Proposte per un approccio teorico alla filologia

Autore di Salvatore Alessandro Scibetta

Filologia stricto e lato sensu

La filologia ha una storia antica, che si può far risalire all’ellenismo (almeno per quanto riguarda la filologia occidentale). A partire dai filologi alessandrini, attraversando i secoli, grazie all’opera di studiosi che, da Valla a Vico, da Spinoza a Foucault, da Wolf a Wilamowitz, da diversi e a volte opposti punti di vista si sono dedicati allo studio dei testi del passato, la filologia è giunta sino a noi come disciplina regina degli studi classici e storico-letterari in generale. Ma cosa effettivamente intendiamo quando ci riferiamo alla filologia non è sempre chiaro. La filologia, infatti, a volte è intesa come una disciplina a sé stante, a volte come un insieme di metodi presi in prestito da altre discipline.

Nella lunga evoluzione storica di questa disciplina molti sono stati i tentativi di far chiarezza su questo tema fondamentale, cercando di cogliere di volta in volta la specificità della filologia. I risultati, tutt’altro che confortanti, hanno fatto oscillare la disciplina fra diversi ambiti di studio, dalla letteratura alla linguistica, dall’ermeneutica alla storia, dalla filosofia del linguaggio alle scienze cognitive, alla ricerca di una fondazione teorica che non è mai riuscita a dar conto di tutti gli aspetti salienti relativi al fare e al conoscere filologico.

Molti sono i tipi di filologia che sono stati praticati e che vengono praticati oggi, diversi per metodo e per corpus di testi. Quella che una volta era la regina delle filologie, la filologia classica, oggi si pone tra altre tradizioni filologiche che impongono nuovi metodi e nuove visioni alla disciplina. Allo studio e alla ricostruzione del passato classico si sostituisce un campo di studi cronologicamente molto più vasto e diatopicamente molto più vario. Le filologie orientali, le stesse filologie moderne, i nuovi approcci della new philology[1] frammentano ulteriormente il quadro teorico della disciplina. Questa frammentazione rischia di diventare una mancanza pericolosa, soprattutto in relazione a una disciplina che vive attualmente un momento di crisi oggettiva, legata ai cambiamenti epistemologici ai quali la modernità con tutto il suo portato di innovazione tecnica ci ha costretti[2]. Pericolosa perché rischia di metterne in discussione l’esistenza stessa all’interno del complesso quadro disciplinare attuale delle scienze umane[3].

Oltre alla frammentazione epistemologica alla quale la costringe la modernità la filologia soffre di un’ambiguità di definizione che ne fa una volta una disciplina specialistica che si occupa di testi e die loro problemi di trasmissione, un’altra una disciplina storica ad ampio raggio che si occupa della ricostruzione del passato o delle caratteristiche storico-culturali di intere civiltà. Potremmo dire che la filologia possieda una doppia anima, una specialistica e una più ampiamente storica. Nel primo caso, la filologia è intesa stricto sensu come disciplina specialistica che si occupa della ricostruzione di testi, la critica testuale, disciplina che ha avuto una rigorosa sistemazione teorica a partire da Lachmann in poi[4]. Nel secondo caso è intesa lato sensu come insieme di discipline e approcci metodologici diversi che vengono tutti indirizzati a un fine storico-ricostruttivo, occupandosi di tutti gli aspetti della vita sociale e culturale di una civiltà del passato più o meno recente. Nella sua accezione ampia, la filologia non possiede una soddisfacente sistemazione teorica e il discorso scientifico intorno a essa non ha prodotto nulla di organico.

Nel panorama accademico italiano tale ambiguità è evidente nella maniera in cui con filologia si intende un ampio campo di studi all’interno del quale si intrecciano i saperi di molte discipline diverse, che vanno dalla letteratura alla linguistica, all’antropologia e alla sociologia. Allo stesso tempo il campo di studi filologici viene inteso come specialistico e legato alla critica testuale, la disciplina che si occupa dell’accertamento filologico di dati testuali trasmessi dall’antichità[5].

Se prendiamo in considerazione il panorama accademico tedesco, risulta evidente, all’interno dell’ambito generale della Philologie, l’oscillazione tra la cosiddetta Textkritk, la Sprachwissenschaft e la Literaturwissenschaft. Da una parte, la disciplina specialistica che ha visto la sua nascita proprio in Germania ad opera di Lachmann e, dall’altra, tutto l’insieme di discipline che costituiscono le scienze della letteratura. In questa accezione ambigua della filologia le scienze del linguaggio fungono da ponte tra la conoscenza strettamente filologica e quella letteraria.

In ambiente anglosassone l’oscillazione sembra essere quella fra i termini textual criticism, per indicare in modo specialistico la disciplina che si occupa della ricostruzione dei testi e che li approccia da un punto di vista prettamente linguistico, e philology, che nella sua accezione britannica mantiene un forte legame con la linguistica storica e nella sua accezione nordamericana è più largamente intesa come studio della storia e della tradizione letteraria. Interessante è notare la presenza accanto al textual criticism di un ambito di studio anch’esso specifico, ma relativo ad aspetti più generali dei testi, l’higher criticism, che si occupa appunto di contestualizzare storicamente i testi stabilendone la paternità, il tempo e il luogo di composizione. Il termine scholarship, invece, è utilizzato in modo più generale, in relazione con l’aggettivo classical, per riferirsi all’intero ambito di studi filologici, in un’accezione che ne mette in rilievo lo sviluppo storico precedente la nascita della moderna critica testuale[6]. C’è da dire, infine, che i termini generali di philology e scholarship possono ricevere una connotazione più ristretta in correlazione con l’aggettivo textual, comunque non precisamente corrispondente al concetto di textual critism[7].

Per quanto riguarda la tradizione accademica francese, non riscontro grandi differenze, anche a livello terminologico, rispetto a quella italiana. A una philologie che si occupa in generale di cultura e letteratura si contrappone la critique textuelle, scienza specialistica che si occupa di riportare i testi alla loro forma più vicina all’originale; quest’ultima, detta anche ecdotique[8], tende ad essere considerata una disciplina separata dalla filologia, piuttosto che una sua accezione specialistica.

Lo stesso vale per l’ambito spagnolo, infine, in cui la filología considerata in senso lato è una disciplina che si occupa dell’intera cultura di un popolo a partire dalle sue manifestazioni scritte; il termine crítica textual indica a volte una disciplina a sé stante e a volte è usato come sinonimo di ecdótica.

Del resto, tale oscillazione di definizione di una filologia stricto e una lato sensu ha una ragione storica proprio all’interno del dibattito accademico tedesco che interessò la nascita della filologia come scienza moderna e che ebbe ripercussioni su tutti gli ambienti accademici occidentali. Gli studiosi tedeschi intorno alla prima metà dell’Ottocento si contrapposero in due schieramenti, fautori di due indirizzi filologici differenti: da una parte una filologia formale, dall’altra una storica.

Johann Gottfried Jakob Hermann fu considerato uno dei capiscuola dei cosiddetti Worthphilologen, i filologi della parola, assertori di un metodo filologico che indagasse esclusivamente i fattori formali e linguistici dei testi e che cercasse di ricostruirli solo sulla base di criteri interni al testo[9]. La seconda è la cosiddetta Alterthumswissenschaft, un insieme di discipline organizzate fra loro in modo enciclopedico che hanno il compito di ricostruire “la vita” del passato (quello classico, in questo caso) attraverso lo studio “delle sue manifestazioni”. L’esponente principale della filologia storica fu August Boeckh, il quale, sviluppando le idee di Wolf sulla filologia, giunse ad asserire che essa si dovesse occupare di tutti gli aspetti della cultura antica, non solo di problemi testuali. Del resto, basta dare un’occhiata alla sua Encyklopädie und Methodenlehre der philologischen Wissenschaften[10] per rendersi conto di come la sua maniera di intendere la filologia fosse ampia e ben strutturata e di come contemplasse in sé l’idea che la filologia nel suo senso ampio fosse un insieme organico di discipline[11].

La filologia è allo stesso tempo, quindi, una disciplina specialistica e un insieme di discipline umanistiche che spaziano dalla storia alla critica letteraria, dall’antropologia alla sociologia, dalla linguistica alle scienze cognitive. Nella storia della disciplina, a parte una significativa eccezione della quale parlerò avanti, il problema della filologia intesa lato sensu come insieme di discipline a mio avviso non è mai stato affrontato in modo organico.

Per far fronte a questa ambiguità e allo scopo di restituire un‘idea teorica più chiara della disciplina, propongo di riferirci alla filologia come a un insieme organico di discipline che si relazionano fra loro e si interfacciano con la critica testuale. Credo sia la maniera più coerente di restituire un’idea chiara ed esplicita di filologia che ne contempli tutte le parti. In questo senso la filologia, intesa stricto sensu come critica testuale, è da intendere come una disciplina facente parte di un complesso quadro interdisciplinare da esplicitare chiaramente per comprenderla lato sensu.

Breve storia della critica testuale sub speciae theoriae

Stricto sensu, quindi, la filologia si caratterizza come disciplina specialistica che si occupa dei testi, della loro tradizione e che cerca di porre rimedio ai problemi che da essa derivano. La critica testuale, insomma, che è il cuore dell’attività filologica, preliminare ad ogni atto interpretativo. Insieme all’ecdotica, con la quale viene abitualmente confusa, e che è la disciplina che regola i metodi da utilizzare in fase di edizione dei testi, la critica testuale rappresenta il primo fondamentale passo del lavoro filologico, quello mediante il quale il filologo costruisce il proprio oggetto di studi a partire dai dati materiali che una data tradizione gli ha consegnato.

La critica testuale come disciplina specialistica ha una precisa data di fondazione e il discorso teorico che si è sviluppato attorno ad essa segue delle tappe ben precise che tenterò di riassumere in questo paragrafo. La lettura potrebbe risultare un po’ ostica al non addetto ai lavori e un po’ ridondante per lo specialista. Rivolgendosi questo scritto principalmente a filologi e linguisti, conto sulla pazienza dei primi nell’approcciare un argomento a loro ben noto da un punto di vista che ritengo nuovo, quello prettamente teorico appunto, e sulla curiosità dei secondi nello scoprire come una disciplina umanistica, spesso considerata più una pratica che una teoria, possegga, in realtà, un alto grado di esplicitezza teorica.

Una riflessione di tipo metodologico sulla critica testuale è praticamente sempre esistita e nel corso dei secoli ha assunto i tratti di un discorso teorico sul metodo della filologia. Ma, in quanto riflessione teorica intorno a una disciplina specialistica, essa assume i suoi caratteri più organici e sistematici solo a partire dalla metà dell’Ottocento, quando appunto vede la nascita la moderna Textkritik. Praticamente tutti gli storici della disciplina sono concordi nell’affermare che furono i «critici testuali dell’Ottocento» a dotarsi di una «base per una trattazione veramente scientifica dei loro problemi»[12]. E quando si pensa ai «critici dell’Ottocento», viene naturalmente in mente Lachmann assieme ai suoi immediati predecessori e successori. Anzi, l’«insieme di progressi metodologici in questo campo», che si verificarono in quel secolo e che permisero la fondazione in quanto pratica scientifica della disciplina, «vanno tuttora […] sotto il nome di ‘metodo di Lachmann’»[13] (d’ora in avanti, Metodo).

I principali motivi che hanno fatto sì che questo Metodo costituisse la base teorica della moderna critica testuale sono fondamentalmente due. Il primo consiste nel fatto che l’esposizione stessa di tale Metodo, condotta in maniera sistematica da Lachmann nel famoso commento al De rerum natura di Lucrezio[14], gettò le fondamenta terminologiche della disciplina. Il secondo, di natura più squisitamente teorica, riguarda il suo costituire uno spartiacque fra quello che era il discorso teorico sulla critica testuale ‟pre-lachmanniana” e quello che diverrà l’attuale discorso teorico su tale disciplina.

Il metodo di Lachmann apporta delle modifiche sostanziali a quella che era la pratica condivisa della disciplina. Prima dell’affermazione del Metodo la critica testuale era concepita come emendatio della lectio recepta. Un lavoro di ricostruzione, insomma, su un testo ricevuto dalla tradizione e riconosciuto come fededegno per vulgata. Da Lachmann in poi, si impose la fase preliminare della recensio che restituisce alla successiva fase di emendatio un testo frutto del lavoro di analisi sulla tradizione manoscritta. Da ciò il conseguente aggiustamento teorico del concetto di textus receptus[15]. Quest’ultimo non è più concepito, insomma, come dato primario su cui si esercita la tradizionale procedura di analisi della critica testuale (emendatio), ma come dato costruito, per così dire, da una pre-procedura che scalza in importanza teorica la procedura stessa.

Un tale cambiamento ha dei risvolti profondi nel campo della riflessione teorica sulla critica testuale, implicando una vera e propria svolta epistemologica della disciplina, che fa appunto del metodo di Lachmann lo spartiacque fra una critica testuale fondata teoricamente e una tradizionale. L’importanza teorica che assume la fase della recensio, infatti, mette in evidenza all’interno della riflessione teorica sulla critica testuale la questione epistemologica del rapporto tra una scienza e i dati in cui si manifesta il suo oggetto di studi.

Gli sviluppi successivi della disciplina ruotano tutti intorno a questo snodo teorico fondamentale. Gentili dice nella sua definizione: «La critica testuale contemporanea si definisce in varie gradazioni di adesione (P. Maas), rettifica (G. Pasquali, M. Barbi) o rifiuto (J. Bedier, dom H. Quentin) del metodo del Lachmann»[16].

