isabella Ferretti ha raccontato: «Tomaso Cenci e io siamo andati a New York per lavoro, per ragioni completamente diverse dall’editoria e dal mondo editoriale, e lì abbiamo scoperto libri e autori che ci sembravano poco noti in Italia»[47]. Infatti, la loro linea si ispira apertamente alla cultura letteraria statunitense, con particolare interesse alla letteratura sportiva – a cui viene dedicata «Attese» – e a quella del melting pot – raccolta in «Bazar»; lo scopo delle due collane, fin dall’inizio, è veicolare alcuni generi tendenzialmente sottovalutati dall’audience italiana – ma anche per puro e semplice gusto personale[48]. Infatti, a detta della coeditrice:

Sono arrivata a New York da Londra, dove ho studiato e lavorato per oltre quattro anni. Già lì avevo respirato la maggior ampiezza dell’offerta letteraria a disposizione dei lettori, non solo in termini di generi ma anche di taglio, tematiche, autori e case editrici. A New York, questo senso di grande respiro si è addirittura ampliato, unitamente alla constatazione che – nonostante possa non sembrare così – solo una piccolissima percentuale della produzione anglo-americana arriva sugli scaffali delle librerie italiane[49].

Le due collane principe della casa editrice sono attualmente attive e rappresentano il fine ultimo del messaggio che i due editori hanno deciso di comunicare al panorama editoriale, ovvero quello dell’importanza dello sport, inteso come primo motore della vita, che innesca rapporti e storie, e quello della letteratura più comunemente chiamata “d’emigrazione”, che identifica un tipo di ricerca d’autore senza confini geografici o linguistici. Con il trascorrere degli anni, poi, il catalogo si è ampliato, prendendo comunque come riferimento i generi maggiormente apprezzati dai lettori americani; attraverso «Vite inattese», infatti, si cerca di dare più spazio alla letteratura sportiva che si trasforma in memoir di pregio, con opere spesso dedicate a grandi personaggi e a memorabili vicende di sport[50].

Molto interessanti, inoltre, risultano i canali prediletti per la pubblicazione dei loro titoli; sembrerebbe infatti che, con una grande similitudine con il modello statunitense, gli editori si rifacciano soprattutto alle segnalazioni di alcune agenzie letterarie e al lavoro su commissione:

Riceviamo moltissime proposte direttamente dagli autori e, soprattutto nelle collane dedicate alla letteratura sportiva, non di rado decidiamo per la pubblicazione. Ci arrivano molte proposte tramite agenzie o grazie al passaparola. Da ultimo, lavoriamo spesso su commissione: c’è qualcosa di speciale nel tentativo di intercettare le passioni nascoste di scrittori che stimiamo e chiedere loro di scrivere un libro che nessun altro aveva mai pensato di proporgli. In questi casi nascono relazioni belle e durature ed esperienze editoriali indimenticabili[51].

Allo stesso modo, li accomuna alla gestione di un’impresa editoriale statunitense l’energia riposta nella promozione e nel marketing, strategia che è rilevabile specialmente nei loro primi anni:

I problemi sorgono nella fase successiva, quella in cui bisogna guadagnare spazio in termini di riconoscibilità della casa editrice presso il pubblico e vendere. Fin dall’inizio abbiamo dedicato molta energia alla promozione e all’immagine e abbiamo ottenuto una riconoscibilità presso gli addetti ai lavori degna di case editrici più grandi e con una storia più lunga della nostra. Purtroppo però alla visibilità stampa non corrisponde un pari volume di vendite, sicuramente a causa della crisi che colpisce tutti ma anche per la descritta conformazione del mercato. […] In questa situazione, anche avere una buona piattaforma e-commerce conta e aiuta a recuperare vendite. 66thand2nd ha creato un bookstore nell’àmbito di un completo restyling del sito, con la possibilità di comprare abbonamenti, libri e card da regalare, nel tentativo di accontentare i tanti lettori che ci scrivono perché non riescono a trovare i nostri volumi in libreria[52].

Ancora, si può sottolineare uno degli aspetti che più attira l’attenzione del lettore in libreria: la copertina. Infatti, il progetto grafico di copertina dei libri della casa editrice indipendente romana non è sempre uniforme all’interno di una stessa collana; inoltre, molto s’incentra sull’illustrazione, piuttosto che sulle fotografie, con delle vere e proprie copertine d’autore[53]:

È questo un tratto diffuso nell’editoria anglosassone mentre in Italia domina l’idea di collana in cui ciascun libro si uniforma a un progetto grafico con parametri fissi. Oltre a provare a fare breccia nel concetto di uniformità grafica, volevamo dare origine a un prodotto unico, che parlasse a ogni lettore a partire dall’involucro esterno: un prodotto prezioso, curato – anche se per noi costoso – che aspirasse a diventare un prodotto da collezione[54].

Infine, si può citare la rilevanza della collana «Bookclub» che si ispira ai circoli letterari anglosassoni; lanciata nel 2011, è uno dei primi esempi di questo genere in cui un editore partecipa attivamente e suggerisce direttamente cosa leggere al proprio pubblico. Il fine ultimo di tale collana è, appunto, dare il maggiore spazio possibile alla lettura, che vuol essere intesa come strumento di formazione del pensiero[55].

Alcuni catalizzatori americani in Italia: Edizioni Black Coffee

Edizioni Black Coffee è una casa editrice indipendente fiorentina che fin dall’esordio, avvenuto nel 2017, per opera di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, si specializza nella letteratura nordamericana contemporanea; il suo Leitmotiv è, infatti, quello di dar risalto agli esordienti statunitensi, prestando particolare attenzione alle voci femminili e alla raccolta di racconti[56]. L’esperimento nasce in origine da una collana, incentrata sullo stesso tipo di letteratura, la «Black Coffee» per l’appunto, presso la casa editrice indipendente fiorentina Clichy, per cui i due editori lavoravano come traduttori[57]. A ogni modo, già dal nome, che richiama la bevanda americana, si comprende l’intento metaforico di alludere a libri non carezzevoli, che vogliono scuotere il lettore per farlo riflettere[58].

