“Davanti alla legge”: l’enigma di Kafka

Author di Danilo Falsoni

Kafka è forse, fra gli autori europei del ’900, il più vicino alla sensibilità dell’uomo contemporaneo, sgomento e preda dell’angoscia dinanzi al Nulla incombente, abbandonato in un cosmo privo ormai di senso, di appigli ideologici in grado di indicarne una lettura razionale e coerente e, quindi, rassicurante; un universo dove dimora ormai quell’«ospite inquietante» svelato definitivamente da Nietzsche[1], quell’infinito-nulla che, con atteggiamento intellettuale ed emotivo diverso, già Leopardi intuì agli inizi dell’Ottocento[2] e che poi Pascoli sentì come un’angosciante vertigine.

Il fatto è che, già sullo scorcio del XIX secolo, negli spiriti più avvertiti si fa strada un senso di crisi che non investe solo tutte le spiegazioni teoretiche e le certezze oggettive sul mondo, ma soprattutto le modalità gnoseologiche ed ermeneutiche tramandate da almeno due secoli, dalla nascita della coscienza scientifica moderna e da quell’Illuminismo che inaugurò l’idea di una leggibilità e conoscibilità oggettiva del reale. E, se narratori e poeti ne vivono in modi diversi la consapevolezza, uno scrittore come Kafka, segnato da un trauma esistenziale che pare coagularsi intorno al contrasto con la figura paterna, traspone artisticamente la propria ricerca di senso attraverso il paradosso e l’ironia della propria matrice culturale ebraica[3].

Il racconto Davanti alla legge (Vor dem Gesetz)[4], scritto nel 1914 nell’ambito della composizione del Processo (Der Prozess) e pubblicato autonomamente nel 1919 all’interno della raccolta Un medico di campagna (Ein Landarzt), è forse il testo intorno al quale ruota la genesi del romanzo stesso, dato che l’autore lo scrive nello stesso anno in cui comincia a lavorare al suo capolavoro, all’interno del quale lo introdurrà, nel cap. IX, assieme a un commento problematico nel celebre dialogo del protagonista con il sacerdote all’interno del Duomo di Praga.

In quel contesto, è lo stesso autore che, attraverso lo scambio di opinioni dei due personaggi, K. e il sacerdote – che poi non è altro che un componente del tribunale, cioè della Legge stessa –, cerca di illustrare, con sottile dialettica rabbinica, alcuni possibili significati della parabola. Ma, rileggendo attentamente quel dialogo, ci accorgiamo che esso in realtà non assolve ad altra funzione che quella di un depistaggio interpretativo, come se Kafka giocasse ironicamente a deviare l’attenzione degli esegeti su dettagli e questioni di minor rilevanza, quasi a voler confondere e fuorviare il lettore.

K., infatti, evidenzia subito l’inganno del guardiano nei confronti dell’uomo di campagna, ma evita di toccare la questione che sta a monte della narrazione, e cioè quella della natura della Legge. La risposta del religioso si dilunga in osservazioni capziose sul carattere del guardiano, sul fatto che non avrebbe ingannato l’uomo, sulla sottile e sofistica osservazione che egli all’inizio aveva solo il compito di impedirgli l’ingresso alla porta, e che quindi avrebbe potuto anche ignorare l’esclusiva destinazione di essa. Ma le affermazioni del prete sono sibilline nei loro riferimenti agli esegeti della parabola, lasciano addirittura trapelare l’ipotesi che l’ingannato sia il guardiano, la cui conoscenza profonda ed effettiva del meccanismo della Legge viene messa in dubbio, e la cui funzione sarebbe subordinata al destino dell’uomo di campagna: si assiste così a un possibile capovolgimento di prospettiva, e viene introdotto un altro aspetto della situazione, un modo diverso di considerarla che potrebbe suggerire altre ipotesi interpretative. In verità, il discorso non approda a nulla e K. non ne trae alcun chiarimento, se non un’osservazione, a parer mio importantissima, e cioè che se – come afferma il sacerdote – non si deve credere che tutto è vero, ma che tutto è necessario, allora «della menzogna si fa una norma universale». Questa è un’allusione inquietante alla possibilità che sia ingannevole tutto il meccanismo che regge la storia, cioè quello della Legge stessa, una traccia interpretativa che sembra essere lasciata intenzionalmente dall’autore al termine della piuttosto ambigua discussione. Ma il mistero rimane: il capitolo successivo del Processo, l’ultimo, descrive l’esecuzione della condanna comminata dal tribunale al protagonista del romanzo e sancisce l’unica certezza: l’inesorabilità della Legge.