Per quanto grandi e diversificati possano essere gli sviluppi empirici della disciplina, tutta la critica testuale successiva a Lachmann, anche quando ne critica o ne rigetta il Metodo, non può che essere post-lachmanniana. Dal punto di vista teorico, infatti, la base concettuale su cui si fonda la sua scientificità continua ad essere tutt’ora il metodo di Lachmann e il discorso teorico intorno ad essa non può che caratterizzarsi, quindi, come dibattito sul Metodo[17].

I termini di tale dibattito si lasciano cogliere in un oscillare tra riflessioni che riguardano i fondamenti teorici del Metodo e considerazioni sulla sua applicabilità. Potremmo dire che il discorso teorico sulla disciplina sia fortemente caratterizzato dalla voglia di ‟testare” il Metodo e di ‟aggiustarlo” teoricamente lì dove di volta in volta si dimostri carente, soprattutto quando lo si applica a tradizioni filologiche diverse da quella classica[18].

È il caso, ad esempio, delle critiche condotte da Eduard Schwarz nella prefazione alla sua edizione dell’Ecclesiastica Historia di Eusebio, che riguardano in particolare l’impossibilità della recensio di produrre uno stemma codicum, nel caso in cui questa si trovi a processare una tradizione ‟orizzontale”[19].

Il dibattito interessò anche aspetti particolari del Metodo. Albert Curtius Clark, ad esempio, in un suo manuale[20], senza proporre aggiustamenti teorici di sorta, si concentra su un aspetto specifico relativo alla capacità della disciplina di trattare una specifica tipologia di errore, quella che «si basa sulla regolarità della scrittura negli antichi codici e sulla frequenza di omissioni di linee intere nelle scritture di ogni età»[21]. Oppure Bernard B. Grenfell, che si dedicò semplicemente ad elencare casi di concordanza fra papiri e manoscritti tardi, dimostrando chiaramente come il confronto di una tradizione codicologica con dati papirologici possa influire fortemente sul giudizio di attendibilità dei singoli testimoni della tradizione, soprattutto riguardo a quelli che il Metodo considera meno attendibili[22].

Da ambienti filologici non classici, invece, provengono la critiche mosse da Joseph Bédier e Dom Henri Quentin. Il primo, incuriosito dal fatto che l’applicazione del Metodo a dei testi medievali produceva di norma stemmata codicum a due soli rami, ne imputò la responsabilità al Metodo in sé e alla stessa maniera di procedere del critico, influenzato dal fatto che una tradizione stemmaticamente bipartita, significando per lui maggiore libertà nella ricostruzione dell’archetipo, rappresenta un ‟ideale” teorico al quale si tenderebbe anche inconsciamente[23]. Bédier ha avuto il merito specifico di aver aperto su tale questione un dibattito che ha portato a una maggiore presa di consapevolezza teorica dell’ipoteticità intrinseca nella rappresentazione stemmatica di una tradizione[24].

Quentin, invece, in alcuni suoi scritti risalenti agli anni 20 del secolo scorso[25], propose degli importanti aggiustamenti al Metodo che riguardano la critica al concetto di ‟errore”, sul quale si fonderebbe la pratica di ricostruzione testuale, ed una sua sostituzione col concetto di ‟variante”[26] di tal tipo. Per quanto, infine, le regole che egli elaborò per funzionalizzare tale concetto nella pratica siano state successivamente criticate e messe in dubbio[27], il valore teorico dell’apporto di Quentin al dibattito sulla critica testuale consistette nell’aver allargato la portata teorica di un suo concetto fondamentale[28].

Un momento molto importante nello sviluppo del discorso teorico intorno alla critica testuale è rappresentato da Paul Maas e dal suo famoso Textkritik[29]. Egli si colloca, infatti, all’interno dell’attuale discorso teorico con una forza tale da costituire un nuovo forte punto di riferimento dopo l’esposizione del Lachmann. Anzi, è idea diffusa che il suo Textkritik sia nient’altro che una descrizione del metodo di Lachmann condotta, per dirla con i Kramer, «con acribia matematica»[30]. E per questo si finirebbe sempre per prenderlo in considerazione quando ci si vuole riferire, nel bene e nel male, al Metodo. La sua esposizione, insomma, tenderebbe a sostituirsi a quella lachmanniana, rappresentando il nuovo punto di riferimento contro il quale indirizzare nuove critiche e sulla base del quale proporre nuovi aggiustamenti.

Importante è comunque il lavoro di sistemazione che egli svolge, da un lato sull’assetto concettuale generale della critica testuale, dall’altro sui suoi presupposti teorici. Per quanto riguarda il primo aspetto, egli interviene, in particolare, nella definizione delle fasi che regolano la trattazione dei dati da parte della disciplina. Già all’inizio del suo volumetto, Maas specifica che queste devono essere distintamente tre e ne definisce le modalità di accesso. Rifiutando, sostanzialmente, la «consueta partizione della critica del testo in recensio ed emendatio»[31], attribuisce un rilevante peso teorico a una fase intermedia, che regola, appunto, l’accesso alla fase di emendatio: l’examinatio, che è chiamata a giudicare dell’originalità o meno della tradizione che la recensio le consegna. Ciò avrebbe il vantaggio teorico di non lasciare esclusi alcuni importanti casi limite. Quelli in cui la fase di examinatio si esprima sulla tradizione fornita dalla recensio in maniera tale da non consentirne la trattazione da parte dell’emendatio, «i casi in cui», cioè, «l’indagine conduca al risultato che la tradizione è sana o che essa non è sanabile» o quelli in cui «l’originale può essere determinato solo per mezzo della scelta (selectio) fra diverse tradizioni di eguale valore stemmatico»[32].

Per quanto riguarda, invece, i presupposti teorici della disciplina, l’apporto più importante di Maas consistette nell’aver esplicitato con chiarezza quali siano i requisiti che devono essere posseduti affinché dei dati vengano trattati con successo dalla procedura di recensio. Questi sono due e riguardano, uno, l’assenza di contaminazione, l’altro, la presenza di errori[33]. La definizione esplicita di tali requisiti comporta una maggiore chiarezza nell’individuazione dei tipi di tradizione che non sono trattabili secondo il Metodo e una presa di coscienza teorica sulla natura di ‟eccezioni” che assumono in tal maniera i dati che quei requisiti non possiedono. Consentendo a sviluppi teorici successivi in cui tali eccezioni possano venir trattate con l’ausilio di sotto teorie che si affianchino al metodo senza contraddirlo o riducendo il metodo a caso particolare di un’altra teoria, il lavoro di sistemazione teorica svolto da Maas sulla disciplina, quasi «more geometrico demonstrata»[34], per dirla con Pasquali, conferisce al discorso sulla critica testuale un’ulteriore spinta verso la scientificità.

Dopo l’opera di sistemazione teorica di Maas e sulla base del nuovo punto di riferimento che essa inevitabilmente costituì, il contributo teorico di gran lunga più rilevante si deve a Giorgio Pasquali. È noto che fu egli stesso a recensire su «Gnomon» la prima edizione del Textkritik[35], e che a partire dall’ampliamento e rifacimento di quella recensione vide la luce la sua Storia della tradizione e critica del testo[36]. Convinto del fatto che «gli insegnamenti che Pasquali fornì in questo libro sono oggi troppo familiari per richiedere di dilungarvisi»[37], voglio solo evidenziare, facendo riferimento ai più importanti, come essi rappresentino l’integrazione più ampia e sistematica che sia mai stata apportata al metodo di Lachmann.

Abitualmente si tende a pensare a Pasquali come a un ‟ammonitore” che ci mette «in guardia contro una fede esagerata nell’attività meccanica»[38] e che, quindi, più che lavorare sul Metodo, lavorerebbe contro il Metodo. In realtà, lo stesso Maas aveva ben chiaro l’intento di Pasquali di tentare di risolvere alcuni problemi che non trovavano spazio nella Teoria:

Le successive indipendenti ricerche del Pasquali si muovono prevalentemente in campi affini, che io per altro ho escluso dalla mia trattazione: in quello speciale della storia della tradizione e in quello della tradizione contaminata, che perciò non può essere districata metodicamente[39] […].

Pasquali, infatti, vuole occuparsi non del Metodo in sé, che accetta in tutto il suo carico di generalità [40], ma di quei casi particolari che non possono essere trattati «metodicamente», appunto. Questi sono quelli che il Maas stesso aveva escluso dalla Teoria come non rispondenti ai suoi presupposti teorici: i casi di tradizione contaminata e tutti quei casi particolari che solo un’indagine storica sulla tradizione può individuare. Accettando il Metodo come contesto teorico generale della disciplina, Pasquali decide di dedicarsi completamente all’insieme delle sue eccezioni, cercando di individuare quelle per le quali sarebbe possibile l’elaborazione di teorie particolari che ne consentano il trattamento. Con le parole dello stesso Pasquali:

Ancor oggi io ammetto con lui [Maas] che recensione rigorosa non è possibile se non quando la tradizione sia verginale [risponda, cioè, ai requisiti fissati dalla Teoria: N. d. A.]. Ancor oggi io son pronto a sottoscrivere la proposizione con la quale finisce questa sua seconda edizione: «Contro la contaminazione non è stato ancora scoperto un rimedio» […]. Questo in genere: ma credo che, in particolari casi, rimedi si possano escogitare con buon frutto, così come equazioni algebriche in genere insolubili si possono risolvere in casi particolari. Proprio questa era una delle mire di quel mio libro […][41].

I “casi particolari” che ha in mente Pasquali sono, da una parte quelli che un’indagine storica sulla tradizione può individuare, dall’altra quelli già accertati di contaminazione. Anzi, i suoi «insegnamenti» consistono proprio, da un lato nell’individuazione stessa di alcuni casi particolari di tradizione, dall’altro nella sistematizzazione del concetto stesso di ‟contaminazione”.

Per quanto riguarda il concetto di ‟contaminazione”, nell’intento di sistematizzarlo, egli ricorre alla definizione delle coppie di concetti recensione aperta/recensione chiusa e tradizione orizzontale/ tradizione verticale. Con la seconda ‟traduce” e generalizza le riflessioni di Schwarz sull’Ecclesiastica Historia di Eusebio[42]. Con la prima, invece, tenta un’espansione teorica del concetto di recensio. Pasquali, insomma, crea una nuova categoria teorica all’interno della quale far rientrare tutti quei casi di recensio bloccata dalla mancata soddisfazione dei suoi requisiti, quelli in cui l’applicazione della fase di recensio resta aperta, appunto, non giungendo meccanicamente alla ricostruzione dell’archetipo. Questa espansione concettuale viene resa operativa da Pasquali, specificando che, qualora il trattamento secondo il Metodo di una particolare tradizione dia origine a una recensio aperta, la teoria attiva quello che potrebbe definirsi uno shifting procedurale. La critica testuale abbandona, cioè, i criteri stemmatici di trattazione, definiti da Pasquali «interni», ricorrendo a dei «criteri esterni», più propriamente storici e perciò maggiormente adeguabili alla particolarità della tradizione in questione[43].

E proprio in relazione alla delineazione di «criteri esterni» è fondamentale l’apporto di Pasquali, soprattutto nell’individuazione stessa mediante essi di casi particolari di tradizioni. Brevemente dico che, tramite un costante ricorso a pertinenti esempi e, soprattutto, mediante un’indagine storica condotta su essi, Pasquali riesce non solo a individuare molti casi di tradizione contaminata per collazione e congettura, ma anche a fornire delle ragioni storiche circa il loro essere tali, rendendole operative sul piano empirico e teorico.In altre parole, nella trattazione dei casi particolari di tradizioni contaminate, viene reso operativo un sapere di tipo storico che riguarda i contesti culturali all’interno dei quali quella tradizione si è formata. Pasquali, insomma, afferma la necessità di un sapere storico che vada oltre quello relativo al momento di genesi del testo e che si possa rendere operativo nella pratica di ricostruzione dello stesso in tutti quei casi in cui le alterazioni non rispondano allo schema meccanico dell’errore e della sua copia verticale.

Ciò dovrebbe bastare[44] a dare un’idea di come gli «insegnamenti» di Pasquali siano da intendere (e siano da lui stesso intesi) come una sistematica integrazione al Metodo. La più ampia, ribadiamo, che l’attuale discorso sulla critica testuale abbia mai conosciuto. E, come ammette lo stesso Pasquali, più ampia dell’esposizione stessa della teoria ad opera di Maas. Ciò perché l’insieme dei casi particolari di cui si è occupato sembra decisamente più grande di quello dei casi che il Metodo è in grado di trattare. E ciò vale soprattutto per la tradizione di testi classici, che è quella con la quale Pasquali si confronta. Ma, come dice egli stesso per giustificare «l’ampiezza di quella recensione», che già prima di essere ampliata superava di gran lunga quella del testo recensito, «chi mira a trasformare un complesso di norme logiche e quindi astratte in un metodo di lavoro storico, non deve avere paura del particolare»[45].

La misura dell’apporto teorico di Pasquali al dibattito sul Metodo della critica testuale risulta evidente se guardiamo alla maniera in cui questo stesso fu recepito dall’attuale discorso sulla disciplina. L’influsso che la sua Storia della tradizione e critica del testo esercitò soprattutto in ambienti filologici classici fu tale da esaurire quasi lo spazio per riflessioni che fossero in grado di apportare novità teoriche sostanziali. Ma l’impatto della sua riflessione non mancò di farsi sentire anche in altri ambiti filologici, soprattutto nei confronti delle filologie moderne, per le quali divenne fondamentale il suo apporto alla questione delle varianti d’autore, da lui indagata su testi classici con l’ausilio di molti esempi tratti dalle letterature medievali e moderne.

