Letteratura comparata e letteratura mondiale nella teoria letteraria crociana: l’articolo “La letteratura comparata” di Benedetto Croce
Nel 1903 Croce scrisse sulle pagine della «Critica» un articolo intitolato La letteratura comparata[1], in occasione della pubblicazione del prospetto del nuovo «Journal of comparative Literature», fondato da Woodberry, Fletcher e Spingarn.
Croce si chiede cosa sia la letteratura comparata, indicando tre diverse definizioni. In primo luogo, la letteratura comparata è definita come una forma di ricerca che fa uso del metodo comparativo. Tuttavia, essendo quello comparativo un semplice metodo di ricerca, esso non è un elemento sufficiente per limitare un campo di studio.
Una seconda definizione si riferisce direttamente alla «tradizione storica» ed è legata al concetto di linguistica comparata: la letteratura comparata è una ricerca di idee o temi letterari il cui fine è identificare i cambiamenti, le associazioni, gli sviluppi e gli influssi reciproci nelle diverse letterature[2]. L’oggetto di questo lavoro è la storia «esterna» (la «tradizione letteraria») e non la genesi effettiva dell’opera letteraria. Manca, quindi, lo studio del momento creativo.
Il terzo significato della letteratura comparata farebbe riferimento agli antecedenti dell’opera letteraria, vicini e lontani, pratici e ideali, filosofici e letterari, tradotti in parole o in forme plastiche e figurative, per cui la storia comparata è inseparabile dal concetto stesso di storia della letteratura. In questa terza accezione, la storia comparata della letteratura è la storia intesa come spiegazione completa dell’opera letteraria[3]. In altre parole, Croce non vede più la differenza fra questo terzo significato e la storia letteraria tout court, senza aggettivi.
Lasciando da parte il primo significato come indeterminato, ci sono due modi diversi di intendere la storia letteraria comparata: uno meramente letterario-scolastico e l’altro veramente storico ed esplicativo, che contiene in sé il momento scientifico, ma inteso come parte di una totalità e non più come semplice frammento isolato.
Il comparatismo letterario, per Croce, è una pratica connaturale della storia letteraria, quindi non ha bisogno di alcuna specificazione disciplinare: implicherebbe un mero nominalismo e, al massimo, potrebbe essere accettato per scopi esclusivamente didattici. L’articolo si chiude con un paragrafo che nasconde un sarcastico desideratum: «gli studiosi del Nuovo Mondo ci vorranno porgere la mano a uscire, di tanto in tanto, dai polverosi gabinetti in cui la letteratura perde la sua freschezza, e condurci a respirare nella loro compagnia le dolci aure della vita»[4]. Queste parole racchiudono la critica di Croce alla disciplinarizzazione di un metodo, quello comparativo, che è proprio della ricerca storica sulla letteratura stessa.
Tuttavia, oltre a questa rivendicazione del comparatismo letterario come operazione intellettuale tradizionale, libera da ogni novità, come certi critici e storiografi americani hanno voluto dimostrare, ce n’è un’altra, cioè la rivalutazione della tradizione comparatistica italiana. Croce cita nell’intervento il De vulgari eloquentia di Dante come momento fondante del moderno comparatismo linguistico e letterario (ironicamente afferma che noi italiani siamo più vecchi dei tedeschi), e inizia l’articolo con un riferimento alla cattedra di Letteratura comparata all’Università di Napoli che Francesco De Sanctis, allora Ministro della Pubblica Istruzione, creò nel 1861 per Giorgio Herwegh, che alla fine non poté occuparla, e che lo stesso De Sanctis tenne dal 1871 al 1876[5]. L’istituzione della cattedra nel 1861 anticipa, così, di quasi quarant’anni quella dell’Università di Lione (1897), considerata da molti storici del comparatismo, soprattutto francesi, come l’atto fondatore della disciplina.
Letteratura comparata e letteratura mondiale nella teoria letteraria crociana: Croce e la storia universale della letteratura
Nelle pagine della «Critica», Benedetto Croce recensì i primi tre volumi della Storia universale della letteratura di Prampolini[6] in due diversi articoli. Nel secondo, Croce accenna alla principale “difficoltà” delle opere di questo genere, cioè l’antinomia tra una pretesa esaustività dell’informazione, che trasformerebbe la storia universale in un catalogo bibliografico classificato per lingue, scuole o tendenze, e un’esigenza più critica o estetica, che tenta di stabilire un rapporto diretto con gli autori e le opere considerate veramente artistiche, per determinarne il vero carattere e la forma. Due istanze a prima vista inconciliabili: l’unica soluzione è separarle e mantenerle distinte.
In queste due recensioni, scritte da un Croce già maturo, sono evidenti le riserve che, fin dalle sue prime teorizzazioni storiografiche e artistiche, aveva sul concetto e sulle caratteristiche della storia universale.
In Storia della Critica e Storia della Storia letteraria (1903) Croce sostiene che la divisione tra critica e storia letteraria è estrinseca e didattica. La storia della storiografia letteraria coincide, così, con la storia della critica, e quindi dell’estetica. La storiografia erudita, sia quella nazionale che quella più comparativa e universalista (Quadrio, Denina, Andrés), si preoccupava solo delle «ragioni estrinseche», del «causalismo letterario», lasciando da parte il più necessario studio «intrinseco» delle opere, della loro qualità letteraria. Era necessaria una nuova storia letteraria, che i primi romantici avevano solo intravisto. Le questioni di storiografia letteraria erano, quindi, necessariamente questioni di filosofia della letteratura, cioè di estetica; da qui il valore dell’opera di Francesco De Sanctis, indicato quale rinnovatore dell’estetica e della critica[7].
