Fare il punto su Tozzi

Author di Antonio R. Daniele - Maria Panetta

Il 21 marzo di quest’anno cadeva il centenario della scomparsa di Federigo Tozzi e anche «Diacritica» ha voluto celebrare questa importante ricorrenza allestendo un numero monografico sullo scrittore senese.

È, dunque, dedicato all’autore e alle sue opere questo fascicolo speciale della rivista, con il quale abbiamo inteso provare a rifare il punto su Tozzi: da un lato, mettendo a fuoco la situazione attuale della critica tozziana; dall’altro, tentando di inaugurare (per quanto si possa nello spazio di un numero monografico) quella che speriamo possa rivelarsi una nuova fase dell’approccio critico al senese.

Come scriveva già Gianni Celati quasi quarant’anni fa, Tozzi va liberato da alcune ipoteche: tra le altre, la rappresentazione della “fetta di vita” come retaggio verista e, per converso, la riproduzione di meccanismi patologico-scientifici assunti quasi pedissequamente da letture private. Nonostante l’interesse crescente negli anni, alcuni aspetti delle fonti indirette della sua narrativa (Poe, un certo filone americano anche della pittura etc.) risultano ancora sospette. E qualche buon lavoro dei primi anni sembra ancora rimasto in ombra.

L’occasione ci è parsa opportuna, dunque, per coinvolgere nel dibattito alcuni tra i suoi studiosi più qualificati e qualche brillante giovane leva della critica e/o dell’accademia: in particolare, Riccardo Castellana ha approfondito la ricezione di Tozzi durante il periodo fascista, offrendo nuovi e preziosi documenti che contribuiscono a far luce sull’ambiguità di certe letture dell’opera tozziana durante il Ventennio, fra tentativi di accreditamento della sua figura al fascismo e improvvide riletture “selvagge” e strapaesane. Luca Chiurchiù si è, invece, soffermato sulla valenza del momento del pasto nella narrativa tozziana, rilevando che, nel caso di Tozzi, quel che lo studioso ha chiamato “pasto inquieto” è vera e propria unità di misura della virilità dei maschi delle storie, tra chi produce e chi no; Antonio Rosario Daniele ha illustrato la relazione fra ambiente e famiglia nei Ricordi di un impiegato, dove i tipici conflitti tozziani tra padre e figlio paiono chiudersi con una cercata complicità e un’auspicata alleanza del secondo col primo, non solo per inettitudine ma anche per compiaciuta comodità piccolo-borghese. Ilaria de Seta ha, poi, illuminato alcuni aspetti del rapporto fra Borgese e Tozzi attraverso i loro carteggi inediti, dai quali emergono anche alcune informazioni che contribuiscono alla ricostruzione di alcuni annosi dubbi editoriali sull’opera postuma; Simonetta Losi ha analizzato la lingua “edipica” del senese, ossia un radicale attaccamento dello scrittore che si misura anche attraverso tenaci ristagni linguistici e lessicali del territorio di appartenenza che ai primi del secolo scorso, anche in quegli scrittori aderenti al toscanismo tardo ottocentesco, stavano sfumando. Infine, per quanto concerne la raccolta Giovani, Maria Panetta ha messo in rilievo alcuni parallelismi fra le novelle L’amante e Una sbornia, dai meccanismi di seduzione al sorriso mesto delle protagoniste, dal finale “addomesticato” al ricorrere dei medesimi oggetti, anche con una certa valenza allusiva; Massimiliano Tortora ha proposto una nuova lettura di Pigionali mediante una puntuale e intrigante analisi dei focus narrativi fatti valere da Tozzi per una novella solo in apparenza lineare e in realtà stratificata e indice di uno sperimentalismo notevole nella narrativa breve tozziana, che si affida anche a sobbalzi nella costruzione della frase. Da ultimo, Damiano D’Ascenzi offre alcune riflessioni su come presentare La matta agli studenti della scuola secondaria.

Ci auguriamo che questa iniziativa possa essere seguita a breve da altri contributi critici che mantengano vivo l’interesse per il “sistema Tozzi”.

Roma, 25 dicembre 2020

 

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

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