Per quanto riguarda l’ambito classico, una prova del fatto che «il contributo di Pasquali è ormai stato assimilato nel vivo della filologia più avvertita»[46] ce la offrono due testi. Un lavoro di Maurice Bévenot sui trattati di San Cipriano[47], che mostra una spiccata attenzione per questioni di storia della tradizione e contiene un’appendice interamente dedicata alla contaminazione[48], e un lavoro di Bernhard Abraham van Groningen[49], che «può essere citato come un esempio recente di manuale critico che è pienamente e lodevolmente permeato dello spirito di Pasquali»[50]. Hermann Fränkel, poi, a chiusura della Premessa all’Einleitung per la sua edizione delle Argonautiche di Apollonio[51], rimanda, per una «trattazione […] rigorosamente sistematica» dei fondamenti della critica testuale, «una volta per tutte» al testo di Maas, «e così anche alla Storia della tradizione e critica del testo di Giorgio Pasquali»[52].

Il lavoro di Martin L. West[53], infine, puo considerasi, a mio parere, il momento conclusivo del dibattito teorico sulla disciplina «applicable to Greek and Latin texts». Il suo merito più grande consiste, infatti, nell’aver racchiuso in un unico testo e con una elevata dose di consapevolezza i principi teorici e metodologici della disciplina così come essa si è sviluppata e consolidata intorno alle riflessioni di Maas e alle integrazioni di Pasquali. Con delle parole che suonano veramente come una conclusione, e che giustamente Kenney utilizza per rispondere all’inquietante interrogativo relativo al «se il mondo della filologia classica sia ora finalmente avviato a possedere una teoria generale di critica del testo»[54], egli dice, ammonendo il futuro studioso di critica testuale: «Una volta appresi i principi basilari, quel che occorre è l’osservazione e la pratica, non la ricerca di ulteriori ramificazioni della teoria»[55].

Gli ultimi sviluppi

West segna la fine di una fase propriamente teorica di sviluppo dell’intera disciplina, per quanto influenzata, come si è potuto constatare, prevalentemente da riflessioni provenienti da ambiti filologici classici. Ma questo punto d’approdo segna nel contempo la conclusione di un periodo di sviluppo della disciplina predominato da un ambito filologico particolare. Dagli anni ’70 in poi, anzi, si assiste a un vero e proprio ribaltamento dell’influenza che l’ambito filologico classico esercita su altri ambiti filologici e sulla critica testuale intesa come teoria generale[56]. Si assiste, insomma, a un’apertura del discorso sulla disciplina a influssi che provengono adesso prevalentemente da ambiti filologici moderni. Per questo motivo considero il momento conclusivo del dibattito teorico intorno al Metodo anche come un momento di nuovo sviluppo. Come il momento, cioè, in cui il discorso sulla critica testuale sembra farsi propriamente contemporaneo, aprendosi a quelli che, pur non comportando ancora degli sviluppi teorici generali paragonabili a quelli conseguiti fino a Pasquali, rappresentano gli ultimi fecondi sviluppi della disciplina[57].

È il caso della filologia materiale che, pur trovando inizialmente maggiore accoglienza fra filologi moderni, vuole permeare a livello generale la critica testuale, dotandola della possibilità di relazionarsi in maniera sistematica e funzionale con alcune particolari discipline, considerate prima semplicemente ausiliarie. Sto parlando di un insieme di principi metodologici che costituiscono nel loro insieme una «pratica traguardata ad osservare, accanto al testo, i caratteri fisici dei testimoni – codicologici, grafici, editoriali e d’uso – al fine di trarne indicazioni discriminanti o comunque utili sia per la storia della tradizione sia per la recensio, sia per l’ecdotica dei testi»[58].

Per la filologia materiale diventa fondamentale «riconoscere il rapporto strettissimo che esiste fra testo e suo veicolo materiale (qualsivoglia sia la tipologia di quest’ultimo)»[59]. Anzi, si tratta proprio di funzionalizzare questo rapporto, allo scopo di integrare l’analisi critica testuale dei dati con i risultati forniti dalle analisi che altre discipline sono in grado di svolgere sulle loro caratteristiche esteriori. Il concetto stesso di recensio continuerebbe a essere espanso[60], fino a considerare possibile addirittura una «kodikologische Stemmatik»[61] da affiancare a quella che già conosciamo, fondata esclusivamente sulla considerazione dei caratteri fisici dei testimoni. I risultati, insomma, che discipline come la codicologia, la papirologia o la paleografia possono ottenere tramite un’analisi fisica della tradizione vengono funzionalizzati e chiamati a discriminare in quei casi in cui né il Metodo né le conoscenze storiche del critico riescono a decidere.

Un importante sviluppo proveniente e agente, stavolta, esclusivamente su ambiti filologici moderni è offerto da quella che oggi è comunemente detta filologia d’autore[62] e che sembra quasi una branca a sé della critica testuale. Si tratta, appunto, di un suo «settore particolare» che, come è noto, si occupa prevalentemente dei problemi interni ai testi d’autore e che, «appena nascente negli anni di Pasquali[63], è diventato dominante, [e] si è conquistato uno spazio che va sempre crescendo»[64] all’interno, soprattutto, di ambiti filologici moderni, e, in parte, anche umanistici. Ciò perché, a differenza di quanto accade per la filologia classica, a caratterizzare fortemente l’applicazione della critica testuale a questi altri ambiti è «la maggior vicinanza agli originali, a volte addirittura la conservazione di questi, e quindi la necessità di elaborare metodi più raffinati per lo studio dei problemi posti dalle varianti d’autore»[65].

Sappiamo che il concetto di variante d’autore era stato già messo in evidenza da Pasquali, ma solo allo scopo di dimostrare, attraverso l’accertamento dell’esistenza di versioni alternative dell’originale stesso, come esistessero casi di tradizioni classiche non riconducibili a un solo archetipo. Ma è solo in ambiti filologici moderni che tale concetto assume una preminenza teorica che tende a scalzare addirittura quella del concetto stesso di variante, rappresentando il fenomeno più frequente di alterazione testuale.

Ciò comporta una maggiore attenzione teorica nel funzionalizzare, ai fini del trattamento dei dati, proprio il concetto di variante d’autore piuttosto che quello più generale di variante. Nel processo di ricostruzione del testo originale, infatti, l’attenzione sembra rivolgersi non tanto alla sua tradizione quanto alla sua stessa genesi, e ciò, naturalmente, in maniera inversamente proporzionale all’antichità del testo stesso. In questo senso, più la critica testuale si occupa di testi temporalmente vicini a noi, più essa assumerà l’aspetto di una filologia d’autore. Così fino al limite in cui la critica testuale si trasformi in una critica genetica.

La critica genetica[66] «si propone appunto di studiare e divulgare i manoscritti d’autore in quanto supporto materiale, spazio di scrittura e luogo della memoria delle opere in statu nascendi»[67] e può essere considerata come l’evoluzione in termini contemporanei della critica testuale. Essa nasce intorno agli anni ’70, principalmente in ambienti francesi, e in verità non sembra avere relazioni particolari con la tradizione critico-testuale. Anzi, sembra quasi che l’atteggiamento che i genetisti rivolgono ai testi moderni si opponga a quello generalmente variantistico. È possibile registrare tra le loro fila delle posizioni addirittura anti-filologiche, dettate, in qualche maniera comprensibilmente, dal forte cambiamento di prospettiva che essi propongono nell’approcciarsi al testo. Questo, infatti, va oltre l’attribuire maggiore importanza teorica alla genesi, piuttosto che alla tradizione, nella ricostruzione del testo. La genesi stessa del testo diventa il fine della ricerca e il testo, di conseguenza, passa in una zona teorica d’ombra[68]. «La critica genetica da un lato e l’edizione critica e lo studio delle varianti dall’altro si rivolgono», insomma, «a due oggetti diversi: la prima esclusivamente al pre-testo (l’avant-texte dei genetisti francesi), l’altra al testo, sia pure accompagnato, ma ancillarmente, dalle testimonianze del suo farsi»[69].

Ma, dall’altro lato, la critica genetica sembra «aver rinunciato alle posizioni estremistiche dei pionieri, assertori dell’assoluta inutilità del testo»[70] ed essersi resa conto essa stessa dei legami che, anche implicitamente, intrattiene con la critica testuale. Il punto di contatto fu trovato in particolare nella pratica ormai consolidata da quest’ultima di compilare edizioni critiche, e su questo campo è possibile misurare e considerare l’apporto della critica genetica come uno sviluppo della critica testuale. Questo consiste sostanzialmente in una reinterpretazione della funzione dell’apparato critico che da «cimitero di errori di trascrizioni, di lezioni malintese, di varianti rifiutate, relegato a pie’ di pagina o in fondo al volume» diventa, invece, «presentazione sinottica della genesi del testo, testimonianza della sua mobilità, documento significativo dei dubbi e dei ripensamenti dell’autore, disposti cronologicamente a lato della redazione più recente, e dunque sussidio ad una sua interpretazione più immediata»[71] e «momento primo dell’interpretazione»[72] del testo stesso. L’apparato critico, insomma, viene investito di una qualche funzione interpretativa che risulta interessante per la possibilità che avrebbe di essere generalizzata in un discorso che riguardi la critica testuale tutta[73].

Un recente filone di riflessione, che investe tutta la filologia intesa in senso largo, ma nello specifico anche la critica testuale, è rappresentato dalla cosiddetta filologia cognitiva. Essa mira a tematizzare, al centro della ricerca filologica, non i testi, ma i processi mentali che li hanno prodotti. Questo spostamento di interesse dal dato testuale fa sì che la filologia cognitiva, attraverso gli strumenti offerti dalle scienze cognitive, si rivolga allo studio di quei processi, anche orali, che consentono la trasmissione testuale del sapere. Cosi la metrica, ad esempio, e le strutture prosodiche del linguaggio vengono analizzate per individuare i meccanismi cognitivi che influenzano la produzione testuale e in generale la semantica del linguaggio naturale.

Per quanto riguarda in particolare la critica testuale, gli apporti più significativi della filologia cognitiva hanno a che fare con due aspetti specifici. Il primo riguarda il tentativo di applicare nozioni teoriche che vengono dalla teoria dell’informazione all’analisi di tradizioni testuali, anche al fine di automatizzarne in parte il processo[74]. Il secondo riguarda l’apertura della disciplina all’ancora inesplorato mondo delle varianti digitali[75] e la volontà di giungere all’ambizioso obiettivo di stabilire dei criteri per delle edizioni critiche multimediali. Gli studi si trovano ancora in una fase piuttosto preliminare per poterne trarre delle conclusioni. Resta comunque il chiaro merito da parte della filologia cognitiva di allargare le prospettive della critica testuale per tentare di metterla in condizione di affrontare le sfide che la contemporaneità le pone.

Tra gli ultimi sviluppi della critica testuale cito, infine, la new philology, così definita da colui che ne è considerato il fondatore, James Lockhart[76], e da distinguere, soprattutto per gli anglosassoni, dalla new philology dei filologi romanzi, che da Barbi in poi, opponendosi ai metodi di Bedier, furono considerati i fondatori della filologia materiale. Nata intorno agli anni ’70 del secolo scorso, la new philology ha recentemente raggiunto una maturità scientifica che non va sottovalutata, nonostante non apporti novità teoriche di rilievo nel campo specifico del metodo della critica testuale. Dico subito che questo nuovo filone di studi filologici si riferisce a una tradizione testuale specifica e ristretta quale quella dei testi in lingua Nahuati, ma mira a porsi come paradigma di ricerca di ogni corpus trasmesso nelle lingue di popolazioni native sottoposte a colonizzazione. Il centro di interesse specifico della new philology è tutto interno al campo di indagine storica, all’interno del quale vuole porsi come punto di incrocio di metodologie che vanno dagli studi culturali alla linguistica all’etnostoria.

Dal punto di vista specifico della critica testuale, la new philology offre comunque una prospettiva nuova, legata all’attenzione che essa rivolge all’edizione di raccolte di documenti. I testi di cui si occupa, infatti, nella maggior parte dei casi sono testi considerati dagli stessi storici poco significativi, poco accessibili e difficilmente interpretabili, per la lingua nella quale sono scritti e per la scarsezza di testimonianze storico-letterarie. La new philology considera l’intero corpus di testi in lingua nativa, a qualsiasi genere essi appartengano, come significativo ai fini dello studio e della ricostruzione del contesto sociale e culturale che lo ha prodotto. Il dato testuale è svincolato, cioè, da un valore artistico/letterario e si pone al centro degli interessi di ricerca esclusivamente per il suo valore documentario. Ciò comporta un affinamento dei metodi critico-testuali sul lavoro di edizione dei documenti, che fa affacciare nell’orizzonte di studio filologico l’importanza di reinterpretare la critica testuale come vera e propria diplomatica al servizio di un’indagine storica completa.

Il quadro interdisciplinare della filologia. Il contributo della Testologia semiotica

Ho cercato di mostrare come stricto sensu per filologia si intenda la critica testuale e come esista una riflessione teorica intorno a tale disciplina. Ma, se pensiamo alla filologia nel suo senso lato, non possiamo né dire di essere d’accordo su ciò che è né che esista una riflessione teorica intorno alla disciplina così intesa. La maniera più utile di intendere la filologia lato sensu è comunque, a mio parere, quella che ne fa un insieme di discipline diverse che si relazionano fra loro e che si occupano della ricostruzione della cultura a partire dai testi che essa ha prodotto. Al fine di favorire una riflessione teorica su tale insieme di discipline, è opportuno impostare il problema sul senso generale della filologia come un problema relativo all’esplicitazione del suo quadro interdisciplinare. Posta in questo modo, quindi, la questione su cosa sia la filologia potrebbe ricevere un contributo significativo dall’esplicitazione delle relazioni che intercorrono tra la critica testuale e le discipline che compongono il suo quadro interdisciplinare.

