La giustizia distributiva come presupposto di pace

Autore di Domenico Panetta

Veniamo continuamente chiamati a cogliere sempre meglio il significato dei cambiamenti profondi che sono in corso, per assecondarli o contrastarli. Ad individuare e ad indicare sempre nuove frontiere all’operare dell’uomo sono spesso le conquiste tecnologiche e scientifiche che arricchiscono il patrimonio dell’umanità e ne moltiplicano le fonti di reddito e l’abilità di impadronirsi della ricchezza che può derivare dalla ricerca e dalle scoperte.

Gli strumenti informatici rendono planetarie le invenzioni e moltiplicano le possibilità. Il miracolo dei nostri giorni è, infatti, rappresentato dalla facilità del comunicare e dal desiderio diffuso su tutto il pianeta di partecipare alla moderna “ricerca dell’oro”, rappresentato dalle conoscenze continuamente crescenti. Il progresso nasconde, però, anche dei rischi che non vanno sottovalutati, non ultimi quelli delle nuove tirannie che possono albergare nell’uso improprio delle più avanzate espressioni del sapere.

Nei secoli scorsi, i conflitti scoppiavano soprattutto per il controllo del territorio, delle risorse strategiche, e per sete di potenza e di dominio dello scacchiere mondiale; oggi assistiamo spesso a lotte che sono sempre meno conflitti di religione, anche se vengono camuffate come tali. I conflitti in corso conservano molti aspetti tribali nella ferocia dei comportamenti e nelle inciviltà spesso presenti nei gruppi più aggressivi che si confrontano. Per emergere serve a volte un uso ricattatorio del potere disponibile e la capacità di ben individuare i punti di debolezza di quanti si vogliono colpire. Si palesa, però, presto l’inefficacia di fondo di queste strategie, che mancano di quel consenso che assicura la loro validità e giustifica la loro diffusione.

Non è semplice stabilire come affrontare organicamente le difficoltà che la società umana incontra, anche se di certo le soluzioni possono e devono passare innanzitutto per processi di acculturamento partecipato: percorsi non ancora ben individuati, ma nei quali il consenso deve essere ammantato di altruismo e di rispetto per gli altri.

L’acculturamento ai giorni nostri richiede un’attenzione crescente; un’alfabetizzazione anche intesa come conoscenza dei processi informatici e approccio scientifico al sapere, ma che non si fermi a questo. I sistemi educativi moderni, quindi, sono validi nella misura in cui sanno diffondere il sapere e dare significato di crescita a questi processi, sanno cogliere le istanze di universalità che provengono dalla società umana senza esclusioni e impoverimenti mirati a scopi di dominio e di dominazione.

L’uomo non sa sempre individuare le giuste risposte alle istanze di civiltà che provengono dal suo inconscio, ma soltanto impegnandosi in tali ricerche potrà trovare soluzioni che siano realmente democratiche e ulteriori stimoli al progresso. Alla società umana si offrono oggi occasioni irripetibili per la sconfitta delle povertà e la ripartizione equa della ricchezza che la natura (qualora non sfruttata irresponsabilmente e depauperata in modo miope) potrebbe ancora fornire per il soddisfacimento dei bisogni dei singoli e dei gruppi: saper cogliere questo momento è importante nella ricerca degli equilibri strategici e politici che l’uomo ritiene importanti per assicurare stabilità all’intero sistema.

Non basta disporre di ricchezza abbondante per vivere bene; occorre che tale ricchezza sia il frutto di un uso adeguato del bene comune, un uso che deve poter incontrare politiche più condivise, mirate al benessere di tutti. La ricerca del consenso è, infatti, importante anche perché rappresenta uno strumento di pace.

L’ammodernamento e il progresso, come è sempre accaduto, passano e devono passare per un acculturamento più avanzato: partendo da questo sarà più facile trovare nuove concordanze e definire sostenibili accordi per il futuro.

Una pace duratura presuppone la conquista di una giustizia distributiva ancorata alla valorizzazione delle potenzialità crescenti e mirata alla sconfitta delle vecchie e delle nuove povertà; richiede profonde revisioni nelle gerarchie dei valori e deve preparare l’uomo al nuovo nella cultura, nei comportamenti e nelle strutture socio-economiche e politiche.

Si tratta di traguardi non irraggiungibili, se si sapranno rimodellare strumenti obsoleti e creare le condizioni per politiche più avanzate e incisive. Immaginare il cambiamento aiuta a definirlo sempre meglio e incoraggia a realizzarlo. Un futuro possibile va prima ipotizzato, poi supportato con politiche interne ed internazionali sostenibili; va soprattutto indirizzato verso obiettivi moderni, credibili e capaci di suscitare diffuso consenso.
Delle politiche di pace convincenti seguono percorsi inquadrabili in tale progettualità.

(fasc. 4, 25 agosto 2015)

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