Postille sulla «correctio»

Autore di Gian Piero Maragoni

Mon verre est petit,
mais je bois dans mon verre.
(Alfred de Musset)

Non si avrà già motivo d’eccepire sul concetto, largamente acquisito, di storicità d’un certo glossema[1], cioè d’un fenomeno grammaticale che ricorra di frequente in un’epoca e in qualche modo alluda al suo Zeitgeist. Un canonico esempio, a riguardo, può essere presto somministrato dal cosiddetto costrutto impressionistico[2], o programmatica sostantivazione della qualità di un esperibile, alla quale succeda, in subordine, l’aggiuntiva specifica d’esso, declassato a semplice accidente: «bianchezza di greggi» anziché «delle greggi di colore bianco», per ripeter – l’ennesima volta – e tradurre un noto Mallarmé.

Tale fatto schiettamente linguistico sottende in sé (e tradisce suo malgrado) un evento d’indole gnoseologica, quale la rinuncia alla razionale gerarchia di nome ed aggettivo, soppiantata da un nudo percepire che è esso ad imporsi come egemone, campeggiando nell’ordine ideale e rigettando il dedurre, con l’astrarre, nel dominio degli idola menzogneri[3]. Che siffatta rottura cognitiva poi si riduca, nel tempo e con gli anni, ad un vezzo o financo ad una voga, non ci deve stupire o perturbare più di quanto non sia inevitabile ritrovarsi ogni volta a prendere atto della smascheratrice metamorfosi di ogni elitario e vanitoso culto dell’anticonformismo alternativo in abbrutito costume di massa. Resta ad ogni modo l’evidenza di certe storiche innovazioni che affatto inconsapevoli prodromi o tapini ricalchi tardivi[4] finiscono per ben convalidare appunto nella lor cronologia. Il modulo del quale parlavamo già, difatti, s’intravede[5] in autori appartenenti al mondo romano o anche al lateinisches Mittelalter:

Caesariem longae dextra deducere barbae[6]
[…] pulchra colorum varietate depicta […][7]

Ma è tra Otto e Novecento che esso appare davvero maturare, tal come un frutto infine dotato di un suo proprio speciale sapore:

[…] im Grün der Rebengelände […]

[…] draussen schillerte das Grau der Haide […][8]

Al punto da arrivare a permettere di redigere quasi un catalogo suddiviso per classi omogenee di suffragî, non sempre coevi, ma volta per volta accomunati da uno stesso profilo struttivo o semmai da uno stesso lessema, sorvolando – siccome è opportuno – sulla classica separatezza di versi e prose, pur disparate:

[…] luceva in fondo un chiaror di ghiaia illuminata dalla luna[9].

***

Ritornano su spirando attorno […] una vivezza d’aria[10].

[…] il marmo effigiato prendeva […] quasi direi un tepore d’avorio […][11]

[…] brucia lentamente e diffonde all’intorno un tepore di nido[12].

***

Su la presa del terreno, scuro […] s’erge il candore de’ buoi aranti […][13]

[…] aghi di pino e di ginepro contro il vuoto dei cieli […][14]

***

Dormian sognando
il bianco della strada[15].

[…] sull’alidore
dell’acque […][16]

[…] nel buio bianco
del finestrino […][17]

***

Nettezza di montagne[18]

nudità di mattini[19],

sulla letizia d’acque puerili […][20]

Amava […] le Alpi, natura e uomini, limpidezza di cielo e di volti […][21]

Che allegria di fuoco con tutte quelle fascine di quercia![22]

Facciamo adesso un mezzo passo avanti, quel medesimo che anche intercorre (frapponendo bensì una distanza [che non intendo chiamare “sociale”, precipitando in vana seu inutilia], ma non tale da impedire il contatto) tra grammatica e retorica ornata, cioè tra la tecnica di foggiar frasi e la scienza del comporre discorsi, sia suasorî che impressivi e moventi, come credo che ottimamente esemplifichi una coppia di lacerti provenienti da scrittori della tarda grecità (l’uno un filosofo e l’altro uno storiografo), nei quali rispettivamente si osserva un mero omeoptoto dell’accusativo («ἀπορραίνοντας – ἐγκρουομένους – λοιδοροῦντας – κλέπτοντας») abbinarsi a un’anafora dell’articolo («τοὺς ἀπορραίνοντας – τοὺς ἐγκρουομένους – τοὺς λοιδοροῦντας – τοὺς κλέπτοντας»):

ἐὰν λουϭόμενος ἀπίῃς, πρόβαλλε ϭεαυτῷ τὰ γινόμενα ἐν βαλανείῳ, τοὺς ἀπορραίνοντας, τοὺς ἐγκρουομένους, τοὺς λοιδοροῦντας, τοὺς κλέπτοντας[23]

e una paratassi di tre predicati («ἐϭτεφάνωτο – ἐκεκόϭμετο – ἔλαμπε») inghirlandarsi d’un epanadiplosi (A.: SOST. + SOST. + VERBO; B.: SOST. + AGG. + VERBO; A.: SOST. + SOST. + VERBO):

[…ἥ τε γὰρ πόλις παϭᾶ ἄνϑεϭί τε καὶ δάφναις ἐϭτεφνωτο καὶ ἱματίοις ποικίλοις ἐκεκόϭμετο, φωϭί τε καὶ ϑυμιάμαϭιν ἔλαμπε […][24]