La ricerca delle firme da inserire all’interno del calendario editoriale si sostanzia nel vero e proprio lavoro di scouting che i due editori, data la loro occupazione precedente, sanno ben svolgere; a detta di Sara Reggiani, infatti, ciò che a loro davvero interessa non è il successo che tali autori hanno riscosso in patria, ma quanto il loro modo di scrivere e di esprimersi all’interno di una data opera sia accostabile agli altri volumi già pubblicati, che rispecchiano, in sostanza, le loro scelte editoriali[59]. Del resto, le loro pubblicazioni manifestano, ancora una volta, gli interessi principali dei due editori, tanto che Reggiani afferma:

Come traduttori abbiamo sempre lavorato sulla narrativa americana e da qui una passione forzata, ma in realtà io ho studiato letteratura inglese e americana all’università, e in quegli anni mi sono appassionata ai classici e a tutti i fondamenti della letteratura[60].

Nordamericana è anche l’impostazione che la casa editrice cerca di dare ai propri progetti grafici di copertina:

All’inizio avrei voluto che le copertine fossero una diversa dall’altra, come in America, ma qualcuno mi disse che sarebbe stata una scelta azzardata in Italia, che poi i librai non ci avrebbero capito niente. Allora ho ragionato con Raffaele Anello, nostro grafico nonché amico di vecchia data, e gli ho chiesto di creare qualcosa di forte, qualcosa che catturasse l’occhio in quelle librerie che ci avrebbero esposto. Ho chiesto un approccio essenziale: sono sempre due elementi in una cornice colorata che incontrano/scontrano e che creano azione, straniamento[61].

Mentre molto particolare risulta essere la scelta di non avere delle collane:

A Black Coffee non abbiamo propriamente delle collane, non ci sono barriere all’interno del catalogo, ci siamo sempre ripromessi di dare lo stesso peso a tutte le forme, romanzo o racconto. Il racconto ha la stessa dignità del romanzo ed è molto complesso da scrivere. Personalmente mi sono sempre piaciuti molto perché mi lasciano libera di immaginare, mi lasciano spazio. A Black Coffee abbiamo in catalogo racconti di esordienti e di classici a partire da Joy Williams, autrice che abbiamo presentato nel primo anno della casa editrice: un’impresa grossa, ma ci ha premiato, perché i lettori hanno apprezzato il coraggio e perché era necessario ci fosse anche questa voce tra le maestre della forma breve. Poi sono venuti anche i memoir, storie personali con uno sguardo puntato all’interno, la traduzione della rivista Freeman, l’antologia poetica, la saggistica[62].

A ciò si aggiungono, inoltre, la produzione della rivista letteraria «Freeman’s», diretta dal critico letterario John Freeman, e del podcast Black Coffee Sounds Good. Il podcast nasce da una soluzione intelligente: poiché sussiste una non indifferente problematica a invitare gli autori presso la redazione, attraverso il podcast si possono realizzare le presentazioni a loro e alle loro opere dedicate, la cui relatrice è Marta Ciccolari[63].

Il catalizzatore italiano negli States e in Europa: Edizioni e/o ed Europa Editions

Le Edizioni e/o nascono a Roma nel 1979, fondate da Sandro Ferri e Sandra Ozzola; agli inizi ha la connotazione di una casa editrice a conduzione familiare, ma questo assetto si modifica ben presto. È, fin da subito, «l’espressione della volontà di creare ponti e brecce nelle frontiere letterarie per stimolare il dialogo tra le culture»[64]. Tale indirizzo appare chiaro già dallo stesso nome della casa editrice, che non solo intende l’alternativa “e/oppure”, ma anche “Est/Ovest”, così come dal logo scelto, la cicogna, uccello migratore che viaggia per il mondo.

La linea editoriale si rivolge in un primo momento alla letteratura dei paesi dell’Est, con l’intento di veicolare una visione più libera e diversa di tale cultura, permettendo al pubblico italiano di conoscere meglio grandi firme. Tale idea deriva, comunque, da un determinato modo di vedere la realtà, che si riflette nella ricerca dei testi da pubblicare; infatti:

L’esempio di E/O è questo: io e Sandra alla fine degli anni Settanta, a seguito dei nostri viaggi nell’Europa dell’est, delle nostre letture (soprattutto gli studi di slavistica di Sandra) e dei rapporti umani creati con abitanti di quel mondo, abbiamo “intuito” che dietro la cortina di ferro esisteva una ricchezza culturale ben più vasta di quanto apparisse a uno sguardo superficiale. Valutando i comportamenti e le idee dei nostri amici e conoscenti cechi, polacchi, russi, ungheresi, giungemmo alla conclusione che sicuramente esistevano dei libri in quei paesi che raccontavano quella realtà, quelle idee, quelle emozioni, quei passati. Si trattava di leggerli e scoprirli, per poi tradurli e pubblicarli in Italia[65].

La «Est» viene curata da Sandra Ozzola e Alfredo Lavarini; le si affianca nel 1981 un’altra collana, dedicata agli scritti praghesi, diretta da Milan Kundera[66].

Successivamente, si indirizza verso la narrativa americana, soprattutto grazie alla collana «Ovest», curata da Linda Ferri[67]; attraverso, quindi, la pubblicazione di opere statunitensi e irlandesi, fa conoscere ai suoi lettori degli scrittori americani fino a quel momento sconosciuti, come Thomas Pynchon, Alice Munro, Joyce Carol Oates, Alice Sebold e Mordecai Richler[68]. Secondo Ferri, in realtà, in America si tradurrebbe di meno rispetto al resto al resto del mondo, e quindi non sussisterebbe un tipo di scambio equilibrato tra le due culture. La grande differenza risiederebbe nel fatto che

In America c’è un sogno “superiore”, uno spazio dove tutti sperano di entrare, una trascendenza verso qualcosa di nuovo che probabilmente non esiste né mai esisterà realmente, ma che permette a chiunque di sperare proprio perché è qualcosa di assolutamente nuovo[69].

