Per Carlo Bordini

Autore di Sebastiano Triulzi

Ieri notte è venuto a mancare Carlo Bordini, uno dei nostri più grandi poeti contemporanei.

Aveva da poco compiuto ottantadue anni e il Covid se l’è portato via in pochi giorni, con tutti i rituali di morte che ormai conosciamo. È stato un poeta chiave della poesia degli anni Ottanta e Novanta, della cosiddetta poesia in prosa, ma la sua storia viene da più lontano, avendo esordito negli anni Settanta, al tempo in cui i poeti stampavano ciclostilati, con Strana categoria. Un approdo tardivo perché per nove anni, dal ’62, milita in un gruppo clandestino trotskista, in cui trova protezione e sogno, disciplina e regole, conducendo una lotta di idee che lo porta a viaggiare, in primis in America latina. Letteralmente per lui la poesia ha rappresentato una riappropriazione della vita, intesa come amori, amicizie, dolori, come vivere, festeggiare, incontrare gli amici, e di questo parlano i suoi versi. Cercare di spiegare, «forse più a me stesso che agli altri», anche con ironia e lucida disperazione, il senso dell’esistenza. Con Poema a Trotskij, in poesia, e Memorie di un rivoluzionario timido, in prosa, noi abbiamo le stimmate di un’epoca portate alle estreme conseguenze, nel bene e nel male, o il ritratto di una generazione: il primo ha impiegato quarant’anni per terminarlo; del secondo, romanzo più volte abbandonato e più volte ripreso, molte pagine l’ha scritte piangendo.

A Roma ha sempre abitato tra la zona di piazza Bologna e il quartiere Trieste; il liceo, al Giulio Cesare, dove per un anno ebbe come professore di inglese Giorgio Manganelli; a Castelporziano solo come spettatore, ma ci andò con Amelia Rosselli, di cui divenne grande amico. La sua ultima casa, così modesta e senza vezzi e supponenze da intellettuale, mi colpiva sempre, era un piccolo riflesso della sua poesia in cui l’atmosfera che si crea è fatta di niente, ma è piena di rassegnazione e di affetto. L’amore è un tema forte, o meglio lo sono le relazioni e i legami, cioè la vita privata, di cui la poesia italiana, anche grazie a lui, smette di vergognarsi. All’università, da ricercatore senza carriera accademica, teneva un meraviglioso corso sulla Storia dell’amore, e tra i suoi segreti oggetti di culto ci sono sempre stati Apollinaire e Gozzano; in una sola notte scrisse 32 poesie (uscite poi col titolo Strategia, Savelli) immaginando un match amoroso di pugilato, senza vincitori; più tardo è il romanzo Gustavo – una malattia mentale (Avagliano 2006), in cui un uomo abbandona una donna però continua ad avere con lei dei rapporti immaginari. Anche dopo che l’editore Sossella, nel 2010, aveva riunito tutte le sue raccolte (I costruttori di vulcani), aveva continuato a scrivere, fino all’ultimo, opere come le bellissime poesie e prose di Assenza (Carteggi letterari), dedicate alla moglie, e poetessa, Myra, a condividere versi, pensieri, provocazioni, iniziative, a proporre poeti e libri da salvare (Attilio Lolini, Gino Scartaghiande per Diacritica Edizioni).

Carlo, amore eterno, ti amiamo tutti, ha scritto la moglie Myra in un post su Facebook. Ed è proprio così, lo amiamo tutti.

(fasc. 35, 11 novembre 2020)

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