L’oscurità opprimente in cui il protagonista si ritrova alla fine del dialogo, all’interno inverosimilmente tenebroso del Duomo, assai enfatizzato in un passo soppresso dall’autore[5], diviene quasi il simbolo del buio in cui annaspa chi cerca di capire, di trarre un senso dal racconto e sembra materializzare il disorientamento in cui egli brancola, quell’angosciante Unheimlichkeit (‘spaesamento’) che secondo Heidegger caratterizzerebbe l’Angoscia (Angst) come sentimento rivelatore dell’insignificanza dell’Esserci[6].

Siamo certamente di fronte a uno dei testi in cui la ricerca kafkiana di un senso dell’Essere è più concisamente concentrata e al contempo più ambiguamente aperta a ipotesi interpretative, proprio in forza della sua oscura enigmaticità: vi dominano esemplarmente quei tratti peculiari della narrativa di Kafka che sono l’inquietudine e l’assurdo. Numerose ne sono state le letture anche minuziose, sempre perlopiù volte a carpire la chiave di senso celata nell’avvincente dimensione metaforica del breve racconto[7]. Nell’assillo ermeneutico che esso spontaneamente suscita, inevitabilmente destinato alla riconferma del dubbio o di pure costruzioni ipotetiche spesso assai suggestive, mi sembra emerga un unico punto saldo, che ha il proprio incontrovertibile riscontro nell’oggettività del testo stesso: e cioè la sua manifesta mancanza di senso, attestata dall’incredibilità del piano letterale, per quanto articolato con apparente realismo.

La dinamica spazio-temporale del racconto, assolutamente coerente nella sua sintassi descrittiva, cela in realtà, come assai spesso avviene in Kafka, un’inverosimiglianza totale nelle sue connessioni razionali, un’evidente assurdità che confligge, come tale, con qualunque logica umana. Credo che, anziché darlo banalmente per scontato, in quanto rispondente a una caratteristica palese di quasi tutta la narrativa kafkiana, sia un dato da assumere come elemento di partenza per un’analisi del testo.

Illogico è, infatti, che la porta della Legge sia aperta, ma che non vi si possa mai entrare, come si apprende nella conclusione del racconto: perché un tale divieto e perché un guardiano delegato a farlo rispettare? Non sarebbe stato allora più razionale che la porta fosse chiusa?

Illogico che l’uomo di campagna si ostini per una vita intera ad ambire all’ingresso, nonostante le parole e le minacce del guardiano. Illogico che questi, se fin dall’inizio tutto sapeva, non lo abbia da subito informato dell’inutilità della sua attesa, ostinandosi egli stesso in una funzione vana e crudele. Illogico che quella porta unica sia destinata solo a quell’uomo, semplicemente per essere poi chiusa al termine della sua illusoria attesa.

Come pensa con coerente buon senso il contadino, se c’è la Legge, essa «dovrebbe pur essere accessibile a tutti e sempre»; e la Legge effettivamente c’è, tanto che emana dalla porta un fulgore «che erompe inestinguibile» («unverlöschlich Glanz»).

La mia ipotesi, che cercherò di dimostrare proprio partendo da una rilettura della lettera del testo, senza addentrarmi nelle sue possibili e innumerevoli risonanze metaforiche, è che, con intrigante ironia ebraica, Kafka stesso abbia scritto questo testo come una sorta di “gioco intellettuale”, di nonsense, una specie di sottile rompicapo narrativo, proprio per sottolinearne l’insignificanza: e ciò perché la Legge non risponde a una logica umana, in quanto possiede una propria coerenza interna assolutamente aliena da quella; insomma, il racconto è illogico, perché tale è la Legge.

La genericità stessa della definizione di colui che arriva davanti al guardiano della porta, «un uomo dalla campagna» («ein Mann vom Lande»), ne sottolinea il valore simbolico: costui non è altro che ognuno di noi nella sua ingenua e grottesca pretesa e convinzione di poter accedere alla Legge, cioè all’Istituzione, al Potere, al meccanismo che regola il mondo e l’esistenza, all’insieme di norme e precetti che ne scandiscono un senso e ne permettono la sopravvivenza e la riproduzione. Questo è la Legge: ciò che, informando di sé il Tutto, gli conferisce significatività. È la “regola del gioco” dell’Essere che, in quanto tale, ne struttura il significato, ne indica fondamenti e fini, lo in-forma in quanto ontologicamente incluso in essa, nella sua forza fondatrice e costitutiva.