Tiriam bene, allora, le somme ponendo un agevole quesito: la caratteristica storicità che ammessa abbiamo circa taluni dati d’ordine semplicemente linguistico non potrebbe pensarsi e concepirsi anche per molti procedimenti spettanti piuttosto alla retorica? Io senz’altro reputo di sì, e mi affretto a fornire argomenti. Avviene infatti di riscontrare, in un arco di tempo che va dall’inizio del secolo scorso infino a un po’ prima del suo termine, un impiego della classica correctio il quale pare davvero palesarsi con alquanto o parecchio di somigliante dall’una all’altra delle sue epifanie. Cominciamo da un elogio funebre che a De Amicis volle tributare Pascoli poeta pedagogo, e che cito[25] da un libro minore:

Egli era uno scrittore e poeta,
non naturalista, MA naturale,
non verista, MA vero,
non umanista, MA umano,
anzi uomo, anzi fanciullo[26].

Lo stesso modulo e il suo parallelismo (ma, ahimè, quanto debilitati e corrotti rispetto ad icastica e finezza[27] del più anziano fra i due romagnoli) si sorprende nelle sprezzanti sentenze di un primo ministro aduso a concionare:

La storia non è dei vili, MA dei coraggiosi;
non è dei poltroni, MA degli operanti[28].

e altresì nei negativi giudizî di due dell’istessa generazione:

[…] immagini rutilanti che
abbarbagliano e non illuminano,
suonano e non creano[29].

Cose guardate, non viste;
parole udite, non sentite[30].

fino a giungere ai dì del dopoguerra:

Ligia però al costume e alla tradizione,
ciarliera ma buona,
litighina ma onesta,
è sempre fiera della sua romanità[31].

o addirittura agli anni del riflusso:

Un grosso lavoro, più magistrale CHE affabile,
più arcigno CHE seducente […][32]

non senza, poi, talora esser piegato a sagaci movenze da racconto (una graduale scoperta del vero, attraverso obiettiva osservazione e susseguente inferenza contraria):

Era piccolo, ma non era un topo.
Era peloso, ma non era un cagnolino.
Aveva delle lunghe orecchie, ma non era un leprotto[33].

o tracciati da acerba polemica:

[…] bagarre strumentale che carta stampata e tv ci hanno riversato addosso per convincerci una volta di più che la guerra è ancora giusta, se non bella, necessaria, se non ineliminabile[34].

Sino a qui ci siam mossi in effetti tra pur sempre modiche occorrenze (beninteso, per quel che concerne la dimensionabile estensione dell’istituto in uso, non già in quanto al suo maggiore o minore mordente). Nulla vieta però all’animoso (ed anche, purtroppo, alla canaglia) di combinar semmai l’epanòrtosi con un tale moltiplicatore (e cioè il cliché della sequenza[35]) che, in quanto leva invero mirabile, può produrre portenti o sciagure con identica facilità, come constatiamo, per esempio, nelle antitesi ben processate in catene di congrua lunghezza (anzi, sempre e comunque senarie) sia dal sacro ed ispirato scrittore che ironizza da mite catecheta[36]:

Nos stulti propter Christum,
VOS autem prudentes in Christo:
nos infirmi,
VOS autem fortes :
VOS nobiles,
nos autem ignobiles[37].

sia dalla tracotante sicumera di certi montagnardi in golf di cashmere[38]:

La scuola media non conta perché
loro sono bambini
MENTRE NOI siamo quasi donne,
loro sono macchine semplici
MENTRE NOI siamo creature sofisticate,
loro hanno la vita interiore di un pesce rosso
MENTRE NOI ci interroghiamo sul senso dell’universo[39].

È così che un senatore dell’Ohio poté, a suon di cattivanti correctiones, presentarsi in una luce siffatta che dovette aiutarlo a far carriera:

America’s present need is not heroics, BUT healing; not nostrums, BUT normalcy; not revolution, BUT restoration; not agitation, BUT adjustment; not surgery, BUT serenity; not the dramatic, BUT the dispassionate; not experiment, BUT equipoise; not submergence in internationality, BUT sustainment in triumphant nationality[40].