In questo senso il contributo teorico di János Sándor Petöfi e della sua Testologia semiotica può risultare utile in questo lavoro di esplicitazione. Questo perché la filologia in senso lato potrebbe essere paragonata a una teoria del testo che per funzionare ha bisogno di essere integrata da altre discipline. Potrebbe essere intesa, insomma, allo stesso modo della Testologia semiotica, come una Interdisziplin[77] che offra un quadro teorico generale all’interno del quale si inseriscano diverse altre discipline. La critica testuale con il suo metodo potrebbe essere intesa come il cuore di una teoria testuale che si occupa nello specifico della trasmissione dei testi e che integra la sua capacità processuale con metodologie provenienti da altre discipline, offrendo allo stesso tempo i suoi risultati ad altre discipline che condividono con essa il proprio oggetto di studio.

Il lavoro di esplicitazione del quadro interdisciplinare della Testologia semiotica ha un’importanza decisiva all’interno della riflessione di Petöfi. Ciò perché la chiarezza di intenti e metodi di una teoria o di una disciplina è ottenibile solo in relazione al grado di chiarezza ed esplicitezza delle relazioni che tale teoria o disciplina intrattiene con altre con le quali condivide metodi o oggetti di studio. Se ad occuparsi di testi sono molte discipline diverse, una teoria testuale che voglia porsi come Testologia, cioè come punto di riferimento all’interno dell’ambito di studio sulla comunicazione umana, dovrà rendere conto di quali metodi potrebbe prendere in prestito da queste diverse discipline e del come integrarli in una visione più ampia che ne giustifichi l’esistenza. Dovrà, cioè, esplicitare il proprio quadro interdisciplinare mostrando i vantaggi che verrebbero alle altre discipline dall’utilizzo dei risultati forniti da essa.

Allo stesso modo la filologia, se vuole porsi come punto di riferimento tra quelle discipline storiche che si occupano di testi e dei loro processi di trasmissione, dovrà tentare di fare chiarezza non solo sul proprio metodo, ma anche su quelli che prende in prestito da altre discipline, relazionandosi ad esse in modo sistematico. Dovrà, inoltre, rendere chiari i propri intenti, isolandoli fra quelli di discipline che condividono con essa il proprio oggetto di studi e mostrare in modo evidente i benefici che esse traggono dall’utilizzare il suo metodo o i suoi risultati.

Filologia come ‟sistema”

Per cominciare un discorso sul quadro interdisciplinare della filologia, un buon punto di partenza consiste nell’accennare a una corrente di pensiero filologico che storicamente ha tentato un approccio interdisciplinare. Non voglio dire che le filologie variamente intese nel corso della storia della disciplina non abbiano avuto un approccio tale. Anzi, l’hanno avuto a livello empirico e metodologico. Ciò che a mio parere è mancato è stato il tentativo di esplicitare a livello teorico la natura interdisciplinare della filologia e, se ciò è stato fatto, ha riguardato solo alcune discipline.

L’approccio interdisciplinare di cui voglio fare menzione, invece, si è caratterizzato per la volontà di rendere esplicito e teoricamente fondato un quadro scientifico all’interno del quale trovassero sistematicamente posto tutte quelle scienze che si occupano del passato, le cosiddette Alterthumswissenschaften, di cui fa naturalmente parte la filologia. Si tratta del filone cosiddetto storico degli studi filologici tedeschi dell’Ottocento che si contrappose a quello formale e al quale ho accennato nel primo paragrafo. Il suo esponente principale fu senza dubbio August Boeckh. Effettivamente basta dare un’occhiata alla sua Encyklopädie und Methodenlehre der philologischen Wissenschaften[78] per rendersi conto di come il suo contributo fosse il più organico e sistematico di quelli apparsi, diciamo, nel periodo di vita accademica tedesca che va da Wolf a Wilamowitz, considerato quest’ultimo, appunto, come ultimo grande esponente dell’indirizzo storico-filologico. La materia che tratta non era nuova, però, al mondo universitario; anzi, costituisce proprio il contenuto delle lezioni che Boeckh tenne per ben 26 semestri dal 1809 al 1865 e che mantennero pressappoco la stessa denominazione sin dal 1785, quando Wolf cominciò a tenere lezioni sull’Encyklopädie und Methodologie der Alterthumswissenschaft.

Già in Wolf si può cogliere, anche se a un livello teorico differente, l’intenzione di trattare la filologia come insieme organico di discipline. Nella sua Darstellung der Alterthumswissenschaft[79], infatti, egli propone una «promozione della Philologie ad Altertumswissenschaft», e cioè un allargamento del suo oggetto di studi «dalla conoscenza delle parole degli antichi a quella della universa umanità: dai testi letterari come sorgente di consolazione e di godimento estetico agli stessi come fonti conoscitive accanto, anche se in posizione di assoluto privilegio, agli altri monumenti e reliquie dell’antichità»[80]. Ma fa anche chiaro che, così intesa, la filologia non è una sola disciplina che estende a dismisura i suoi confini, ma un intero ambito di studi che ha bisogno di essere organizzato al suo interno. Per lui, insomma, il definire una scienza dell’antichità nasce dal

desiderio di una concisa visione d’insieme di ciò che i cosiddetti studi filologici possono e devono essere secondo il loro contenuto e la loro essenza, o di un tentativo di presentare il concetto fondamentale dell’intera scienza e di racchiuderne gli oggetti in confini nettamente tracciati, insieme a un accenno delle direzioni generalissime cui dovrebbe tendere l’elaborazione, da suddividere in più parti, del materiale[81].

Faccio notare che il testo di Wolf è costituito quasi interamente dalla descrizione più o meno sistematica di queste «parti», e che esse, dal Prospetto che ne fornisce in chiusura, risultano essere ventiquattro discipline diverse, alcune delle quali caratterizzate come metodologicamente preliminari rispetto alle altre. Se si pensa al fatto che proprio una di queste è detta «Fondamenti della critica filologica e dell’arte dell’emendazione», nient’altro, cioè, che la disciplina che Lachmann sistematizzerà nella moderna critica testuale, si capisce in che senso ritenga possibile interpretare le riflessioni di Wolf e in generale dell’indirizzo di studio storico-filologico come un tentativo di rendere esplicito il quadro interdisciplinare della filologia.

Ma torniamo a Boeckh. Anch’egli, come Wolf, tende a un allargamento del concetto di Philologie, ma non in quanto, lo ribadiamo, disciplina che espande a dismisura i suoi confini, ma come insieme di discipline. Come punto di partenza per la trattazione dell’«Idea o concetto di filologia»[82], egli fa affidamento su una concezione comunemente accettata secondo la quale «molti sono abituati a considerare la filologia soltanto una congerie di discipline»[83]. Egli, invece, convinto che il concetto di filologia non «coincidesse con l’enumerazione delle sue parti», afferma con convinzione che questo

deve, in relazione alle parti costitutive di essa, comprendere quanto c’è di comune nei concetti delle singole parti, includere in sé come concetti parziali tutte le parti e far sì che ogni parte rappresenti a sua volta il concetto complessivo, solo con una precisazione che le deriva dal fatto di essere, appunto, una parte del concetto[84].

Insomma, non solo la filologia sarebbe un insieme di discipline relazionate in maniera coerente fra di loro, ma assumerebbe una connotazione più squisitamente teorica che la rende una pura costruzione concettuale. La Philologie, lungi dall’essere una sola disciplina o una semplice «congerie di discipline», diventa la stessa struttura concettuale che è in grado di relazionare organicamente le parti fra di loro. In questo senso Boeckh mostra da un lato una spiccata attitudine a pensare la disciplina in termini teorici, dall’altro a riflettere in termini espliciti e teoricamente fondati sul suo carattere interdisciplinare.

Egli si dedica a un’estensione del concetto di filologia che, andando ben oltre quello di Wolf, si pone come tentativo di generalizzazione scientifica dello stesso. Così egli «rifiuta la Altertumswissenschaft wolfiana in quanto ritrovato empirico, non deduzione da un concetto, non Costrution scientifica»[85] e, rifiutando parimenti le restrizioni arbitrarie di tale concetto, che vedono di volta in volta la filologia intesa o come solo «studio delle lingue», o come «critica», o come sola «storia della letteratura»[86], giunge ad affermare che

Se si guarda all’essenza dell’attività filologica in sé, rimovendo tutte le delimitazioni poste arbitrariamente e empiricamente e considerando la disciplina nella sua più piena totalità, allora la filologia – o, che è lo stesso, la storia – è conoscenza del conosciuto[87].

Pur essendo estesa fino a coincidere con la storia, la filologia trova il suo più specifico compito proprio nella «conoscenza del conosciuto», nella stessa pratica, cioè, di ricostruzione storica. Questa, naturalmente, si rivolge a tutti i campi dell’esperienza umana, intesa questa come totale, non limitata, cioè, ad alcuna età o ad alcun popolo. La filologia, insomma, assurge al suo massimo di generalità e può farlo grazie all’esser connotata non come particolare disciplina, ma come insieme di concetti che trovano sistemazione in un loro assetto teorico. Ed è questo assetto che trova una sua esplicita descrizione nella sezione della sua “Enciclopedia” che titola significativamente Schema del nostro sistema[88] e che, anche a un veloce sguardo, stupisce per la ricchezza di spunti che se ne potrebbero trarre ai fini specifici del nostro discorso. Io mi limito a riportare le parole dello stesso Boechk:

Sulla base del concetto da noi ravvisato, la filologia si pone come conoscenza del conosciuto, di ciò che è stato appurato: riconoscimento di un dato elemento di conoscenza (ma riconoscere qualcosa che è stato appurato equivale a comprenderlo). Come nella logica, nella dialettica o – secondo quanto dicevano gli epicurei – nella canonica, la filosofia pone attenzione all’atto della conoscenza stessa ed ai momenti dell’attività conoscitiva, così anche la filologia dovrà sondare scientificamente l’atto del comprendere ed i momenti della comprensione. La teoria che ne risulta, l’organon filologico, presuppone la logica generale, ma ne è una ramificazione autonoma. Inoltre, il prodotto del comprendere, e il contenuto dell’attività filologica, è l’osservazione di ciò che è stato compreso, così come nell’ambito della filosofia si contrappongono alla logica le discipline reali che rivelano il contenuto della cognizione conoscitiva filosofica. Di conseguenza dal concetto di filologia si diramano necessariamente due parti principali, che insieme ne costituiscono l’interezza. La prima è di natura formale, visto che la forma della filologia è la rappresentazione del suo atto vero e proprio, della sua funzione; l’altra è materiale, in quanto comprende l’intera materia foggiata dalla scienza[89].

Il suo si caratterizza come vero e proprio organon al centro del quale sta il concetto stesso di filologia, che serve da quadro teorico all’interno del quale trovano collocazione armonica le diverse parti che lo compongono. Queste sono una parte formale, più propriamente teorica e filosofica, e una materiale che contiene un insieme di discipline reali. La prima «si occupa dell’attività filologica»[90] ed, essendo intesa quest’ultima come atto di comprensione del «conosciuto», consiste in un’Ermeneutica filologica. Questa si compone di due sotto-parti che contemplano rispettivamente la definizione e l’organizzazione dei concetti, appunto, di Ermeneutica e Critica. La prima indaga il concetto di ‟interpretazione assoluta”, cioè la comprensione, il secondo quello di ‟interpretazione relativa”, cioè il giudizio[91]. Ciò viene fatto proponendo una tipologia delle interpretazioni che distingue fra «comprensione» e «critica grammaticale», «storica», «individuale» e «per generi»[92]. Non potendo entrare nel merito particolare di ognuna di queste, vogliamo solo porre l’attenzione sulla «critica grammaticale». Leggiamone la definizione generale che ne dà lo stesso Boeckh:

Il giudizio [cioè la critica: N.d.A.], come l’interpretazione, deve riferirsi anzitutto agli elementi linguistici. Le tre domande, a cui sotto questo aspetto la critica deve rispondere, sono: 1) se ogni elemento linguistico sia o non sia adeguato a quel dato posto; 2) quale, in caso negativo, sarebbe più adeguato; 3) quale sarebbe la verità originaria[93].

Non è difficile intravedere in questa citazione un’enunciazione dei compiti essenziali della critica testuale, intesa questa, naturalmente, ancora come ‟arte dell’emendazione”. Questa sarebbe, quindi, inserita organicamente in un sistema concettuale, quello della tipologia della Critica, che è a sua volta inserito in un sistema più ampio che compone la parte formale del sistema di Boeckh.

La parte materiale consiste, invece, nell’insieme delle discipline reali che sarebbero in grado di tesaurizzare la «conoscenza del conosciuto» ottenuta mediante l’applicazione della parte formale del sistema. Si tratta, insomma, di tutte quelle discipline che fanno uso di metodi filologici per la ricostruzione del passato, dell’insieme di discipline, cioè, che compongono il suo quadro interdisciplinare.