Così la vita del contadino kafkiano è tutta finalizzata ad entrarvi, a conoscerla direttamente: sembra essere il suo solo fine, se rimarrà davanti alla sua porta fino alla morte. Comprendiamo che lo scopo della vita dell’uomo di campagna è quello di entrare e conoscere la Legge, esigenza che giustifica un’attesa interminabile, come se ogni altra cosa fosse priva di importanza: vuole forse dire che fine unico dell’uomo è un’ansia di conoscenza destinata a essere frustrata, che vale più di ogni altro bene, se egli è disposto «a dar fondo a tutto per quanto prezioso sia», a «corrompere» («bestechen») il guardiano, persino a implorare le pulci del suo bavero di pelliccia? È un’ansia metafisica quella che induce il contadino a voler entrare, avere accesso («Eintritt») alla Legge, una tensione conoscitiva che anima tutta l’opera di Kafka, con una testarda volontà di chiarezza che, come vedremo, si qualifica come colpa, consistente nel voler interrogare e svelare il meccanismo della Legge, quella stessa che condanna a priori Josef K. nel Processo, e che incombe in modalità diverse sui personaggi di altri racconti.

Quanto al guardiano, chi è e che cosa rappresenta? Sono state fatte molte ipotesi al riguardo, ma mi sembra chiaro che, al di là di tutte le interpretazioni che se ne possono dare, egli non è altro che un’emanazione della Legge assurda, insensato nel proprio ruolo come nella sua rappresentazione di esecutore passivo di un ordine grottesco: impedire a un uomo di entrare attraverso una porta aperta solo per lui. È questa la connotazione determinante di questa figura: essere al servizio della Legge e, senza interrogarsi su di essa, svolgere il proprio ruolo, probabilmente consapevole e partecipe della sua logica interna, del tutto estranea a quella del povero postulante: ecco perché appare impenetrabile a domande, preghiere, implorazioni umiliate, quasi sapesse di prendersi gioco di lui, che la sua richiesta è destinata a non essere esaudita, perché così vuole la Legge stessa, assolutamente estranea alle domande, alle esigenze e alle istanze dell’uomo. Non disse forse la Natura al povero islandese dell’omonima Operetta morale di Leopardi di essere del tutto aliena dalle preoccupazioni degli uomini? Tuttavia, se la logica della natura leopardiana è estranea a ogni finalismo antropocentrico e persegue i propri scopi indifferente all’uomo e alle sue esigenze, risponde, comunque, a un principio in sé razionale e in fondo accessibile alla comprensione umana, quello di un meccanicismo materialistico autoreferente :

Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei[8].

Perciò, in Leopardi, la Natura è un portato della Legge, è coerente con essa, ne è anzi la realizzazione ontologica; e allora l’intuizione leopardiana, non esclusa la nota finale comico-ironica della conclusione dell’Operetta, parrebbe avvicinarsi alla narrazione kafkiana solo per certi aspetti. Ciò che fa di quest’ultima qualcosa di più inquietante è l’irriducibilità della Legge a qualunque lettura razionalmente comprensibile della sua pur inattingibile autonomia ontologica: essa, come mirabilmente si configura nel Processo, è, infatti, un sistema grottescamente assurdo, al punto da apparire perverso e, più che imperturbabilmente indifferente, addirittura consapevolmente ostile alla vita dell’individuo – perché il problema appare dal punto di vista esistenziale del singolo, che lo vive in piena solitudine come K. e come l’uomo di campagna – assai più vicino alle categorie dell’assurdo proprie delle astruse fabulazioni di Ionesco o di Beckett, sebbene anche Leopardi arrivi a parlare di un oscuro meccanismo nemico dell’uomo, a sostenere la realtà di un «brutto/ poter che, ascoso, a comun danno impera,/ e l’infinita vanità del tutto»[9].

L’assurdo in Kafka è la trascrizione letteraria del paradosso della significanza dell’Essere, del suo porsi al di fuori di ogni coordinata “razionale”, costringendo i personaggi delle sue parabole e il lettore a seguire il filo rosso di costruzioni apparentemente verosimili, ma ostaggi di una logica onirica, di una ricomposizione degli eventi del tutto incoerente, almeno secondo i paradigmi propri della logica umana. Questo ci fa riflettere sul fatto che, invero, il concatenarsi delle circostanze della vita di ogni giorno – a livello individuale come collettivo e sociale – appare minato nei suoi fondamenti metafisici da un’assoluta assurdità, anche laddove noi crediamo o ci illudiamo di individuarne e scoprirne un significato coerente: che è tale, certo, nella dinamica sequenziale delle cause e degli effetti, ma non nella prospettiva e nell’orizzonte semantico più profondo della sua realtà ontologica.