In Teoria e storia della storiografia (1915) Croce espone la propria peculiare interpretazione della storia mondiale, che dipende, naturalmente, dal suo nuovo approccio storicista. Nel terzo capitolo presenta una vera e propria critica della storia universale, in cui sostiene che è necessario rinunciarvi, perché non può mai essere realmente «posseduta». La storia universale sarebbe una pretesa nata dal cronachismo (secondo la distinzione crociana tra cronaca, atto di volontà, storia passata, morta; e storia, atto di pensiero, storia viva e sempre contemporanea) e dallo «strano proposito di chiudere, mercé un processo all’infinito, il processo all’infinito che si era malamente aperto»[8]. Così, la storia universale si risolve sempre in una storia particolare, spinta da un interesse particolare.
Ora, negare la storia universale non significa negare la conoscenza dell’universale nella storia. Infatti, nella sua forma più semplice, la storia è sempre espressa da giudizi, una sintesi inseparabile tra l’individuale e l’universale. L’individuo è il soggetto che formula il giudizio, mentre l’universale è il predicato: nel giudizio, l’universale si determina individuandosi. Seguendo questa logica, Croce arriva a determinare l’identità tra storia e filosofia, e il conseguente superamento del dualismo fra idee e fatti[9].
La storia, che nasce sempre da un interesse concreto e presente, è sempre attuale, contemporanea: in questo modo, si libera dall’ansia di non poter conoscere ciò che non è conosciuto solo perché è stato o sarà conosciuto. In altre parole, la storia si è liberata dalla “cosa in sé”. In questi termini, negando la storia universale, si nega anche la possibilità di una filosofia della storia[10], negazione già anticipata in Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel (1907), un saggio in cui la filosofia della storia viene definita come una «contraddizione in termini», perché la storia, come l’arte, ha la propria materia nell’elemento intuitivo, per cui è sempre narrazione e mai teoria e sistema[11].
Nel 1918 Croce pubblica su «La Critica» il saggio La riforma della Storia letteraria ed artistica[12], in cui difende la necessità di una riforma della storiografia della letteratura e dell’arte. Croce attacca la storiografia letteraria e artistica sociologica ed extra-estetica. Egli sostiene che il Positivismo applicato al campo delle scienze umane ha comportato una mistificazione del concetto di documento e di fonte, con la conseguente compressione degli artisti negli schemi non artistici delle storie extra-estetiche. Secondo Croce, ogni espressione artistica comprende nella propria particolarità la totalità: si può dire che abbracci l’universo[13], la «vita universale».
Il vero oggetto della storiografia è lo studio delle caratteristiche del singolo artista, della sua personalità e della sua opera. Per questo, la monografia è la forma autentica, estrinseca e didattica della storiografia letteraria[14]. In questo modo, si arriva alla determinazione della caratteristica del singolo poeta e artista, e non più della storia generale e astratta della letteratura e dell’arte, cioè la storia universale. Questo è ciò che Croce chiama “storia individualizzante”, che sottolinea il carattere individuale delle opere d’arte concrete e che tratta le opere d’arte non in relazione alla storia sociale, ma ciascuna come un mondo[15].
L’esposizione completa delle idee di Croce sulla storia universale è data in un saggio del 1943: Contro la Storia universale e i falsi universali. Encomio dell’universalità[16]. Croce inizia il discorso ricordando che tutta la storia universale è storia particolare, e viceversa. Ripudia la volgare storia universale, che si basa su un’universalità materiale, universalità-cosa (che non è altro che Chronica mundi), poiché è “disperata” la pretensione di unire tutti i fatti accaduti, e la distinzione tra fatti storici e fatti non storici è arbitraria.
La negazione della storia universale (materiale) non nega l’esperienza dell’universale, che è raggiungibile solo attraverso il giudizio individuale e concreto. La storia culturale ha sempre la propria fonte viva, perenne e unica nei giudizi individuali, formati in situazioni individuali, che si comunicano, si contrastano e si compiono reciprocamente e si compongono in armonia; e da questa armonia fanno scaturire nuovamente la disarmonia benefica. Come affermava Nicolini, «Non è l’ampiezza dell’organismo politico o sociale (Storia Universale) di cui studiamo le opere, ma lo spirito con cui le studiamo che universalizza la storiografia»[17].
Croce, il comparatismo e la dialettica individuale-universale
Prima di procedere a un’introduzione sulla teoria comparativa di Croce[18], mai apertamente esplicitata ma rintracciabile nei diversi saggi e opere critiche dell’autore, sono necessarie alcune precisazioni terminologiche e concettuali. È stato detto più volte che Croce era un detrattore manifesto della letteratura comparata[19]. Questa «diserzione»[20] della letteratura comparata da parte di Croce non era, inutile dirlo, un rifiuto del metodo comparativo, che è alla base di ogni ricerca scientifica. Piuttosto, l’autore dell’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale contestava l’«istituzionalizzazione» disciplinare della letteratura comparata come inutile e, al di là di un didascalismo pedagogico, inopportuna. Questo era dovuto al fatto che la nascente letteratura comparata in quanto disciplina, come accennava nella parte conclusiva dell’articolo La letteratura comparata menzionato sopra, non era altro che un’applicazione tecnica dei postulati metodologici positivisti. La letteratura comparata intesa in questi termini, secondo Croce, coinciderebbe con un tipo di critica letteraria e storiografia che era nota, nella seconda metà del XIX secolo, come critica delle fonti. È, dunque, proprio il comparatismo positivista l’oggetto della critica di Croce. L’indagine filologica delle fonti porta all’arbitrarietà e rasenta l’impossibile[21], e corre il rischio di mirare a un’enumerazione infinita. Croce ribadisce queste critiche in diversi luoghi, in particolare nel saggio Il tema Sofonisba[22], dove affronta il problema della fortuna o, diremmo oggi, della ricezione di un’opera d’arte, così come in La ricerca delle fonti[23] o in Il plagio e la letteratura[24].
È a questo comparatismo positivista che Croce si riferisce quando, nel saggio Intorno alle condizioni presenti della storiografia in Italia, compone una specie di “palinodia” del suo stesso passato di critico, quando negli ultimi due decenni del XIX secolo abbracciò quell’erudizione che in seguito avrebbe definito «tutta esterna», e quindi «sterile»[25]. Date queste premesse, la pubblicazione nel 1917 della Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza assume un significato ancora più rilevante come recupero di parte della sua giovanile esperienza di studioso e uno dei più alti esempi di lavoro comparativo.
