“Storia di una malattia”. Per una ricerca futura su Amelia Rosselli

Autore di Sebastiano Triulzi

Storia di una malattia venne pubblicato sul numero 56 di «Nuovi Argomenti» nel dicembre del 1977 e rappresenta il caso unico di una malattia psichica gravissima analizzata, sviscerata, guardata per un attimo a distanza prima di riperdercisi nuovamente dentro, da chi ne è afflitto. Ma in realtà Storia di un malattia è la storia della nostra malattia, cioè della formazione dell’angoscia come prodotto della Storia del Novecento, e della sue violenze e delle sue insopportabili ingiustizie. Tutto il trauma linguistico che percorre l’opera poetica di Amelia Rosselli e il suo inevitabile sfociare in una catastrofe al di fuori della pagina scritta ha trovato all’improvviso un pertugio da cui osservare, attraverso un abisso personale, l’abisso di un tempo intero. Il breve scritto ha come data di fine composizione «16 settembre 1977», e un asterisco sul titolo che riporta a una significativa nota a piè di pagina: «Pubblichiamo volentieri questo testo di Amelia Rosselli a testimonianza di un’insolita esperienza esistenziale», con immediata derubricazione a mero fatto personale, da intendere anzi, pudicamente, come strano o singolare, e che suona forse in termini di disagio, di presa di distanza di chi poi scelse di includerlo in quel numero di «Nuovi Argomenti» (sicuramente rende bene l’idea di come fosse considerata tabù la sua malattia).

In questa occasione vorrei indicare, come se lo facessi anche a me stesso, e che sia dunque sprone, monito, aspettativa per una ricerca, alcune istanze, alcuni punti che dovrebbero essere affrontati a mio avviso oggi, anche considerando lo stato attuale degli studi su Amelia Rosselli.

Rileggendo l’incipit:

Da dove partano certi attacchi a volte resta un mistero, o un mezzo mistero; ne seguono ipotesi a dozzine, alcune probabili alcune scartabili. Ma in questo caso (di cui intendo dare descrizione) fu un medico ad avere il coraggio d’accusare e specificare “l’origine del male”. Questo nel 1975; le “noie” duravano dal 1969, il male si fece specifico nel 1971, la “malattia” si fece acuta nel 1974 e peggiorarono le condizioni nel 1967-77. Poi vi fu un brusco calo della febbre.

La malattia era la CIA, il suo corrosivo o punto d’attacco il SID o l’Ufficio Politico o ambedue. La cura fu lunga e costosa, e vi sono ricadute.

Agli inizi si trattava di poca roba: qualche cappuccino servitomi drogato ai bar di Trastevere, ma ripetitivamente. Girava voce che qualche cameriere era informatore e si vede che il caffè era drogato oltre che farti battere i denti al ritorno a casa, serviva per fare «parlare», chiacchierare o esplodere. Dai tabaccai metà delle sigarette erano drogate[1].

La prima direzione da intraprendere è quasi obbligata perché in realtà mi sembra che manchi una storia clinica della sua malattia, e cioè una ricostruzione completa che passa attraverso due possibili percorsi: il percorso dei suoi rapporti con i medici, soprattutto con gli psichiatri e con gli psicanalisti che l’ebbero in cura, e dunque è necessario ricostruire non tanto e non solo il rapporto di Amelia Rosselli con Nicola Perrotti, allievo di Musatti, o con Ernst Bernhard, ma anche le tipologie di approccio e di cura che utilizzavano questi medici, e indagare quanto in realtà questo ha contribuito alla sua poesia o alla coscienza di sé. La malattia ti mette in rapporto con dei medici e dunque ti mette in rapporto, come insegna Svevo, con il processo complessivo della cura, cioè ti permette di avere degli straordinari strumenti di analisi. Importantissima è la figura di Ernst Bernhard e di altri dottori che frequenta, a cominciare da Perrotti e Bellanova, o Marcello Nardini, con il passaggio da un’analisi freudiana a una junghiana: quindi, è interessante anche un po’ la storia dei suoi psicanalisti, che è parte della storia della sua malattia.

