Ci tengo a ringraziare il CRIC (Coordinamento Riviste Italiane di Cultura: https://www.cric-rivisteculturali.it/), soprattutto nelle persone del Presidente Valdo Spini e del Segretario generale Claudio Paravati, per il gradito invito e per aver organizzato questa innovativa mostra virtuale nell’ambito di una manifestazione seguita e ormai attesa, ogni anno, come quella del Maggio dei libri[1].
La mia rivista è particolarmente coinvolta nel dibattito odierno, trattandosi di un periodico accademico esclusivamente telematico. «Diacritica» è, infatti, un bimestrale nato nel 2014, per iniziativa mia e del quattrocentista Matteo Maria Quintiliani, che, in pochi anni, da semplice rivista online di letteratura, è diventato un periodico accreditato dall’ANVUR come rivista scientifica e anche di “Classe A”.
Volendo tralasciare la cura che cerchiamo di dedicare ai contenuti e all’allestimento redazionale; il fatto che hanno scritto e scrivono per noi tanti studiosi, noti a livello sia nazionale sia internazionale; e probabilmente anche l’approccio multidisciplinare, comparatista e trasversale che rende «Diacritica» una rivista abbastanza varia e, forse, attraente anche per questo motivo, sono convinta che il successo del periodico sia stato anche determinato dalla sua accessibilità e dalla possibilità di essere consultato gratuitamente online. Prova ne sia il fatto che, durante la pandemia, il numero dei download dei nostri numeri è notevolmente aumentato, il che, a mio modo di vedere, rappresenta un segnale estremamente positivo, perché evidenzia una domanda di “contenuti culturali”, da parte del pubblico, anche molto al di là delle migliori aspettative.
Posso testimoniare, ad esempio, che l’ultimo numero da noi pubblicato, il monografico su Benedetto Croce che è uscito a febbraio, ha registrato centinaia di download, divenendo il fascicolo più scaricato in assoluto della storia di «Diacritica», il che è sicuramente dovuto al notevole numero di studiosi di altissimo profilo e di fama che vi hanno collaborato (fra i quali mi fa piacere ricordare, oggi, soprattutto il filosofo liberale Ernesto Paolozzi, che purtroppo ci ha lasciato poche settimane fa: stimato “filosofo gentile”, politico attivo, formidabile calciatore, amico carissimo), ma è anche indice di un confortante ritorno d’interesse per la filosofia, in particolare (forse anche in vista del XXV Congresso mondiale in preparazione per il 2024 a Roma); e, in generale, per i contenuti culturali.
Lo stesso incremento, infatti, è stato da noi registrato anche nel numero delle altre pubblicazioni scaricate dal sito dell’editore Diacritica Edizioni: dalla critica letteraria alla comparatistica, dalla poesia contemporanea ai romanzi, dalla letteratura per l’infanzia alle edizioni di testi etc. Penso che questo sia un segnale molto incoraggiante, di cui bisogna tener conto e fare tesoro. Ciò significa, infatti, che, nel momento dell’isolamento, della solitudine, della noia, dello sconforto, il lettore si è rifugiato nel mondo dei libri e ha puntato all’arricchimento culturale per compensare la sensazione di vuoto, di sradicamento, di annichilimento che questa pandemia ha suscitato in molti di noi.
È una lezione che non dobbiamo dimenticare, noi che siamo abituati un po’ meccanicamente a lamentarci spesso della scarsa attenzione che il mondo d’oggi riserva alla Cultura, dell’imbarbarimento in atto, dello scemare dell’interesse dei giovani per la lettura.
Trovo che il CRIC in questi mesi abbia dato una risposta forte, ferma ed efficace alla pandemia in atto: Valdo Spini, in particolare, ha ripetuto più volte – in varie occasioni e servendosi intelligentemente di diversi canali di comunicazione – che per affrontare le difficoltà del momento era necessario “fare squadra”. E credo che questa strategia si sia dimostrata vincente: sono convinta che la vetrina del CRIC abbia influito anche sui risultati ottenuti soprattutto recentemente da «Diacritica». Ma sono altrettanto persuasa del fatto che effettivamente – almeno tra alcune riviste che hanno accolto con entusiasmo l’invito di Valdo Spini e del CRIC – ci sia stato un sostegno reciproco: personalmente, mi capita sempre di rilanciare, ri-postare su Facebook, segnalare su varie pagine online le iniziative o le nuove uscite di altri periodici che apprezzo, i convegni o i seminari che organizzano, le presentazioni di libri cui partecipano. E lo faccio per stima nei riguardi dei colleghi, per amicizia, ma soprattutto perché ritengo che un lettore guadagnato alla rivista «Confronti», per fare un esempio, sia un lettore che potenzialmente potrà interessarsi anche a «Left» o a «Testimonianze» o a «Diacritica» stessa, indipendentemente dai loro contenuti.