L’editore intende, dunque, che, nonostante le traduzioni dei paesi esteri negli USA siano poche – fattore che comunque non deriverebbe dal pubblico, quanto dalla difficoltà di emergere in traduzione in un contesto sovraffollato come quello americano –, sono anche diverse, perché l’autore non rimane mai uno “straniero”, ma viene inglobato nel melting pot tipicamente statunitense.

Perdura, a ogni modo, l’interesse per la letteratura francese, con cui instaura un rapporto durevole; si ricordano pubblicazioni targate e/o di scrittori come Muriel Barbery, Eric-Emmanuel Schmitt, Mathias Enard, Jérôme Ferrari, Laurence Gaudé, Jean-Christophe Rufin ed Éric Vuillard, vincitori dei più importanti premi letterari francesi. Ovviamente, la ricerca di innovazione da inserire nel contesto culturale italiano continua anche oggi, portando sempre nuove penne nei confini d’origine e indirizzandosi verso altri paesi – come Caraibi e Africa (a cui viene dedicata dal 2001 «I Leoni»[70]) e, ancor più recentemente, Medio Oriente e Giappone.

Altrettanto interessante è il catalogo editoriale che in più di 40 anni di attività è riuscito a racchiudere svariate tipologie di Fiction e Nonfiction; a tal proposito, infatti, l’editore afferma

Allora come si definisce la nostra identità? Se non consiste (o non consiste più) in un genere letterario o in un’area geografica e neanche in un progetto editoriale preciso, rigoroso e quindi “a termine” […] in cosa consiste allora il nostro progetto, questa identità di cui siamo tanto fieri anche quando gli altri non la vedono? Penso che consista semplicemente nella coerenza di pubblicare solo i libri che ci piacciono. Possono essere libri di qualsiasi genere […] Non è facile resistere alle mille pressioni esterne e continuare a pubblicare solo ciò che si ama. […] Ma oltre all’elemento di coerenza c’è soprattutto il fattore personale a definire l’identità[71].

Questa passione per lo scambio culturale e per il dialogo spinge, nel 2005, Ferri e Ozzola a «[…] creare nuovi ponti, questa volta sull’Atlantico e sulla Manica, tra le culture europee e quelle anglofone: è nata così Europa Editions, una nuova casa editrice con sede a New York e Londra»[72]. Lo scopo della “sorella” della e/o è quello di portare nuove voci nel contesto anglofono, offrendogli l’opportunità di conoscere meglio la letteratura europea – e non solo. La sua linea editoriale si concentra in particolare sulla letteratura italiana ed europea, sulla scrittura femminile e per sul crime[73].

La presenza di Edizioni e/o, e di Europa Editions, è stata particolarmente sentita in America a partire dal “caso Ferrante”:

Così è scoppiata la Ferrante fever e un gran numero di lettori americani si sono convinti di trovarsi di fronte allo scrittore italiano più importante della sua generazione, al punto di generare una corrente di ritorno e un interesse inedito in Italia: l’autrice che fino ad allora, dal suo esordio nel 1992, aveva riscosso solo un tiepido consenso, è tornata in patria in veste di italiana più amata d’America[74].

È anche vero che questo successo è maturato sette anni prima di riscuotere tale favore da parte della critica, che ha effettivamente inizio con la «serie napoletana»[75]. Ancora una volta, come ben si può comprendere, i gusti americani hanno avuto influenza su quelli italiani. A tal proposito, Ferri commenta:

In Italia si parla così tanto della Ferrante solo adesso che è stata scoperta negli Stati Uniti. Perché secondo lei? Che idea si è fatto?

È proprio a questo che mi riferisco quando dico che non ci piacciono i giornalisti. Purtroppo in Italia l’attenzione dei giornali a più grande diffusione e delle riviste (non di tutti, per fortuna, perché ci sono state anche delle recensioni molto interessanti) è rivolta a questa cosa del mistero, insomma il solito gossip, ma questo è un malcostume generale dell’informazione.

Abbiamo bisogno che qualcun altro ci faccia notare quello che abbiamo a casa, sotto i nostri occhi?

Sì, da una parte c’è questo, e poi, dall’altra, questo concentrarsi in modo ossessivo sulla questione dell’identità, senza poi leggere i libri. Venendo all’osso, il problema, in Italia, è che i giornalisti non leggono i libri. Parlano dei libri senza leggerli[76].

Tali risposte non sorprendono, considerando, infatti, che l’editore scrive anche che «in ambito letterario quello che conta è il successo dell’autore, il suo gradimento da parte dei lettori (o anche “solo” la pubblicazione di un bel libro), per quanto all’editore interessi ovviamente il risultato della casa editrice. Ma per il pubblico questo risultato è secondario […]»[77]. Ferri, infatti, ha una percezione strutturata di cosa faccia un editore, dell’ampio spazio che è necessario rivolgere all’autore e di quanto sia importante la “squadra” con cui collabora, così come dell’importanza dei lettori[78]. Ferretti descrive l’operato di questa casa editrice indipendente sostenendo che

Con la sua progressiva espansione verso le letterature contemporanee di tutto il mondo, e/o costituisce un catalogo che sembra destinato a una grande tenuta. Alcuni aspetti della produzione sono apparentemente simili a quella adelphiana e il pubblico è in parte comune, ma il progetto ha una sua netta specificità. Le Edizioni e/o infatti promuovono una ricerca costante e attenta alle contaminazioni di genere, in una letteratura che interagisce con il mondo e ne propone una mappatura. Con risultati anche in termini di mercato[79].

Si comprende, quindi, che il ruolo delle due case editrici è quello di veicolare lo scambio interculturale; si è, dunque, riscontrata nell’operato di Sandro Ferri, di Sandra Ozzola e del loro team la funzione di catalizzatore della cultura italiana ed europea – dal momento che comunque la sede principale di lavorazione dei testi rimane la casa editrice indipendente romana –, Oltreoceano e nel mondo.

Minimum Fax: Intervista a Daniele Di Gennaro[80]

Il panorama editoriale americano e quello italiano sono ben diversi, a partire dal numero dei grandi conglomerati. Pensa che, in primis, ciò dipenda dal fatto che, storicamente parlando, il fenomeno di agglomerazione sia iniziato prima nel Nuovo continente?

