Un caso di incrocio fra tradizione autorizzata e letteratura popolare: i “Sonetti e capituli” di Panfilo Sasso e un opuscolo sulle guerre di fine ’400

Autore di Massimo Malinverni

Lo studio della tradizione della produzione lirica di fine Quattrocento, segnatamente della temperie cortigiana settentrionale, rivela spesso incroci frequenti tra un filone per così dire “principale”, spesso autorizzato dall’autore e per lo più identificato da un’editio princeps a stampa o, più raramente, da un manoscritto autografo (o con valore di autografo), e un filone più marginale, in genere non autorizzato, rappresentato da miscellanee manoscritte o a stampa, a volte anche da opuscoli di carattere e diffusione francamente popolare. Questo contributo (che sottintende il lavoro in fieri per l’allestimento di un’edizione critica e commentata dei sonetti di Panfilo Sasso)[1] intende in particolare esemplificare quest’ultima fattispecie, concentrandosi sui rapporti e l’interazione fra la tradizione principale e un opuscolo di natura popolare. E pare innanzitutto opportuno, in limine, fornire alcuni brevi cenni biografici sull’autore, pure ben noto agli studiosi di lirica tardoquattrocentesca, e sui caratteri generali della tradizione delle sue opere volgari.

L’autore

Panfilo Sasso (nome letterario di Sasso de’ Sassi) nasce a Modena intorno al 1455. Figura inquieta di umanista, versificatore copioso volgare e latino, teologo, oratore, precettore, potrebbe ben essere definito l’archetipo del “cortigiano senza corte”. Pur dedicando, infatti, la propria opera volgare a Elisabetta Gonzaga, duchessa di Urbino, e rivolgendosi preferibilmente a Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, non partecipò mai, di fatto, alla vita di corte, spostandosi frequentemente dalla città natale a Brescia, Verona, Milano, Cesena, per poi trascorrere gli ultimi anni della sua vita (morì nel 1527) come governatore di Longiano, nel cesenate. Conobbe, nel 1523, anche un processo per eresia, dal quale si salvò grazie agli uffizî del vescovo di Modena e alla protezione del conte Guido Rangoni[2].

La facilità della vena e i toni spesso popolareggianti di molti testi non devono trarre in inganno nel giudicare la produzione volgare del Sasso, peraltro caratterizzata da un’ansia inventiva di rara efficacia e dall’evidente influsso di un habitus sperimentale di stampo umanistico. Di qui la frequente complessità delle scelte sintattiche, stilistiche e retoriche, unite a un gusto singolare per l’arditezza metaforica ed espressiva: caratteri tali, probabilmente, da far ritenere la sua poesia come il frutto più originale della breve stagione cortigiana di fine Quattrocento[3].

La tradizione

A un primo regesto, forzatamente provvisorio e costantemente minacciato, nei suoi confini, da inevitabili insidie attributive, la produzione poetica volgare del Sasso parrebbe constare di 596 individui. Di questi, ben 450 (ossia 406 sonetti, 39 capitoli e 5 egloghe) sono presenti nella princeps bresciana del 1500 (BS) e nelle successive ristampe dei Sonetti e capituli; le rimanenti 145 rime (ovvero 48 sonetti, 8 capitoli, 2 egloghe polimetriche, 1 poemetto in ottava rima, 87 strambotti), convenzionalmente definibili extravaganti, sono tràdite o da edizioni parziali o da miscellanee, sia manoscritte che a stampa[4]. Com’è naturale, questa bipartizione fondamentale della tradizione (della quale si è subito rilevata la natura almeno parzialmente convenzionale) non implica un’assoluta reciproca impermeabilità: molti testi afferenti al ramo “principale” dei Sonetti e capituli (per l’esattezza 65) sono anche presenti in diversi manoscritti miscellanei e in alcune edizioni collettive o di altri autori.