Allorché, come qui, l’eloquenza si perverte, con nostro rossore, in perfetta ed efficiente macchina che conî mondiglia anziché oro, per uscirne a salvamento occorre come un soprassalto dell’ingegno, che in ascolto dei moniti della coscienza, offesa e ribollente, replichi con i mezzi suoi proprî, immettendo nei pubblici appelli una tutta diversa arte retorica, non dimentica di quel che possieda di tràditi strumenti prodigiosi, ma capace di infletterli in maniera (soprattutto deautomatizzandoli ) da mostrar con vigore e vivezza come un fievole grano di sabbia possa, se deposto con sapienza e amore, arrivare ad inceppare il moto delle ruote dentate di un inesorabile ingranaggio programmato da spiriti pravi. Ho in mente la celebre orazione (toccante, ma lucida e terribile) che papa Pacelli pronunciò (nella Pasqua del ’54) contro il ricorso a tutte le armi atomiche, chimiche e biologiche («Quando si avvedranno i reggitori delle nazioni che la pace non può consistere in un esasperante e dispendioso rapporto di vicendevole terrore, MA nella massima cristiana della universale carità, ed in particolare nella giustizia volontariamente attuata anzi CHE estorta, e nella fiducia piuttosto ispirata CHE pretesa?[41]»), nella quale, con il virtuosismo di un ecclesiastico addottrinatosi sopra i banchi del Liceo Visconti, vediamo congegnato un sistema per cui ad una previa correctionon […] in un […], MA nella») ne seguono due altre più tenui («attuata anzi CHE estorta – piuttosto ispirata CHE pretesa»), non soltanto latrici di una diacope che anima di un’ariosa asimmetria l’altrimenti opprimente responsione («A, anzi che B – piuttosto A che B»), ma altresì fregiate di un artificio (l’evoluzione dell’epanòrtosi da massimalista [«A, non B»] a riformista [«A, meglio che B»][42]) che, pur presente nella Scrittura («Quia misericordiam volui, et non sacrificium; / Et scientiam Dei, plus quam holocausta»[43]), così tanto ci sembra si addica alle sorridenti narrazioni in guisa di Album für die Jugend:

Si vedeva nel suo gesto piuttosto la gelosia per un concorrente pericoloso CHE la ripugnanza per un ospite inferiore[44].

Coroncinadoro la rincorse, ma più che correre volava e rideva[45].

[…] è vero che i due pirati erano due paurosi, ma erano anche persone molto ordinate e precise[46].

Ma la correctio ha in serbo qualcos’altro per trattenerci ancora sulla corda. Si tratta della storia curiosa d’un particolare sottogenere di epanòrtosi (quella connessa a un fugace accenno di epanafora della congiunzione avversativa[47]) a partire dall’opera in musica:

Soffro le mie catene;
Ma questa macchia in fronte,
Ma l’odio del mio bene
Soffribile non è.

Come ogni altro, ho core in petto;
Ma vassallo è in me l’affetto;
Ma tiranno in voi si fa[48].

Ma nol vedo…
ma sospiro …[49]

Ma la gemma più lucente,
Ma la gioia più ridente,
Come sole fra i pianeti
Fia, Giovanna, il nostro amor[50].

È di lì, certamente, che il pattern si tramanda non solo ad un lirico («E spalanca la bocca e addenta il cuscino e lo trangugia. Ma tutte quelle punte lo pungono, ma il cuscino lo soffoca […][51]»), ma pure, nel frattempo, a un filone di prodotti circumletterarî (e comunque di medio niveau), tra didassi ed ambiente scolastico:

Censo, bellezza, intelligenza si accordano in cara armonia, ma quel pallore ceruleo dello sposo non vi ha messo indosso qualche scrupolo, ma non vi siete informato della sua salute, ma non avete consultato un medico?[52]

Non più pallide e perfette Beatrici […] ma fervide Giuliette […] ma Tecle disperate […] ma l’umana leggenda di Faust […][53]

La massima rassegna dei maestri assalì la modesta, ma serena, ma ferma, ma coraggiosa Nostra Scuola e cercò attenuare il colpo […][54]

E infine (seròtina performance, ma corrusca di estroso estremismo, come intesa a disfare la correctio in expolitio, infinita in potenza) ai sottilissimi ragionamenti di un veneziano[55] sopra un veneziano:

[…] una Neue Überlieferung in cui la componente costruttiva, ma anche l’originalità, ma anche l’irriflessività, ma anche la coscienza morale dell’inserimento dell’opera nell’attualità, ma anche il «disinteresse» estetico, ma anche la libertà psicologica, dovevano sempre precipitarsi tutte annodate all’appuntamento col pettine di una synthetische Abmachung […][56]

All’esatto opposto sta allogata quella certa sorta di epanòrtosi la quale (lungi dall’abraderne le soglie con il giammai cessare di circostanziare[57], riproducendosi – così – in sempiterno) è veduta sigillarsi motu proprio, scadenzando stazioni numerose ma tutte volte a ribadir lo stesso conoscimento[58] (anziché, lontananti via via, a minarne l’attendibilità), ora attraverso un rinnovellarsi di quête e di échec avvicendati:

Qui cum transissent per montem
Ephraim, et per terram Salisa,
ET NON invenissent,
transierunt etiam per terram Salim,
ET NON erant:
sed et per terram Iemini,
ET MINIME repererunt[59].

Ora con liberali concessioni, per indi fare il punto e tener botta[60]:

Siamo sempre collegati,
MA anche più soli;
possiamo trovare le immagini che vogliamo,
MA vediamo meno;
conosciamo di più,
MA ci orientiamo con difficoltà nella grande piazza del web […][61]

ora mediante la più didascalica delle correctiones sostitutive[62]:

[…] [il diavolo] non può essersi ribellato contro Dio per sconsideratezza, MA solamente per malignità; e perciò anche, non essendo il suo peccato nato da ignoranza, egli non può pentirsene, MA deve restare in eterna ostinatezza d’impenitenza, e, non avendo peccato contro singoli comandamenti di Dio MA contro Dio stesso, non può convertirsi[63].