Probabilmente, anche se in genere i fenomeni di produzione culturale in un paese giovane meno schiacciato da un patrimonio classico e antichissimo come il nostro sono più liberi e disinvolti. Per loro è semplice mercato, non gravato da un’idea di “Cultura” con la “C” maiuscola, che ha ridotto alle élite l’accesso a certi settori.

A suo avviso, il successo di Mondadori come conglomerato editoriale, che controlla il 26,2% del mercato editoriale italiano (secondo i dati AIE aggiornati al 2019), deve essere ricollegato al possibile accostamento della gestione dell’impresa con quella americana?

Ma no. Un gruppo editoriale che possiede tante grandi case editrici, catene di librerie, tipografie, promozione, distribuzione, rivenditore online si impone come presidio. Stadio, arbitro, pallone sono di loro proprietà. Negli USA l’antitrust funziona meglio, diciamo.

Nel mercato editoriale americano le traduzioni rappresentano una buona parte delle entrate, tanto da arrivare a 16,23 milioni di dollari (su un totale di 25,23 milioni, stando ai dati dell’AAP aggiornati al 2019), mentre in Italia rappresenta il 12,5% del mercato (stando ai dati AIE aggiornati al 2019). Secondo lei, ciò dipende solo dalla diffusione della lingua inglese, oppure dalla differenza nelle tecniche commerciali che sussistono tra i due paesi?

Dalla strapotenza della lingua inglese, senz’altro.

Secondo Dario Moretti, autore di Il lavoro editoriale (Laterza 2005), l’agente letterario in Italia può rischiare di diventare un «piazzista», dal momento che poco ci si ritrova a investire su una figura del genere. In America, d’altra parte, è un ruolo di fondamentale importanza. Crede che in un contesto come quello odierno bisognerebbe affidarsi maggiormente a questa figura professionale anche in Italia?

L’agente letterario ideale dovrebbe essere l’editor stesso dell’autore, quindi uno capace di raccontare a fondo e a interlocutori di natura diversa il contenuto letterario di cui si tratta e di capire a quale editore proporlo, vagliando fra le tante linee editoriali studiate altrettanto a fondo. In caso contrario, è piazzismo.

Leggendo le pagine di Americana, scritto da Luca Briasco (Minimum Fax 2016), e confrontandole con quelle della Letteratura circostante di Gianluigi Simonetti (il Mulino 2018), si possono notare alcune caratteristiche molto interessanti. Per esempio, una che sembrerebbe accomunare la narrativa postmoderna americana, che comunque si colloca intorno agli anni ’90, e quella italiana degli anni 2000. Ci si riferisce alla velocità, all’avvicinarsi della narrativa alla comunicazione di massa e al cercare di riprodurre anche elementi di altri media, come lo zapping televisivo (riscontrabile sia in David Foster Wallace che in Aldo Nove). Si potrebbe, quindi, dire che la letteratura italiana stia emulando quella americana, con un certo ritardo?

Gli scrittori a un certo punto non sono stati solo figli delle loro letture, ma anche del cinema visto, della tv, delle narrazioni per scene, dei videogames. Questo ovunque. Negli USA i canoni del romanzo tradizionale sono stati forzati un po’ prima per quella serena disinvoltura che da noi, per le ragioni di cui sopra, è arrivata un po’ dopo. Il problema è che molti, emulando i primi innovatori, hanno fatto un lavoro asettico e alchemico sulla lingua a scapito della parte emotiva della scrittura.

Scarpellini e Schnapp in ItaliAmerica (ilSaggiatore/Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori 2008) ricordano come in Italia ci sia stata maggiore resistenza verso alcuni generi, come il fumetto, la fanfiction e la science fiction, mentre in America i preconcetti dipendenti da uno snobismo intellettuale sarebbero stati superati più facilmente. Secondo lei, il legame con la tradizione letteraria italiana è, almeno a volte, dannosa per la nostra editoria?

Semplicemente: è più antico, più ricco e quindi più pesante. Se hai un solo secolo di storia, non hai modelli schiaccianti e sacralizzati.

Nell’universo editoriale americano si ricorre molto spesso alla transmedialità, alla crossmedialità e al merchandising come risorse per creare un mondo intorno alla storia pubblicata. Secondo lei, perché ciò avviene in misura minore in Italia?

Sta accadendo anche qua. Come nella campagna Le voci della follia appena lanciata da Minimum Fax (che con Minimum Fax Media ha anche un’esperienza di produzione audiovisiva ormai da oltre 15 anni). L’incipit del romanzo di Remo Rapino, scritto in meticcio abruzzese, vincitore del premio Campiello, è stato letto da tanti attori, scrittori e musicisti in delle videoriprese autoprodotte e diffuso sui nostri canali social. Un successo ripreso da stampa e TG.

Sabrina Salvador, alta dirigente di Hachette Book Group, in un convegno a Barbastro (Nord della Spagna) avrebbe dichiarato che il futuro dell’editoria risiederebbe nei Big Data. Ciò sembrerebbe vero, secondo un articolo dell’Università di Padova, soprattutto per il mercato anglosassone. Secondo lei, l’editoria italiana è in ritardo? Non si potrebbe beneficiare di questi dati anche nel mercato italiano?

Amazon sta indicando la strada. La profilazione dei gusti della clientela è sempre più precisa ed efficace. Non credo, però, che si possa prescindere dalla qualità della proposta editoriale: se è capace di intercettare bisogni culturali latenti e di costruire, quindi, comunità di lettori in cui gli stessi si riconoscono, si imporrà a prescindere da tutto.

Secondo il report AIE 2019, sembrerebbe che molti si stiano affidando maggiormente ai social per quanto concerne l’acquisto di titoli. Il fenomeno deriverebbe da una maggior presenza dei book bloggers e dei book influencers. Come gli anglismi suggeriscono, tale fenomeno apparterrebbe al Nuovo continente. Secondo lei, sono risorse a cui l’editoria italiana dovrebbe ricorrere maggiormente?