S’era chiarita una diagnosi in sospeso da moltissimi anni, riguardo al mio stato di salute generale. Il neuropsichiatra Marcello Nardini dell’Università di Roma poi trasferitosi al Policlinico di Siena, aveva consegnato certificato di completa sanità mentale, e poi diagnosi di lesione a sistema extrapiramidale (curandomi perciò di morbo di Parkinson tramite pillole antispatiche). Cosa di cui chiunque «ascoltasse» o «vedesse» in casa mia o fuori era perfettamente al corrente sin dal 1971. Ogni due o tre mesi o vedevo il medico di Siena per cambio di medicinali, o dietro suo suggerimento mi tenevo in contatto tramite interurbana ricevendo per posta le nuove ricette. Molte visite dell’ortopedico di Roma risolsero anche loro una parte della spasticità e del dolore osseo-muscolare[2].

All’interno sempre di questa linea, dunque all’interno di una storia «culturale» psicanalitica, e la definisco culturale tra virgolette perché è una storia elaborata, a noi servirebbe avere un ritratto preciso di Ernst Bernhard o anche delle modalità di Ernst Bernhard con Amelia Rosselli, così come bisognerebbe definire bene il contributo di Bobi Bazlen, che nel suggerirle di andare da Ernst Bernhard le offre un aiuto che è, come dire, quasi naturale, strutturale, perché lo ha fatto con Manganelli, lo ha fatto con Natalia Ginzburg, lo ha fatto con Federico Fellini ecc. In realtà, qui abbiamo una storia letteraria della malattia che riguarda proprio l’Italia, da Umberto Saba a Sandro Penna a Giorgio Manganelli a Natalia Ginzburg ad Amelia Rosselli: già questo sarebbe un capitolo immenso, perché non è più solo Amelia Rosselli che va da Ernst Bernhard ma abbiamo un’intera classe di poeti e artisti e creatori che sono malati, cioè la malattia diventa evidentemente un segno dei tempi, un segno del tempo, dell’attraversamento di un tempo traumatico di quegli anni, e che ha tra le altre cose in Ernst Bernhard un punto fondamentale, nevralgico, strategico. Pensiamo anche alla storia di Ernst Bernhard, alla sua avventura, alla sua tragedia di ebreo in fuga, al fatto che non abbia lasciato niente di scritto, cioè a tutto quello che c’è dietro la sua, di storia.

Come lei stessa racconta, Amelia Rosselli ha più volte cambiato psicanalista, provando diverse metodologie e tipologie di cura, con diagnosi non sempre uguali, in un rapporto forte tra sistema italiano, anglosassone e svizzero/francese, come quando venne sottoposta in una clinica londinese ad elettroshock o come quando venne internata nella prestigiosa clinica svizzera Bellevue di Kreuzlingen, diretta da Binswanger. Dunque, la storia degli «internamenti» e dei ricoveri nelle cliniche della Rosselli s’incrocia fortemente anche con la storia della psichiatria europea e italiana, e, in maniera principale a questo punto, con Basaglia e con il problema della condizione e dell’interpretazione del disagio e della malattia mentale come disagio psichico di una società.

Alla Questura sentii commenti di un paio di poliziotti riguardanti «il giardino di Lezzi», che sarebbe stata la mia casa dove ovviamene ero stata vista girare nuda. Il nome Lezzi è quello di un neuropsichiatra di una clinica privata romana che nel passato (1958) aveva fatto pasticci con un vero e proprio «rapimento» politico tramite autoambulanza, e a una cura di sonno sbagliatissima impostami illegalmente che allora provocò stato di coma meningitico[3].

Dunque, il primo capitolo da fare come storia della sua malattia è tecnico/critico: da una parte una storia degli psichiatri, dunque il rapporto con loro, le diagnosi ricevute, le delusioni o ciò che al contrario ha appreso, e uno sguardo attento alle metodologie adottate. Dall’altra è necessario stendere una cronaca, drammatica, fredda, dei suoi ricoveri: di che tipo sono stati, quanti sono stati, quanto sono durati, che è una parte spietata e inclemente della malattia.

