La circolazione estravagante di un sonetto di Nicola da Montefalco

Autore di Eliana Peroni

L’esperienza poetica di Nicola da Montefalco nasce e si sviluppa nell’ambito della cerchia di letterati perugini sostenuti dal mecenatismo e dalla protezione della famiglia Baglioni[1]. “Trombettino” di Braccio Baglioni, come egli stesso si definisce, il poeta, è autore di un canzoniere intitolato Filenico, nel quale canta dell’amore per Filena di Spello.

Gli studi sull’autore e sulla sua opera sono a oggi scarsi: Nicola da Montefalco viene nominato in alcune opere erudite del Settecento e dell’Ottocento[2], che danno conto del suo canzoniere, senza tuttavia renderlo oggetto di uno studio sistematico. Le notizie relative alla sua biografia sono per lo più desunte dalle sue rime: sulla base dei riferimenti cronologici interni si può presupporre che il poeta fosse a Perugia almeno a partire dagli anni Settanta del Quattrocento. L’unica testimonianza che dà conto del suo cognome, Grisanti, è una nota di possesso riportata dal ms. 232 della Biblioteca Classense di Ravenna, contenente la raccolta di rime di Lorenzo Spirito Gualtieri[3].

Una prima, più approfondita analisi del Filenico fu pubblicata da Antonietta Fantozzi nel 1900 su «La Favilla», rivista letteraria umbra[4]. Nell’articolo la studiosa analizzava le tematiche e la lingua dell’opera, auspicandone uno studio più approfondito e ampio; la Fantozzi trascrisse inoltre una parte del canzoniere, cioè 18 sonetti e 5 canzoni. Più di un secolo dopo, nel 2005, l’opera è stata integralmente pubblicata da Silvestro Nessi, priva però di apparato critico e commento[5]. Di recente pubblicazione è l’analisi del canzoniere condotta da Stefano Cremonini nell’Atlante dei Canzonieri in volgare del Quattrocento[6].

La tradizione del Filenico si basa su un unico testimone non autografo, conservato presso la Biblioteca Classense di Ravenna, ms. 239. Il codice, cartaceo, composto da 108 carte, è databile alla seconda metà del Quattrocento ed è probabilmente coevo o di poco posteriore alla stesura dell’opera; fa eccezione l’ultimo fascicolo, di mano di un copista cinquecentesco[7]. Il testimone contiene l’intero canzoniere, che secondo la numerazione apposta ai testi doveva comprendere 218 componimenti, di cui 188 sonetti, 10 canzoni e 20 capitoli ternari; in due casi, tuttavia, la numerazione salta: mancano i sonetti 66-67 e 84-85, sicché il numero effettivo dei testi scende a 214. Nel complesso il testimone appare piuttosto corretto, gli errori che si riscontrano riguardano per lo più versi apparentemente ipermetri e una sintassi non sempre trasparente, che spesso rende ardua l’interpretazione. Rimane però difficile stabilire se gli errori siano opera del copista o derivanti da imperizia dell’autore.

Un unico sonetto, dedicato alla famiglia Orsini, ha tradizione estravagante: il n. 133, che si ritrova, seppur con delle varianti, nel manoscritto Vaticano Latino 4787, di mano di Niccolò Colocci, passato poi alla biblioteca del figlio Angelo. Il manoscritto fu vergato nel XV secolo (sicuramente entro il 1494, data di morte di Niccolò Colocci), è miscellaneo e contiene la produzione volgare di Petrarca[8], seguita da una serie di componimenti adespoti e anepigrafi, tra cui il sonetto di Nicola da Montefalco.

Rispetto al testo trascritto nel canzoniere, la versione tràdita dal codice Vaticano presenta una serie di varianti che, escludendo quelle di tipo formale, difficilmente possono essere ascritte all’intervento del copista. Si dà di seguito la trascrizione interpretativa del sonetto secondo i due testimoni[9].

Vaticano latino 4787, c. 183r

Questa orsa generosa che tanti anni
nutrito ha so’ figliol tra perle care,
facti l’ha per Italia militare
tra pió sopremi et generosi scanni.

Chi la vorrà spogliar de’ richi panni
et remecterla al busco ad abitare,
faraglie l’ogne et li denti indurare
per l’altrui piaghe et meritevel dampni.

Or lasciatela stare et non li date
pió brighe; ché se vogli’ha che si reprende
l’arme victrice et in ciel consecrate,

demustrarà como bene apre et fende
l’altrui pensiere, et se le sue gotate
dogliono ad morte, et como car le vende.

2 figliol] figlioli ms. 3 facti l’ha] factili ms. 10] verso iperm. (vogli’ha] uoglia ms.)