I mediatori di sensibilità, quindi i critici che selezionavano e segnalavano nel ’900 i titoli di maggior interesse, dovranno passare in qualche modo sui blog. L’autorevolezza eventuale degli stessi, poi, dovrà servire a far ordine nel mare magnum di un mercato che produce a nastro industriale troppe novità rispetto alla reale necessità culturale e qualità innovativa della proposta editoriale.

Negli States viene investito molto denaro per far assumere agli autori un ruolo simile a quello delle celebrità, tanto che Giulio D’Antona in Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America (Minimum Fax 2006) sottolinea il ruolo dei social, e in particolare di Twitter. Quest’ultimo è, invece, poco diffuso in Italia. A suo avviso, l’editoria italiana potrebbe prendere esempio da questo comportamento per attirare più lettori?

Reputo Twitter il più deludente dei social, se non altro perché una qualitativa capacità di sintesi del messaggio è appannaggio di pochissimi.

In Italia, come per tanti altri campi, vi è il mito che l’editoria americana non sia in crisi. Secondo lei, cosa alimenta tale preconcetto?

Non lo so. So solo che gli USA sono stati percepiti a lungo come la frontiera innovativa e, quindi, di moda dalle nostre parti, specie partendo dal cinema (mentre dall’altra parte veneravano il cinema italiano). La crisi è arrivata ovunque perché le economie hanno forzato troppo su gruppi pesanti e costosissimi. Questi, in particolare, si stanno contraendo ovunque. Minimum Fax quest’anno cresce di molto nonostante due mesi di lockdown, quindi di quasi totale assenza di introiti. Forse è arrivato il momento degli indipendenti. Di qua e di là. A questo stadio di globalizzazione, ormai parlare di colonizzazione potrebbe essere fuori luogo.

Edizioni e/o ed Europa Editions: Intervista a Sandro Ferri[81]

Premessa dell’editore.

È difficile fare un confronto articolato tra due mercati tanto diversi come dimensioni e storia e pratiche. Il mercato USA è molto più grande di quello italiano ed è anche molto più segmentato in mercati minori. Le dimensioni USA hanno certamente a che fare con una storia dell’alfabetizzazione e della formazione che si è sviluppata prima che in Italia. Basti pensare alle edizioni tascabili, da noi nate solo negli anni ’60 del XX secolo, laddove in America la letteratura popolare esisteva già da decenni.

Per quanto riguarda, in genere, la struttura del mercato e in particolare la presenza di grandi gruppi editoriali e di case editrici indipendenti, va detto che alla fine dei giochi il numero dei grandi gruppi e la parte della loro quota di mercato non sono molto diversi nelle due situazioni. In Italia abbiamo Mondadori, GEMS, Giunti e Feltrinelli, quindi 4 gruppi, che controllano circa il 50% del mercato. In USA la recente acquisizione di Simon & Schuster da parte di Penguin Random House[82] ha rafforzato un editore che già era un colosso. Anche negli Usa i cinque gruppi maggiori controllano circa metà del mercato. E negli USA, come in Italia, esistono e continuano comunque a nascere decine di editori indipendenti che assicurano un relativo pluralismo di voci.

La battaglia tra questi due poli continua, quindi, a svilupparsi dalle due parti dell’Atlantico. Le minacce maggiori al pluralismo e all’indipendenza delle case editrici avvengono nel capo della distribuzione. Oggi Amazon controlla negli USA, ma anche in Italia, sebbene finora in misura un po’ minore, oltre il 50% delle vendite di libri. Inoltre, la distribuzione alle librerie è fortemente concentrata in pochi soggetti. In Italia Messaggerie controlla circa il 50% del mercato. La parte delle librerie indipendenti nei due mercati è calata considerevolmente e siamo attorno al 10-15% del totale del mercato. Tuttavia, si assiste negli ultimi anni, in particolare negli USA, a un fenomeno di ripresa da parte delle librerie indipendenti che ha una rilevanza politico-culturale (nel senso di favorire il pluralismo delle voci e anche la vita culturale del territorio) ancora prima che economica.

Secondo Dario Moretti, autore del Lavoro editoriale (Laterza 2005), l’agente letterario in Italia può rischiare di diventare un «piazzista», dal momento che poco ci si ritrova a investire su una figura del genere. In America, d’altra parte, è un ruolo di fondamentale importanza. Crede che in un contesto come quello odierno bisognerebbe affidarsi maggiormente a questa figura professionale anche in Italia?

L’arrivo degli agenti letterari in Italia è recente, laddove negli USA esistono da decenni con un ruolo fondamentale. In genere, questo ruolo è stato di conferma delle tendenze di mercato, ossia di privilegiare i grandi gruppi editoriali e una politica di anticipi molto corposi concentrati sui libri delle celebrities o sui “colpi” editoriali. Ovvero, poco hanno fatto gli agenti letterari per “democratizzare” il mercato e privilegiare l’aspetto culturale su quello commerciale. In Italia gli agenti che sono nati in questi anni seguono più o meno le stesse politiche, privilegiando i grossi gruppi e la tecnica delle aste per far salire gli anticipi.

Leggendo le pagine di Americana, scritto da Luca Briasco (Minimum Fax 2016), e confrontandole con quelle della Letteratura circostante di Gianluigi Simonetti (il Mulino 2018), si possono notare alcune caratteristiche molto interessanti. Per esempio, una che sembrerebbe accomunare la narrativa postmoderna americana, che comunque si colloca intorno agli anni ’90, e quella italiana degli anni 2000. Ci si riferisce alla velocità, all’avvicinarsi della narrativa alla comunicazione di massa e al cercare di riprodurre anche elementi di altri media, come lo zapping televisivo (riscontrabile sia in David Foster Wallace che in Aldo Nove). Si potrebbe, quindi, dire che la letteratura italiana stia emulando quella americana, con un certo ritardo?

Penso che, più che un problema di emulazione dell’America, sia un problema di evoluzione/involuzione della società, che la letteratura naturalmente riflette. È ovvio che la letteratura creata negli ultimi anni risenta di alcune modifiche sociali e tecnologiche in corso. I libri si trasformano così come si trasformano i lettori, le loro esigenze e i loro gusti.