Abbiamo già fatto riferimento alla critica di Croce al Positivismo filologico incentrato sullo studio delle fonti. Questo potrebbe essere definito come l’“asse cronologico” del comparatismo. Per quanto riguarda l’“asse spaziale” o meglio l’“asse geografico-linguistico” che, combinato con quello cronologico, rende possibile la costruzione di un’ipotetica storia delle lettere universale, Croce si esprime così: «Le divisioni delle trattazioni per singoli popoli e paesi saranno ormai intese unicamente per quello che sono: divisioni pratiche, per comodità di lavoro, e classificazioni per facilità di ritrovamento di ciò che si cerca»[26]. Altrove, ha definito la santificazione della nazionalità come un atteggiamento romantico superato e i nuovi nazionalisti estetici soggetti a «confusione mentale e spirituale»[27]. Potrebbe sembrare paradossale che proprio l’uomo che ha composto una brillante storia d’Italia e d’Europa debba, pochi anni dopo, cercare di «denazionalizzare la storiografia». Croce sollevò a se stesso questa obiezione, alla quale rispose che denazionalizzare non significava «rinunciare a conoscere le cose degli italiani e dei francesi, dei tedeschi e degli inglesi, dei russi e dei giapponesi e così via, ma volerle conoscere, capire e giudicare solo secondo il loro valore umano e universale»[28].
Già nelle pagine della Logica, pubblicata per la prima volta nel 1909, Croce affermava che anche “Grecia”, “Roma”, “Medioevo” ecc. sono concetti empirici e non rappresentazioni, perché la rappresentazione è individualità e, quando viene presa come qualcosa di costante e generale, si trasforma in un concetto dell’individuo, cioè in un riassunto e simbolo di ulteriori rappresentazioni. Ognuna di queste divisioni è utile solo quando serve[29].
Arriviamo, così, al nucleo concettuale della questione comparatista: il rapporto problematico tra l’universale e l’individuale. Nel Breviario di Estetica Croce affermava che la divisione tra universale e individuale era un presupposto della filosofia scolastica, che faceva del secondo l’accidente del primo, ignorando che il vero universale è l’universale individuato[30]. Nella poesia, scrisse nel 1933, è tutto l’uomo colui che pensa, vuole, ama e odia, che è forte e debole, sublime e miserabile, buono e cattivo, nella gioia e nell’amarezza del vivere; e, con l’uomo, tutto l’universo nella perpetua sofferenza del suo divenire[31]. Nel 1918 Croce pubblica il saggio Il carattere di totalità dell’espressione artistica[32] in cui definisce l’arte come espressione di un’universalità estetica, essendo l’universale nella concettualizzazione di Croce una categoria che supera la semplificazione gnoseologica tipica della tradizione filosofica. D’altra parte, l’ethos emotivo di quest’arte cosmica trascenderebbe i limiti spazio-geografici e temporali: «in ogni accento di poeta, in ogni creatura della sua fantasia, c’è tutto l’umano destino, tutte le speranze, le illusioni, i dolori e le gioie, le grandezze e le miserie umane, il dramma intero del reale che diviene e cresce in perpetuo su se stesso, soffrendo e gioiendo»[33].
L’universalità in estetica ha un trattamento speciale e singolare e viene concettualizzata in senso moderno fondamentalmente con l’opera teorica di Kant, essendo l’universalità uno dei momenti che formano il giudizio estetico. Al di là del contributo kantiano, decisivo per molte ragioni, il concetto di universalità in ambito estetico-gnoseologico è fondamentale anche nella filosofia di Vico, su cui Croce pubblicò una nota monografia nel 1911.
Secondo Vico, ricorda Croce, la poesia è la prima forma della mente, anteriore all’intelletto. Nell’infanzia dell’umanità, l’universale fantastico attraverso il quale gli uomini si relazionavano tra loro e con il mondo era un’ibridazione tra l’intuizione, che individualizza, e il concetto, che universalizza. Gli universali fantastici erano, dunque, formazioni mentali spontanee, universali grezzi ma con un elemento di verità. Tuttavia, questo carattere poetico o universale fantastico introdotto nell’estetica dava luogo a difficoltà insormontabili[34], problemi che Croce stesso cercò di risolvere negli anni successivi alla monografia vichiana, giungendo alle conclusioni provvisorie esposte nel citato saggio del 1918 sul significato cosmico, universale, dell’arte e della poesia.
Oltre alle riflessioni contenute nella sua Filosofia dello spirito, Croce scrisse diversi saggi sull’individualità, tra cui Sul concetto di individualità nella storia della filosofia (1928) e La rivendicazione della individualità (1925). Nel secondo, recensendo una monografia di Warnet Fite, Croce ricorda che l’universalità non coincide con la generalità ma è un concetto che spesso viene erroneamente confuso con il primo[35]. La generalità è un falso universale, poiché l’universale non è il numero, la moltitudine, il branco, e si distingue dal più o meno generale proprio perché non è quantitativo ma qualitativo. In esso l’individuo non si perde ma si ritrova. Nel saggio del 1928, Croce scrive che «pochi concetti hanno avuto, nella formazione del pensiero moderno, un’efficacia rivoluzionaria e una potenza creativa pari a quella di individualità»[36], che si oppone all’universale astratto.
Questo approccio teorico-estetico ha chiare conseguenze, ovviamente, anche per lo specifico della possibilità di una storia universale o comparata della letteratura intesa come “somma” di varie storie nazionali. In un saggio del 1920 Croce, sempre occupandosi del rapporto universale-particolare, concepisce l’arte come un potere capace di trascendere le singole categorie politico-nazionali, essendo l’arte sempre sovranazionale[37].
