Recensione di Luca Serianni, “Il verso giusto. 100 poesie italiane”

Author di Maria Panetta

Luca Serianni, professore emerito di Storia della lingua italiana alla Sapienza Università di Roma e membro dell’Accademia della Crusca e dell’Accademia dei Lincei, cura un’antologia destinata a rimanere quale punto di riferimento per la fissazione di un canone poetico dalle origini della letteratura italiana ai nostri giorni.

Cento composizioni poetiche, di vario metro e differente estensione, sono raccolte in questo imponente volume Laterza pensato per la divulgazione, che, a tale scopo, si presenta corredato di brevi ma efficaci introduzioni a ogni componimento suggerito (le notizie biografiche sugli autori sono opportunamente ridotte al minimo, quando non soppresse), di agili note a piè di pagina, di uno snello Glossario finale di termini tecnici che riguardano figure retoriche e versificazione, ma non trascura di fornire anche una Nota ai testi con i Criteri di trascrizione e un Regesto delle fonti e degli eventuali rinvii bibliografici presenti nel commento. Per coniugare, dunque, ermeneutica e filologia, rendendole accessibili a una vasta gamma di lettori.

Le scelte operate da Serianni, nonostante il taglio che evidentemente mira ad arrivare a un pubblico trasversale, non sono affatto scontate: si parte, infatti, dall’imprescindibile Meravigliosamente di Giacomo da Lentini per approdare a Fading del genovese Enrico Testa (classe 1956), attraversando otto secoli di tradizione letteraria italiana e passando sia per autori canonici come Cielo d’Alcamo, Guinizzelli, Iacopone da Todi, Cecco Angiolieri, Cavalcanti, Dante, Petrarca (con l’esclusione di Boccaccio), Lorenzo de’Medici, Poliziano, Boiardo, Sannazaro, Ariosto, Della Casa, Tasso, Chiabrera, Marino, Metastasio, Parini, Alfieri, Monti, Foscolo, Manzoni, Leopardi, Carducci, Pascoli, d’Annunzio, Gozzano, Marino Moretti, Corrado Govoni, Ungaretti, Montale, Saba, Sandro Penna, Quasimodo, Elsa Morante (più nota come romanziera), Caproni etc.; sia per poeti noti soprattutto agli specialisti, quali Burchiello, Giovanni Antonio de Petruciis, Gaspara Stampa, Isabella Morra, Camillo Scroffa, Bartolomeo Dotti, Giovan Leone Sempronio, Ciro di Pers, Francesco Redi, Paolo Rolli, Faustina Maratti Zappi, Eustachio Manfredi, Iacopo Vittorelli, Giacomo Zanella, Remigio Zena, Toti Scialoja, Giovanni Raboni, Fernando Bandini, Giovanni Orelli. Infine, l’antologia propone anche alcune voci di poetesse e poeti viventi quali Patrizia Cavalli (classe 1947), Biancamaria Frabotta (del 1946), Valerio Magrelli (nato nel 1957), Francesca Romana de’ Angelis (del 1952) e il già ricordato Testa.

Estrapolare i nomi di sessantatré autori fra quelli di tutti i poeti della tradizione italiana non dev’essere stato semplice, e infatti Serianni opportunamente illustra i propri criteri di scelta nell’Introduzione al volume, riconducendoli soprattutto al «gusto personale dell’antologista» (p. XIII), alla volontà di mettere in luce poeti poco conosciuti (come Remigio Zena) o ingiustamente relegati al rango di minori (come Carducci), ma anche a motivazioni che richiamano alla memoria quelle esposte, nel 1909-1910, da Benedetto Croce nell’allestire il Catalogo degli «Scrittori d’Italia» (gloriosa collana letteraria proprio dell’editore Laterza) e soprattutto l’antologia dei Lirici marinisti che apre la collezione: la volontà, ad esempio, di rendere, attraverso alcune liriche, testimonianza di un’epoca e di costumi del passato; oppure (mediante il poemetto Detto del gatto lupesco, pp. 17-25) della «presenza della cultura giullaresca» (ibidem) nel mondo della poesia antica, affollato di «donne angelo e di poeti che si lagnano dei propri amori infelici» (ibidem).

Per quanto riguarda il Novecento, Serianni dichiara la propria propensione per la cosiddetta linea “antinovecentista” della poesia italiana, motivo per il quale illustra di aver «sacrificato del tutto sperimentalismo e avanguardie» (p. XIV); in particolare, definisce come «molto peculiari» (ibidem) le proprie scelte successive a Caproni, ricordando nella premessa autori come Cardarelli, Sereni, Bertolucci, Giudici, Milo De Angelis, che avrebbero potuto figurare nella crestomazia, se avesse seguito il gusto personale.

Precisa di aver escluso la poesia dialettale per privilegiare la poesia scritta “in italiano” rispetto a quella prodotta “in Italia” (al contrario, Croce aveva incluso i dialettali nel catalogo della propria collana, che infatti s’intitola «Scrittori d’Italia»); e di aver tralasciato, sebbene a malincuore, traduzioni assai felici come quella lucreziana di Alessandro Marchetti o i notissimi Lirici greci nella versione sempreverde di Quasimodo.

Sebbene sia comprensibile, dal punto di vista dell’editore, la necessità di decurtare testi particolarmente lunghi, immaginiamo la sofferenza provata dall’antologista nel dover rinunciare alla versione integrale della Signorina Felicita o dei Sepolcri foscoliani in un’antologia così ricca e stimolante. Quanto al resto, i criteri adoperati nell’allestimento di questa elegante silloge ci appaiono del tutto condivisibili: a nostro avviso vincente, ad esempio, la scelta di presentare i testi «in sequenza» (p. XVI), evitando di inquadrarli in correnti e altre categorizzazioni, oltre che resistendo a «tentazioni erudite» (p. XIX) inopportune in un testo rivolto a un pubblico ampio, al pari di un eccesso di tecnicismi.

La poesia non è morta – ci rincuora Serianni, citando nell’Introduzione versi apprezzabili anche a firma di un noto economista, Franco Tutino.

Così come questa sua previsione ci consola, ci appaiono degne di attenzione due pungenti osservazioni ottocentesche sull’opportunità delle note ai testi, riportate dal curatore: quella di Anton Giulio Barrili, che nel 1883 scriveva che le suddette note sono «più adatte a fomentar la pigrizia, che ad aiutare la intelligenza dei giovani» (p. XVI), e quella di Carducci che, sebbene rassegnato alla loro inevitabilità, le temeva in quanto «cagione di scioperataggine» (ibidem) da parte di discepoli e docenti. Sebbene la scelta operata in questa antologia sia quella di evitare ogni commento sistematico dei testi poetici proposti, ci pare che queste due citazioni non siano state riportate per caso, ma contengano un implicito invito a tornare all’uso dei dizionari, specie – aggiungerei – in un’epoca come la nostra, nella quale gli studenti universitari sono trattati spesso come “clienti” e talora non vengono più stimolati a sperimentare e apprendere quanto possa essere bella ed esaltante la “fatica” della conoscenza.

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

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