Per varie ragioni partii per l’Inghilterra. Stanchissima, avevo perso, a dire il vero, fiducia che si potesse del tutto eliminare l’intervento apparentemente politico-spionistico americano-italiano che mi preoccupava. Pensai di trasferirmi definitivamente a Londra con vendita d’appartamento e ricompera a Londra. M’illudevo forse che come cittadina inglese […] sarei stata vittima ben più temibile per la CIA, e che questa organizzazione non avrebbe osato infastidirmi in Inghilterra.

Tutt’altro: appena messo piede su suolo inglese ricevetti insulti e minacce […] I «trattamenti» anzi andarono intensificandosi gravemente, e ne ricavai strappi muscolari dolorosissimi […] Verso dicembre del 1976 veramente troppo esausta anche psicologicamente oltre che fisicamente (la CIA «pressurizzava» anche il cuore, portando a quasi collassi) chiesi il ricovero in ospedale, minacciando in caso contrario il suicidio. […] venne suggerito il trattamento elettroshock, così com’era d’uso per quasi tutti gli altri pazienti in corsia. In Inghilterra, essendo questa cura facoltativa, il paziente è libero di rifiutarla. Così feci […] Ma le torture CIA continuavano e io temetti addirittura di non avere la forza di trattenermi dal suicidio. Rientrai in ospedale, accettai il trattamento ECD (elettroshock) sapendo che in Inghilterra veniva adoperato con cautela senza abusi sia in numero sia di metodo. Ne vennero fatti cinque o sei; le mie condizioni di scoraggiamento e stanchezza non cambiarono; dopo il secondo elettroshock cominciarono nuovi dolori alle tempie e al retro della testa, che da allora non sono diminuiti e che sono probabilmente attribuibili a spostamenti delle vertebre[4].

Come possiamo vedere ci sono tanti addentellati, perché è a mio avviso necessario spoetizzare la malattia di Amelia Rosselli e renderla in termini reali. La storia della sua malattia è una storia all’interno della storia della psichiatria, e una storia culturale, perché i rapporti con Ernst Bernhard e gli altri raccontano anche la storia delle origini delle indagini sulla malattia: in realtà, l’incontro con gli psicanalisti è un incontro aurorale per questi poeti o scrittori, non è come andare dal medico della mutua: significa ed è, in un certo senso, cercare degli strumenti interpretativi del proprio malessere, che diventa un malessere epocale. Potremmo dire che questo elemento attraversa un’intera classe di poeti e scrittori, come se ogni secolo avesse le proprie malattie psichiche che sono le malattie del tempo, del suo tempo, e il Novecento non fa certo eccezione. Parto dunque da questo presupposto, che la malattia di Amelia Rosselli sono le cicatrici e le ferite del tempo, dando per scontato che si conosca la sua storia personale, e che dunque, ovviamente, si consideri il trauma della morte del padre, poi della madre.

Il terzo capitolo che va affrontato in questa storia della sua malattia, importante ma comunque circoscritto, è quello delle testimonianze di amici, conoscenti, aiutanti, che hanno creato nel tempo una mitologia intorno alla sua vicenda clinica. Questi ricordi stanno nel corso di questi anni sempre più emergendo alla luce e rappresentano forse, in un certo senso, gli inediti maggiori; penso ad esempio a Renzo Paris che sta per pubblicare un libro sul suo rapporto con Amelia Rosselli. La sua malattia, assurta per lungo tempo a tabù, si inizia ora via via a raccontarla, senza più quel pudore o quella fatica che gli amici hanno a lungo avuto: il che significa anche avere qualche informazione o ricordo in più, ad esempio, sul giorno in cui i suoi vestiti «vennero un giorno spruzzati d’acidi», o di quando buttò tutti i cibi conservati nel frigo «che avevo trovato o drogati o avvelenati», come scrive in Storia di una malattia; cioè conoscere le voci che sentiva, l’ossessione della Cia, le persecuzioni, il sentimento di assedio e di spionaggio permanente in cui viveva attraverso i pettegolezzi, gli aneddoti e i racconti di chi le fu vicino (dal breve testo uscito su «Nuovi Argomenti» emerge che tutti, almeno in apparenza, l’assecondavano o le credevano).