Scarpellini e Schnapp in ItaliAmerica (ilSaggiatore/Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori 2008) ricordano come in Italia ci sia stata maggiore resistenza per alcuni generi, come il fumetto, la fanfiction e la science fiction, mentre in America i preconcetti dipendenti da uno snobismo intellettuale sarebbero stati superati più facilmente. Secondo lei, il legame con la tradizione letteraria italiana è, almeno a volte, dannosa per la nostra editoria?

Come ho scritto sopra, siamo in presenza di storie della società e della letteratura e cultura molto diverse. In Italia sicuramente tutto un grande filone della cultura popolare, come i fumetti, la fantascienza e altro, risente di ritardi strutturali. Mentre il peso di una certa cultura accademica, specializzata, rivolta a pochi fruitori con molto tempo a disposizione per il consumo culturale, si fa sentire e pesa certamente sullo sviluppo di forme creative nuove, più libere, più popolari. In particolare, il settore della narrativa “d’intrattenimento” è sacrificato nel nostro Paese, spesso frainteso come veicolo di valori poveri e negativi. Si fa fatica da noi a riconoscere uno spazio ai lettori (potenzialmente tanti) che non leggono per professione e che hanno un minor tempo a disposizione per l’attività di lettura.

Sabrina Salvador, alta dirigente di Hachette Book Group, in un convegno a Barbastro (Nord della Spagna) avrebbe dichiarato che il futuro dell’editoria risiederebbe nei Big Data. Ciò sembrerebbe vero, secondo un articolo dell’Università di Padova, soprattutto per il mercato anglosassone. Secondo lei, l’editoria italiana è in ritardo? Non si potrebbe beneficiare di questi dati anche nel mercato italiano?

Non capisco bene il senso dell’espressione di Salvador da lei riportata. In che modo il futuro dell’editoria dipenderà dai Big Data? E di quale tipo di editoria parliamo? Se s’intende il ruolo massiccio degli algoritmi da parte di Amazon, è vero che questa è una minaccia seria per il futuro di una lettura indipendente e critica. Credo che per salvare e sviluppare l’attività della lettura (e, quindi, l’editoria e il mondo del libro) si debba andare nella direzione opposta: favorire librerie nel territorio con figure di librai capaci di consigliare e orientare; rafforzare la “società letteraria”, ossia l’insieme di biblioteche, istituzioni, premi, riviste, informazioni, in grado di sviluppare la discussione attorno ai libri e la loro diffusione.

Secondo il report AIE 2019, sembrerebbe che molti si stiano affidando maggiormente ai social per quanto concerne l’acquisto di titoli. Il fenomeno deriverebbe da una maggior presenza dei book bloggers e dei book influencers. Come gli anglismi suggeriscono, tale fenomeno apparterrebbe al Nuovo continente. Secondo lei sono risorse a cui l’editoria italiana dovrebbe ricorrere maggiormente?

Come scrivevo sopra, le società si evolvono, quindi sarà importante seguire anche questi nuovi strumenti di comunicazione.

Nei suoi anni di attività tra Edizioni e/o ed Europa Editions ha potuto notare delle differenze nel modo di gestire l’impresa editoriale?

Ci sono senz’altro molte differenze tra i due mondi editoriali e tra i due mercati, ma ci sono anche valori comuni che ci tengono uniti. La ripresa delle librerie indipendenti in America, di cui parlavo prima, un fenomeno come Bookshop.org in funzione anti-Amazon, la persistenza di un dibattito letterario di buon livello (soprattutto in America, grazie a riviste e giornali) sono tendenze importanti che aiutano chi fa impresa editoriale in Italia, in Gran Bretagna e in America, basandosi su certi valori di qualità e pluralismo.