Questi pochi accenni possono bastare a dare un’idea di come sia strutturato, ampio e filosoficamente fondato il tentativo di Boechk di giustificare la propria idea di filologia come sistema. A mio parere, prescindendo dalle implicazioni storiciste e idealiste del suo approccio evidentemente influenzato dal pensiero del suo tempo, varrebbe la pena riflettere sul suo modello di filologia. Da un lato, per il tentativo di fondare filosoficamente la critica testuale inserendola all’interno di un sistema concettuale di stampo ermeneutico; dall’altro, per il tentativo di dotare la filologia di un quadro interdisciplinare inteso esso stesso come parte del suo sistema. Qualunque discorso voglia prendere in carico il problema di cosa si intenda per filologia, stricto e lato sensu, non può esimersi da un’accurata analisi dei tentativi di risposta forniti da Boechk. E in particolare una riflessione sul problema delle relazioni interdisciplinari della filologia non può certo ignorare la sua idea di filologia intesa come sistema di scienze interconnesse fra loro.

Filologia come Interdisziplin

Dando per assodato che la filologia intesa lato sensu sia un insieme di discipline che si relazionano in un qualche modo con la critica testuale, provo a tentarne una tipologia. Lo faccio seguendo il modello interdisciplinare proposto da János Sándor Petöfi per la sua Testologia semiotica. Questo perché sono convinto del fatto che la filologia debba essere considerata una teoria del testo particolare, che si occupa dei fenomeni di tradizione e trasmissione. Penso insomma che la filologia all’interno dell’ambito di studi storici e umanistici possa svolgere la stessa funzione che la Testologia semiotica intende svolgere all’interno dell’ambito di studi semiotico-linguistici: possa porsi, cioè, come quadro di riferimento per una trattazione organica e coerente dei problemi connessi alla testualità in ottica diacronica.

In questo senso è utile prima di tutto osservare da vicino il modello interdisciplinare che Petöfi propone. Egli considera la propria teoria come quadro teorico integrativo all’interno del quale si dà la possibilità di effettuare in modo ottimale le operazioni rilevanti per una corretta interpretazione di testi. La Testologia semiotica, insomma, si pone come Interdisziplin[94], che da un lato utilizza i risultati di diverse discipline che hanno tra i loro oggetti di studio il linguaggio o i testi, dall’altro offre al maggior numero di studiosi di discipline diverse i suoi risultati, ponendosi allo stesso tempo come quadro teorico all’interno del quale tali risultati trovano una collocazione armonica. Le discipline con le quali la Testologia semiotica entra in relazione possono suddividersi in tre gruppi diversi: 1) quelle di cui utilizza i risultati integrandoli in quadro teorico più generale; 2) quelle di cui prende in considerazione i risultati; 3) quelle che si gioverebbero dell’utilizzo dei suoi risultati o delle metodologie da essa elaborate. L’insieme di tutte queste discipline offre una visione complessiva della natura interdisciplinare della teoria.

Per quanto riguarda il primo gruppo Petöfi parla di «rapporti disciplinari orizzontali»[95], raggruppando le discipline che ne fanno parte in due gruppi: le L-discipline, le S-discipline. Il primo contiene tutte quelle discipline linguistiche che si occupano di aspetti generali o particolari di qualsiasi componente del linguaggio e delle quali la Testologia Semiotica integra scopi e metodologie. Petöfi cita fra queste: linguistica sistemica; linguistica dell’uso del sistema linguistico, linguistica testuale. Il secondo gruppo contiene tutte quelle discipline settoriali che hanno a che a fare con aspetti specifici dei testi. Tra queste citiamo: poetica; narratologia; retorica; stilistica, estetica. L’insieme delle L-discipline e delle S-discipline costituisce il contesto disciplinare all’interno del quale la Testologia semiotica si pone come quadro teorico integrativo[96].

Per quanto riguarda il secondo gruppo lo stesso Petöfi ne fornisce una rappresentazione nella figura 7[97]. Le discipline in essa rappresentate sono la Filosofia (PHI), in particolare l’Epistemologia e la Filosofia del linguaggio, la Semiotica (SEM), la quale dovrebbe offrire alla Testologia Semiotica una tipologia di sistemi segnici che vengono utilizzati in diverse situazioni comunicative; la Teoria della comunicazione (THC), che fornisce una tipologia di situazioni comunicative e una tipologia di comunicati multimediali utilizzabili in tali situazioni; la Psicologia (PSY), la quale offre alla Testologia semiotica i modelli mentali che stanno alla base dei processi di produzione e ricezione di comunicati multimediali; la Sociologia (SOC)[98] che fornisce le informazioni utili alla creazione delle basi di conoscenza utilizzate nei processi della comunicazione umana; le discipline dotate di metodologie formali (MEF), dalle quali la Testologia trae i modelli formali che possono essere utilizzati come pattern all’interno della teoria, e le discipline dotate di metodologie empiriche (MEE), dalle quali trarre metodi empirici praticabili nello studio dei processi di interpretazione. Questo gruppo di discipline costituisce lo specifico contesto interdisciplinare della Testologia semiotica, al quale si dovrebbero aggiungere di volta in volta le discipline X, al posto delle quali si possono prendere in considerazione i sistemi di convinzioni, credenze e conoscenze sul mondo che svolgono un ruolo all’interno dei processi interpretativi e che non rientrano nei sistemi di conoscenza delle altre discipline.

Fig. 1: Le discipline del contesto interdisciplinare della Testologia semiotica (J. S. Petöfi, Scrittura e interpretazione, Roma, Carocci editore, 2004, p. 76).
Fig. 1: Le discipline del contesto interdisciplinare della Testologia semiotica (J. S. Petöfi, Scrittura e interpretazione, Roma, Carocci editore, 2004, p. 76).

Il gruppo di discipline, invece, che si gioverebbero dell’utilizzo dei risultati della Testologia semiotica è quello su cui Petöfi è stato meno esplicito. Se consideriamo le possibili applicazioni della teoria[99] potremmo includere in questo gruppo sicuramente la teoria della traduzione, nonché la stessa filosofia del linguaggio in una sua possibile accezione più ampia. Io aggiungo a queste, naturalmente, la critica testuale, la quale potrebbe con profitto dotarsi di un apparato interpretativo che risponda ai requisiti teorici posti dalla Testologia semiotica e di una tipologia di relazioni interdisciplinari che esporrò fra breve e che dovrebbe giovare alla comprensione della filologia lato sensu[100]. Altra disciplina che potrebbe trarre vantaggio dall’utilizzo dei risultati della Testologia semiotica è la Critica letteraria. Per essa sarebbe di massima importanza la definizione del concetto di interpretazione valutativa all’interno di una generale tipologia delle interpretazioni. In questo senso la stessa Scienza della Letteratura andrebbe inclusa in questo gruppo.

Questa, in breve, la visione del quadro interdisciplinare che Petöfi offre della sua teoria. Si distinguono tre gruppi di discipline, ognuno dei quali caratterizzato da un particolare tipo di relazione con la Testologia. Il primo gruppo prende in considerazione discipline che hanno come oggetto di studio il testo e che trovano un’integrazione nel quadro più ampio della Testologia. Nel secondo si trovano discipline che non necessariamente hanno i testi al centro del loro interesse, ma che sviluppano metodologie e teorie applicabili allo studio testologico o a parti specifiche di esso. Il terzo gruppo contempla tutte quelle discipline che, avendo a che fare con i testi, possono giovarsi di un approccio testologico.

Se provo ad applicare un tale modello alla critica testuale, potrei tentare una tipologia di relazioni che prenda in considerazione l’oggetto di studi della disciplina: il testo e i suoi processi di trasmissione. Potrei distinguere tre gruppi di discipline, inserendovi quelle che tra i loro oggetti di studi contemplino anche quello della critica testuale, tentando una differenziazione relativa al modo in cui tale oggetto di studi è considerato. Considerando come specifico della critica testuale il cosiddetto accertamento filologico[101] compiuto sui testi e sulle tradizioni testuali, prendo in considerazione gli altri possibili atteggiamenti scientifici nei riguardi del testo e dei suoi processi di trasmissione. Secondo me è possibile rintracciarne tre. Il primo riguarda un approccio specificamente teorico al testo; riguarda cioè il testo inteso come oggetto teorico di analisi da parte di discipline che ne studiano le caratteristiche formali e di uso. Il secondo prende in considerazione i testi in quanto oggetti materiali, studiandone tutte le caratteristiche fisiche. Il terzo considera i testi come oggetti semiotici che veicolano informazioni, dati, documenti e opere letterarie che diventano essi stessi oggetti di studio. La figura 2 è un tentativo di visualizzazione di una tale tipologia.

Fig. 2: Il quadro interdisciplinare della filologia.
Fig. 2: Il quadro interdisciplinare della filologia.

 

Il primo gruppo di discipline sarebbe molto simile a quello che Petöfi descrive per la testologia semiotica, contenendo tutte quelle discipline che hanno come loro oggetto di studi il testo inteso come oggetto teorico di un sistema linguistico, da una parte, e come oggetto di uso linguistico, dall’altra. Conterrebbe, insomma, discipline linguistiche che si occupano di ogni aspetto del testo, in ottica sincronica e diacronica, quali la linguistica generale, la storie delle lingue, la linguistica del testo, la lessicologia, assieme a quelle discipline che si occupano di aspetti particolari dei testi o di particolari tipologie testuali, quali la retorica, la stilistica, la metrica, la narratologia, la poetica. Tutte discipline che aiutano il critico a dotarsi di criteri interni[102] per la trattazione di una tradizione testuale. Accanto a queste si pongono le discipline che intendono i testi come entità di uso del linguaggio. È il caso, ad esempio, della teoria della comunicazione, della teoria dell’informazione, della linguistica procedurale, della pragmatica, della psicologia e delle scienze cognitive in generale, che offrono dati interessanti in particolare sui processi di produzione e trasmissione testuale, utili anch’essi a stabilire criteri critico-testuali interni al testo.

Nel secondo gruppo rientrerebbero quelle discipline per le quali i testi sono principalmente degli oggetti materiali con delle caratteristiche fisiche. Penso principalmente alla codicologia, alla paleografia, alla papirologia e a tutte quelle che si occupano delle caratteristiche fisiche dei veicoli testuali usati nell’antichità. Accanto a queste stanno tutte le discipline che si occupano degli aspetti materiali delle edizioni a stampa e della stessa storia dell’editoria, fino ad arrivare alle possibili discipline che trattino il text editing digitale e l’edizione multimediale[103].

Nel terzo gruppo, invece, rientrerebbero tutte quelle discipline i cui oggetti di studio comprendono singole parti o interi corpora filologica considerati come fonti dalle quali trarre attraverso processi interpretativi informazioni e dati di varia natura. Dalla critica letteraria all’archeologia, dalla storia antica alla sociologia, dall’antropologia agli studi culturali: in questo gruppo rientrerebbero tutte le discipline che in un modo o in un altro si occupano della ricostruzione del contesto culturale, sociale e materiale in cui i testi traditi ed editi secondo il metodo della critica testuale sono nati.

Se nei primi due gruppi rientrano tutte quelle discipline che offrono alla critica testuale i propri risultati scientifici (cio è indicato nella figura dalle frecce che collegano questi due gruppi alla critica testuale) affinché il filologo li possa utilizzare come criteri interni per la trattazione dei singoli problemi di tradizione testuale, nel terzo gruppo è piuttosto la critica testuale a offrire alle discipline che ne fanno parte i risultati del proprio operare scientifico (ciò è rappresentato dalle frecce che dalla critica testuale portano verso i corpora filologica). Insomma, i corpora filologica racchiusi dalle edizioni critiche frutto del lavoro critico-interpretativo del filologo rappresentano da un lato il prodotto scientifico dell’applicazione del metodo della critica testuale, dall’altro il dato scientifico di partenza su cui si basa, in misura più o meno rilevante, lo studio di molte altre discipline.

Per evitare che questo tentativo di tipologizzazione risulti troppo schematico e categorico, è bene soffermarsi su due elementi di problematizzazione. Uno riguarda la natura ipotetica dei testi che compongono i corpora filologica, l’altro una sorta di circolarità ermeneutica nella quale sono coinvolte la critica testuale e le discipline che appartengono la terzo gruppo.

Per quanto riguarda il primo elemento, si tratta di richiamare l’attenzione sulla natura ipotetica del testo ricostruito secondo il metodo della critica testuale. Questo è per definizione teorica non il testo originale, bensì il testo che attraverso una serie di ipotesi critico-ricostruttive si avvicina maggiormente all’originale. La critica testuale, insomma, nei confronti del testo ha un atteggiamento scientifico di natura prettamente ipotetica (nella figura ciò è reso esplicito dalla dicitura “testo ipotetico” riferita alla critica testuale). Questo elemento è da tenere a mente soprattutto quando i dati forniti dalla critica testuale vengono utilizzati come dati di partenza da altre discipline[104]. Potremmo dire che i testi, considerati come oggetti semiotici, sono sì dei dati di partenza per le discipline del terzo gruppo, ma contengono comunque un grado di opacità scientifica che deriva dalla loro natura ipotetica e che dovrebbe indurre a una particolare cautela nel loro utilizzo.

Il secondo elemento di problematizzazione è in parte connesso al primo e riguarda l’ineliminabile circolarità epistemologica implicata nella questione dei cosiddetti criteri esterni utilizzati dalla critica testuale (nella figura ciò è rappresentato dalla direzione della frecce che dalle discipline umanistiche portano verso i corpora filologica e dalle due frecce curve che ruotano fra le discipline umanistiche e la critica testuale). La critica testuale utilizza come criteri metodologici, oltre a quelli interni offerti dalle discipline che nella tipologia che propongo appartengono al primo e al secondo gruppo, anche quelli di tipo storico che riguardano aspetti particolari di singole tradizioni testuali. Tali criteri sono elaborati sulla base dei risultati offerti dalle discipline storiche che appartengono al terzo gruppo. Se queste ultime, quindi, utilizzano come dati di partenza dati filologici offerti dalla critica testuale, allo stesso tempo si ritrovano a offrire i propri risultati nella definizione di criteri che servono alla critica testuale per creare scientificamente quegli stessi dati. Questo tipo di circolarità è da considerare strettamente connessa alla circolarità ermeneutica in qualche modo insita nella natura di ogni processo interpretativo[105]. Essendo il lavoro critico-testuale essenzialmente un lavoro interpretativo, non può essere considerato, come si vedrà fra breve, esente da questa forma di circolarità.