Avendo visto il paradigma teorico in cui si inserisce la riflessione sul comparatismo nella filosofia crociana, possiamo ora determinare la sua portata e validità nel campo della sua concezione della critica e della storiografia letteraria e artistica. Il comparatismo crociano è fondamentalmente qualitativo e non quantitativo, e questo è dovuto alla sua particolare concettualizzazione dell’universale. Un comparatismo qualitativo che è essenziale per la comprensione dell’opera d’arte e che non si limita all’indagine delle fonti o degli influssi, poiché il comparatismo è sostanzialmente una metodologia, non una specificazione disciplinare[38]. Croce lo dimostrò nell’articolo La letteratura comparata e lo ribadì altrove. Lo scrisse anche in una lettera all’amico Vossler[39]. Nella recensione della Philosophie comparée di Masson-Oursel, pubblicata su «La Critica» nel 1924, Croce afferma che «ogni pensare è insieme un comparare, se è un porre in relazione fatti, e quanto più si compara, più si sa e più si comprende»[40]. Come ricorda Aullón de Haro[41], l’approccio comparatista è connaturale all’epistemologia delle scienze umane e delle scienze in generale, qualcosa che già Dionigi di Alicarnasso fu in grado di concettualizzare. Il comparatismo, come metodologia scientifica, assume un valore essenziale, è la condizione stessa dell’esistenza dell’universale o universalità. E, d’altra parte, come mera metodologia critica non è un’opzione ma un’esigenza richiesta dal mondo stesso dell’esistenza dell’oggetto[42].
Per “giustificare” la concezione del comparatismo di Croce e inscriverla nel quadro della sua filosofia storicista, Olmedo Ramos parla di una «posizione interindividuale» della poesia e della letteratura in chiave comparatista[43].
“La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza”
La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza è la grande opera comparativa di Croce[44]. Le quattro differenti edizioni furono tutte pubblicate da Laterza: 1917, 1922, 1941 e 1949 (e una ristampa del 1968). È stata tradotta due volte in spagnolo: la prima versione a cura di José Sánchez Rojas[45], e un’altra di Francisco González Ríos[46], recentemente ristampata con una prefazione di Antonio Prieto[47].
L’impostazione comparativa classica è evidente fin dallo schema del titolo (A in B) e da alcune dichiarazioni preliminari presentate nell’Avvertenza, in cui Croce ricorda che i saggi raccolti, scritti perlopiù tra il 1892 e il 1894, rientrano nello studio degli influssi spagnoli in Italia dal Medioevo a tutto il Settecento[48], essendo il volume un quadro dei rapporti italo-spagnoli nel Rinascimento[49].
Nicolini, nel noto studio biografico su Croce[50], afferma a proposito della sua opera ispanistica che non c’è da meravigliarsi se, all’inizio, a Croce sembrò che, per elevarsi da una forma inferiore a una superiore di storiografia, gli bastasse passare dalla storiografia regionale o napoletana alla storiografia nazionale o italiana, che doveva essere trattata non come una cronaca di eventi, ma come una storia dei sentimenti e della vita spirituale dell’Italia dal Rinascimento. E, giudicando che questa storia non fosse fattibile senza una particolare conoscenza dei legami tra la civiltà italiana e quella dei popoli stranieri dominatori e senza un’attenta ricerca delle loro reciproche relazioni, cominciò, come in preparazione di un’opera più generale, a indagare, nei documenti dell’una e dell’altra letteratura, l’efficacia della Spagna nella vita italiana. Naturalmente, ricorda Nicolini, come Croce stesso riconobbe in seguito, ragionando in questo modo il filosofo italiano commetteva un errore metodologico. Perché, come nell’ambito poetico non è più l’argomento ma il tono (cioè l’oggettivazione fantastica di qualsiasi argomento) qui fait la chanson, così nell’ambito storiografico non è più l’argomento ma anche questa volta il tono (cioè la rielaborazione concettuale di qualsiasi argomento) qui fait l’histoire.
L’allusione di Nicolini a questo «errore metodologico», che è in fondo l’assunzione della metodologia positivista tipica della letteratura e della storiografia comparata di fine Ottocento e inizio Novecento, è interessante e rivelatrice. Tuttavia, l’elemento decisivo che segna una distanza da questo tipo di lavoro comparativo è l’inclusione chiaramente intenzionale del termine “vita” nel titolo, una scelta terminologica che dimostra intelligentemente il cambio di direzione della teoria storiografica di Croce e che ci costringe a reinterpretare l’antologia di saggi raccolti sotto questo titolo. Torneremo su questo punto più avanti.
Nel 1941, in occasione della terza edizione della Spagna, Croce pubblicò su «La Critica» una Selbstanzeige, un’autorecensione[51]. Lì ricorda che questo libro è nato in un momento, l’ultimo decennio dell’Ottocento, in cui c’era una grande richiesta di opere sugli «influssi», le fonti o qualsiasi altro termine con cui si alludeva all’influenza degli scrittori stranieri sulla letteratura, sull’arte e su tutti gli altri aspetti della vita italiana. Questo specifico approccio critico non era, come Croce vedeva chiaramente, un lavoro strettamente storico, ma di natura filologica: una raccolta di materiali e osservazioni messe insieme dal filologo ed eventualmente utili allo storico.
Nel 1918, sul «Giornale Storico della Letteratura Italiana», apparve una lunga recensione di Farinelli[52], che sostanzialmente condivideva la tesi centrale dell’opera di Croce, cioè la fallacia di considerare l’influenza spagnola come una delle cause decisive del declino dell’Italia nel XVII secolo. Farinelli, come Croce, era contrario allo spettro di una Spagna corruttrice[53]. Inoltre, più di vent’anni dopo i suoi primi studi ispanici prevalentemente eruditi, Farinelli avvertiva un cambiamento del paradigma comparativo; sosteneva che le civiltà si sviluppano, “salgono”, scendono, senza che il contatto tra i popoli sia determinante; che la storia dei rapporti tra nazione e nazione è una storia intessuta di brevi episodi e manifestazioni fugaci; che non ammette grandi rivoluzioni nel campo del pensiero. Né si può pretendere dalle masse e dall’azione collettiva ciò che può essere generato solo dall’energia vitale e dal lavoro dell’individuo, gettato sulla scena mondiale[54]. Farinelli definisce l’insieme delle relazioni ispano-italiane nel primo periodo moderno come un «fenomeno di cultura e di vita molto complesso»[55].