Una breve parentesi per chiarire preliminarmente il concetto di assurdo, soprattutto risalendo alla sua radice etimologica, absurdus (ovvero ‘dissonante, stonato, fuori norma’); ciò inteso rispetto alla logica, al meccanismo fondante del pensiero umano articolato in quei tre principi individuati da Aristotele e base di tutta l’idea di senso del pensiero occidentale (ma forse è meglio dire del pensiero umano tout court). La definizione più chiara e concisa del concetto, del resto, la diede ancora Leopardi, da ottimo filologo qual era: «L’assurdo si misura dalla dissonanza col nostro modo di ragionare»[10]. In questo senso, è assimilabile al concetto tutto ciò che non rientra nella dimensione comunemente connotata dalla logica e dalla coerenza con un contesto, proprio come la capricciosa e irrazionale Legge del racconto kafkiano.

Nel mondo dello scrittore boemo la Legge comunque esiste, l’uomo non è abbandonato al Nulla, sul cui abisso si ricamerebbero le filigrane evanescenti di una Volontà di potenza (Wille zum Macht) rivelatasi, secondo Nietzsche, l’unico elemento fondante ogni punto di riferimento edificato e creduto assoluto fino ai giorni degli dèi tramontati: rivelazione chiave della finale “transvalutazione di tutti i valori” dell’ultimo periodo del filosofo tedesco, almeno a partire dalla Genealogia della morale (1887).

Dunque, in Kafka, non è fondamento il Nulla: non è possibile parlare di nichilismo, in quanto una logica che presiede alla mostruosa organizzazione del Processo esiste, ed è la stessa che vige presso i potenti signori del Castello, nonché nel nostro racconto: Legge assurda, appunto, come si è detto, secondo le categorie del principio di identità e non contraddizione, quelle che strutturano il pensiero della logica occidentale.

Il fatto che questa Legge si porga – si ricordi che la porta è aperta –, ma che non sia accessibile per la presenza non di un solo guardiano, ma di molti, uno più potente dell’altro, che costituiscono così ostacoli decisamente insormontabili (il che è palesemente privo di senso, se non ispirato da una volontà perversa), ne conferma il carattere non solo di estraneità all’uomo, ma di decisa e sottilmente perfida ostilità, dato che riserva al povero contadino la sorte di un’attesa inutile e crudele. E conferma di ciò, del fatto che la Legge è norma in cui trovano spazio l’inganno e la menzogna, è anche la già citata affermazione finale del cap. X del Processo.

Vediamo di riuscire a ricapitolarne i connotati principali, secondo gli indizi che Kafka fornisce nel corso della sua narrazione e in modo sfuggente, lasciandoci credere alla realtà di un mondo che è, invero, una sofisticata metafora costruita secondo canoni all’apparenza rigorosamente realistici: la Legge è, innanzitutto, un potere possente, smisurato, dato a priori, scontato; ed è estremamente rilevante il fatto che questa Legge esista per certo, anzi fino all’ultimo respiro dell’uomo emana ancora una luce unverlöschlich, ‘inestinguibile’: dunque, la Legge c’è e il mondo non è fondato sull’aleatoria anomìa di un problematico e abissale Nulla.

Essa è, comunque, un potere decisamente oppressivo che si esercita sugli uomini e, nella misura in cui essi vi appartengono, sulla natura, al quale non è dato ribellarsi o sfuggire, poiché è qualcosa di incontrovertibile, si direbbe necessario: e, del resto, i personaggi kafkiani non sembrano volergli sfuggire, dominati come sono frequentemente da pigrizia, svogliatezza, passività, proprio come quella del nostro uomo di campagna: perché, infatti, a un certo punto egli non se ne va, rinunciando a conoscere la Legge, perché si ostina a rimanere davanti alla porta umiliandosi e invecchiando irrimediabilmente su quella soglia?

E, anche se sono facilmente riconoscibili le connotazioni culturali e psicologiche di tale soverchiante potestas – da quella psicanalitica che si incarna nell’opprimente figura paterna a quella religiosa di un Dio ebraico veterotestamentario onnipossente quanto misteriosamente spietato e del tutto incomprensibile, che rende il testo quasi una metafora teologica, a quella sociologica, a quella politica afferente i moderni totalitarismi o gli elefantiaci meccanismi burocratici degli stati e delle società contemporanee etc.[11] –, essa conserva un peculiare carattere di vaghezza quanto inaccessibilità e lontananza, proiettandosi nell’immaginario come un chimerico punto di inizio e di approdo, un fondamento metafisico (Grund) dal quale emana, infatti, quello splendore “inestinguibile” (unverlöschlich).