[…] non si invoca Dio o la Vergine […],
MA una schiera di divinità pagane;
non è Dio a troneggiare sullo scranno del paradiso,
MA Cupido;
[…] la “morale” […] non sprona le donne a fuggire dal vizio,
MA ad avere desideri sessuali più modesti[64].

ora infine (in pienissimo Ottocento) con tale insistenza in argumentando, da sentir poi il dovere – da calligrafo – di almeno eccellere in nitido tratto:

Se (A1) ne’ primi esercizi di lingua e di composizione non (A2) si espongono già (A3) squarci sublimi di eleganti e classici scrittori; MA (A4) semplicissimi racconti semplicissimamente espressi; se (B1) lo scultore non (B2) pretende già (B3) dal suo inesperto garzone, che gli esca di mano la statua compiuta, perfetta, animata; MA (B4) si contenta che sappia digrossare l’informe tronco; se (C1) il pittore non (C2) esige già (C3) che il suo giovane dilettante imiti con perfetta verisimiglianza il quadro cui egli stesso non potè compiere che dietro lunghi studi, pieno conoscimento dell’arte sua ed instancabile fatica; MA (C4) è pago che sappia tracciarne sulla sua tavoletta con verità e proporzione di parti i primi lineamenti e, dirò così, l’ossatura, perchè mai nell’insegnamento della scrittura dovrà procedersi a rovescio?[65]

E allora non sarà fuor di proposito notare che la seriale epanòrtosi anche si riaffaccia tutte le fiate nelle quali è senz’altro un interesse d’ordine integralmente spirituale a dettare l’esigenza di chiarire quel che merita o demerita assenso (dell’intendere, e quindi del volere), epperò il bisogno di contrapporre senza téma di ridondanza, o esortando in qualità di pastore:

[…] παρακαλῶ μὴ τὸ κάλλος τῆς ἑορτῆς λοιδορίαις ἢ αἰϭχρολογίαις ὑβρίϭωμεν. ἀλλ’ἐν ψαλμοῖς καὶ ὕμνοις καὶ ᾠδᾶις πνευματικᾶις αὐτὴν εὐωδιάϭωμεν. μὴ εἰς καπηλεῖα τρέχοντες, ἀλλ’εἰς ἐκλληϭίαν ϭπεύδοντες. μὴ μέϑῃ βπατζόμενοι, ἀλλὰ τῇ αὐταρκείᾳ ὡραϊζόμενοι. μὴ ϭκιρτῶντες ὡς Ἰουδᾶιοι, ἀλλὰ δοξολογοῦντες ὡς οἱ ἀπόϭτολοι […] μὴ ἐν τᾶις ἀγορᾶις παίζοντες, ἀλλ’ἐν τᾶις οἰκίαις ψάλλοντες[66].

o avvertendo da mistico umilissimo:

Si autem quaeras, quomodo haec fiant, interroga gratiam, non doctrinam; desiderium, non intellectum; gemitum orationis, non studium lectionis; sponsum, non magistatrum; Deum, non hominem; caliginem, non claritatem […][67]

o altresì elargendo pianamente riflessioni su un mysterium naturae:

Was ich Ihnen danke, ist schlicht dies, dass ich mich, wann immer ich Sie höre […] als Mensch des 20. Jahrhunderts jedes Mal mit Mut (NICHT Hochmut!), mit Tempo (KEINEM übertriebenen Tempo!), mit Reinheit (KEINER langweiligen Reinheit!), mit Frieden (KEINEM faulen Frieden!), beschenkt finde[68].

o addirittura intrattenendo i proprî simili da collaboratore della verità:

Der Mensch von heute blickt auf die Zukunft. Sein Stichwort heisst »Fortschrift«, nicht »Überlieferung«; »Hoffnung«, nicht »Glaube«. […] Denn was erwartet wird, ist, im Gegensatz zur Urkirche, nicht das Reich Gottes, SONDERN das Reich des Menschen, nicht die Wiederkehr des Menschensohnes, SONDERN das endgültige Aufstehen einer rationalen, freien und brüderlichen Ordnung aus Menschen, die sich selbst gefunden haben. Die Entwicklung, die wir erleben, stellt sich nicht als Geschenk von oben dar, SONDERN als Produkt harter Arbeit, planenden, berechnenden, erfinderischen Handelns. Hoffnung heisst daher für den heutigen Menschen nicht mehr Ausschau nach dem Unverfügbaren, SONDERN Tun aus eigner Kraft[69].

E il nostro debito di gratitudine con la parecchio incompresa correctio non può dirsi, con tutto il già esposto, soddisfatto in condegna misura. Si propende, difatti, da molti a far pesare sull’epanòrtosi tutto il traumatico malanimo di chi serbi rancore alla matita rossa e blu, e dall’età dei divieti e rimproveri (ammesso che non siano specie estinte) abbia ritratto, e poi resa teoretica, l’insofferenza ai «no» sentiti opporglisi. Che mai direbbe, ordunque, chi non ravvisa nel correggere (e, purtroppo, nel castigare) nient’altro che un orribile retaggio di culture repressive in radice, se scoprisse ch’esso sta a fondamento di parecchio, amenissimo e brioso, narrare per conforto dei mortali, non esclusi i più giovani tra loro? Un sol paio di esempî mi preservi dal farla troppo lunga e indaginosa.