Interpretazione crociana della “decadenza” italo-spagnola
I critici interessati alla Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza hanno unanimemente sottolineato la sua importanza nel campo della letteratura comparata ispano-italiana. Antonio Prieto, editore della ristampa moderna della versione spagnola dell’opera, sostiene che La Spagna è un volume importante, e non solo all’interno della letteratura comparata, ma anche all’interno di una cultura umanista che influenza ed è influenzata dalla corrente storica[56]. Per Fulvio Tessitore, lo studio di Croce è una delle opere più singolari della sua produzione storiografica[57].
Varvaro offre un’interpretazione attenta che non trascura, ovviamente, le mancanze che il libro presenta. In primo luogo, nota che Croce dà poca o nessuna attenzione alla Lombardia ispanica, concentrandosi solo su Napoli e il suo Regno. Assente anche un trattamento della dominazione spagnola della Sicilia. L’America non è studiata nell’opera di Croce, nonostante l’americanismo sia uno dei temi della letteratura storiografica e polemica ispano-italiana del Rinascimento. Né si parla della presenza sefardita in Italia dopo l’espulsione degli ebrei dalla Spagna alla fine del XV secolo[58].
Secondo Varvaro, una delle caratteristiche più evidenti del libro è il fatto che si basa sui giudizi dei contemporanei: come giudicavano gli italiani del XVI e XVII secolo gli spagnoli? Una risposta a questa domanda correrebbe il rischio di raccogliere un insieme di stereotipi. Ma Croce risolve questo problema grazie soprattutto all’impressionante documentazione che gestisce e a certe intuizioni che danno coerenza alle ricerche raccolte.
È vero che l’attenzione di Croce si concentra soprattutto sugli aspetti letterari, culturali e talvolta di genere, e che è poco interessato all’arte e al commercio dell’epoca. Tuttavia, l’aspetto più rilevante della Spagna è senza dubbio la valutazione complessiva della presenza e dell’impatto della cultura spagnola in Italia, una valutazione che nel periodo precedente sarebbe stata decisamente negativa. Croce si oppone al giudizio di influenza negativa della Spagna sulla cultura italiana, poiché, sostiene il filosofo, la presenza spagnola non può essere giudicata con i parametri dei nazionalismi contemporanei. Croce, lontano da una certa letteratura critica ispanofoba che aveva caratterizzato il movimento risorgimentale, non dimenticava in La Spagna che Madrid e la sua corte erano state, per alcune generazioni, il modello civile della società italiana o, quantomeno, l’interlocutore indispensabile di qualsiasi progetto politico[59].
La decadenza, e la relativa categoria della leyenda negra, sono concetti frequentissimi nella ricerca storiografica sulla Spagna moderna[60]. Nella conclusione della Spagna, Croce espone la propria tesi sulla presunta decadenza spagnola: «ciò che per l’appunto si è convenuto di chiamare decadenza italiana […] ha l’obbligo strettissimo di liberarsi del fantasma di una Spagna, fonte di nequizia e corruttrice di un’Italia incorrotta», poiché questa concezione è «logicamente assurda»[61].
Ricorda che l’utilità dell’unione tra italiani e spagnoli era sostenuta all’epoca da pensatori come Tommaso Campanella, che, pur essendo critico nei confronti del dominio spagnolo, aveva cospirato non per l’indipendenza ma per la realizzazione della sua utopia comunitarista, la Città del Sole. La presenza spagnola nella società italiana portò, così, alla creazione di un curioso gergo italo-spagnolo, che divenne la lingua di conversazione a corte. Insomma, nessuno allora accusò la Spagna di essere un oppressore o un corruttore dei costumi e del pensiero italiano, per cui «la verità di quei secoli è da cercare in altro verso; ossia nel riconoscere che l’Italia e la Spagna erano entrambe, a quel tempo, paesi in decadenza»[62].
La Spagna, sebbene possedesse il senso di uno stato moderno, era d’altra parte, secondo Croce, troppo medievale e feudale nella sua composizione sociale per essere in grado di interpretare il cambiamento sociale e culturale che stava avvenendo allora. C’era, quindi, un’alleanza reazionaria dell’Europa del sud contro l’Europa del nord. Ma quello che era parallelismo e simultaneità, «analogia e comunanza di processo storico»[63], fu travisato come imposizione spagnola sulla cultura italiana: «la Spagna diede ma ricevé anche, e l’Italia ricevé e diede a sua volta».
Se la Spagna, attraverso il suo modo di intendere la dignità e la gravità, portò anche in Italia la «vita verso l’estrinseco», separando la «forma» dalla «sostanza», la società italiana «era già avviata verso l’estrinseco» a sua volta, poiché venivano meno gli ideali di patria, diminuiva la capacità del commercio, aumentava l’ozio. Insomma, «era una decadenza che s’abbracciava a una decadenza»[64].
Croce è, però, attento a non confondere una certa somiglianza e affinità nel processo storico con la persistente diversità tra i due paesi[65]: mentre la Spagna, nel Settecento, giaceva ancora stremata, senza forza spirituale, l’Italia stava progressivamente riemergendo nel governo degli stati, nell’economia, nella scienza, nella letteratura, e cominciava a risvegliare quel sentimento unitario che, durante il dominio spagnolo, non era oppresso per la semplice ragione che non era mai esistito veramente. In questa proiezione di Croce verso le successive interpretazioni della storia italiana, si può già notare una lettura che punta a un’esegesi risorgimentale della storia italiana contemporanea.
L’interpretazione di Croce delle decadenze italiana e spagnola è, come giustamente sostiene Varvaro, un’«alta lezione di etica politica»[66], poiché, per Croce, si sbaglia a imputare la colpa a qualcosa o a qualcuno senza cercare e portare alla luce le proprie responsabilità.