Intanto i telefoni saltavano, le conversazioni telefoniche erano ascoltate e si udivano addirittura reazioni psicologiche di divertimento o di minaccia, nel sottofondo senza brusio di telefoni controllati a nastro. Un giovane carabiniere si mise d’accordo con un mio inquilino (affittavo una terza stanza) nel porre una dose gigantesca di droga nei miei cibi. Forte della sua autorità si era fatto fare una copia delle chiavi di casa accordandosi col fabbro.

Il portiere dello stabile anche lui faceva stranezze; non era chiaro se da parte sua erano accordi con la polizia o di tipo politico o del tutto privati. Dovetti traslocare, affittando la casa e passando a quartiere e appartamento più appartati e economici. Questo nel 1971.

Lì veramente cominciarono le noie. Dopo circa una settimana di beato silenzio in un appartamento su un cortile interno, cominciai a notare che venivo «auscultata», cioè ascoltata. Nell’aria, in casa, v’erano strani rimbombi e come delle lontane conversazioni. Finsi di niente, e mi misi in ascolto (anch’io). Troppo pericoloso parlarne a qualcuno, rischiavo di passare per matta. Non m’era chiaro se si trattava del vicino di casa essendo le mura leggerissime, o di qualche aggeggio piazzato a casa. Col tempo mi confidai con qualche amico: spostammo addirittura l’apparecchio televisivo in giardino, sotto la tela gommata, nel caso che udibilità, e quel che ormai si chiariva essere addirittura visibilità, dipendessero da antenna e scatola[5].

Dunque, va fatta la raccolta della favola della malattia di Amelia Rosselli attraverso gli amici che la frequentarono. Parlo di “favola”, perché i suoi amici o chi la va a trovare – nell’intervista concessa ad Adele Cambria, ad esempio, quando la Rosselli le chiede «non so se hai sentito questo sibilo», lei risponde che, in effetti, c’era proprio un sibilo – sembrano quasi sempre cercare un punto di incontro riguardo allo sgomento di fronte alla malattia; penso, ancora, alle ragazze, alcune studentesse che per arrotondare accudiscono la sua casa, cioè la devono sorvegliare quando lei esce; penso a Dino Ignani che, quando va a fare quelle bellissime foto con lei nella sua mansarda di via del Corallo (una, splendida, con la Rosselli sopra il davanzale della finestra da cui poi si butterà), si sente chiedere se sia stato seguito o se abbia avuto sentore che qualcuno era lì con loro. Con “favola” intendo che ha degli elementi favolosi: è chiaro che qui non è uno psichiatra o un medico che parla, ma conoscenti e amici. Uno spazio, dunque, andrebbe dedicato alla raccolta dei documenti orali della malattia, perché coloro che hanno frequentato Amelia Rosselli in realtà prima o poi fanno i conti con questo incontro, come con uno spettro (penso ad esempio a un poeta come Carlo Bordini e all’influenza esercitata sulla sua produzione poetica dalla frequentazione e dall’amicizia con lei).

Nel quartiere (Cavalleggeri) nel frattempo venivano sparse voci diffamanti sul mio conto, riguardo al mio essere «schizofrenica», «estremista», «idiota», «encefalitica», (sono leggermente spastica), «drogata» e sessualmente «deviata» o maniaca. Io sapendo d’essere vista in casa anzi non avevo vita sessuale. I negozianti della zona mi ripetevano in bene e in male, cioè a volte scherzando a volte insultando, le dicerie che evidentemente la polizia metteva in giro. Si trattava a volte, pare, di poliziotti che non mostravano la tessera e perciò, supponevo, potevano essere fascisti. I tabaccai si spaventavano se entravo in bottega, temendo bombe fasciste alle mie spalle[6].