Il monologo col quale si chiude il primo atto della Vedova scaltra notifica il teorema attorno a cui ruota la condotta del dramma: del buono e del cattivo sussistono in ciascuna civile nazione, ma all’Italia arride preminenza per effetto di crestomazia (Il più bel fior ne coglie):

ROSAURA sola Italia in oggi dà regola nella maniera di vivere. Unisce tutto il buono delle
nazioni straniere, e lascia lor tutto il cattivo[70].

Entrambi i corni dell’enunciazione (A. pregî e difetti di tutti i paesi; B. pacifico primato dell’Italia) risultano – per punto e contrappunto – collaudati, e quindi dimostrati (come ad una questione subentrano argomentazione e conclusione), dall’altra effusione di Rosaura nel prosieguo dell’atto di mezzo e dal lietissimo scioglimento (iii, 25, con la scelta della saggia vedova che cade sul suo connazionale), stando appunto il pernio di una quadruplice (id est imprescindibile) epanòrtosi a garantir suprema oculatezza, e – con ciò stesso – specchiata equità:

ROSARUA sola Eccomi provveduta di quattro amanti, ognuno de’ quali ha il suo merit e

le sue stravaganze. L’italiano è fedele, MA troppo geloso; l’inglese è sincero, MA troppo incostante; il francese è galante, MA troppo affettato; e lo spagnuolo è amoroso, MA troppo grave[71].

Grazie al che, la realtà vien sublimata in limpida e armoniosa geometria, oggetto di tranquillo dominio intellettuale e dispensatrice di serena rassicurazione del vivere, o anzi, del convivere; ed è così che un vigliacco viziaccio di tanto sdottorare illuministico (cioè il far credere d’avere spiegato l’inaudita complessità del cosmo limitandosi ad averla risecchita in graziosissime formule e schemetti)[72] consegue un’assai poco meritata, ma pur felice, trasvalutazione.

L’altra fattispecie che mi prefiggo di sottoporre all’attento lettore è quella di una gracile novella, nondimeno architettata con maestria, e inoltre rifinita con un’arte di cui altri scrittori per l’infanzia non si curan di sapere nemmanco in quale parte del mondo stia di casa. Parlo di un racconto[73] scritto e illustrato da un medesimo autore (Andy Goodman), sul quale mi avanzo con le riserve doverose per chi si accosti a un’opera con il tramite di una traduzione, per quanto, a quel che sembra, autorizzata[74]. Comunque (e se sbaglio, mi si corregga) la vicenda raccontata da Goodman si può dire che detenga per forma (nel senso aristotelico del lemma: principio animatore e strutturante che configura e fa fungere un ente) giustappunto la correctio di cui cerco qui di venir discorrendo. Eccone infatti la materia prima in tutte le sue svolte successive:

  1. Un nipote, alla morte della zia, ne esplora, in qualità di erede, la soffitta.
  2. i: Si riprometteva di trarne l’orologio a cucù,
    ii: ma esso non è disponibile.
  3. i: Si riprometteva di trarne il cavallo a dondolo,
    ii: ma esso non è disponibile.
  4. i: Si riprometteva di trarne il biciclo,
    ii: ma esso non è disponibile.
  5. i: Si riprometteva di trarne le mazze da golf,
    ii: ma esse non sono disponibili.
  6. i: Si riprometteva di trarne il violino,
    ii: ma esso non è disponibile.
  7. i: Si riprometteva di trarne la collezione di giocattoli,
    ii: ma essa non è disponibile.
  8. i: Si riprometteva di trarne la casa delle bambole,
    ii: ma essa non è disponibile.
  9. i: Si riprometteva di trarne i vasi,
    ii: ma essi non sono disponibili.
  10. i: Si riprometteva di trarne il nano da giardino,
    ii: ma esso non è disponibile.
  11. i: Si riprometteva di trarne il manichino da sarta e l’ombrello,
    ii: ma essi non sono disponibili.
  12. i: Tutto dunque è stato alienato,
    ii: salvo la chiave di casa, che la zia ha lasciato al nipote, rendendolo proprietario dell’immobile.

Conciato in tale misero arnese, il récit si restringe ad ossame, senza il fascino (molto discreto, ma, proprio per questo, irresistibile; come avviene d’un capo di buon taglio, non vistoso né alla moda ultimissima, e perciò tale da poter servire, mercé l’ottima stoffa, per decennî) di tutte le accortezze con le quali il fiabesco ripetere ad oltranza[75] vi viene variato e movimentato, assurgendo a sistema avventuroso:

OGGETTODESTINATARIO SINGOLOLUOGO DELLA DESTINAZIONE
2:orologio a cucùcugina
3:cavallo a dondolonipoteCornovaglia
4:bicicloamicoGloucester
5:mazze da golfThomas
6:violinoAlfie
7:collezione di giocattolimuseo di Londra
8:casa delle bamboleMarjorie
9:vasifamiglia di St. Ives
10:nano da giardinogiardino del Sussex
11:manichino da sarta e ombrello