L’obiettivo primario, secondo me, è quello che il pubblico arrivi almeno a sfogliare la rivista, a leggere l’indice: se, poi, sarà incuriosito, si spingerà a soffermarsi su un saggio o magari su due, e forse a cercare gli altri fascicoli in Archivio e a curiosare. Questo vale soprattutto per i giovani: è stato più volte sottolineato, infatti, come internet e i social rappresentino un ottimo canale per entrare in contatto con i più giovani e attrarli verso la lettura.
Bisogna, però, avere il coraggio di incontrare i giovani sul loro campo da gioco: è una sfida che può arricchire loro, ma che può insegnare tanto anche a noi (su come instaurare un rapporto con loro, su come migliorare le nostre strategie di comunicazione, su come rinnovarci e aprirci a nuovi approcci e a nuove idee). I giovani di oggi hanno bisogno di partecipare: non sanno più restare immobili per essere investiti dai discorsi altrui; faticano a rimanere concentrati per parecchio tempo, si annoiano facilmente. Chi lavora nella scuola sa che l’unico modo per destare la loro curiosità e suscitare il loro interesse è quello di coinvolgerli. Ed è per questo che, per esempio, come mi è già capitato di raccontare in altre occasioni, «Diacritica» riserva spazio ai giovani nella sezione delle “Recensioni”, offrendo loro la possibilità di una sorta di Laboratorio di scrittura permanente. Vi assicuro che è un’iniziativa che riscuote molto successo e che consente alla rivista di aprirsi anche a un tipo di produzione letteraria che, magari, verrebbe trascurata dagli studiosi che solitamente scrivono per noi, ma che, invece, ha successo fra i ragazzi; e a loro offre l’opportunità di esprimere un’opinione sulla letteratura contemporanea e di esercitarsi anche nelle capacità argomentative. Certo, ci vuole tempo: bisogna dedicare attenzione alla correzione di questi contributi, ma spesso, aiutando un recensore a limare i propri testi e ad affinare le proprie strategie di scrittura, si guadagna un lettore. Ed è un lettore guadagnato a tutto il mondo del libro e delle riviste.
Penso che i periodici siano uno strumento molto agile, che, proprio grazie alla sua elasticità, può contribuire tantissimo a fronteggiare la cosiddetta “crisi dell’editoria” di cui tanto si parla da anni. Personalmente non sono così pessimista al riguardo, perché conosco bene la passione, l’entusiasmo e la competenza con la quale lavorano tanti editori in Italia, specie nell’ambito della medio-piccola editoria indipendente.
Quanto a lettori forti, checché se ne dica, non siamo secondi alle migliori nazioni d’Europa. Dobbiamo, dunque, lavorare sui lettori occasionali e su quelli deboli, e ritengo che le nostre riviste possano svolgere – ancora oggi – un ruolo importante di raccordo fra il lettore e il libro. In Italia abbiamo una tradizione culturale vivacissima nell’ambito dei periodici: l’importante è proseguire sulla strada che abbiamo intrapreso, fare squadra, attivare una sinergia con altri media come la televisione e la radio, e servirci intelligentemente delle risorse sul Web e del Web.
Questo è il futuro, e non possiamo farci trovare impreparati. E a tal proposito urge anche una riflessione seria sull’Open Access, che molti ancora rifiutano, ma che potrebbe rappresentare un volano per far sì che il pubblico dei lettori si accosti, in seguito, anche alla produzione periodica e libraria a pagamento.
Per concludere, ricordo che è in uscita il nostro fascicolo n. 38, parzialmente dedicato a Luis Sepúlveda, a un anno dalla scomparsa (avvenuta nell’aprile del 2020). Com’è noto, lo scrittore cileno, dopo il colpo di stato di Pinochet, fu arrestato, torturato e poi costretto all’esilio nel 1977; visse per alcuni mesi in Ecuador assieme agli indios Shuar dell’Amazzonia, rimanendo molto colpito dal profondo rispetto che dimostravano, in ogni loro atto, per la Natura. Quell’esperienza gli ispirò il primo successo internazionale, Un viejo que leía novelas de amor (1989), che è stato tradotto in Italia nel 1993 e che ha dato il via a una lunga serie di altri romanzi e racconti di fantasia che non trascurano mai la riflessione – anche cupa – sulla contemporaneità, con una costante attitudine militante, specie in favore delle battaglie ecologiste.
Grazie per l’attenzione.
- Si presenta il testo integrale dell’intervento preparato per l’evento organizzato dal CRIC venerdì 28 maggio 2021, dal titolo Le riviste di cultura italiane nella pandemia: una mostra virtuale, fruibile in rete all’URL: https://www.facebook.com/CRICRivisteCultura/videos/502815354096358. ↑
(fasc. 38, 28 maggio 2021)