Per una tipologia interpretativa filologica

Concludo questa sezione facendo accenno a un’altra questione tipologica che ritengo fondamentale e strettamente connessa alla tipologia di relazioni interdisciplinari appena illustrata. Questa riguarda la necessità di modulare una tipologia interpretativa che permetta di rendere esplicite alcune questioni ermeneutiche fondamentali per il lavoro filologico che la critica testuale e le discipline che compongono il suo quadro interdisciplinare compiono sui testi. Propongo di utilizzare a tal fine il modello elaborato da Janos Sandor Petöfi per la sua Testologia semiotica, tentando di mostrare i vantaggi teorici che deriverebbero al quadro interdisciplinare della filologia.

Nel tentativo di esplicitare una tipologia interpretativa filologica, considero possibili due approcci diversi ma complementari tra loro, entrambi utili, se non necessari, a dirimere la questione. Uno è quello che farebbe dell’interpretazione filologica un modello generale di interpretazione, all’interno della quale rientrerebbero tutti i tipi possibili. In questo senso andava, per esempio, il lavoro teorico di Boechk di fondazione filosofica della filologia[106] e in questo senso si è concentrato il lavoro di La Matina sulla sua Teoria dell’Editor, che tenta di fare della filologia integrata semioticamente un modello della comunicazione[107]. L’altro è quello che considererebbe l’interpretazione filologica un aspetto particolare dell’interpretazione tout court, legato al fenomeno specifico della trasmissione dei testi su supporti fisici, non al fenomeno più generale della loro comunicazione. In questa direzione più ristretta e specifica va la mia proposta tipologica e per questo propongo di utilizzare come modello non un sistema ermeneutico di stampo filosofico, ma la tipologia interpretativa elaborata da Janos Sandor Petöfi per la sua Testologia semiotica.

Nella Testologia semiotica il processo interpretativo compiuto su un testo, di qualunque natura esso sia (verbale, prevalentemente verbale o non-verbale), è definito teoricamente come text processing (‘elaborazione testuale’), distinguendo nettamente un natural text processing da un theoretical text processing[108]. Il primo è caratterizzato come processo intuitivo compiuto in modo ingenuo e senza l’ausilio di alcuna teoria che ne espliciti i passaggi; il secondo come un insieme di regole esplicite che guidano l’interprete nell’assegnazione di un significato a un testo e nella descrizione e valutazione di questo significato. Ciò di cui si occupa la Testologia semiotica è ovviamente il theoretical text processing, che deve, però, per essere considerato soddisfacente, avere un determinato grado di adeguatezza ai risultati del natural text processing[109].

Per risultare adeguata ai risultati di un’interpretazione naturale, quella teorica deve prendere in considerazione i diversi aspetti semiotici, linguistici, semantici e pragmatici della comunicazione testuale. Questo è quello che fa la Testologia semiotica, definendo gli elementi e i passaggi teorici dell’interpretazione testuale semantico-pragmatica e stabilendo una tipologia delle interpretazioni che consenta di coprire teoricamente l’ampio spettro di attività interpretative che è possibile compiere sui testi[110].

Tale tipologia si basa su alcune distinzioni concettuali fondamentali che sono: 1) esplicativa/valutativa; 2) strutturale/procedurale; 3) descrittiva/argomentativa. Tali coppie individuano tipi differenti di interpretazione. La prima distingue fra i due tipi fondamentali di interpretazione, la seconda distingue per ciascuno dei tipi fondamentali altri due sottotipi e la terza distingue ulteriori due sottotipi per ciascuno dei tipi di interpretazione risultanti.

Per quanto riguarda la prima distinzione, dico subito che il tipo di interpretazione esplicativa prende in considerazione l’assegnazione di un significato a un testo, mentre quello valutativo si occupa di valutare tale significato all’interno di un sistema di valori dato. Si tratta naturalmente di una distinzione fondamentale, paragonabile a quella che in ermeneutica si caratterizza come distinzione tra interpretazione e critica. La seconda riguarda la maniera in cui si prende in considerazione il processo interpretativo. Nell’interpretazione strutturale esso è inteso come risultato del processo stesso, nel suo aspetto statico cioè. Essa offre quindi una rappresentazione di tale risultato. Nell’interpretazione procedurale, invece, l’interpretazione è intesa nel suo aspetto dinamico. Essa produrrà quindi come risultato una rappresentazione del processo stesso. Infine, l’ultima distinzione riguarda la maniera in cui vengono forniti i risultati del text processing. Nel caso di un’interpretazione descrittiva i risultati vengono semplicemente presentati come rappresentazioni, mentre nell’argomentativa la presentazione dei risultati è motivata sulla base delle ragioni teoriche che l’hanno guidata e che hanno portato alla costruzione delle sue rappresentazioni.

Posso dire che l’interpretazione del tipo esplicativo-strutturale-descrittivo offre come risultato del text processing la rappresentazione statica del significato attribuito da un interprete a un testo. Si tratta, insomma, della forma più semplice di interpretazione che possa essere affrontata all’interno della teoria, ma è comunque quella «logicamente dominante»[111], sulla quale si basano tutte le altre. Per fornire, per esempio, un’interpretazione valutativo-strutturale-descrittiva si deve comunque partire dal significato assegnato mediante il processo interpretativo esplicativo, aggiungendo delle procedure interpretative che portano alla valutazione di tale significato all’interno di un sistema di valori di riferimento. E di questo passo, via via, fino alle forme più complesse di interpretazione, in cui a una valutazione del significato testuale si aggiunge una rappresentazione dello stesso processo interpretativo argomentata sulla base dei presupposti teorici che l’hanno guidata.

Per tentare di rendere applicabile questa tipologia interpretativa al quadro interdisciplinare della filologia, dovremmo innanzi tutto pensare al lavoro critico-testuale come a una forma specifica di text processing la quale produca come risultato un’edizione critica del testo interpretato. In secondo luogo, dovremmo attribuire alle discipline del quadro interdisciplinare della filologia delle specificità interpretative che ne caratterizzino l’approccio ai testi. Le discipline linguistiche del primo gruppo, ad esempio, produrrebbero interpretazioni di tipo esplicativo, mentre quelle storico-umanistiche del terzo produrrebbero delle interpretazioni valutative. Quelle del secondo gruppo, invece, lavorando sugli aspetti fisici del testo, sarebbero da considerare delle discipline non interpretative, che rivestono però un ruolo importante nella definizione di criteri interpretativi esplicativi utilizzati dal critico[112].

Il lavoro di accertamento filologico che il critico compie su una data tradizione testuale verrebbe svolto sulla base di un approccio interpretativo esplicativo e valutativo allo stesso tempo. Infatti, nell’applicazione del metodo il critico si avvale sia di criteri interni, elaborati sulla base delle relazioni interdisciplinari che intrattiene con le discipline del primo e del secondo gruppo, sia di criteri esterni frutto del lavoro interpretativo-valutativo effettuato dalle discipline del terzo gruppo. Il critico, insomma, nel momento in cui interpreta i dati di una tradizione, produce delle elaborazioni testuali in cui l’aspetto esplicativo, relativo alla comprensione linguistica e materiale del testo, è fortemente correlato a quello valutativo, relativo al suo giudizio storico[113].

Il risultato della sua interpretazione verrebbe poi rappresentato primariamente nel testo ricostruito, il quale di per sé costituirebbe un’interpretazione esplicativo-strutturale-descrittiva, pur essendo il frutto di un’interpretazione esplicativo/valutativa effettuata sulla tradizione. L’apparato critico, invece, fornirebbe una parte dinamico-argomentativa dell’interpretazione, nella quale resta traccia del processo interpretativo e delle scelte critiche che hanno portato alla ricostruzione del testo. A differenza che nel testo ricostruito, nell’apparato critico resta traccia anche dell’interpretazione valutativa che ha guidato il critico nella fase di interpretazione della tradizione.

Un’edizione critica, quindi, risulterebbe essere una forma di rappresentazione dell’interpretazione complessa e stratificata, in cui a un’interpretazione esplicativo-strutturale-descrittiva (quella più semplice, secondo la tipologia di Petöfi) si accompagna una valutativo-dinamico-procedurale (quella più complessa), nella quale c’è traccia del processo che ha condotto alla prima. Ritorna qui, nel suo aspetto più propriamente ermeneutico, la circolarità epistemologica che caratterizza il quadro interdisciplinare della filologia. Da un lato, la critica testuale fornisce alle discipline storico-umanistiche dati interpretativi esplicativi, sui quali esse svolgeranno un lavoro interpretativo di tipo valutativo. Dall’altro, essa utilizza nella costruzione delle sue interpretazioni esplicative i risultati interpretativi valutativi offerti da quelle stesse discipline.

Una tale tentativo di esplicitare una tipologia interpretativa filologica potrebbe aiutare a far chiarezza nella complessa questione ermeneutica implicata nei processi testuali filologici. Questi risultano fortemente caratterizzati da una circolarità che non può essere ignorata. Essa va resa esplicita e considerata come sua componente epistemologica essenziale e caratterizzante[114], affinché si voglia giungere a una qualche definizione condivisa di filologia che ne contempli gli aspetti teorici rilevanti e che sappia misurarsi con la contemporaneità.

Conclusioni

L’intento principale di questo scritto era proporre degli spunti di riflessione sulla filologia che contribuissero in qualche misura a restituirne una visione teorica chiara ed esplicita. Partendo dal distinguo fondamentale tra una filologia stricto ed una lato sensu, ho proposto di affrontare separatamente quelli che sembravano due aspetti di una sola questione. Ho tentato di dimostrare come la filologia intesa in senso stretto non sia altro che la critica testuale, disciplina dotata di una metodologia ben definita e di chiari contorni teorici. Ho analizzato le tappe fondamentali della storia di tale disciplina sub speciae theoriae, tentando di far emergere tutto il suo portato teorico ed epistemologico. Ho poi proposto di affrontare la questione della filologia intesa in senso lato come un problema relativo al quadro interdisciplinare della critica testuale. Ho tentato una tipologia di relazioni disciplinari della critica testuale per ricostruirne un quadro sufficientemente ampio ed esplicito. Per fare ciò ho preso a modello il quadro interdisciplinare della Testologia semiotica, ritenendo che il modello integrato di tale disciplina possa fornire utili ragguagli sulla possibilità che la filologia ha di dotarsi di un quadro teorico di riferimento esplicito e fondato, ponendosi come Interdisziplin che si occupa di aspetti specifici della testualità in ottica diacronica. Ho tentato poi di mettere in relazione il quadro interdisciplinare della filologia con una tipologia interpretativa che mettesse in luce alcune questioni ermeneutiche fondamentali e caratterizzanti lo specifico lavoro filologico sui testi.

Il motivo che mi ha spinto a scrivere questo articolo è legato da una parte ai miei interessi di studio, da un’altra a un’urgenza che mi sembra si faccia sentire in ambito filologico. I cambiamenti epistemologici della contemporaneità hanno relegato le discipline umanistiche ai margini del nostro orizzonte conoscitivo. Questo, se da un lato sembra allargarsi a dismisura grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie e della loro applicazione all’ambito della comunicazione, dall’altro risulta sempre più frammentato e frammentario. Il post-moderno, per quanto ne accettiamo o meno la definizione, ha decretato la fine delle grandi narrazioni, e con esse rischia di scomparire anche quell’approccio filologico e critico che teneva legata la nostra conoscenza di moderni a quella degli antichi e che tentava di fare della nostra cultura, appunto, un unico grande racconto. Certamente non è questo il luogo in cui poter dibattere su quali siano gli effettivi rischi legati alla formazione di una cultura svincolata da qualsiasi filologismo. Sicuramente posso dire che la massiccia circolazione delle informazioni attraverso i nuovi mezzi di comunicazione rischia di obliterare completamente il fondamentale problema delle fonti e dell’accertamento filologico. Si avverte, insomma, il rischio che nella contemporaneità non ci sia spazio per una critica ragionata delle informazioni che riceviamo, e che queste ci investano senza che abbiamo effettivamente il tempo e il metodo di discernere fra di esse quelle attendibili e quello no.

La risposta a questo rischio, penso, debba essere cercata non in un attaccamento a una visione tradizionale di filologia, ma invece in un rinnovamento, nel tentativo di fare di questo ambito di studi uno strumento utile a orientarci teoricamente e praticamente nel contorto mondo dell’episteme contemporanea. Il rinnovamento della filologia potrà venire solo a patto che i filologi si rendano conto della posizione che la loro disciplina riveste all’interno di un quadro complesso in cui le cosiddette scienze umane stanno continuamente mutando i loro confini. Il bagaglio di conoscenze teoriche veicolato dalle scienze cognitive dovrebbe essere, ormai, alla portata di qualunque filologo e potrebbe essere utile al critico testuale. La stessa linguistica testuale e gli studi sul NLP (Natural Language Processing) forniscono il quadro di riferimento ideale per chi, come il filologo, si occupa di aspetti specifici della testualità. Queste e altre discipline possono aiutare il filologo a ricollocare la propria attività all’interno di un quadro interdisciplinare più generale, che sia in grado di affrontare con strumenti nuovi le difficili sfide che la contemporaneità gli pone.