ove tre caselle nominative (5, 6, 8) ne fronteggiano tre anonime invece (7, 9, 10), mentre altre due fanno sottogruppo come sovrabbondanti in attributi (3, 4) di contro all’iniziale ed alla finale, alquanto – dal più al meno – indeterminate (2, 11). Tuttavia, quel che preme additare ne riesce più netto allo sguardo, vale a dire il costante ripartirsi del narrato, di sezione in sezione, tra un desideroso vagheggiamento (2: i ‒ 11: i) e un disinganno che sempre lo frustra (2: ii ‒ 11: ii). Il che equivale, chi aguzzi un po’ la vista, ad un apposta prolungato corteo di posizioni e correzioni ascendenti (tra un lusingarsi durissimo a morire e l’immancabile, dopo, sopraggiungere dell’avversativo + anacronia[76]), fino all’inattesa, quantunque sperata, catastrofe (dallo scacco alla cuccagna) rappresentata dall’esito assai british, nel quale il consueto pannello bivalve (12: i + 12: ii) funziona – manco male – a ruoli invertiti, con l’epanòrtosi in seconda battuta ( «E invece») che agisce per beneficare, anziché per fare strage di speranze.

Un’ultima preghiera al mio lettore: prima di maledire ogni correctio, veda e valùti se senza essa le cose davvero andrebbero pel verso migliore.

