Recensione di Valerio Pappi, “Aspettando gli altri”

Autore di Giuseppe Ferrara

Una storia che si snoda in un luogo preciso: la stazione di Bologna e i suoi dintorni; e per un intervallo temporale che va, grazie ai ricordi del protagonista, dal triste agosto del 1980 a quello del 2012.

Il protagonista Alberto, detto Napo dagli amici, sembra riuscire a dare un senso alle giornate e alla sua vita solamente osservando la varia umanità che affolla la stazione. Giorno dopo giorno, virtualmente, intreccia la propria vita con quella di perfetti sconosciuti che nelle loro frequenti apparizioni, a poco a poco, sembrano trasformarsi, da semplici comparse o personaggi di fantasia, in veri e propri conoscenti. Alberto/Napo segue i loro movimenti, ne osserva i tratti ripetitivi, i tic, tanto da poter costruire su di loro, e tra loro, trame che finiscono davvero per intrecciarsi con la realtà: quella sua e quella dei suoi amici. In questo continuo rimando tra realtà e finzione, attraverso comparse che scompaiono e ricompaiono come personaggi reali, il protagonista da semplice spettatore finisce per attraversare le tappe di quel percorso scomposto, decomposto  e incerto che è per tutti l’approssimazione a una vita vera, a un “semplice” amore.

“Nessun uomo è un’isola”, ma uno scrittore è una lingua di terra. Se le due locuzioni “terra madre” e “madre lingua” venissero viste come i termini di una proporzione matematica (b: a = a: c), scopriremmo subito la stretta relazione (addirittura un’identità) esistente tra terra e lingua (terra sta a madre come madre sta a lingua dunque terra = lingua).

La nota citazione da John Donne intende dire che ogni uomo è una componente integrante dell’umanità, la parte di un tutto, ma i personaggi letterari hanno bisogno di carattere, devono cioè essere più che “umanità”. Non abbiamo il tempo per frequentarli, devono parlarci o presentarsi subito per quello che sono. E questo vale soprattutto per le comparse. Scegliere, quindi, una lingua e assumere il giusto tono per i propri personaggi e comparse non è compito da poco e Pappi nel suo ultimo romanzo, Aspettando gli altri, riserva particolare attenzione tanto agli uni che alle altre. Questo significa organizzare una lingua parlata per i suoi protagonisti (napoletano, calabrese, nelle precedenti operazioni; bolognese, siciliano in questa) e tracciare tinte e gesti rapidi ma incisivi per le comparse (l’impiegata all’Ufficio di collocamento; Fred, il ballerino; il fatto quotidiano, inteso come tossicodipendente; lo/la sconosciuto/a e soprattutto la fantasia che “compare” nella realtà e viceversa).

Poiché viviamo in un periodo di revanscismo provinciale e di parossistica attenzione al politically, geographycally, storycally etc. correct, sgombriamo il campo da qualsiasi ipocrisia: i personaggi (più) negativi dei romanzi di Pappi sono di madre-lingua meridionale. Ma va bene così. Fa parte di un ormai ancestrale luogo comune (e comunitario) che ci rende Nazione unica e allo stesso tempo molteplice.

È in questo modo che a noi italiani piace creare e ricreare la nostra peculiare e “poliedrica identità”, evidentemente rappresentata nella moltitudine descritta da Pappi, attingendo di volta in volta a un ciarliero mascalzone napoletano, dosando uno spavaldo picciotto siciliano con l’edonista biasanòt emiliano, aggiungendo degli zelanti fighetti lumbard a un bestemmiatore della crusca toscano. Insomma, differenza e densità di sfumature linguistiche sono ricchezze inestimabili per un Paese che si allunga nel Mediterraneo come una lingua di terre e che fa lo stesso, lungo le pagine del libro, come una terra di lingue.

Cogliere tutto questo in un intreccio narrativo, per sostenere un racconto fino alla fine, non è semplice. Pappi ci riesce benissimo, perché conosce molto bene il “paesaggio” che descrive (o lo dipinge quasi fosse uno sfondo naturale): la stazione di Bologna e i suoi dintorni sia spaziali sia temporali con i frequenti flashback alla strage della stazione del 1980. La natura di questo sfondo impone, poi, la cura maniacale dei soggetti in primo piano con “pennelli” sempre più piccoli per tratteggiare i particolari più minuti (un tacco a spillo, una sigaretta, occhi di gatto etc.) e “pennelli” più corposi per spargere i profumi tipici delle stazioni e degli alberghi che le circondano (cappuccini, brioches, hamburger, disinfettanti, polveri metalliche, effluvi democratici da toilette e sottopassi comuni).