In assenza di autografi certi, l’unico testimone autorizzato è costituito dall’editio princeps bresciana dei Sonetti e capituli dedicata ad Elisabetta Gonzaga, essendo tutte le successive ristampe, col titolo comune, e più generico, di Opera, risultate descriptae. In quanto ai manoscritti, vi è un gruppo di testimoni (Z, G, N, P2 e Pr2), i più ricchi di rime del Sasso, che rivestono una particolare rilevanza dal punto di vista testuale, permettendo spesso di porre in luce evidenti lezioni d’autore. Da un’analisi interna, condotta sulla base dei testi in testimonianza multipla di BS, appare infatti evidente come nella quasi totalità dei casi siano proprio quattro di questi manoscritti (esattamente Z, N, P2 e Pr2) ad offrire le più significative varianti d’autore, sia che permettano d’individuare stadi redazionali discriminabili con sufficiente chiarezza sia che rivelino semplicemente la presenza di varianti alternative. Volendo arrischiare una sintesi generale, l’impressione è quella di trovarsi di fronte a un gruppo di testimoni che riflettono una o più fasi redazionali quasi sempre precedenti quella di BS. Dunque, anche osservando come sia presente in questi manoscritti un numero elevato di testi (da noi definiti extravaganti) che non hanno trovato posto in BS, sembrerebbe convalidata l’ipotesi di una selezione d’autore (sia quantitativa sia, per così dire, qualitativa e revisoria) per l’allestimento della princeps. Per quanto riguarda invece le lezioni d’autore presenti in questi manoscritti, non è purtroppo possibile, almeno per ora, rilevare dei comportamenti comuni sufficientemente omogenei e costanti, tali da permettere apparentamenti precisi (una qualche comunanza di comportamento è forse rilevabile solo tra P2 e Pr2). Quello che è importante osservare è come questo gruppo di testimoni debba risalire, più o meno direttamente, a una o più raccolte, si presume abbastanza vaste e strettamente legate fra loro, con funzione di ampi collettori di rime del Sasso: raccolte per noi perdute, o comunque finora non reperite.

Come risulterà evidente da una pur corsiva analisi della tradizione, l’edizione dei testi non può che basarsi su BS, unico testimone dietro il quale sia possibile riconoscere un’organica intenzione d’autore. Naturalmente, nel caso dei testi in testimonianza plurima si è operato un confronto testo per testo con la tradizione manoscritta, anche al fine di isolare possibili residui di varianti (se non stadî) redazionali, precedenti la fase testimoniata dalla princeps e frequentemente attribuibili all’autore, in maggiore o minor misura sicuramente discriminabili dal substrato costante delle lezioni adiafore.

Il caso di FGm

Singolare (e di rilievo almeno per la storia della tradizione, se non per la costituzione del testo) è il caso di FGm: vediamone una sintetica descrizione[5].

La guerra del Moro e del Re de francia et de san Marco composta per Fra|te Ioanne Fiorentino del ordine de sancto Francesco maistro in theologia.

s.n.t. [post giugno 1500].

4°, got., cc. 4 n.n. e n. segn., 2 coll. A c. 1r una xilografia.

Contiene: s. 403 (c. 4r; adesp.); s. 404 (c. 4r; adesp.); s. 401 (c. 4v; adesp.: Soneto del destino); s. 405 (c. 4v; adesp.: Soneto de fortuna); s. 406 (c. 4v; adesp.: Soneto de fortuna); s. 287 (c. 4v; adesp.: Soneto del moro quando perse el so paese).

Bibl.: GOR I 40 e II 161 (rip. anastatica); Essling 2453 (e fig. p. 594); IGI 4542/b; Sander 2901; Medin 209; Segarizzi 158 (e fig. 104); Wilhelm, p. 520 (e passim).

Si tratta, con ogni evidenza, di uno di quegli opuscoli di origine e destinazione prevalentemente popolare che fiorirono copiosi, nei primi decenni di storia della stampa, soprattutto (ma non esclusivamente) in corrispondenza dei drammatici episodi bellici che interessarono il teatro italiano a cavallo tra Quattro e Cinquecento; veri e propri instant books, dunque, nati nell’inseguimento incalzante di un avido interesse del pubblico contemporaneo, e com’è ovvio maggiormente inclinanti alla cronaca e alla militanza politica che a un decantato distacco storico: al pari di quanto esperito dallo stesso Sasso nella sua silloge sulla cacciata del Moro (Cm e Cs)[6].