Il concetto di vita e la storia della cultura
L’inclusione del termine “vita” nello schema comparativo tradizionale “A in B” è molto significativo e crediamo che segni una distanza da altre opere comparative dell’epoca; un periodo di ascesa, nelle università, degli studi comparativi, e un’affinità con una determinata pratica storiografica storicista.
“Vita” è, da un lato, un concetto di arte soggettivamente romantico; dall’altro lato, un genere letterario, di tradizione classica (paradigmatico sono le Vite di Diogene Laerzio), che ha nella sua specificazione comparativa il grande antecedente di Plutarco. La storia e la biografia sono due generi che hanno un’origine comune. Ci sono differenze concettuali che avvicinano o allontanano i due generi in certi punti della loro evoluzione: se tra il XVII e il XVIII secolo la storia sussume la biografia, dalla fine del XIX secolo e durante il XX secolo esse si allontanano nuovamente[67].
Nell’accezione data nel titolo del volume di Croce, “vita” si riferisce alla totalità delle manifestazioni ed espressioni umane (artistiche, politiche, linguistiche, antropologiche ecc.) di una data epoca storica, il che permette un confronto con un altro termine, quello di “cultura”, che potrebbe essere inteso come sinonimo, se non fosse che la scelta terminologica, come abbiamo detto e come cercheremo di dimostrare in seguito, assume un significato decisivo. In senso lato, il significato di vita potrebbe essere messo in relazione con il significato rinascimentale, neoplatonico del concetto. Come categoria romantica, la vita è l’opera d’arte nel soggetto, la vita come arte.
È interessante fare un parallelo tra l’opera di Croce e La cultura del Rinascimento in Italia (1859) di Jacob Burckhardt. In primo luogo, entrambe le opere trattano la stessa epoca storica, il Rinascimento e l’inizio dell’Età Moderna; in secondo luogo, si presenta un’affinità nella concettualizzazione di “vita” (Croce) e “cultura” (Burckhardt).
L’avversione di Croce per la storia culturale di Burckhardt è ben nota. In La storia come pensiero e come azione (1938) Croce giudica severamente l’estetismo dello storico svizzero, perché è la conseguenza di un pessimismo di fondo che porta il soggetto critico lontano dalla realtà sociale che lo circonda. In queste pagine Croce offre soprattutto un’interpretazione politica e ideologica dell’eredità di Burckhardt. La sua è, come quella di Ranke, una storiografia senza problema storico. La sua storia tende al quadro e non alla narrazione, perché propone la descrizione di una realtà fissa e immobile: la terna di poteri che distingue nel suo trattato teorico ‒ stato, religione e cultura ‒ non è una terna speculativa, ma un semplice schema per inquadrare osservazioni sparse. Tuttavia, nonostante il suo giudizio negativo, Croce non nasconde una certa simpatia per l’autore della Cultura del Rinascimento in Italia, poiché i suoi libri, a differenza di quelli di Ranke, sono pieni di osservazioni vivaci, quasi sempre unilaterali ma non conclusive, sebbene sempre stimolanti.
Commentando l’interpretazione crociana di Burckhardt, nel prologo dell’edizione spagnola delle Riflessioni sulla storia universale dello storico svizzero, Alfonso Reyes scrive che:
la natura è lentezza; la storia, accelerazione. Questo è ciò che Burckhardt afferma espressamente e inequivocabilmente. È importante sottolinearlo, perché un’autorità contemporanea [cioè Croce], che merita il massimo rispetto per la sua dignità morale, artistica e scientifica, ha appena attribuito a Burckhardt la tesi opposta. Un lapsus così grave ci riempie di stupore. Lo attribuiamo al fatto che un tale giudizio, come rivela una nota, si basa sul riassunto di qualcun altro e non su una lettura diretta di Burckhardt. O forse al fatto che l’autore contestato ha acquisito l’abitudine di avanzare sempre i suoi pensieri con un taglio polemico, come se avesse sempre un nemico in vista[68].
Al di là della polemica, il giudizio di Croce su Burckhardt è significativo dell’interesse del filosofo italiano per il fondatore della storia della cultura. Ricordiamo che La storia come pensiero e come azione è un’opera tarda di Croce, in cui si palesa la sua graduale evoluzione verso uno storicismo assoluto. Non c’è dubbio che l’opera di Burckhardt deve aver generato un grande fascino nel giovane Croce e che esiste un’affinità, o piuttosto un’analogia, tra La cultura del Rinascimento in Italia e la monografia comparativa di Croce. Un’affinità che implica una certa distanza concettuale: tale è la scelta terminologica di Croce di “vita” invece che di “cultura”, anche se un certo rapporto può essere stabilito tra i due concetti.
Burckhardt definì la “cultura” come l’insieme delle evoluzioni dello spirito che avvengono spontaneamente e senza la pretesa di avere una validità universale o coercitiva, essendo un compendio di tutto ciò che è stato creato spontaneamente per la promozione della vita materiale e come espressione della vita spirituale e morale. Questo implica una necessaria apertura interdisciplinare, un approccio analitico adottato anche da Croce nel suo lavoro comparativo. Ma la specificità della scelta di Croce, abbiamo detto, segna finalmente la distanza terminologico-concettuale della sua proposta storiografica.
La scelta terminologica di “vita” è un’allusione più o meno diretta a certi maestri dell’Historismus classico e, in particolare, a Dilthey[69]. Vita è un concetto chiave nella filosofia di Dilthey, essendo la vita il compendio e la somma di ciò che ci viene rivelato nel vivere e nel comprendere. Dilthey ha teorizzato l’esistenza di soggetti sovraindividuali, che possono formare comunità. E un soggetto speciale è la nazione, perché rappresenta l’unità generale di molti sistemi particolari così come delle epoche (l’Illuminismo, la Riforma, il Rinascimento ecc.). Al di là delle differenze tra i due pensatori, forse è nel concetto di vita dello storicismo (quella necessità di partire dalla realtà della vita) che risiede quello spazio di relazione ideale che avvicinerebbe l’opera di Croce a quel particolare approccio teorico e storiografico.