Classense 239, c. 33r

Quest’orsa generosa che tanti anni
nutriti ha soi figliol tra perle care,
facti l’ha per l’Italya triumphare
de’ più felici et gloriosi scanni.

Chi spogliar li vorrà li ricchi panni
o remecterla al bosco ad abitare,
faragli l’ogne et li denti indurare
per l’altrui piaghe et meritabel danni.

Deh, lassatela stare et non li date
briga più, ché se vòle che se reprende
l’arme victrice in qui parte approvate,

farà veder como bene apre et fende
l’altrui pensieri, et se le soi gotate
dolgono a morte, et como car le vende.

10] verso iperm. 12 soi] soie ms.

Il sonetto è costruito utilizzando la metafora dell’orsa per celebrare la casata degli Orsini, e in particolare la figura di Napoleone Orsini, condottiero militare cui, dopo la morte di Braccio, il poeta cercò di legarsi[10]. Le varianti sostanziali possono costituire un indizio dei diversi momenti redazionali del sonetto. I versi 3-4 sono tràditi in maniera differente nei due testimoni: nel manoscritto Vaticano Latino («factili per Italia militare / tra piò sopremi et generosi scanni»), il testo sembra alludere a un evento militare in corso di svolgimento, mentre la versione tràdita dal Filenico allude piuttosto a un trionfo degli Orsini («facti l’ha per l’Italya triumphare / de’ più felice et gloriosi scanni»). Le «arme» al v. 11 sono «victoriose» in entrambi i testimoni, ma mentre nella versione vaticana sono «consacrate in ciel», nel Classense il sintagma «in qui parte approvate» sembra alludere a un evento già verificatosi, così come l’uso del successivo «farà vedere» in luogo di «dimonstrarà» del Vaticano. Il riferimento storico è verosimilmente da rintracciare nella guerra contro Rimini intrapresa nel 1469 da papa Paolo II, il quale aveva assoldato Braccio Baglioni e Napoleone Orsini[11]. Nicola da Montefalco, come trombettino dei Baglioni, accompagnò il proprio signore nelle imprese militari: forse in quell’occasione compose il sonetto, che circolò nella forma originaria e fu copiato successivamente da Nicolò Colocci nel Vaticano Latino 4787; nel frattempo però l’autore, inserendolo nel canzoniere, ne aveva aggiornato i contenuti.

Non si tratta dell’unico testo dedicato da Nicola da Montefalco alla famiglia Orsini. Un successivo capitolo ternario (203), dedicato a Napoleone Orsini[12], riprende in variatio il sonetto così come tràdito dal manoscritto Classense, come provano ad esempio i vv. 4 e 16; tuttavia, al v. 15 presenta la lezione attestata nel manoscritto Vaticano Latino: «arme in ciel consacrate», in luogo di «arme in qui parte approvate». Si dà di seguito la trascrizione interpretativa del testo[13]:

Questa orsa generosa che tanti anni
tenuti ha suo figliol tra perle care,
de’ più felici et gloriosi scanni 3
facti l’ha per l’Italia triumphare,
como l’opere lor son manifeste:
de dove et quando quante volte et qua re. 6
Chi spogliar li vorrà le ricche veste,
o col pensiero inico albergo dargli
tra nodone selvaggie, aspre et foreste, 9
l’ogne acute farà forte indurargli,
rotare i denti et porger tal gotate
che reverentia ancor converrà fargli. 12
De, lassatela stare et non gli date
briga più ch’ella vol, che se riprende
l’arme victrice nel ciel consecrate 15
farà veder como bene apre et fende
l’altrui pensiero, et s’el feroce morsu
dòl como morte, et quanto caro el vende […]. 18

2 figliol] figlioli ms. 8 ho]

Il breve confronto tra le due forme del sonetto evidenzia come le varianti siano sicuramente da ricondurre a una rielaborazione dell’autore.

Pur opera dalla scarsa fama, il Filenico restituisce un prezioso affresco della realtà culturale e dei legami politici della Perugia quattrocentesca; uno studio approfondito del canzoniere di Nicola da Montefalco aggiungerebbe un nuovo e significativo tassello nell’ambito della lirica cortese periferica, ancora scarsamente studiata.