Di seguito a un poemetto di 46 ottave compaiono, sul fronte e il retro dell’ultima carta, sette sonetti adespoti[7], di cui uno facilmente attribuibile al Tebaldeo (Gli è pur mo al tutto mia sperancia persa: Tebaldeo 95, a stampa nella princeps di Modena, Rococciola, 1498)[8], e sei al Sasso: 287, 401, 403, 404, 405 e 406. Dunque, con l’eccezione del primo, ben cinque dei sei testi conclusivi, presenti nelle ultime due carte, o7v e o8r-v, della sezione dei sonetti di BS. Il motivo di una simile scelta di testi del modenese da parte dell’autore-assemblatore di FGm (a parte il possibile influsso dei suoi già ricordati opuscoli politici, Cm e Cs) può essere probabilmente già suggerito dalla contestuale osservazione delle didascalie, ovviamente del tutto spurie, apposte a quattro dei sei sonetti (Soneto del destino; per due volte Soneto de fortuna; Soneto del moro quando perse el so paese) insieme a un’analisi del contenuto stesso di questi testi. E infatti la sezione finale dei sonetti di BS (più il caso isolato del sonetto 287), di tonalità quasi esclusivamente gnomica e con una particolare attenzione per il tema, sempre cruciale nel Sasso, del destino e della predestinazione[9], ben si prestava a una disinvolta adibizione attualizzante in margine alla trattazione, così duramente sarcastica, del clamoroso casus del potentissimo Moro[10].

Restano da valutarsi la datazione dell’opuscolo, la sua effettiva collocazione e l’eventuale rilevanza testuale. Soccorrono, al proposito, ragioni interne ed esterne. In assenza di note tipografiche, gli autori dei più noti repertori o studi che hanno registrato l’operetta o si sono astenuti da qualsiasi congettura (Essling e Sander[11]), o si sono trincerati in un’assoluta genericità (Segarizzi: «sec. XVI»), oppure hanno sostanzialmente convenuto su una data assai simile, e precisamente: «1500» (Medin); «Venezia, s. t., dopo il 1500» (IGI); «Venezia, ca. 1500» (GOR, e sulla sua scorta Wilhelm). Basandosi su elementi interni, la lettura dell’operetta conferma ovviamente una scontata datazione post quem da porre al 2 settembre 1499, giorno della fuga del Moro da Milano, ma ulteriori allusioni permettono di spostare leggermente in avanti questo limite. All’ottava 17, 7 si legge che «hor lui [il Moro] per Francia in sorte è dolorosa»; e a 32, 4-5 che «el serà posto in qualche loco tetro | e morirà più volte anci el morire»; inoltre l’autore, dolendosene, afferma in 33, 1 «che Ascanio è preso». Dunque, il Moro a questa altezza parrebbe già tornato dal volontario esilio presso Massimiliano d’Austria (ritorno avvenuto il 30 gennaio 1500), essere già stato sconfitto a Novara, l’8 aprile 1500, dopo il suo vano tentativo di riconquista del ducato, ed essere ormai prigioniero in Francia, nel castello di Lys-Saint-Georges (dove trascorse la prima parte della sua lunga detenzione). Quanto al fratello, il cardinale Ascanio, venne fatto prigioniero dai veneziani (per essere poi consegnato ai francesi e rinchiuso, a sua volta, nella torre di Bourges) il 10 aprile 1500: data che pare il vero termine post quem desumibile con sicurezza dal contenuto dell’operetta.

Ma veniamo all’analisi dei dati ecdotici. FGm presenta, rispetto a BS e alle sue stampe descriptae, una serie di errori singolari, frequentemente (quando invece non si tratti di semplici sviste tipografiche) sotto specie di trivializzazioni (in linea con la natura prevedibilmente corriva di opuscolo popolare):

Altri testimoni FGm
287, 2 sovente soente
287, 10 fida e guida [banalizzazione, che introduce una ripetizione di una parola in rima al v. 14]
287, 13 sio non vo se non voglio [introduce un’ipermetria]
403, 5 bisogna bisogno
404, 3 Dionisio Dionyso [facilior, trattandosi del tiranno siracusano]
406, 2 dricia diricia ipermetro