Un’ultima considerazione. La Spagna fu pubblicata nel 1917, cioè prima della grande serie di opere storiografiche che avrebbero segnato il definitivo cambiamento epistemologico nel modo di fare storia di Croce. Non è un caso, quindi, che la scelta terminologica di “vita” sia stata fatta per il titolo di un’opera che intendeva salvare dalla severa “palinodia” (e a cui, quindi, voleva dare un nuovo significato) alcune delle numerose opere di erudizione realizzate nel periodo prefilosofico di Croce. Il termine “vita”, piuttosto che “cultura”, è un segnale significativo della direzione che stava prendendo la pratica storiografica crociana, che in quegli anni cominciava già ad avvicinarsi a una storia morale dell’Italia e dell’Europa[70].
- B. Croce, La letteratura comparata, in «La Critica», I, 1903, pp. 77-80. ↑
- B. Croce, La letteratura comparata, in Id., Problemi di estetica e contributi alla Storia dell’estetica italiana, Bari, Laterza, 1966, VI ed., p. 72. ↑
- Ivi, p. 75. ↑
- Ivi, p. 76. ↑
- Cfr. S. Chiapello, Benedetto Croce e la prima cattedra di letteratura comparata, in Metodologías comparatistas y Literatura comparada, dir. da P. Aullón de Haro, Madrid, Dykinson, 2012, pp. 463-77. ↑
- In «La Critica», XXXIII, 1935, pp. 301-302; XXXVII, 1939, p. 58. ↑
- In B. Croce, Problemi di Estetica e contributi alla Storia dell’Estetica italiana, op. cit., p. 432. ↑
- B. Croce, Teoria e storia della storiografia, Bari, Laterza, 1920, II ed., p. 46. ↑
- Ivi, p. 115. ↑
- Cfr. il cap. 4, Genesi e dissoluzione ideale della “filosofia della storia”, in B. Croce, Teoria e storia della storiografia, op. cit. ↑
- B. Croce, Saggio sullo Hegel seguito da altri scritti di storia della filosofia [1913], a cura di A. Savorelli, Napoli, Bibliopolis, 2006, p. 93. ↑
- In «La Critica», XVI, 1918, pp. 1-16, poi in B. Croce, Nuovi saggi di Estetica, Bari, Laterza, 1920. ↑
- Ivi, p. 6. ↑
- Cfr. anche B. Croce, Intorno alle condizioni presenti della storiografia in Italia, in «La Critica», XXVII, 1929, pp. 87 e sgg. (poi in B. Croce, Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono, Bari, Laterza, 1930, II ed.). ↑
- B. Croce, Aesthetica in nuce [1929], in Id., Breviario di estetica. Aesthetica in nuce, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1990, pp. 232-33. ↑
- In «La Critica», XLI, 1943, pp. 1-24. Poi in B. Croce, Discorsi di varia filosofia, vol. I, Bari, Laterza, 1945, pp. 129-62. Anche in B. Croce, Filosofia, Poesia, Storia, Milano-Napoli, Ricciardi, 1951, pp. 454-79. Citiamo da quest’ultima edizione. ↑
- F. Nicolini, Benedetto Croce, Torino, UTET, 1962, p. 153. Cfr. anche F. Tessitore, La storia universale sì o no [2003], in Id., La ricerca dello storicismo. Studi su Benedetto Croce, Bologna, Il Mulino, 2012; e D. Conte, Storia universale e patologia dello spirito. Saggio su Croce, Bologna, il Mulino, 2005. ↑
- Sull’argomento si veda, oltre agli articoli citati, F. Simone, Benedetto Croce e la letteratura comparata in Italia, in «Convivium», 1, 1954, pp. 47-73. ↑
- U. Weisstein, Introducción a la literatura comparada, Barcellona, Planeta, 1975, p. 132. ↑
- A. Prieto, Sobre literatura comparada, in «Miscellanea di studi ispanici», 1966-1967, p. 330. ↑
- B. Croce, Ariosto, Shakespeare e Corneille, Bari, Laterza, 1961, V ed., p. 53. ↑
- B. Croce, Il tema ‘Sofonisba’, in Id., Problemi di Estetica e contributi alla storia dell’Estetica italiana, op. cit., pp. 77-84. ↑
- Ivi, pp. 487-503. ↑
- Ivi, pp. 67-70. ↑
- B. Croce, Intorno alle condizioni presenti della storiografia in Italia, in «La Critica», XXVII, 1929, p. 82 (poi in Id., Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono, Bari, Laterza, 1930, II ed.) ↑
- B. Croce, Snazionalizzare la storia, in «La Critica», XLII, 1944, p. 70. ↑
- B. Croce, Ariosto, Shakespeare e Corneille, op. cit., p. 230. ↑
- B. Croce, Snazionalizzare la storia, op. cit., p. 71. Cfr. anche A. Farinelli, Gli influssi letterari e l’insuperbire delle nazioni [1930], in Mélanges d’histoire littérarie générale et comparée offerts a Ferdinand Baldensperger, vol. I, Ginevra, Slatkine reprints, 1972, pp. 271-90. ↑
- B. Croce, Logica come scienza del concetto puro, Bari, Laterza, 1967, IX ed., p. 180. ↑
- B. Croce, Breviario di Estetica. Aesthetica in nuce, op. cit., p. 107. ↑
- B. Croce, Difesa della poesia [1933], in Id., Ultimi saggi, a cura di M. Pontesilli, Napoli, Bibliopolis, 2012, p. 77. ↑
- In «La Critica», XVI, 1918, pp. 129-40. ↑
- Ivi, p. 131. ↑
- B. Croce, La filosofia di Giambattista Vico, a cura di F. Audisio, Napoli, Bibliopolis, 1997, p. 68. ↑
- Cfr. B. Croce, La rivendicazione della ‘individualità’ [1925], in Id., Ultimi saggi, op. cit., p. 326. ↑
- B. Croce, Sul concetto di ‘individualità’ nella storia della filosofia, in «La Critica», XXVI, 1928, poi in Id., Ultimi saggi, citato nell’ed. del 2012 a cura di M. Pontesilli cit., p. 344. ↑