Potere, dunque, in-attingibile, oltre che grottesco, assurdo e avverso: non è neppure un’entità, ma, come ogni Legge, un fondamento, qualcosa di fondante una realtà. Ed eterno: quell’aggettivo “inestinguibile”, riferito alla sua luce che, anche in fin di vita, riesce a penetrare il velo che sta per coprire lo sguardo indebolito del contadino, rivela un carattere importantissimo dell’essenza della Legge: il suo essere al di là del tempo, forse proprio la sua eternità.

Un tale potere assurdo e “nemico” comporta e implica un altro concetto chiave della narrativa di Kafka, già citato: quello della colpa. Tema fortemente connotatore della matrice culturale ebraica, identificabile nel ruolo giudaico del “capro espiatorio” esercitato nella storia per lunga secolare tradizione: colpa è l’esistere stesso, personificata nella figura dell’ebreo errante, perseguitato in quanto tale, colpevole di null’altro che di essere se stesso. Del resto, chi è vittima della Legge lo è perché in qualche modo ne ha violato i paradigmi, anche ignorandoli, e, soprattutto, ignorandone il significato. Ma, come s’è accennato, questo tema rimanda anche a una motivazione psicologica profonda, individuabile nel rapporto conflittuale con un’immagine paterna sentita come un super-io incombente e colpevolizzante.

O, forse, l’esistenza stessa di una Legge presuppone il concetto di una colpa, causa prima e motivazione dell’esistere di quella. Colpa è la pretesa arrogante, ma soprattutto stolta e inutile, di conoscere e ridurre a una dimensione razionale, logica, comprensibile ciò che per sua natura è irriducibile all’umano; anche il protagonista del Processo, Josef K., si macchia di questo errore, che diviene forse la vera “colpa” da espiare: quell’ansia, cioè, “illuministica”, come è stata definita, «quel suo insaziabile domandare esprime un impenitente illuminismo: voler sapere, vederci chiaro, non accettare» [12]. «L’errore di Josef K. consiste in ciò, che egli persiste nella sua ragione umana invece di sottomettersi incondizionatamente»[13]. Non a caso nel Processo, Leni, la ragazza conosciuta da K. e dalla quale egli spera un aiuto, lo esorta in tal modo: «Contro questo tribunale non ci si può difendere, è necessario confessare. Appena possibile faccia la confessione. Soltanto dopo di essa è possibile sfuggire, soltanto dopo»[14].

È possibile sfuggire, dunque, alla spietata logica della Legge; basta rassegnarsi, confessare, non voler scrutare nei meccanismi di un sistema estraneo e perverso, del resto immodificabile e incontrovertibile, irriducibile a quello della giustizia umanamente intesa.

La Legge è qualcosa che dovrebbe essere accessibile a tutti, eppure è oggetto di un divieto: non è, così, forse anche nella narrazione di Genesi? L’albero dai frutti proibiti non è altro che l’albero della conoscenza precluso agli uomini: la colpa è, dunque, la caparbia volontà di capire, di conoscere, la cocciuta attesa – contro ogni comportamento razionale – davanti alla porta della Legge: suprema trasgressione, essa è la medesima colpa biblica di cui l’uomo si macchiò sin dalle origini, quando, nonostante il divieto, volle cogliere il frutto proibito, quella conoscenza che «lo avrebbe reso simile a Dio» (queste le parole del Maligno tentatore).

La partita è perduta sin dall’inizio, eppure l’uomo di campagna avrebbe potuto vivere la sua vita accettando il mistero, accettando la consapevolezza della vanità del tutto e – soprattutto in questo caso – di ogni tentativo di scoprirne il segreto, di entrare nella sua insondabile logica: ce lo conferma anche quel terribile enigmatico libro dell’Ecclesiaste o Qoèlet:

Mi sono dato a cercare e a riflettere, per mezzo della sapienza, su tutto ciò che avviene sotto il cielo. È una brutta occupazione, questa, che Dio ha dato agli uomini. Così ho osservato tutte le opere che si fanno sotto il sole e ho concluso che tutto è vanità e occupazione senza senso[15].

…l’uomo non può arrivare a scoprire tutto quello che avviene sotto il sole, perché non trova niente, per quanto si affatichi a cercare. E anche se il sapiente dice di sapere, il sapiente non trova nulla[16].

Il contadino del racconto kafkiano, invece, vive il proprio affanno gnoseologico nell’attesa e nell’implorazione che l’ingresso divenga accessibile, senza smettere mai di tendere ad esso, fino all’ultimo, quando nelle tenebre dei suoi occhi che si spengono il suo bagliore ancora lo attrae.