Altre lezioni singolari di FGm sono invece solo apparente adiafore, nascondendo di nuovo, in realtà, una banalizzazione:

Altri testimoni FGm
287, 8 longi affanni tropo affano [errore d’anticipo: cfr. pur troppo, v. 9]
401, 11 se non virtu non val se no non val virtu [l’inversione trasforma il chiasmo di BS (se non, virtù non val, non val ingegno) in un più rassicurante parallelismo]
406, 6 e piange indarno piange et indarno [rispetto a BS (in van se dole e piange, indarno crida), è adiafora solo ammettendo in FGm una lettura in van se dole <e> piange, et indarno crida, che preservi la dittologia dole e piange: ma è forte il sospetto di un involontario spostamento di posizione della copula]

Sicuramente adiafore sono invece le lezioni seguenti (in qualche caso, tuttavia, ben svelanti un’attitudine di disinvolta rielaborazione):

Altri testimoni FGm
287, 3 mi el me
287, 11 di del
287, 12 che forza è chel cor mi divida chel cor convien che me divida [l’intervento sembra evitare il forte accento di 5a di BS]

Viene da chiedersi da quale edizione del Sasso FGm abbia esemplato i sei sonetti (di cui non è stata finora reperita alcuna testimonianza manoscritta). In mancanza di errori congiuntivi e insieme separativi di FGm in comune con qualsiasi altro testimone[12], possiamo tuttavia osservare almeno una serie di lezioni corrette di BS-FGm contro tutte le descriptae:

BSFGm Altri testimoni
403, 7 è sol [+ MI] el sol
404, 14 ha om.
406, 13 in le fasse in fasse

Certamente questi errori, introdotti nella tradizione da VE1 e poi meccanicamente riprodotti dalle successive ristampe, non sono così inossidabilmente separativi da far escludere una possibile emendazione (come dimostra ancora una volta il caso di MI a 403, 7). Ma pare invero, alla luce dei precedenti elenchi di banalizzazioni e fraintendimenti, che le assai ridotte capacità di autonomo intervento correttorio di FGm rendano scarsamente plausibile questa evenienza[13]. Dunque, sia dal punto di vista testuale sia da quello cronologico, l’ipotesi che FGm abbia utilizzato come antigrafo una copia di BS sembra di gran lunga la più economica, e insieme suffragata o almeno non contraddetta, dai pur non numerosi dati di fatto a nostra disposizione. Ne consegue che FGm può essere a questo punto con buona approssimazione databile nel secondo semestre del 1500, dato che il Misinta chiese e ottenne il privilegio per stampare i Sonetti e capituli il 13 giugno 1500[14].