Lo stesso interesse conservano le numerose denunce che Amelia Rosselli fece nel corso di quegli anni, con sempre maggiore avvilimento, prostrazione, infinita disperazione: dal raggiro e dalla truffa messi in atto dal suo avvocato, sospeso negli stessi mesi dal PCI («aveva tentato di farmi passare per pazza o drogata per in qualche modo eventualmente appropriarsi dell’appartamento di mia proprietà»), che la costrinsero a vivere in condizioni di estrema difficoltà economica, senza luce per mesi e nell’impossibilità di pagare le medicine di cui aveva bisogno; alle querele o dichiarazioni a un giudice che le rispose di voler «rimanere politicamente al di sopra delle parti» (altra spia, potentissima, di quegli anni); ai numerosissimi rapporti stesi agli uffici di Polizia o all’Interpool, alle accorate invocazioni alla Segreteria del Presidente Leone («il tutto senza risultato»), alle proteste all’Ambasciata Americana, alle richieste d’aiuto al Consolato inglese e a quelle a politici amici di famiglia:

Alla fine dell’estate del 1976 misi il caso nelle mani di Umberto Terracci senatore, e Sandro Pertini allora Presidente della Camera, per i quali stesi un ancora più dettagliato rapporto essendosi molto specificato il «trattamento» americano, con incursioni molteplici in casa piazzando veleni e droghe in cibi e medicinali, e ovvissimi aumenti di corrente elettrica suppongo tramite la cabina ENEL, che si facevano sentire in modo tale che per esempio nell’aprire il televisore si sprigionavano onde in faccia anche da parecchi metri. I fili elettrici normalmente d’uso in case private sprigionavano anch’essi un eccesso di corrente tale da ridurre le gambe a colorazione bluastra e bianca[7].

Potrei citare anche testimonianze inedite, come quella del suo amico Dario Bellezza – letta nel lascito del poeta che oggi appartiene a un collezionista privato, Giuseppe Garrera, cui questo scritto è debitore nella forma tra le predilette dall’amicizia, il confronto e lo scambio in parole e idee –, ma Bellezza dà un’interpretazione della sua follia in chiave abbastanza discutibile secondo me, perché la immette all’interno di un malessere personale, intimo, mentre qui si propone un’interpretazione tutta in chiave di traumi storici, cioè la perdita delle lingue, il recupero delle lingue, la babele, i terreni, le afonie, le stonature, che sono tutti segni traumatici. È come se noi oggi avessimo con la sua poesia uno studio sui traumi riguardanti il linguaggio – pensiamo al bambino che nell’infanzia tartaglia o ha un apprendimento lento del linguaggio, o inventa una lingua sconosciuta o afona.

In un certo senso noi potremmo leggere gran parte dell’attività poetica della Rosselli seguendo una storia traumatica della lingua. Si potrebbe dire che i maggiori dolori della storia incidono sulla lingua della sua poesia. L’altro grande modello, l’assoluto modello, è Paul Celan, che è tra i più consapevoli su questo versante. Li metterei vicino: direi che forse sono i due grandi poeti che hanno usato una lingua crocifissa, o lingue crocifisse, lingue che portano i segni elettrici, traumatici, dolenti, disgustosi, proibiti, imbarazzanti dell’umanità; hanno usato la lingua come un inconscio collettivo. In questo senso parlo di traumi linguistici: come sappiamo che se un bambino assiste a un trauma smette di parlare, e dunque ci sono afonie che vanno a colpire il linguaggio, l’indicazione biografica che alla morte di Carlo e Nello la madre Marion interrompe l’uso dell’italiano credo sia un segno di esegesi linguistica e poetica tra i più importanti. Il momento in cui Amelia Rosselli sceglie di tornare in Italia, cosa che non fecero i fratelli, decidendo di riappropriarsi dell’italiano, è forse il punto nodale, se dovessimo fare una storia della lingua italiana all’interno di tutta la sua poetica. Nella condizione di esule della famiglia Rosselli, Amelia torna in Italia da sola, ed è una scelta traumaticissima, perché addirittura torna in quella patria linguistica che, oltre ad essere patria vera, l’ha cacciata e ferita profondamente. Torna in una patria dove è già una reietta, o meglio in una patria che è stata ingiusta nei suoi confronti e della sua famiglia, e che non ha riparato all’ingiustizia. Non c’è stato un atto riparatore, a meno che uno non consideri tali, ma questo porterebbe a grandi delusioni, la pensione e il sussidio che poi le venne concesso. Ancora una volta il venire in Italia della Rosselli è il dover affrontare la condizione di ingiustizia e di un oltraggio perpetrato contro di lei, cui si aggiunge anche l’affronto dell’oblio, dal momento che è come se il paese avesse dimenticato quello che ha fatto alla sua famiglia, come se quella terra, la nostra patria, non avesse un senso di colpa (che abbiamo poi rivisto, in termini diversi, con Pasolini, dopo la morte di Pasolini).