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  1. J. Lockhart, Background and Course of the New Philology, in J. Lockhart, L. Sousa, S. Wood, Sources and methods for the study of postconquest mesoamerican ethnohistory Wired Humanities Project, Eugene, Oregon, University of Oregon, 2007, pp. 1-24.
  2. Cfr. L’antichità dopo la modernità, a cura di G. Picone, Palermo, Palumbo, 1999.
  3. Cfr. S. Pollock, Future Philology? The Fate of a Soft Science in a Hard World, in «Critical Inquiry», 35, Summer 2009, pp. 931-61.
  4. E. J. Kenney, Testo e metodo: aspetti dell’edizione dei classici latini e greci nell’età del libro a stampa, Ed. italiana riv., a cura di Aldo Lunelli, Roma, Gruppo Editoriale Internazionale, 1995.
  5. B. Gentili, L’arte della filologia, in La critica testuale greco-latina, oggi. Metodi e problemi. Atti del convegno Internazionale (Napoli 29-31 ottobre 1979), a cura di E. Flores, Napoli, Edizioni dell’Ateneo, 1980.
  6. Cfr. R. Pfeiffer, History of Classical Scholarschip. From the Beginning to the Hellenistic Age, Oxford, Clarendon Press, 1968.
  7. Cfr. D. C. Greetham, Textual Scholarship: An Introduction, London, Routledge, 1994.
  8. Cfr. Dom H. Quentin, Essais de critique textuelle (ecdotique), Parigi, Picard, 1926.
  9. Non a caso Hermann fu uno dei primi ad indagare in modo sistematico la metrica antica. Cfr. De metris poetarum graecorum et romanorum, Lipsia 1796; Handbuch der Metrik, Lipsia 1799; Elementa doctrinae metricae, Lipsia 1816.
  10. A. Boeckh, Encyklopädie und Methodenlehre der filologhischen Wissenschaften, Leipzig, Teubner, 1886.
  11. Si veda avanti per degli accenni al pensiero di Boeck e al suo ‟Sistema”.
  12. E. J. Kenney, Testo e metodo: aspetti dell’edizione dei classici latini e greci nell’età del libro a stampa, op. cit., p. 132.
  13. Ivi, p. 133.
  14. K. Lachmann, In T. Lucretii Cari De rerum natura libros commentarius, Berlin 1850.
  15. «Prima dell’accettazione generale del ‘metodo’, critica testuale […] significava la correzione della lectio recepta: emendatio. Dopo quanto aveva dimostrato Lachmann il processo critico fu concepito come consistente in due fasi [in realtà tre. L’autore specifica in nota che la fase dell’examinatio, «che in alcune trattazioni viene tenuta distinta, può essere considerata appartenente all’emendatio»: N.d.A.]: recensio seguita da emendatio, la seconda naturalmente ridefinita ora come la correzione del testo tradito quale ricostruito con la recensio»: E. J. Kenney, Testo e metodo: aspetti dell’edizione dei classici latini e greci nell’età del libro a stampa, op. cit., p. 145.
  16. B. Gentili, L’arte della filologia, op. cit.
  17. Cfr. G. Chiarini, Inquietudine metodologica e sperimentalismo operativo dell’ecdotica romanza alla fine del ventesimo secolo, in Filologia classica e filologia romanza: esperienze ecdotiche a confronto. Atti del Convegno, Roma, 25-27 maggio 1995 CISAM (Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo), Spoleto, CISAM, 1998, pp. 523-31, cit. a p. 524.
  18. Il metodo di Lachmann nasce in ambienti filologici classici. Ciò, però, non implica che la critica testuale si fondi teoricamente come disciplina esclusivamente classica. Lo stesso Lachmann, come è noto, applicò il suo metodo anche a tipi di tradizione tutt’altro che classici. Il ‟metodo”, insomma, si presenta come pratica scientifica di trattamento di qualsiasi tradizione testuale che presenti fenomeni di corruzione e la sua esposizione andrebbe considerata, quindi, come teoria generale della critica testuale.
  19. Cfr. E. Schwarz, Eusebius Werke II: Die Kirchengeschichte. 3. Teil: Einleitungen, Übersichten und Register, Leipzig 1909. In sostanza, Schwarz si accorse del fatto che la tradizione dell’Ecclesiastica Historia mostrava delle rilevanti particolarità che non consentivano una sua trattazione strettamente stemmatica. Per quanto egli riuscisse, infatti, a raggruppare i manoscritti in gruppi, non gli era possibile ricostruire le loro relazioni. Ciò perché le copie sembravano dipendere l’una dall’altra non per via diretta, ma attraverso veri e propri fenomeni di collazione che hanno dato vita a copie, come si dice, contaminate. Per far fronte a tale problema egli elaborò la cosiddetta ‟testimonianza combinata”, attraverso la quale il critico si trova costretto a rintracciare ciò che di attendibile c’è nell’insieme di copie pervenute, sospendendo su di esse il giudizio di attendibilità e non scartandone nessuna.
  20. Cfr. A. C. Clark, The Descent of Manuscripts, Oxford 1918.
  21. C. Giarratano, La critica del testo, in Introduzione allo studio della cultura classica, Milano, Marzorati, 1973, p. 713.
  22. Cfr. B. B. Grenfell, The value of papyri for textual criticism of extant Greeck authors, in «The Journal of Hellenic Studies», 39, 1919, pp. 16-37.
  23. Cfr. J. Bédier, Le ‘Lai de l’Ombre’ par Jean Renart, Paris, Firmin-Didot, 1913; Id., La tradition manuscrite du ‘Lai de l’Ombre’: Réflecxions sur l’art d’éditer les anciens textes, in «Romania», LIV, 1928, pp. 161-96, 321-56.
  24. Vedi, per esempio, G. Contini, Breviario di ecdotica, Torino, Einaudi, 1986, p. 137: «lo stemma codicum appare essere uno schema probabilistico»; e West (M. West, Critica del testo e tecnica dell’edizione, Palermo, L’Epos, 1991, pp. 33-48), il quale parla di «rappresentazione stemmatica “funzionale”», perché «non necessariamente esatta dal punto di vista storico».
  25. Cfr. Dom H. Quentin, Mémoire sur l’étabilissement du texte de la Vulgate, Roma-Parigi, Desclée, 1922; Id., Essais de critique textuelle (ecdotique), op. cit.
  26. È sulla base degli errori di copiatura presenti nella tradizione che il critico è in grado di raggruppare e di porre in relazioni di dipendenza i testimoni, nella prospettiva di individuare quelli che, più vicini all’originale, permettano di ricostruirlo. Ma la stessa possibilità di considerare una lezione di un testimonio come ‘errore’, Quentin nota, implica che si sia già deciso cosa ci fosse (o non ci fosse) nel testo originale al posto di quell’errore. Quentin tenta di porre rimedio a questa sorta di circolarità sostituendo al concetto di ‘errore’ un altro che potesse essere ugualmente utilizzato nella pratica di recensio ma che non comportasse, appunto, un (pre)giudizio sul testo da ricostruire, un concetto ‘neutro’ e teoricamente più comprensivo: quello di ‘variante’.
  27. Cfr. E. J. Kenney, Testo e metodo: aspetti dell’edizione dei classici latini e greci nell’età del libro a stampa, op. cit., p. 176, nota 21.
  28. Fino a considerare teoricamente possibile una critica del testo che abbia a che fare solo con varianti e non con errori. Vedi avanti quanto si dirà sulla filologia d’autore e sulla critica genetica.
  29. P. Maas, Textkritik, Oxford, aus der B. G. Teubner Verlagsgesellschaft, Leipzig 1950. Io tengo presente la traduzione italiana con prefazione di Pasquali (vedi P. Maas, Critica del testo, Firenze, Le Monnier, 1972).
  30. J. Kramer, B. Kramer, La Filologia classica, Bologna, Zanichelli, 1979, p. 38.
  31. P. Maas, Critica del testo, op. cit., p. 2.
  32. Ibidem. L’importanza teorica della selectio consisterebbe nella possibilità che essa fornisce al metodo di allargare la propria capacità processuale, anche al caso, ad esempio, riscontrato da Schwarz, nel quale restava sospeso il giudizio di attendibilità sui singoli testimoni.
  33. Cfr. P. Maas, Critica del testo, op. cit., p. 4. Il paragrafo 6 titola proprio Presupposti per la costituzione della genealogia e per la ricostruzione dell’archetipo e, dei due che elenca, il primo recita: «che le copie posteriori alla prima ramificazione della tradizione rendano sempre ciascuna soltanto un esemplare (cioè, nessun copista “contamini”, ossia fonda più esemplari)»; il secondo: «che d’altra parte ciascun copista consapevolmente o inconsapevolmente si allontani dal suo esemplare (cioè commetta errori propri)».
  34. Ivi, p. V.
  35. La recensione fu pubblicata per la prima volta in Gnomon. Kritische Zeitschrift für gesamte Klassische Altertumswissenschaft Beck, München, 5, 1929, pp. 417-35, 498-521; riapparve in G. Pasquali, Scritti filologici, Firenze, Olschki, 1986, II, pp. 867-914.
  36. G. Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo, Firenze, Le Monnier, 1952, seconda edizione «emendata e soprattutto accresciuta» (p. XX) della prima del 1934. Io tengo qui presente la seconda edizione.
  37. E. J. Kenney, Testo e metodo: aspetti dell’edizione dei classici latini e greci nell’età del libro a stampa, op. cit., p. 184.
  38. J. Kramer, B. Kramer, La Filologia classica, op. cit., p. 38.
  39. P. Maas, Critica del testo, op. cit., p. XIII.
  40. Dalla sua Presentazione all’edizione italiana del famoso Textkritik di Maas: «la parte maggiore del fascicolo […] ha e vuole avere validità non solo per la letteratura greca e latina, ma universale: io almeno non saprei immaginarmi che l’originale, poniamo, di un testo cinese o bantu possa essere ricostruito dalle copie o da qualsiasi altra testimonianza, insomma dalla sua tradizione, se non sul fondamento delle considerazioni e conforme alle regole enunciate dal Maas» (P. Maas, Critica del testo, op. cit., pp. V-IX).
  41. Dalla presentazione di Pasquali in P. Maas, Critica del testo, op. cit., p. VIII.
  42. Cfr. G. Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo, Firenze, Le Monnier, 1952, pp. 135-46. Schwarz utilizzò, per esempio, l’espressione «tradizione ricca». Vedi E. Schwarz, Eusebius Werke II: Die Kirchengeschichte. 3. Teil: Einleitungen, Übersichten und Register, Leipzig 1909, p. CXLVI.
  43. Cfr. G. Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo, op. cit., p. 126.
  44. Faccio, qui in nota, un semplice accenno ad altre sole due questioni in cui il contributo di Pasquali fu di un certo rilievo. Quella delle varianti d’autore, di cui cercò di dimostrare l’esistenza anche in testi classici, e quella del criterio geografico nella scelta della varianti.
  45. G. Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo, op. cit., p. IX.
  46. E. J. Kenney, Testo e metodo: aspetti dell’edizione dei classici latini e greci nell’età del libro a stampa, op. cit., p. 184.
  47. Cfr. M. Bévenot, The tradition of manuscripts. A study in the trasmission of St. Cyprian’s treatises, Oxford, Clarendon Press, 1961.
  48. Appendix II: Contamination: stemmata and ‘connections’, in M. Bévenot, The tradition of manuscripts. A study in the trasmission of St. Cyprian’s treatises, op. cit., pp. 142-47.
  49. Cfr. B. A. van Groningen, Traité d’histoire et de critique des textes, Amsterdam, Noord-Hollandsche Uitgevers Maatschappij, 1963.
  50. E. J. Kenney, Testo e metodo: aspetti dell’edizione dei classici latini e greci nell’età del libro a stampa, op. cit., p. 184.
  51. H. Fränkel, Einleitung zur kritischen Ausgabe der Argonautika des Apollonios, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1964. Io considero qui la traduzione italiana (cfr. H. Fränkel, Testo critico e critica del testo, Firenze, Le Monnier, 1983).
  52. H. Fränkel, Testo critico e critica del testo, op. cit., pp. XV-XVI.
  53. M. L. West, Textual criticism and editorial technique. Applicable to Greek and Latin texts, Stuttgart, Teubner, 1973. Tengo presente la traduzione italiana; cfr. M. West, Critica del testo e tecnica dell’edizione, Palermo, L’Epos, 1991.
  54. E. J. Kenney, Testo e metodo: aspetti dell’edizione dei classici latini e greci nell’età del libro a stampa, op. cit., p. 185.
  55. M. West, Critica del testo e tecnica dell’edizione, op. cit., p. 10.
  56. S. Timpanaro, Brevi parole introduttive, in Filologia classica e filologia romanza: esperienze ecdotiche a confronto. Atti del Convegno, Roma, 25-27 maggio 1995 CISAM, op. cit., p. 3.
  57. Questi provengono prevalentemente, abbiamo detto, da ambiti filologici moderni, ma poggiano esclusivamente sulle fondamenta teoriche elaborate nella fase ‘classica’ della disciplina. La continuità teorica tra questa e la fase ‘contemporanea’ del discorso sulla disciplina non è, quindi, messa in dubbio da tale cambio di zone di influenza. Si vedrà, infatti, come i principali sviluppi della disciplina, anche quando provengono da ambiti filologici moderni, abbiano delle origini propriamente pasqualiane, rappresentando, cioè, delle conseguenze teoriche del lavoro di Pasquali che non trovarono terreno fertile in ambito classico.