  1. Si presenta un estratto della tesi di Laurea Magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo Dal Publishing all’editoria. Un’analisi comparata del mondo editoriale negli States e in Italia, discussa presso Sapienza Università di Roma nel gennaio del 2021: relatrice la prof.ssa Maria Panetta e correlatrice la prof.ssa Romana Andò.
  2. J. Epstein, Book Business. Publishing. Past Present and Future, New York, W. W. Norton, 2001, p. 11; J. Milliot, Ranking America’s Largest Publishers, in «Publishers Weekley.com», 24 febbraio 2017 (Publishers Weekley.com: www.publishersweekly.com/pw/by-topic/industry-news/publisher-news/article/72889-ranking-america-s-largest-publishers; ultima consultazione: 5/05/2021).
  3. I personaggi citati sono i capostipiti di alcune delle publishing houses più influenti degli Stati Uniti, rispettivamente: HarperCollins; G. P. Putnam’s Sons, oggi parte del Penguin Random House Group; D. Appleton Company, membro dell’Academic Learning Company; e Scribner, fusasi con la Macmillan Publishers nel 1984.
  4. H. Lehmann-Haupt, The Book in America: A History of Making and Selling of Books in the United States, New York, Bowker, 1951, p. 213.
  5. M. N. Asadoorian, Where did all these books come from? The Publishing Industry and American Intellectual Life, Waterville, Colby College Press, 2007, p. 6.
  6. A. Schiffrin, Editoria senza editori, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, p. 10.
  7. H. Lehmann-Haupt, The Book in America: A History of Making and Selling of Books in the United States, op. cit., pp. 300-301.
  8. Ivi, p. 302.
  9. Casa editrice americana fondata nel 1939 da Richard Simon, Max Lincoln Schuster e Robert de Graff a New York; oggi è membro del gruppo Simon & Schuster. Simon & Schuster.biz: www.about.simonandschuster.biz/corporate-history (ultima consultazione 5/05/2021).
  10. È proprio a questo tipo di edizioni che guarderanno anche gli editori italiani nel progettare i loro tascabili, diffusi soprattutto tra gli anni ’50 e ’60 del ’900. A tal proposito si citano due collane: la «Biblioteca Universale Rizzoli» (1949) edita dalla Rizzoli e gli «Oscar» (1965) pubblicata da Mondadori. Fattori che accomunano entrambe sono il pubblico a cui si rivolgono – sia nuovi lettori sia lettori abituali –, il costo di copertina molto basso e i titoli pubblicati – classici italiani dell’800 e del ’900 e successi internazionali. Cfr. G. C. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Torino, Einaudi, 2004, pp. 88-89 e pp. 165-66.
  11. M. N. Asadoorian, Where did all these books come from? The Publishing Industry and American Intellectual Life, op. cit., p. 19.
  12. Ivi, p. 39.
  13. Ivi, pp. 33-34.
  14. Ivi, p. 40.
  15. Ivi, p. 41.
  16. Ibidem.
  17. Ivi, p. 44.
  18. Ivi, p. 46.
  19. Ivi, p. 102.
  20. J. D. Bolter, The Digital Plenitude. The Decline of the Elite Culture and the Rise of New Media, Cambridge, Massachusetts Institute of Technology Press, 2019; trad. it di L. Martini, Plenitudine digitale. Il declino della cultura d’élite e lo scenario contemporaneo dei media, Roma, Minimum Fax, 2020, p. 17.
  21. S. Danna, Jeff Bezos il futuro è dei lettori (e degli autori). Gli editori devono sudare, in «Corriere della Sera», 6 maggio 2012, p. 2.
  22. V. Pasquali, Il big bang dell’editoria americana, in «Ilbolive.unipd.it», 26 agosto 2013 (www.ilbolive.unipd.it/it/content/il-big-bang-delleditoria-americana; ultima consultazione: 5/05/2021).
  23. B. L. Stone, The Everything Store: Jeff Bezos and the Age of Amazon, London, Transworld Digital, 2013; trad. it. Vendere tutto. Jeff Bezos e l’era di Amazon, Milano, Hoepli, 2014, p. 64.
  24. J. Carrión, Contra Amazon, Galaxya Gutemberg 2019; trad. it. P. Casucci, Contro Amazon. Diciassette storie in difesa delle librerie, delle biblioteche e della lettura, Roma, Edizioni e/o, 2019, p. 10.
  25. ItaliAmerica, a cura di E Scarpellini e J. T. Schnapp, Milano, il Saggiatore e Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 2008, p. 20.
  26. G. Ferretti, Storia dell’editoria italiana letteraria in Italia. 1945-2003, op. cit., p. 428.
  27. Cfr. Fanucci.it: www.fanucci.it/pages/progetto-editoriale (ultima consultazione: 5/05/2021).
  28. E. Farinella, Intervista con Sergio Fanucci, 15 giugno 2000 (www.fantascienza.com/824/intervista-con-sergio-fanucci; ultima consultazione: 4/05/2021).
  29. Ibidem.
  30. L. Mascheroni, Intervista all’editore Sergio Fanucci, 6 agosto 2010 (www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=0000001385673; ultima consultazione: 4/05/2021).
  31. Intervista a Sergio Fanucci, editore e autore della Trilogia dei Codici, 8 febbraio 2019, L’altra pagina.it: www.laltrapagina.it/mag/intervista-a-sergio-fanucci-editore-e-autore-della-trilogia-dei-codici/ (ultima consultazione: 05/05/2021).
  32. M. Cassini, Refusi. Diario di un editore incorreggibile, Roma-Bari, Editori Laterza, 2013, p. 22.
  33. G. Bodi, Minimum Story 6 – Intervista a Daniele Di Gennaro, 3 novembre 2017, Senza audio.it: http://senzaudio.it/minimum-story-6-intervista-a-daniele-di-gennaro/ (ultima consultazione: 04/05/2021).
  34. Cfr. l’URL: https://it.wikipedia.org/wiki/Minimum_fax (ultima consultazione: 4/05/2021).
  35. I due fondatori di Minimum Fax sono Daniele Di Gennaro, oggi editore della casa editrice, e Marco Cassini, dal 2011 editore di Edizioni Sur. I libri sono sempre figli ribelli. Tappe e segreti dell’avventura editoriale, a cura di G. Perrone e P. Di Paolo, Roma, Giulio Perrone Editore, 2018, p. 194.
  36. M. Cassini, Refusi. Diario di un editore incorreggibile, op. cit., p. 16.
  37. Cfr. l’URL: www.minimumfax.com/la-storia (ultima consultazione: 4/05/2021).
  38. I libri sono sempre figli ribelli, op. cit., p. 195.
  39. Cfr. l’URL: www.minimumfax.com/la-storia (ultima consultazione: 4/05/2021).