  1. Grandemente istruttivi, come sempre, i rilievi in proposito di Luca Serianni, ad esempio in due interventi di localizzazione secentesca: La lingua del Seicento: espansione del modello unitario, resistenze ed esperimenti centrifughi, in Storia della Letteratura Italiana, diretta da Enrico Malato, vol. V, Roma, Salerno Editrice, 1997, pp. 587-90 e Le novità secentesche, in Storia dell’italiano scritto. I. Poesia, a cura di Giuseppe Antonelli et al., Roma, Carocci, 2014, pp. 69-70.
  2. Sul quale si potrà anche cfr. il mio Comisso e il chiasmo, in «Strumenti critici», XXXIII (2018), 3, p. 551.
  3. Cfr. Gianfranco Contini, Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968) [1970], Torino, Einaudi, 1979, pp. 242-45.
  4. «[…] il giorno di festa continuavo a vederlo […] nel verde delle campagne punteggiato dagli allegri colori dei pic-nic.» (Marcello Argilli, Viaggio a sorpresa, XV, 3; Novara, De Agostini, 1987, p. 100); «[…] il sole accende l’ocra stinto degli antichi mattoni […]» (Marcello Argilli, Il ragazzo del Colosseo, I, 17; Milano, Mondadori, 1988, p. 5).
  5. Al riguardo, non si voglia negligere l’uso stilistico, nel Pervigilium Veneriscasas virentes DE flagello myrteo,», 6; «fecit undantem Dionen DE marinis imbribus.», 11; «ipsa surgentes papillas DE Favoni spiritu», 14; «En micant lacrimae trementes De caduco pondere!», 17), di quella preposizione che sta alle spalle del «di» di oggigiorno (cfr. Andrea Cucchiarelli, Lingua e stile, in La veglia di Venere, Milano, Rizzoli, 2003, pp. 27-31).
  6. Ovidio, Met., XV, 656.
  7. Leone Marsicano, Narratio de consecratione ecclesie Casinensis, 18, iii.
  8. Adalbert Stifter, Brigitta, I, 19 e I, 45.
  9. Antonio Fogazzaro, Piccolo mondo moderno, III, 3, iii.
  10. Rina Nigrisoli, La mia scuola, 14.I.1922; a cura di Francesca Borruso, Milano, Unicopli, 2011, p. 56.
  11. Gabriele d’Annunzio, Il piacere, II, 4, iv.
  12. Inoel, Caratteristica ospitalità giapponese, in «Conquiste d’Impero», X (1941-1942), 7-8, p. 82, col. 1.
  13. Alfredo Panzini, La lanterna di Diogene, VIII, 9.
  14. Emilio Cecchi, L’osteria del cattivo tempo, XI, 4.
  15. Giovanni Pascoli, La cavalla storna (in Id., Canti di Castelvecchio, I, 58), 58.
  16. Giorgio Caproni, Alle mondine (= Ballo a Fontanigorda, 11), 3-4.
  17. Umberto Fiori, Il Conoscente, IX, 2-3.
  18. Giuseppe Ungaretti, Dal viale alla valle (= L’Allegria, III, 17), 1.
  19. Salvatore Quasimodo, S’udivano stagioni aeree passare (= Acque e terre, 13), 7.
  20. Libero De Libero, L’Italia letteraria, 17.XI.1934; a cura di Daniele Treglia, Terracina, Tipografia Emilio Vera, 2014, p. 100.
  21. Giuseppe Isnardi, In memoria di Giuseppe Lombardo Radice, Appendice di Associazione per gli interessi del Mezzogiorno in Italia, Relazione sull’attività dell’Associazione nel triennio 1936-1938, Roma, A.T.E.L., s. d., p. 58.
  22. Enzo Petrini, Il volo del nibbio. Leonardo e il suo mondo, VII, 1, xvi; a cura di Giampaolo Boccardi, s. l, Salani, 1985 (19831), p. 71.
  23. Epitteto, Manuale, 4, ii.
  24. Cassio Dione, Storia romana, LXXIV, 1, iii.
  25. Grazie all’infallibile memoria dell’erudita e illustre studiosa (oltreché gentilissima sodale) Carla Chiummo dell’Ateneo di Bari.
  26. Limpido rivo. Prose e poesie di Giovanni Pascoli presentate da Maria ai figli giovinetti d’Italia, Bologna, Zanichelli, 1928, II ed., p. 168.
  27. Attinte con il sapido espediente di un etimologismo regressivo, id est teso a restaurare (con successo: di stilista, se non anche di esegeta) il primario (anteriore ed essenziale) sul derivato (additizio ed astruso).
  28. Benito Mussolini, Discorso a Reggio Emilia del 30.X.1926, in Id., Scritti e discorsi. Dal 1925 al 1926, Milano, Hoepli, 1934, p. 455. Qualcosa d’analogo («A, non B» x 2) nella spiccia oratoria di un politico odierno: «Ora spendiamo bene i soldi: lavoro, non sussidi; crescita, non assistenzialismo» (Matteo Renzi, Televideo 154/2 del 22.VII.2020), laddove un filosofo, criticando un molto più giovane letterato, aveva stabilito anteporre («Non B, ma A» x 2) l’insidia al suo antidoto dovuto: «Il dovere nostro non è l’oscurità, ma la luce; non la torbidezza, ma la chiarezza» (Benedetto Croce, Cultura e vita morale. Intermezzi polemici, Bari, Laterza, 1914, p. 142).
  29. Adriano Tilgher, Teatro di Marinetti, in Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature, vol. IX, Milano, Rizzoli, 2006 (1946-1952), p. 10011, col. 2.
  30. Giuseppe Bottai, Vent’anni e un giorno (24 luglio 1943) [1949], Milano, Rizzoli, 2008, p. 104.
  31. Alberto Manzi, Le maschere Italiane, in «Il Vittorioso», XVII (1953), 7, p. 9, col. 2.
  32. Massimo Mila (1981), cit. nel Programma di sala dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia per l’esecuzione della Fantasia-Recitativo quasi una danza, per pianoforte e orchestra, di Alberto Bruni-Tedeschi (concerti del 13, 14, 15.XI.1983). Un grazie affettuoso all’impareggiabile amico Clemens Wolken (dotto e solerte come altri pochissimi ch’io mi conosca) per il ritrovamento di questa scheda, altrimenti sperduta nei tardi ed aridi meandri della mia povera memoria.
  33. Cristina Lastrego-Francesco Testa, Benvenuto Wilko, I, 24-26; Torino, Einaudi, 1986, p. 14.
  34. Paolo Cardoni, Gli studenti chiedono e attendono, in «Riforma della scuola», XXXVII (1991), 3, p. 21, col. 1.
  35. Cfr. Giovanni Getto, Ospite dell’anima. Meditazioni sullo Spirito Santo: il «Veni Sancte Spiritus» e il «Gloria Patri», a cura di Carlo Ossola, Milano, Jaca Book, 1991, pp. 44-45 e Giovanni Pozzi, Grammatica e retorica dei santi, Milano, Vita e Pensiero, 1997, pp. 23, 84, 89, 317.
  36. Cfr. Mario Salisci, Il profeta. Padre Pio e la sua opera. Un’analisi sociologica, Milano, Angeli, 2014, pp. 23, 31, 33-35.
  37. 1 Co 4, 10.