Attraverso questo sapiente uso del primo piano e dello sfondo, Pappi tiene legati alla trama sotterranea del racconto che, pur restando sottotraccia, non viene mai perduta tra le descrizioni degli uffici e degli altri ambienti, nemmeno durante la trasformazione di alcuni personaggi femminili da “angeliche” in “laure”. Per non parlare dell’apparizione di personaggi estranei al libro ma non alla vita del protagonista, Alberto/Napo, e dunque dell’autore: il Marx dell’Eleganza del Riccio, il Jack Torrance di Shining che per tutti (scrittore, lettori e personaggi) sarà sempre scolpito nel volto di Jack Nicholson nella trasposizione cinematografica di Kubrick.

Il tutto viene poi tenuto insieme da una ben precisa convinzione poetico-letteraria di Pappi: «Dove risiede la suspense e l’originalità di una storia se già in partenza ne conosciamo il finale?» (p. 80). Al finale a sorpresa, prima o poi, bisogna arrivarci, magari seguendo una strada tortuosa o aggiungendo un pezzo dopo l’altro, un personaggio dopo l’altro, al puzzle: in fondo, «la parola ha dei limiti o, al contrario ha il potere di rendere illimitati i suoi significati» (p. 124) proprio come un tassello del puzzle che viene rigirato tra le mani per studiarne convessità e concavità.

Il protagonista di Aspettando gli altri, Alberto/Napo, a prima vista potrebbe apparirci freddo e impassibile, e probabilmente a parole («Quanto odio emozionarmi», p. 142) lo è, ma a ben vedere, dopo averci accompagnato in una catastrofe politico-morale del nostro tempo, sembra volerci indicare una possibile terapia attraverso il coraggio sereno e consapevole di un nuovo, anzi antico, cinismo.

Com’è noto, si racconta che un giorno Alessandro Magno si avvicinò al cinico Diogene e, colpito per la sua indigenza, gli disse: «Chiedimi quello che vuoi!». Diogene, che stava prendendo il sole, gli rispose: «Spostati e non farmi ombra!». Dunque, gli eventuali adepti di un moderno cinismo sono quelli che per un “posto al sole” sarebbero disposti a qualunque cosa. Evidentemente, si sta parlando del moderno “cinismo dei social” che Pappi porta alla ribalta attraverso il proprio alter ego Alberto/Napo. Questo tipo di cinismo viene criticamente e ironicamente ridicolizzato dal protagonista così pervicacemente intento a concretizzare i rapporti, ad osservare e studiare gli altri, non per puro spirito voyeuristico, ma per compatire o per intra (inter)vivere con le sue “vittime”. Per rieducare le proprie emozioni.

Se cinico è colui che riveste le proprie azioni (improntate al più crudo realismo) di una giustificazione moralistica, se cinico è colui che piega le proprie azioni ai principi più bassi e brutali della realtà, a questo tipo di cinico Pappi contrappone un antico Kinismo rappresentato da Alberto/Napo con la sua modalità critico-ironica. Il primo obiettivo di questo sano spirito Kinico è ridimensionare le Grandi Mete, gli ideali che sempre hanno prodotto sciagure umane e individuali. In fondo, il Kinismo di Napo è una forma di reazione, di risposta critica, di resistenza ai modi di dispiegamento del cinismo in formato social.

La carne, il turpiloquio, la battuta salace, lo scherno, il voyeurismo sono Kinica: un modo di odiare meno le proprie emozioni, un modo per riavvicinarsi perfino all’amore. Un modo per tornare nuovamente a essere pezzo di un puzzle, parte di un tutto. Così anche noi, senza saperlo, veniamo introdotti, grazie a una lettura sempre scorrevole e piacevole, in un mondo adulto e adulterato del quale, come fa Alberto/Napo, bisogna mettere a nudo la fondamentale assurdità e l’ipercinica, inconcludente cinetica. E anche noi, come Alberto/Napo, torniamo ad innamorarci o quantomeno a riassaporare le emozioni di quando, da bambini, ci immergevamo in una festa di paese.

(fasc. 35, 11 novembre 2020)

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