- Cfr. B. Croce, Nuovi saggi di Estetica [1920], a cura di M. Scotti, Napoli, Bibliopolis, 1991 (cap. La critica e la storia delle arti figurative e le sue condizioni presenti). ↑
- Questa è la conclusione a cui è giunto J. Olmedo Ramos, autore di una tesi di dottorato sul comparatismo crociano: Il comparatismo letterario di Benedetto Croce: lineamenti teorici di una convinzione, in «Círculo de lingüística aplicada a la comunicació», 6, 2001: cfr. l’URL http://webs.ucm.es/info/circulo/no6/olmedo.htm. ↑
- Carteggio Croce-Vossler. 1899-1949, Bari, Laterza, 1951, p. 24, lettera n. XXIII. ↑
- In «La Critica», XXII, 1924, p. 115. ↑
- P. Aullón de Haro, Teoría de la Literatura comparada y Universalidad, in Metodologías comparatistas y Literatura comparada, op. cit., pp. 292-93. ↑
- P. Aullón de Haro, Epistemología de la Teoría y la Crítica de la Literatura, in Teoría de la Crítica literaria, a cura di P. Aullón de Haro, Madrid, Trotta, 1994, p. 22. ↑
- J. Olmedo Ramos, Il comparatismo letterario di Benedetto Croce: lineamenti teorici di una convinzione, op. cit. ↑
- Sulla figura di Croce come fondatore dell’ispanismo italiano moderno, cfr. D. Mombelli, Benedetto Croce y el mundo hispánico. Un estudio de estética y ciencia literaria, Madrid, Verbum, 2020. ↑
- Madrid, Mundo Latino, 1925. ↑
- Buenos Aires, Imán, 1945. ↑
- Siviglia, Renacimiento, 2007. Sull’opera si veda anche F. Nicolini, L’Editio ne varietur delle opere di Benedetto Croce. Saggio bibliografico con taluni riassunti o passi testuali, Napoli, Arte Tipografica, 1960, pp. 50-51; G. Mazzocchi, La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza: storia di un libro, in Croce e la Spagna, a cura di G. Galasso, Napoli, Editoriale Scientifica, 2011, pp. 89-102. Alda Croce, in un articolo intitolato Notizie su ‘La Spagna nella vita italiana’ (in Studi di lingua e letteratura spagnola, Torino, Giappicchelli, 1965, pp. 373-78), pubblica alcune note di Croce contemporanee al periodo di riscrittura e costruzione della Spagna. Queste note si possono leggere anche nei Taccuini di lavoro (vol. I, 1906-1916, Napoli, Arte Tipografica, 1987, dal 16 aprile 1915 al 21 agosto dello stesso anno). ↑
- B. Croce, La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza, Bari, Laterza, 1949, IV ed., p. VII. ↑
- Ibidem. ↑
- F. Nicolini, Benedetto Croce, Torino, UTET, 1962. ↑
- In «La Critica», XXXIX, 1941, pp. 254-55. ↑
- LXXI, 1918, pp. 243-302, poi in A. Farinelli, Divagazioni erudite, Torino, Bocca, 1925, pp. 243-344. ↑
- Ivi, p. 245. ↑
- Ivi, p. 246. Corsivo mio. ↑
- Ivi, p. 302. ↑
- A. Prieto, Prologo a B. Croce, España en la vida italiana del Renacimiento, trad. di Francisco González Ríos, Sevilla, Editorial Renacimiento, 2007, p. 13. ↑
- F. Tessitore, La Spagna nel Rinascimento italiano, in Id., La ricerca dello storicismo, op. cit., p. 338. ↑
- A. Varvaro, Benedetto Croce: ‘La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza’, in Croce e la Spagna, a cura di G. Galasso, op. cit., pp. 78-87. ↑
- Cfr. i capitoli Le cerimonie spagnole in Italia, pp. 181-209; Lo spirito militare e la religiosità spagnuola, pp. 210-27; e Aspetti del dominio e della popolazione spagnuola in Italia, pp. 228-56. ↑
- Cfr. M. Á. Ladero Quesada, La ‘decadencia’ española como argumento historiográfico, in «Hispania Sacra», 48, 1996, pp. 5-50. Imprescindibile è la monografia di P. Sainz Rodríguez, Evoluzione delle idee sulla decadenza spagnola e altri studi di critica letteraria, Madrid, Rialp, 1962. Sulla polemica ispano-italiana della fine del XVIII secolo riguardante la responsabilità della letteratura spagnola nella corruzione del gusto nel XVII secolo, si veda anche D. Mombelli, La polémica hispano-italiana, Madrid, Verbum, 2021. ↑
- B. Croce, La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza, op. cit., p. 259. ↑
- Ivi, p. 263. ↑
- B. Croce, La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza, op. cit., p. 264. ↑
- Ivi, p. 267. ↑
- Ivi, p. 270. ↑
- A. Varvaro, Benedetto Croce: ‘La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza’, op. cit., p. 87. ↑
- Cfr. M. T. del Olmo Ibáñez, Teoría de la biografía, Madrid, Dykinson, 2015. ↑
- A. Reyes, Prologo a J. Burckhardt, Reflexiones sobre la historia universal, trad. di W. Roces, Messico, FCE, 1971, p. 33. La traduzione è nostra. ↑
- Sul complesso rapporto tra Croce e i maestri dello storicismo, si veda il lucido scritto di F. Tessitore in La ricerca dello storicismo, op. cit., soprattutto quello su Dilthey, Il confronto con Dilthey, pp. 475-92. ↑
- Cfr. F. Tessitore, Dalla storia locale alla ‘storia morale’ d’Italia, in Id., La ricerca dello storicismo, op. cit., pp. 383-408. ↑
(fasc. 43, 25 febbraio 2022)