A questo potere l’uomo è inesorabilmente soggetto e cerca di raggiungerlo, di comunicare con esso o tenta disperatamente di farlo attraverso docili intermediari, complici più o meno consapevoli, pedine di un apparato burocratico gigantesco e incommensurabile, spesso, come avviene in altri testi kafkiani, dall’apparenza clownesca o un po’ rigida di fantocci, come i due esecutori finali della sentenza del processo: nel nostro racconto, tale ruolo è ricoperto, come s’è visto, dal guardiano. Inutile volerne trarre conclusioni definitive, perché non esistono: dati oggettivi del testo sono solo l’assurdità, l’incongruenza, l’ostilità, la necessità della Legge.

Il breve racconto è una parabola, ne ha tutte le caratteristiche, a parte l’inverosimiglianza che deriva dalle premesse illogiche che abbiamo sottolineato: il simbolismo soggiacente, la brevità complessiva, la concisione e l’asciuttezza dello stile, caratterizzato da un lessico essenziale, da frasi brevi, paratattiche, con frequenti ripetizioni e dialoghi ridotti al minimo[17]. Il carattere simbolico, poi, è sottolineato dall’assoluta indeterminazione dei riferimenti: la porta delle Legge, un guardiano, un uomo di campagna; unici elementi dati per conosciuti e indubitabili sono “la” Legge e “la” porta che conduce ad essa (das Tor zum Gesetz).

La breve analisi condotta suggerisce, tuttavia, l’idea di una scappatoia dall’assurdità e inesorabilità della Legge, una “soluzione” che forse Kafka cerca argutamente di nascondere proprio fra le pieghe della propria narrazione (è noto che egli fosse gran dicitore ironico delle proprie opere e che spesso ridesse, leggendole al pubblico degli amici)[18].

Forse una soluzione per sfuggire o evitare le inesorabili e spietate maglie della Legge esiste; il contadino, infatti, come s’è detto, decide di propria volontà di rimanere ad aspettare, ma egli è assolutamente libero, nessuna autorità lo trattiene e gli impone di entrare e rimanere davanti alla “sua” porta (quella destinata solo a lui) per l’intera vita, di umiliarsi dinanzi al guardiano; avrebbe potuto andarsene, desistere dal caparbio intento di “entrare nella Legge”, vivere una vita libero da questo assillo, altrove. Nel dialogo all’interno del Duomo, nel Processo, il sacerdote lo afferma esplicitamente:

Quell’uomo è realmente libero, può andare dove vuole, soltanto l’ingresso nella Legge gli è vietato, e per di più da una sola persona, dal guardiano. Se si siede sullo sgabello di fianco alla porta e vi rimane tutta la vita, lo fa volontariamente, la storia non parla di costrizioni[19].

Dunque, forse una “soluzione” esistenziale potrebbe essere quella già accennata, cioè arrendersi, andarsene, “confessare” come suggeriva il personaggio di Leni, lasciar perdere la porta e il guardiano e la Legge stessa, impegnandosi nella vita reale, coi suoi problemi concreti, le distrazioni, le sue ansie ma anche le sue soddisfazioni, quello che Kafka non riuscì a fare, incapace di staccarsi dalla famiglia, dalla soggezione paterna, dalle proprie angosce; di costruirsi un’esistenza autonoma con una donna adeguata a lui.

Su un piano più universale, ciò significherebbe la rinuncia dell’uomo alla pretesa stupidamente presuntuosa di penetrare l’enigma, l’assunzione del finale del Libro di Giobbe, in cui Dio e l’uomo appaiono su piani diversi e inconciliabili, con un’insopprimibile eteronomia della logica di due dimensioni, quella astrusa e assurda – ma troppo grande e insondabile per la comprensione umana – della Legge (divina), e quella dell’uomo che nella sua limitatezza vede in essa l’esplicarsi di un’incomprensibile ingiustizia. Del resto, quello dell’insufficienza e inadeguatezza della razionalità dinanzi al mistero è tema che la letteratura religiosa da sempre ha trattato: per fare un illustre esempio, non è la Commedia dantesca una celebrazione della grandezza, ma anche del limite della conoscenza umana, personificato splendidamente – da un punto di vista artistico – dalla celebre figura di Ulisse?

Il carattere di opera aperta del breve racconto di Kafka, che gli deriva dalla sua enigmaticità, può suggerire altre soluzioni e conseguenti aperture interpretative.