  58. G. Cavallo, Caratteri materiali e storia della tradizione, in Filologia classica e filologia romanza: esperienze ecdotiche a confronto. Atti del Convegno, Roma, 25-27 maggio 1995 CISAM, op. cit., pp. 389-97, cit. a p. 389.
  59. Ivi, pp. 389-90.
  60. «Si tratta di allargare la recensio all’esame accurato dell’intero, singolo veicolo materiale del testo» (V. Bertolucci Pizzorusso, Per una recensio allargata ed altre osservazioni, in Filologia classica e filologia romanza: esperienze ecdotiche a confronto. Atti del Convegno, Roma, 25-27 maggio 1995 CISAM, op. cit., pp. 533-41, cit. a p. 535.
  61. Cfr. O. Kresten, Andreas Darmarios und die Handschriftliche Ueberlieferung des pseudo-Juilios Polydeukes, in «Jahrbuch der österreichischen Byzantinistik», XVIII, 1969, pp. 137-65, 153-55.
  62. Così titola, per esempio, il quinto capitolo del manuale di un nostro noto filologo romanzo (vedi A. Stussi, Introduzione agli studi di filologia romanza, Bologna, Il Mulino, 1996) e a questo ci si può riferire per un essenziale bibliografia sull’argomento.
  63. Un importante riferimento più vicino agli «anni di Pasquali» è Michele Barbi (cfr. M. Barbi, La nuova filologia e l’edizione dei nostri scrittori da Dante a Manzoni, Firenze, Sansoni, 1938). Pasquali stesso, del resto, contribuì fortemente alla delineazione del concetto di variante d’autore.
  64. A. Varvaro, Problemi attuali della critica del testo in filologia romanza, in Filologia classica e filologia romanza: esperienze ecdotiche a confronto. Atti del Convegno, Roma, 25-27 maggio 1995 CISAM, op. cit., pp. 11-26, cit. a p. 15.
  65. V. Fera, S. Rizzo, La filologia umanistica tra filologia classica e filologia romanza, in Filologia classica e filologia romanza: esperienze ecdotiche a confronto. Atti del Convegno, Roma 25-27 maggio 1995 CISAM, op. cit., pp. 33-65, cit. a p. 50.
  66. Cfr. A. Grésillon, Elements de critique génétique. Lire les manuscrits modernes, Paris, P.U.F., 1994.
  67. G. Tavani, L’apporto dell’edizione di testi moderni alla pratica ecdotica, ovvero: l’apporto della pratica ecdotica all’edizione di testi moderni, in Filologia classica e filologia romanza: esperienze ecdotiche a confronto. Atti del Convegno, Roma, 25-27 maggio 1995 CISAM, op. cit., 1998, pp. 545-54, cit. a p. 550.
  68. Cfr. L. Hay, Le texte n’existe pas. Réflexions sur la critique génétique, in «Poétique», 62, 1985, pp. 147-58.
  69. G. Tavani, L’apporto dell’edizione di testi moderni alla pratica ecdotica, ovvero: l’apporto della pratica ecdotica all’edizione di testi moderni, art. cit., p. 552.
  70. Ivi, p. 553.
  71. Ivi, p. 551.
  72. Ivi, p. 550.
  73. L’apparato critico potrebbe essere ridefinito, ad esempio, sulla base di una tipologia interpretativa filologica che ne espliciti la specifica funzione interpretativa.
  74. Cfr. P. Canettieri, V. Loreto, M. Rovetta, G. Santini, Philology and Information Theory, in «Cognitive philology», 1, 2008.
  75. Cfr. D. Fiormonte, Scrittura, filologia e varianti digitali, in «Rivista di filologia cognitiva», 2003.
  76. Cfr. J. Lockhart, Background and Course of the New Philology, in J. Lockhart, L. Sousa, S. Wood, Sources and methods for the study of postconquest mesoamerican ethnohistory, Wired Humanities Project, Eugene, Oregon, University of Oregon, 2007, pp. 1-24.
  77. J. S. Petöfi, Die semiotische Textologie und due pragmatischen Aspekte der Kommunikation, in A. Kertesz (hg.von), Sprache als Kognition. Sprache als Interaktion. Studien zum Grammatik-Pragmatik-Verhältnis, Frankfurt am Main, Berlin, Peter Lang, 1995, p. 80.
  78. A. Boeckh, Encyklopädie und Methodenlehre der filologhischen Wissenschaften Leipzig, 1886. Considero la traduzione italiana (cfr. A. Boeckh, La filologia come scienza storica, a cura di A. Garzya, Napoli, Guida editori, 1987).
  79. F. A. Wolf, Darstellung der Alterthumswissenschaft nach Begriff, Umfang, Zweck und Werth apparsa per la prima volta sul primo numero della rivista «Museum der Alterthumswissenschaft» Berlino, 1807 curata dallo stesso Wolf in collaborazione col grecista e grammatico Philipp Karl Buttmann. Qui considero la traduzione italiana (cfr. F. A. Wolf, Esposizione della Scienza dell’antichità, a cura di S. Cerasuolo, Napoli, Bibliopolis, 1999).
  80. A. Boeckh, La filologia come scienza storica, op. cit., p. 16.
  81. F. A. Wolf, Esposizione della Scienza dell’antichità, op. cit., pp. 107-108.
  82. «Idea o concetto di filologia. Sua estensione e finalità ultima» è il titolo del primo paragrafo dell’Introduzione (cfr. A. Boeckh, La filologia come scienza storica, op. cit., pp. 37-68).
  83. A. Boeckh, La filologia come scienza storica, op. cit., p. 37.
  84. Ibidem.
  85. Ivi, p. 17.
  86. Ivi, pp. 37-68.
  87. Ivi, p. 45.
  88. Vedi A. Boeckh, La filologia come scienza storica, op. cit., p. 109. Il resto dell’opera è, poi, una sistematica trattazione dello schema lì descritto. È da dire, però, che l’edizione italiana omette di tradurre tutta la sezione riguardante la parte cosiddetta «materiale» del suo sistema.
  89. Ivi, p. 91.
  90. Ivi, p. 92.
  91. Tale coppia di concetti è prettamente ermeneutica e di derivazione nettamente schleiermachiana. Boeckh, come è noto, fu molto vicino al pensiero ermeneutico di Schleiermacher.
  92. Ognuna di queste tipologie riceve una trattazione speciale rispettivamente nei sottoparagrafi dei due capitoli Teoria dell’ermeneutica e Teoria della critica (cfr. A. Boeckh, La filologia come scienza storica, op. cit., pp. 117-209 e 211-99).
  93. A. Boeckh, La filologia come scienza storica, op. cit., p. 223.
  94. J. S. Petöfi, Die semiotische Textologie und due pragmatischen Aspekte der Kommunikation, in A. Kertesz (hg.von), Sprache als Kognition. Sprache als Interaktion. Studien zum Grammatik-Pragmatik-Verhältnis, op. cit., p. 80.
  95. J. S. Petöfi, Scrittura e interpretazione, Roma, Carocci editore, 2004, p. 65.
  96. Ivi, pp. 62-65.
  97. Ivi, p. 76.
  98. In J. S. Petöfi, Die semiotische Textologie und due pragmatischen Aspekte der Kommunikation, in A. Kertesz (hg.von), Sprache als Kognition. Sprache als Interaktion. Studien zum Grammatik-Pragmatik-Verhältnis, op. cit., pp. 81-82, la dicitura è «sociologia/antropologia».
  99. J. S. Petöfi, Scrittura e interpretazione, op. cit., p. 76.
  100. Per i tentativi di applicare la Testologia semiotica a specifiche questioni filologiche si veda M. Giuffrè, Demosthenes and the Greek Oral Culture in the framework of Semiotic Textology. An application of János Sándor Petőfi’s theory to Classical Greek Literature in Giuffrè Mauro, edit. by «Studies in Semiotic Textology in Honour of János S. Petőfi. Sprachtheorie und germanistiche Linguistik» Supplement 1, 2011. Per un approccio più generale e filosoficamente fondato alla questione della relazione tra Testologia semiotica e Filologia classica, si veda M. La Matina, Il testo antico, Palermo, L’Epos, 1994.
  101. Cfr. la definizione di filologia offerta nel primo paragrafo, in cui tra l’altro l’atteggiamento di studio della critica testuale rispetto al testo è considerato preliminare e strumentale rispetto agli altri. Voce filologia [s.a.], in Enciclopedia europea, Milano, Garzanti, 1977, vol. 4.
  102. Per la distinzione tra criteri interni stemmatici ed esterni di tipo storico nella trattazione di una tradizione testuale cfr. G. Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo, Firenze, Le Monnier, 1952, p. 126 e supra.
  103. Per l’importanza di queste discipline nella definizione di criteri critico-testuali oggettivi da affiancare a quelli interni cfr. supra quanto detto sulla filologia materiale.
  104. Sul problema del datum linguistico-filologico vedi M. Giuffrè, S. A. Scibetta, Textology as the ‘Grundlagenwissenschaft’ for Philology, Sàndor Petőfi’s scientific inheritance, in «Sprachtheorie und germanistiche Linguistik» (Nodus Publikationen), 2014, 24 (2), pp. 183-210.
  105. H. G. Gadamer, Verità e Metodo, trad. it. e cura di R. Dottori, Milano, Bompiani, 1996.
  106. A. Boeckh, La filologia come scienza storica, op. cit.
  107. M. La Matina, Il testo antico, op. cit.
  108. J. S. Petöfi, Representation Languages and their Function in Text Interpretation, in H.-J. Eikmeyer, W. Heydrich, & J. S. Petöfi (eds.), Some aspects of formal foundations in text semantics (= Materialien des Universitätsschwerpunktes Mathematisierung der Einzelwissenschaften, Heft XXVI), Bielefeld, Universität, 1980, pp. 73-131, cit. a p. 74.
  109. J. S. Petöfi, Written, spoken and face-to-face communication. Some philosophical aspects of the investigation of natural language, in H.-J. Eikmeyer, W. Heydrich, & J. S. Petöfi, (eds.), Some aspects of formal foundations in text semantics (= Materialien des Universitätsschwerpunktes Mathematisierung der Einzelwissenschaften, Heft XXVI), Bielefeld, Universität, 1980, pp. 43-71, cit. a p. 48.
  110. Per una disamina degli elementi fondamentali del theoretical text processing cfr. J. S. Petöfi, Written, spoken and face-to-face communication. Some philosophical aspects of the investigation of natural language, op. cit. Per quanto riguarda la tipologia delle interpretazioni qui tengo presente J. S. Petöfi, Die semiotische Textologie und due pragmatischen Aspekte der Kommunikation, op. cit., pp. 77-78; J. S. Petöfi, La lingua come mezzo di comunicazione scritta: il testo, in Sistemi segnici e loro uso nella comunicazione umana 3 – La Testologia Semiotica e la comunicazione umana multimediale, in «Quaderni di ricerca e didattica», XVII, a cura di J. S. Petöfi, L. Vitacolonna, 1996, Dipartimento di filosofia e Scienze Umane, Università di Macerata, pp. 66-107, pp. 91-92 e J. S. Petöfi, Scrittura e interpretazione, op. cit., pp. 80-82.
  111. J. S. Petöfi, Dal testo alla comunicazione multimediale. Dalla linguistica alla Testologia Semiotica della multimedialità, in Sistemi segnici e loro uso nella comunicazione umana 3 – La Testologia Semiotica e la comunicazione umana multimediale, in «Quaderni di ricerca e didattica» XVII, a cura di J. S. Petöfi, L. Vitacolonna, 1996, Dipartimento di filosofia e Scienze Umane, Università di Macerata, pp. 51-65, cit. a p. 53.
  112. La Testologia semiotica, del resto, considera il cosiddetto vehiculum textualis, cioè l’aspetto fisico nel quale un testo si manifesta, come parte costituente del text processing (cfr. J. S. Petöfi, Constitution and Meaning: A Semiotic Text-Theoretical Approach, in M. E. Conte, J. S. Petöfi, S. Emel (ed. by), Text and Discourse Connectedness. Proceedings of the Conference on Connexxity and Cohrence Jul, 16-21, 1984, Amsterdam-Philadelphia, John Benjamins, 1984, pp. 507-42, cit. a p. 508).
  113. Quanto dico risulterebbe in linea con la distinzione fra comprensione e giudizio proposta da Boechk nella sua tipologia interpretativa di stampo ermeneutico. Cfr. A. Boeckh, La filologia come scienza storica, op. cit., pp. 117-209 e 211-99 e vedi supra.
  114. L’epistemologia contemporanea, del resto, da diversi decenni ci ha abituati a ripensare la stessa questione del soggetto conoscente e dell’oggetto conosciuto in altri termini, meno meccanicisti e più dinamici. Da un lato, la stessa ermeneutica di Gadamer ci invita a pensare alla circolarità ermeneutica non come a un circolo vizioso che invalida l’interpretazione, ma come a un fluire continuo tra soggetto e testo nel quale si nasconde una conoscenza originaria profonda. Dall’altro, le scoperte della fisica quantistica hanno dimostrato quanto la distinzione tra osservatore e evento osservato sia labile e poco rispondente a una realtà ultima in cui la coscienza umana gioca un ruolo inaspettato rispetto alla creazione stessa degli eventi osservati. Per il dibattito italiano sul tema specifico della meccanica quantistica, cfr. Dove va la scienza. La questione del realismo, a cura di F. Selleri, V. Tonini, Bari, Dedalo, 1990.

 

(fasc. 29, 25 ottobre 2019)

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