Il trattamento CIA s’era interrotto a marzo del 1977 qualche tempo dopo le elezioni di Carter. Il Servizio Segreto inglese aveva previamente denunciato il caso alla Commissione dei Diritti dell’Uomo dell’ONU. Non so se fosse conseguentemente alle elezioni di Carter o per via di questa denuncia all’ONU, che le torture di ogni tipo vennero sospese.

Il mio ritorno a Roma era abbastanza fiducioso. Purtroppo in agosto sono riprese le solite vocalità CIA, cioè è ripresa la visibilità e l’udibilità, il commentario e tutto. Si tratta dell’identico gruppo di prima, meno sicuro del suo avvenire. Sono perfino ricominciati i «trattamenti» elettromagnetici e si potrebbe prevedere che aumenti in intensità. Ho nel giro di dieci giorni inoltrato rapporto riassuntivo alla Presidenza della Camera, e sono in attesa di notizie[8].

Dopo aver fatto una doppia storia clinica, e una storia chiamiamola orale della malattia attraverso le testimonianze come cronaca, dove la cronaca è data anche dai resoconti di chi le fu con varie gradazioni e motivazioni accanto, il quarto punto è l’elemento della biografia e della testimonianza della malattia nell’opera poetica. Secondo me i due punti nevralgici sono Storia di una malattia e Diario ottuso, cioè le prose: stranamente lei affronta il problema della malattia nelle prose, e lo fa in maniera frontale, diretta, come a spiegarsela. Mentre la poesia è un sintomo, cioè fa parte degli effetti sintomatici della malattia, nelle prose c’è un’elaborazione cosciente, con un tentativo di distacco. Non a caso Diario ottuso ci fa capire che è la ripetizione dei traumi che testimonia la validità delle sue congetture sulla congiura contro di lei o contro i deboli come lei, perché in Diario ottuso c’è il trauma della morte di un altro suo fratello dell’anima e della mente, che è Rocco Scotellaro.

La perdita di questo amico la sconvolse, è stato non un padre ma un fratello maggiore, un eletto, anche lui combattente contro le ingiustizie, poeta d’azione, politico, stroncato giovanissimo. La morte di Rocco Scotellaro rimette probabilmente in circolazione in maniera vitale e dolorosa l’esperienza della perdita, l’esperienza del lutto e la sua elaborazione, oltre che traumatizza la lingua poetica, perché Rocco Scotellaro è un poeta: dunque, un po’ come alla Celan, diventa difficile parlare una lingua poetica che in parte è andata a finire in una tomba o si è persa per sempre, si è inabissata.

La scelta dell’Italia è una delle vie principali per comprendere la storia della sua malattia: direi che la lingua italiana tout court è una delle linee di conduzione della malattia di Amelia Rosselli. Teniamo presente che la lingua italiana è per lei la lingua del padre e che il tema del padre lei l’ha affrontato con Ernst Bernhard come un tema fondamentale. C’è un punto che emerge anche dalla lettura di Storia di una malattia: fino a che punto Amelia Rosselli è la figlia che può dare degna sepoltura al padre, come un’Antigone del Novecento? Con lei siamo di fronte un po’ al risorgimento della figura di Antigone, un’Antigone che addirittura tutta la vita deve continuare ad accudire la sepoltura del padre attraverso la propria poesia e attraverso la lingua italiana. Penso che questo sia un tema centrale di Serie ospedaliera e già molto presente nella sua produzione in generale: il trauma della lingua italiana, in cui la lingua viene vissuta come un modo per esplicare i sintomi della malattia. La lingua italiana in lei convive con il trauma della morte del padre e, per osmosi, convive con il trauma della storia, perché la lingua italiana è la lingua dei fascisti, è la lingua del potere: fin da bambina lei la percepisce in questo senso. Il trauma della madre che non riesce a superare il lutto ed entra in una sorta di afonia totale della lingua italiana ne è in fondo un naturale corollario; per cui è come se la lingua italiana fosse una lingua o tabù o intima o distorta, una lingua che fa male, e viene in un certo senso rifiutata, per poi divenire come un ritorno del represso, del cancellato.