L’ostacolo che impedisce l’ingresso nella Legge non è altro che un guardiano, un custode, letteralmente, se l’etimologia del termine (Tür)hüter risale all’originaria radice latina di custos (‘custode’), nominale dal verbo lat. tueri (‘custodire, difendere’). E il personaggio, s’è detto, è circonfuso di un ambiguo alone riguardo alla propria credibilità – potrebbe essere ingannatore o ingannato: è dubbio quanto conosca effettivamente della Legge e quanto possa essere sincero. Così, non è affatto improbabile che possa mentire, quando minaccia il contadino prospettandogli la presenza, oltre la porta, di numerosi altri guardiani uno più forte dell’altro, in una sequenza in crescendo un poco grottesca. Se egli fosse l’unico guardiano – è il solo, infatti, che l’uomo di campagna vede –, non dovrebbe essere troppo difficile per quest’ultimo superarne la resistenza, o almeno tentare di farlo: insomma, l’atteggiamento dell’aspettante è fin dall’inizio della parabola naturalmente passivo e remissivo, caratterizzato da una tipicamente ebraica, quasi rassegnata pazienza. Nemmeno per un momento sorge in lui la tentazione di “forzare” l’opposizione del guardiano, di varcare con slancio disperato quella soglia considerata scontatamente invalicabile in virtù della sua presenza.

Forse l’uomo di campagna avrebbe potuto facilmente avere ragione della resistenza del custode, vincerla ed entrare: non sappiamo che cosa avrebbe trovato oltre quella porta, forse non vi erano affatto altri guardiani, forse sarebbe stato avvolto e avvinto da quello splendore che ne emanava e avrebbe raggiunto la conoscenza; o forse non avrebbe trovato nulla: il timido sorriso ironico di Kafka ci lascia volare con la fantasia e affastellare ipotesi ermeneutiche.

Egli stesso, del resto, solo nell’ultimo anno della sua vita prese la decisione di varcare quella soglia, di affrontare attivamente il proprio destino, attuando la scelta di convivere con una donna, Dora Dymant, forse il suo vero amore, trasferendosi con lei a Berlino, rompendo il cordone ombelicale con la famiglia che per tutta la vita lo aveva trattenuto in un tormentato limbo esistenziale. Forse, in quelle condizioni di autenticità autonoma e libera, sarebbe riuscito ad andare oltre quella porta e l’avrebbe magari anche sbattuta dietro di sé, come avviene in uno stupendo racconto, fra i più brevi, La passeggiata improvvisa (Der plötzliche Spaziergang), nel quale il protagonista, in uno sforzo caparbio di volontà, realizza una forma di esaltante ribellione simbolica alle convenzioni familiari e socialmente accettate, decidendo una sera di uscire improvvisamente a tarda ora, contro tutte le aspettative della famiglia; è uno dei pochi testi kafkiani in cui un personaggio assume un ruolo attivo e trasgressore nei confronti di un’ipostatizzata “norma”:

Quando la sera sembra ci si sia definitivamente risolti a restare a casa, si è indossata la veste da camera, dopo cena si siede al tavolo illuminato e si è iniziato un qualche lavoro o gioco, concluso il quale d’abitudine si va a dormire, quando fuori c’è un tempo ostile che rende naturale il rimanere a casa, quando ormai si è rimasti fermi così a lungo accanto al tavolo che l’andarsene non potrebbe che suscitare la sorpresa generale, quando le scale sono già buie e il portone sbarrato, quando ora, nonostante tutto, ci si alza presi da un disagio improvviso, ci si cambia la giacca, si ricompare subito vestiti per uscire, si dichiara di dovere andare, e lo si fa senz’altro dopo essersi brevemente accomiatati, e si pensa, giudicando dalla rapidità con cui la porta è stata sbattuta, di essersi lasciati alle spalle più o meno contrarietà, quando ci si ritrova in strada, con membra che rispondono con particolare mobilità alla libertà inattesa che si è loro procurata, quando per quest’unica decisione si sente raccolta in sé ogni capacità di decisione, quando con evidenza maggiore del solito si comprende che, più che il bisogno, si ha la forza di operare e sopportare facilmente il cambiamento più repentino, e quando si cammina così per le lunghe vie – allora, per quella sera, si è usciti del tutto dalla propria famiglia, che s’allontana nel nulla, mentre noi, saldissimi, neri per l’assoluta nettezza dei nostri contorni, battendo con le mani dietro le cosce, ci si innalza alla nostra vera figura.
Tutto si rafforza se, a quell’ora di notte, si va a trovare un amico, per vedere come sta[20].