  40. M. Oliva, Minimum Fax, intervista all’editore Daniele Di Gennaro, in «Thriller Magazine.it», 5 novembre 2009 (www.thrillermagazine.it/8790/minimum-fax-intervista-all-editore-daniele-di-gennaro (ultima consultazione: 4/05/2021).
  41. Cfr. l’URL: www.minimumfax.com/la-storia (ultima consultazione: 4/05/2021).
  42. M. Cassini, Refusi. Diario di un editore incorreggibile, op. cit., p. 46.
  43. Intervista a Daniele Di Gennaro, editore Minimum Fax, in «Osservatorio cattedrale.com», 8 gennaio 2018 (www.osservatoriocattedrale.com/i-racconti-non-vendono-1/2018/1/8/i-racconti-non-vendono-intervista-a-daniele-di-gennaro; ultima consultazione: 4/05/2021).
  44. F. Bratos, Nuove progettualità: le antologie di Minimum Fax, in «Enthymema», n. XVII, 2017, p. 2.
  45. Ivi, p. 6.
  46. G. P. Manzella, Piccola e media editoria, fucina di talenti per il grande mercato, 24 ottobre 2016 (www.gianpaolomanzella.com/2016/10/24/piccola-e-media-editoria-fucina-di-talenti-per-il-grande-mercato-parla-daniele-di-gennaro-minimum-fax/; ultima consultazione: 4/05/2021).
  47. E. D’Alessio e S. Terziani, Le interviste dei Serpenti: Isabella Ferretti di 66thand2nd, 23 luglio 2013 (http://www.viadeiserpenti.it/intervista-a-isabella-ferretti-66thand2nd/; ultima consultazione: 4/05/2021).
  48. Cfr. l’URL: www.66thand2nd.com/casa_editrice.asp (ultima consultazione: 4/05/2021).
  49. G. Turi, Intervista a Isabella Ferretti, coeditore di 66thand2nd (www.giovannituri.wordpress.com/2017/01/31/intervista-a-isabella-ferretti-coeditore-di-66thand2nd/; ultima consultazione: 4/05/2021).
  50. E. D’Alessio e S. Terziani, Le interviste dei Serpenti: Isabella Ferretti di 66thand2nd, 23 luglio 2013 (http://www.viadeiserpenti.it/intervista-a-isabella-ferretti-66thand2nd/; ultima consultazione: 4/05/2021).
  51. Ibidem.
  52. Ibidem.
  53. C. De Luca, 66thand2nd, 24 luglio 2013 (www.66thand2nd.com/public/pdf_rass_stampa/66th_grafica_thingsiliketoday_24lug13.pdf; ultima consultazione: 4/05/2021).
  54. E. D’Alessio e S. Terziani, Le interviste dei Serpenti: Isabella Ferretti di 66thand2nd, 23 luglio 2013 (http://www.viadeiserpenti.it/intervista-a-isabella-ferretti-66thand2nd/; ultima consultazione: 4/05/2021).
  55. Ibidem.
  56. Cfr. l’URL: www.edizioniblackcoffee.it/about/ (ultima consultazione: 4/05/2021).
  57. Intervista a Sara Reggiani: “Tradurre è un atto d’amore”, 1° aprile 2015 (www.tradurrepereditoria.com/2015/04/01/intervista-a-sara-reggiani-tradurre-e-un-atto-damore/; ultima consultazione: 4/05/2021).
  58. D. Lambruschini, #EditoriInAscolto – Black Coffee, un ponte tra l’Italia e il Nord America (www.criticaletteraria.org/2020/05/black-coffee-edizioni.html; ultima consultazione: 4/05/2021).
  59. Intervista a Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, Edizioni Black Coffee, 18 dicembre 2017 (www.girodelmondoattraversoilibri.wordpress.com/2017/12/18/intervista-a-sara-reggiani-e-leonardo-taiuti-black-coffee-edizioni/; ultima consultazione: 4/05/2021).
  60. Cfr. l’URL: www.edizioniblackcoffee.it/wp-content/uploads/2018/02/Retabloid_IntervistaSaraReggiani.pdf (ultima consultazione: 4/05/2021).
  61. Ibidem.
  62. D. Lambruschini, #EditoriInAscolto – Black Coffee, un ponte tra l’Italia e il Nord America (www.criticaletteraria.org/2020/05/black-coffee-edizioni.html; ultima consultazione: 4/05/2021).
  63. Ibidem.
  64. Cfr, l’URL: www.edizionieo.it/chi-siamo (ultima consultazione: 4/05/2021).
  65. S. Ferri, I ferri dell’editore, Roma, Edizioni e/o, 2011, p. 39.
  66. G. Ferretti, Storia dell’editoria italiana letteraria in Italia. 1945-2003, op. cit., p. 403.
  67. Ibidem.
  68. Cfr. l’URL: www.edizionieo.it/chi-siamo (ultima consultazione: 4/05/2021).
  69. S. Ferri, I ferri dell’editore, op. cit., p. 80.
  70. G. Ferretti, Storia dell’editoria italiana letteraria in Italia. 1945-2003, op. cit., p. 404.
  71. S. Ferri, I ferri dell’editore, op. cit., pp. 105-106.
  72. Cfr. l’URL: www.edizionieo.it/chi-siamo (ultima consultazione: 4/05/2021).
  73. Cfr. L’URL: www.europaeditions.com/about-us (ultima consultazione: 4/05/2021).
  74. G. D’Antona, Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America, op. cit., p. 115.
  75. Ibidem.
  76. C. Nicosia, Intervista a Sandro Ferri. Il fondatore delle edizioni E/O parla del successo straordinario di Elena Ferrante, di come si promuovono i libri e dà qualche consiglio ai piccoli editori, in «2righe.com», 10 dicembre 2014: www.2duerighe.com/macondo-divagazioni-letterarie/43259-intervista-a-sandro-ferri-il-fondatore-delle-edizioni-eo-parla-del-successo-straordinario-di-elena-ferrante-di-come-si-promuovono-i-libri-e-da-qualche-consiglio-ai-piccoli-editori (ultima consultazione: 4/05/2021).
  77. S. Ferri, I ferri dell’editore, op. cit., p. 33.
  78. Ivi, pp. 34-36.
  79. G. Ferretti, Storia dell’editoria italiana letteraria in Italia. 1945-2003, op. cit., pp. 404-405.
  80. Daniele di Gennaro è cofondatore, e attualmente editore, della Minimum Fax. Cfr. l’URL: https://www.minimumfax.com/chi-siamo (ultima consultazione: 4/05/2021).
  81. Sandro Ferri è cofondatore e coeditore delle Edizioni e/o e dell’Europa Editions. Cfr. l’URL: www.edizionieo.it/chi-siamo e Europa Editions.com: www.europaeditions.com/about-us (ultima consultazione: 4/05/2021).
  82. L’acquisizione della Simon & Schuster da parte della Bertelsmann, che possiede il Penguin Random House Group, è avvenuta il 25 novembre 2020. I tre più grandi conglomerati americani – Random House, Penguin Books e Simon & Schuster – sono, dunque, ormai sotto l’egida dell’azienda di comunicazioni tedesca, controllando quindi la maggior parte del mercato editoriale statunitense. A. Aleter e E. Lee, Penguin Random House to Buy Simon & Schuster. ViacomCBS agreed to sell the 96-year-old company in a deal that potentially creates a megapublisher, 25 novembre 2020 (www.nytimes.com/2020/11/25/books/simon-schuster-penguin-random-house.html; ultima consultazione: 4/05/2021).

(fasc. 39, 31 luglio 2021)