C’è un elemento politico fortissimo in Storia di una malattia, come abbiamo visto, laddove con forza riemerge tutto l’immaginario di paura, d’angoscia, tipico di quegli anni in Italia e nel resto del mondo, che anche lei vive o percepisce sulla sua pelle:

Una notte mi svegliai soffocando, e sentii come la stanza piena d’onde elettromagnetiche, e me con le gambe addormentate e formicolanti. Forse un aumento della corrente durante il programma della sera prima, e un accumularsi d’onde nella stanza chiusa? Sospettai invece che qualcuno fosse andato nella cabina dello, stabile, a rialzare la corrente[9].

[…] Seguirono incidenti vari con macchine chiaramente d’origine fascista. Ebbi diverse cadute dal motorino, con traumi cranici relativi. La casa era precedentemente stata messa sottosopra in cerca di droghe, che ovviamente non ho mai comprato né consumato di mia volontà[10].

Da bambina Amelia Rosselli ha percepito perfettamente il problema del padre e dello zio spiati, inseguiti, avvisati e sempre in pericolo, silenziosamente o apertamente minacciati, continuamente terrorizzati fino al loro assassinio. Le intuizioni e la percezione di una minaccia che è stata reale s’incarnano in Amelia Rosselli come un trauma che è altrettanto reale per milioni di persone a quel tempo; pensiamo a cosa è stata la Cia negli anni Settanta, e ancora prima il maccartismo per il mondo culturale americano o pensiamo alla schedatura e al sistema di controllo del Kgb sovietico, pensiamo al ruolo del Sid in Italia, alle stragi di stato ecc. Come una pestilenza, questa sua malattia in realtà è anche il contagio della storia, come se Amelia Rosselli fosse una sacerdotessa o una santa, e la sua malattia fosse dovuta a un contagio che ha colpito milioni e milioni di sofferenti – di spiati, seguiti, imprigionati, torturati, in Italia, nell’Europa dell’Est, nella decolonizzazione in Africa, nelle dittature dell’America Latina. Se non fosse il fatto che lei non era coinvolta negli spionaggi della Cia, attraverso il complesso di persecuzione e la paranoia di essere seguita e spiata, lei ha investito la propria carne, ha assunto su di sé un trauma di un’intera epoca: la sua non è una malattia psichica irrelata, avulsa dal contesto storico, ma sembra vivere in modo traumatico quello che stava succedendo in mezzo mondo. Questo si è stigmatizzato in termini di epifania del mito, del mito del padre e dello zio.

Quando lei risponde a Pasolini di non essere una cosmopolita, ma un’esule, una fuggiasca, sta dicendo anche di non sentirsi a casa, ma perseguitata e minacciata o attraverso avvelenamento di cibo o scariche elettriche dei fili della luce o incidenti in motorino mentre percorreva le strade di Roma in motorino, o l’«uso del radar sulla testa», le minacce in stile mafioso, l’oppio fra i medicinali, come abbiamo letto in Storia di una malattia, tutto attribuito a un disegno politico, a tentati omicidi. La sua non è una malattia romantica, ma una malattia del Novecento: dunque, c’è un turbamento psichico che attraversa la sua letteratura e che è la cristallizzazione nella psiche dei mali della storia; come se, per assurdo, non sapessimo nulla dei massacri di Auschwitz e li sognassimo, come se i fantasmi dei crimini della storia abitassero nel suo inconscio.

La prima cosa, e la lettura di queste due prose porta verso questa direzione, è sgomberare la malattia di Amelia Rosselli, per poi recuperarli, dalla suggestione romantica della sensibilità e dall’essere trauma autobiografico: lo è certamente, ma quello che conta è il trauma della storia che va a lacerare l’animo di una poetessa e di una donna; è come se lei avesse le stigmate: sì, non è stata crocifissa ma in lei la pietas diventa una realtà con cui deve convivere. Paradossalmente il suicidio di Primo Levi non è così distante da quello di Amelia Rosselli, anche lei è una reduce, è una salvata tra i sommersi: non è un’ebrea, non è stata in un campo di concentramento, ma anche lei ha subito la storia come un trauma.