  1. «Perugia non ebbe una corte che fosse anche centro di studi umanistici o richiamo per letterati e artisti: non per questo a Perugia mancò uno specifico interesse per la cultura, sia da parte degli stessi Baglioni, e in particolare Braccio, sia da parte anche dei governatori e legati pontifici» (P. Viti, L’Umanesimo nell’Italia Settentrionale e Mediana, in Storia della letteratura italiana, diretta da E. Malato, vol. III, Roma, Salerno Editrice, 1996, p. 596). Analogamente E. Mattesini: «seppure in posizione periferica rispetto ai grandi centri dell’Umanesimo italiano […], l’Umbria può tuttavia vantare in questo periodo personalità di notevole profilo. Il mecenatismo di alcune potenti famiglie – come i Baglioni a Perugia e i Trinci di Foligno, alle cui corti soggiornarono gli insigni umanisti Giannantonio Campano e Giovan Battisti Valentini, detto il Cantalicio –, l’intensa vita culturale che si svolgeva intorno al Gymnsasium perugino e la prestigiosa attività editoriale […] contribuiscono a formare il fertile humus in cui germoglieranno letterati come Riccardo Bartolini, Matteo dall’Isola Maggiore sul Trasimeno (sec. XV-XVI) e il massimo rappresentante dell’Umanesimo umbro in latino, il perugino Francesco Matarazzo», il Maturanzio (E. Mattesini, L’Umbria, in L’italiano nelle regioni. Lingua nazionale e identità regionali, a cura di F. Bruni, Torino, UTET, 1994, p. 525).
  2. Cfr. G. M. Crescimbeni, L‘Istoria della volgar poesia, Roma, Stamperia d’Antonio de’ Rossi alla Piazza di Ceri, 1714, pp. 410-11; F. S. Quadrio, Della storia e della ragione di ogni poesia, Milano, Stamperia di Francesco Agnelli, 1741, vol. II, parte I, p. 205; G. B. Vermiglioli, Memorie di Jacopo Antiquarj, Perugia, Stamperia di Francesco Baduel, 1813, pp. 31 e 183.
  3. La parte iniziale della nota recita: «Quisto libru fo de nicolo de grisanti che con affannj tantj aquisto».
  4. A. Fantozzi, Un canzoniere inedito del secolo XV, in «La Favilla», XXI, fasc. II-III, 1900, pp. 61-94.
  5. Nicola da Montefalco, Filenico, a cura di S. Nessi, Perugia, Fabrizio Fabbri Editore, 2005.
  6. S. Cremonini, Nicola da Montefalco, in ACAV. Atlante dei canzonieri in volgare del Quattrocento, a cura di A. Comboni e T. Zanato, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo, 2017, pp. 407-12. In precedenza, una canzone di Nicola si era rivelata preziosa testimonianza riguardo a una delle dame cantate da Giusto de’ Conti: cfr. I. Pantani, Prima e dopo la ‘Bella mano’: le quattro donne di un altro Giusto, in Giusto de’ Conti di Valmontone. Un protagonista della poesia italiana del ’400, a cura di I. Pantani, Roma, Bulzoni, 2008, pp. 201-40, alle pp. 231-32.
  7. L’ultimo fascicolo (cc. 101-108) fu probabilmente aggiunto successivamente: presenta infatti una filigrana e un formato diversi rispetto al resto del codice.
  8. Cfr. M. Bernardi, C. Bologna, C. Pulsoni, Per la biblioteca e la biografia di Angelo Colocci: il ms. Vat. lat. 4787 della Biblioteca Apostolica Vaticana, in «Studii de romanistica» (Volum dedicat profesorului Lorenzo Renzi), a cura di D. Marga, V. Moldovan, D. Feurdean, Cluj-Napoca (Romania), 2007, pp. 200-20.
  9. Modernizziamo perciò la divisione delle parole, l’uso di maiuscole e minuscole, la collocazione della punteggiatura, l’uso di accenti e apostrofi; eliminiamo l’h etimologica o pseudoetimologica; distinguiamo u da v e rendiamo j con i; sciogliamo abbreviazioni e segni tachigrafici, indicando tali interventi con il corsivo; eliminiamo ipermetrie e altri errori evidenti, riportando la lezione tràdita in apparato.
  10. L’ipotesi è di S. Nessi: cfr. Nicola da Montefalco, Filenico, op. cit., p. viii.
  11. Paolo II mandò il Baglioni con il suo esercito in Romagna contro la città di Rimini nel luglio 1469, come attesta A. Fabretti, Biografie dei Capitani Venturieri dell’Umbria, Montepulciano, coi tipi di Angiolo Fumi, 1843, vol. III, p. 17. Sappiamo poi che lo stesso papa «inviò al campo che assediava Rimini Napoleone Orsini» grazie a C. Tonini, Compendio della Storia di Rimini, Rimini, Tipografia di Emilio Renzetti, 1895, parte I (Dalle origini all’anno 1500), p. 576.
  12. Nel ms. Classense 239 il capitolo ternario non è numerato; la numerazione è quella fissata da S. Nessi nell’ed. Nicola da Montefalco, Filenico, op. cit., p. 137.
  13. Ms. Classense 239, c. 71v.

(fasc. 30, 25 dicembre 2019)

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