  38. «Alla decomposizione del movimento comunista […] ha fatto seguito l’affiorare di formazioni sedicenti progressiste capitanate da élites urbane alto-borghesi. Del movimento comunista, da cui vagamente discendono, costoro hanno ereditato unicamente l’arroganza autoreferenziale e vi aggiungono, però, divenuti ormai liberali, robuste dosi di arrivismo» (Luciano Canfora, La scopa di don Abbondio. Il moto violento della storia, Bari-Roma, Laterza, 2018, p. 59).
  39. Claudia De Lillo, Dire fare baciare. Istruzioni per ragazze alla conquista del mondo, Milano, Feltrinelli, 2014, p. 23.
  40. Warren G. Harding, Return of Normalcy Speech (14.V.1920), 3, i.
  41. Pio XII, Discorso nella Solennità della Pasqua di Risurrezione (18.IV.1954), in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XVI, [Città del Vaticano], Tipografia Poliglotta Vaticana, 1955, p. 12.
  42. Cfr. Gian Piero Maragoni, Le Muse bambine. Avvio di un discorso su «Kunstprosa» e letteratura per la gioventù, Roma, Castelvecchi, 2020, pp. 41-45.
  43. Os, 6, 6.
  44. Bonaventura Tecchi, Storie di bestie, VII, 5.
  45. Arcadio Lobato, La sfera delle meraviglie, 24; Cinisello Balsamo, San Paolo, 1994, p. 22.
  46. Sebastiano Ruiz Mignone, Il pirata Pastafrolla e il pirata Pappamolle, 35, ii; Milano, Piemme, 2016, p. [22].
  47. Cfr. Gian Piero Maragoni, Metastasio e la tragedia, Roma, Bulzoni, 1984, pp. 62-63.
  48. Pietro Metastasio, La clemenza di Tito, ii, 13, 11-14 e Regolo, iii, 6, 51-53.
  49. Giuseppe Carpani e Giambattista Lorenzi, Nina, i, 6, 5-6.
  50. Temistocle Solera, Giovanna d’Arco, i, 6, 5-8.
  51. Andrea Zanzotto, La storia dello zio Tonto. Libera elaborazione dal folclore trevigiano, Mantova, Corraini, 2004, c. 12v.
  52. Paolo Mantegazza, Almanacco igienico popolare. Igiene del cuore e dei nervi, Milano, Brignola, 1876, in Matteo Loconsole, Educazione e sessualità. Gli almanacchi di Paolo Mantegazza (1866-1905), Milano, Unicopli, 2019, p. 63.
  53. Ida Baccini, La mia vita. Ricordi autobiografici, XX, 1; a cura di Lorenzo Cantatore, Milano, Unicopli, 2004, p. 130.
  54. L’Osservatore, Asterischi, in «La nostra scuola», X (1923), 5-6, p. 13, col. 1.
  55. Non di nascita, ma certo di adozione.
  56. Giovanni Morelli, Luigi Nono, in «Belfagor», L (1995), 1, p. 51.
  57. Cfr. Gian Piero Maragoni, Traité des arbres et arbustes, Verona, Cierre Grafica, 2019, pp. 40-42.
  58. «Una Firenze razionale e al tempo stesso altamente lirica; modesta, reticente ed insieme orgogliosa; crudele ma oggettiva, violenta ma a ragion veduta, dolorosa ma gelosissima del proprio dolore» (Emilio Cecchi, Prosatori e narratori, in Storia della Letteratura Italiana, diretta da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, vol. IX, Milano, Garzanti, 1969, p. 556).
  59. 1 Sm 9, 3-4.
  60. Cfr. Gian Piero Maragoni, Retorica diatonica. Trattatello in laude dell’«elocutio», Roma, Efesto, 2016, p. 70 e n. 95.
  61. Sua Eminenza il Cardinal Matteo Zuppi, nell’«Avvenire» del 19.I.2020, p. 19, col. 4.
  62. «Et erit pro suavi odore FOETOR,Et pro zona FUNICULUS,Et pro crispanti crine CALVITIUM,Et pro fascia pectorali CILICIUM» (Is 3, 24).
  63. Tr. it. di Benedetto Croce dell’Apologie des Teufels di Johann Benjamin Erhard, ristampata a cura di Vanna Gessa Kurotschka e Renata Viti Cavaliere, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001, p. 54.
  64. Roberto Galbiati, L’«Historia di Camallo» e l’«Historia del pescatore»: due testi alla confluenza di più generi, in L’editoria popolare in Italia tra XVI e XVII secolo. Testi, collezioni, mestieri. Atti delle giornate di studio (Roma, 13-14.XII.2017), a cura di Gabriele Bucchi et al., Manziana, Vecchiarelli, 2019, p. 92.
  65. F. Forzani, Dell’insegnamento della calligrafia nelle scuole elementari, in «L’Istitutore», V (1857), 40, p. 629.
  66. S. Asterio Amaseno, Homiliae, XVII, 7.
  67. S. Bonaventura da Bagnoregio, Itinerarium mentis in Deum, VII, 6.
  68. Karl Barth, Wolfgang Amadeus Mozart [1956], Zürich, TVZ, 2019, XVI ed., p. 11.
  69. Joseph Ratzinger, Glaube und Zukunft, München, Kösel, 1970, pp. 99-100.
  70. i, 18.
  71. ii, 3.
  72. Cfr. Dieter Richter, Il culto dell’infanzia. Le “Storie morali” come fiabe dell’epoca illuminista, in «Li.B.e.R», 1993, 2, pp. 19-31 e Lucio D’Alessandro, Decisione del legislatore e interpretazione del giudice. Genealogia di un’utopia permanente, in Vate ghibellino. Scritti in memoria di Bruno IORIO, a cura di Annamaria Ruffino e Angelo Zotti, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, pp. 14-15, 20-21.
  73. Nella soffitta di mia zia, Mantova, Corraini, 2012.
  74. Tali cautele potranno sembrare scrupoli mossi da strettezza d’anima, ma confesso che quanto ultimamente mi è accaduto di apprendere e acclarare (da quegli che su Thomas Mann disserta senza affatto conoscere il tedesco a chi viene professando su Andersen senza intendere nulla di danese; da chi imprende a disquisire su Propp senza niente sapere di russo ad un altro – per finire in gloria – che non esita a impartire gravi lezioni di biblica esegesi benché, di semitico, ignarissimo), colmandomi di amara maraviglia, vieppiù mi inclina a proceder con quelle virtù (la ponderatezza e il ritegno) che in primo luogo dal dicti studiosus dovrebbero essere tenute in pregio e acquisite fino a farsi abitudine.
  75. Cfr. Alfred Sauvy, Aux sources de l’humour, Paris, Editions Odile Jacob, 1988, pp. 269-70 ; cfr. con Rolande Causse, Sous les mots, le style…, in L’enfant lecteur, Paris, Autrement, 1993, p. 127.
  76. «Invece no […] era stato spedito» (c. 4v); «ma era rimasto» (c. 5v); «ma doveva essere riparato» (c. 6v); «ma erano state lasciate» (c. 7v); «ma era andato» (c. 8v); «ma doveva essere esposta» (c. 9v); «ma era stata affidata» (c. 10v); «ma erano stati impacchettati» (c. 11v); «ma aveva trovato posto» (c. 12v); «ma vennero dati in beneficenza» (c. 13v).

(fasc. 35, 11 novembre 2020)

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