Proprio prima di portare protesta all’Ambasciata Americana venni come al solito gravemente minacciata: questa volta mi si era piazzata una dose veramente forte di forse oppio, fra i miei cibi o medicinali. Arrivai all’Ambasciata mezza morta […]. Comunque nell’autunno del 1976 le cose cominciarono ad andare per il meglio tramite l’intervento di Terracini e della segreteria particolare di Sandro Pertini. Dopo qualche mese venne eliminato l’uso del radar; le violenze diminuirono e soltanto sporadicamente s’infiltravano veleni in casa […]. Anzi a quanto pare non una sola mia parola venne creduta riguardo alla Cia, con relativo piazzamento di acidi, addirittura nel fondo della vasca da bagno e nelle scarpe oltre che nei medicinali[11].

In ciascuno di noi esiste un sistema di difesa, che è anche un sistema di oblio, di egoismo, o un umano principio di sopravvivenza, che ci rende tollerabile la coscienza del male. Se invece, come il Gonzalo gaddiano, hai la cognizione del dolore, se l’hai incarnata, se l’hai subita, non ci puoi convivere, per cui assume caratteri spettrali, nel senso di spettri che ti coabitano: così la Cia ti segue e può minacciare la tua vita, che poi è quello che è successo ai suoi genitori, è quello che succedeva a milioni di persone in quegli anni (se prendiamo il sistema di spionaggio dell’ex Unione Sovietica o quello che ha fatto il maccartismo in America, ad esempio), cioè diventa una malattia storica, un segno epocale, e forse non abbiamo neanche il vocabolario per definirla compiutamente. È un sistema collettivo che convive con gli spettri e i fantasmi e, se non hai sistemi di difesa, sei alla mercé del male e del dolore: parliamo di un io collettivo (in Diario ottuso la Rosselli passa spesso dalla prima alla terza persona). Questo è valido a partire da ciò che Amelia Rosselli ha subito sia storicamente sia linguisticamente: nel senso che l’elaborazione del dolore nell’infanzia non è avvenuta nella riduzione in una storia autobiografica del male, ma in una storia collettiva del male. Di solito, si dice: «sono rimasto orfano di padre», non «siamo rimasti orfani di padre»; lei, invece, usa questa seconda declinazione, che è tragica, ed è da poeta vate, da medium: in questo si può parlare di sacerdotessa, e per questo è vicina a Celan. La sua follia è una follia strana, non fascinosa e, quando parla delle voci che sente («Tra le sei-sette voci distinguibili in quanto sempre uguali a se stesse ne spiccavano all’inizio due di donne, una delle quali piuttosto giovani […] Queste due donne si davano un daffare impressionante nel ripetermi, già prima ch’io finissi di pensare una frase, le sue prime parole in modo da rendere una qualsiasi interiorità o privacy di opinioni o analisi impossibile»), con le figure femminili che stanno confabulando, possibile riferimento alle figure della nonna materna e della mamma, la sua è una percezione da medium, purtroppo mai interrotta fin da quando era bambina in fuga e sentiva bisbigliare, con i genitori che scappavano e poi scomparivano all’improvviso, per cui le minacce, pur non visibili, erano letteralmente, ossessivamente, presenti nell’infanzia, come accadrà anche successivamente.

Più di diciotto anni sono trascorsi tra la data di composizione di Storia di una malattia e il giorno in cui Amelia Rosselli decise di suicidarsi, l’11 febbraio del 1996.

  1. A. Rosselli, Storia di una malattia, in «Nuovi Argomenti», n. 56, Nuova Serie, ottobre-dicembre 1977, p. 185.
  2. Ivi, p. 188.
  3. Ivi, p. 190.
  4. Ivi, p. 195.
  5. Ivi, pp. 185-86.
  6. Ibidem.
  7. Ivi, p. 192.
  8. Ivi, p. 196.
  9. Ivi, p. 186.
  10. Ivi, p. 188.
  11. Ivi, p. 193.

(fasc. 29, 25 ottobre 2019)