Forse Kafka, varcata quella porta, lasciatala arditamente alle proprie spalle, avrebbe consegnato all’umanità altre opere di grandiosa bellezza e magari, con la forza dell’arte, ci avrebbe fatto intravvedere quell’ipotetica parte ignota della Legge, ma, ormai, il momento di eseguire la sentenza a lui destinata era inesorabilmente arrivato. E così, a distanza di cento anni, ci ha lasciati ancora a brancolare in quell’angosciante buio simbolico del Duomo di Praga, proprio come il protagonista del suo inquietante romanzo.

  1. «Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina?»: F. Nietzsche, La Gaia scienza, Milano, Adelphi, 1988, par. 125. Per un’indagine generale sul nichilismo contemporaneo si veda F. Volpi, Il Nichilismo, Roma-Bari, Laterza, 2004.
  2. E. Severino, Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi, Milano, Rizzoli, 1990.
  3. Ancora prezioso e illuminante il saggio di R. Cantoni, Uomini contro il destino, prefazione a F. Kafka, Il Castello, Milano, Mondadori, 1949, pp. 9-29.
  4. Il testo del racconto breve si legge in F. Kafka, Tutti i racconti, a cura di E. Pocar, trad. di Rodolfo Paoli, Milano, Mondadori, 1990.
  5. F. Kafka, Il Processo, trad. di Ervino Pocar, Milano, Mondadori, 1991, p. 217.
  6. M. Heidegger, Essere e tempo, trad. di P. Chiodi, Milano, Longanesi, 2006, §40, pp. 230-31.
  7. A titolo esemplificativo si vedano G. Baioni, Kafka: letteratura ed ebraismo, Torino, Einaudi, 1984; G. Zampa, Der Prozess: romanzo o frammenti, in F. Kafka, Il processo, a cura e con un saggio di G. Zampa, Milano, Adelphi, 1985; M. Cacciari, Icone della legge, Milano, Adelphi, 1985, pp. 57-135; F. Kafka, Davanti alla legge, a cura di B. Maj, Bologna, Clueb editore, 2008; I. Belloni, Il fattore K.. Legge, vita, corpo nell’opera di Franz Kafka, in «ISLL Papers, The online Collection of the Italian Society for Law and Literature», vol. 2, 2009 (cfr. l’URL: https://www.lawandliterature.org/area/documenti/Belloni%20-%20Il%20fattore%20K); A. Bellan, Davanti alla legge. La conoscenza impossibile, 14 dic. 2009 (cfr. l’URL: https://prismi.wordpress.com).
  8. G. Leopardi, Dialogo della Natura e di un islandese, in Id., Operette Morali, Milano, Mursia, 1982, p. 114.
  9. G. Leopardi, A se stesso, in Id., Canti, XXVIII, introduzione e commento di M. Fubini, con la collaborazione di E. Bigi, Torino, Loescher, 1974, p. 212.
  10. G. Leopardi, Zibaldone, Roma, Newton Compton, 1997, p. 1470.
  11. Per le diverse interpretazioni della Legge, si vedano G. Steiner, Una nota sul Processo di Kafka, in Id., Nessuna passione spenta. Saggi 1978-1996, Milano, Garzanti, 1997, p. 165; M. Brod, Kafka, Milano, Mondadori, 1988, pp. 165-68, in cui interessante è l’accostamento-confronto fra Kafka e Giobbe; G. Scaramuzza, Kafka a Milano. Le città la testimonianza, la legge, Milano, Mimesis, 2013; M. Stentella, Kafka e la scrittura di una nuova legge, Ardea, Galassia Arte, 2012.
  12. G. Scaramuzza, Kafka a Milano. Le città la testimonianza, la legge, op. cit., p. 30.
  13. B. Schulz, Postfazione al Processo di Franz Kafka, in Id., Le botteghe color cannella. Tutti i racconti, i saggi e i disegni, Torino, Einaudi, 2008, pp. 439-42.
  14. F. Kafka, Il Processo, op. cit., p. 90.
  15. Qohèlet, 1,13-14, trad. di P. Sacchi, Milano, Ed. Paoline, 1991.
  16. Ivi, 8, 17.
  17. Illuminante, sullo stile di Kafka in generale, il giudizio di Brod: «La sua lingua è cristallina e alla superficie non si nota altro sforzo se non quello di essere esatto, preciso, adeguato all’argomento. Eppure sotto lo specchio sereno di questo limpido rivo linguistico passano sogni e visioni di incommensurabile profondità. Vi si affonda lo sguardo e si rimane stregati»; M. Brod, Kafka, op. cit., p. 117.
  18. Ivi, pp. 119 e 162.
  19. F. Kafka, Il Processo, op. cit., p. 181.
  20. F. Kafka, Tutti i racconti, op. cit., p. 121.

(fasc. 35, 11 novembre 2020)