  1. Un’edizione parziale è in P. Sasso, Sonetti (1-250), edizione critica e commento a cura di M. Malinverni, Pavia, Croci, 1996.
  2. Per queste e altre informazioni, e per i relativi supporti documentari e bibliografici, cfr. la mia voce Sasso, Panfilo, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. 90, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2017.
  3. Cfr. in merito la mia scheda Panfilo Sasso, compresa in Atlante dei canzonieri in volgare del Quattrocento, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo, 2017, pp. 535-41. Tra i precedenti interventi ivi segnalati, ricordo almeno A. Rossi, Serafino Aquilano e la poesia cortigiana, Brescia, Morcelliana, 1980, pp. 125-28; M. Malinverni, La lirica volgare padana tra Boiardo e Ariosto: appunti su una transizione rimossa, in Il Boiardo e il mondo estense nel Quattrocento, Atti del Convegno Internazionale di Studi (13-17 settembre 1994), a cura di G. Anceschi e T. Matarrese, vol. II, Padova, Antenore, 1998, pp. 695-721. Sui problemi di edizione e commento si vedano alcuni altri miei studi: Sulla tradizione del sonetto «Hor te fa terra, corpo» di Panfilo Sasso, in «Studi di filologia italiana», XLIX, 1991, pp. 123-65; Lectiones faciliores e varianti redazionali nella tradizione delle rime di Panfilo Sasso, in «Studi di filologia italiana», LVI, 1998, pp. 203-28; L’edizione e il commento dei Sonetti e capituli di Panfilo Sasso, in Petrarca in Barocco. Cantieri petrarchistici. Due seminari romani, a cura di A. Quondam, Roma, Bulzoni, 2004, pp. 361-89.
  4. D’ora in poi citerò i testimoni servendomi del seguente sistema di sigle. Manoscritti: Gubbio, Archivio di Stato, ms. I.D.2 (Armanni XVIII F 34) [G]; Napoli, Biblioteca Nazionale «V. Emanuele III», ms. XIII.D.44 [N]; Parigi, Bibliothèque Nationale, ms. It. 1047 [P2]; Parma, Biblioteca Palatina, ms. Parm. 1424 [Pr2]; Budapest, Fövárosi Szabó Ervin Könyvtár, ms. Zichy 09/2690 [Z]. Edizioni a stampa: Sonetti e capituli del clarissimo poeta miser Pamphilo sasso modenese, Brescia, Misinta, [1500] [BS]; Capitolo del destino composto per el Preclarissimo Poeta misser Pamphilo Saxo [Bologna, G. da Rubiera, 1496-1500] [Cd]; Pamphili Saxi poetae lepidissimi ad Onophrium advocatum patricium Venetum ac equitem magnificentissimum Carmen [Brescia, Misinta, post sett. 1499] [Cm]; Capitolo de praedestinatione [Brescia, 1498?] [Cp1]; Capitolo de predestinatione composto per il clarissimo poeta Miser Pamphilo sasso Modenese, Brescia, Misinta [1500-1502] [Cp2]; Capituli e Soneti de miser Pamphilo Saxo Poeta laureato de le divisione et guerre de Italia et del Moro et del Re di Franza [post sett. 1499] [Cs]; La guerra del Moro e del Re de francia et de san Marco composta per Frate Ioanne Fiorentino del ordine de sancto Francesco maistro in theologia [post giugno 1500] [FGm]; Opera del praeclarissimo poeta miser Pamphilo sasso modenese. Sonetti CCCCVII. Capituli XXXVIII. Egloge V, Milano, G. A. Scinzenzeler, 1502 [MI]; Opera del praeclarissimo poeta miser Pamphilo sasso modenese. Sonetti CCCCVII. Capituli XXXVIII. Egloge V, Venezia, Vercellese, 1500 [VE1].
  5. Qui e in seguito i repertori bibliografici saranno citati mediante il seguente siglario. Essling: Massena prince d’Essling, Etudes sur l’art de la gravure sur bois à Venise. Les livres à figures vénitiens de la fin du XV siecle et du commencement du XVI, Firenze-Parigi 1907-1914; GOR: Guerre in ottava rima, 4 voll., a cura di M. Bardini, M. Beer, M. C. Cabani, D. Diamanti e C. Ivaldi, Modena, Panini, 1989; IGI: Indice generale degli incunaboli delle Biblioteche d’Italia, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, 1943-1981; Medin: Bibliografia, in A. Medin, La storia della Repubblica di Venezia nella poesia, Milano, Hoepli, 1904; Sander: M. Sander, Le livre à figures italien depuis 1467 jusq’à 1530, Milano, Hoepli, 1942; Segarizzi: A. Segarizzi, Bibliografia delle stampe popolari italiane. Stampe popolari della Biblioteca Marciana, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1913; Wilhelm: R. Wilhelm, Italienische Flugschriften des Cinquecento (1500-1550). Gattungsgeschichte und Sprachgeschichte, Tübingen, Niemeyer, 1996.
  6. Cfr. M. Malinverni, Un libello politico di fine Quattrocento: il Carmen ad Onophrium di Panfilo Sasso, in «Annali Queriniani», III, 2002, pp. 317-35.
  7. Ma in quattro casi su sei, come si è appena visto dalla nostra descrizione, non anepigrafi.
  8. Cfr. A. Tebaldeo, Rime, a cura di J.-J. Marchand e T. Basile, Modena, Panini, 1992, vol. II, 1, p. 224.
  9. Si vedano, oltre al son. 23 di BS, soprattutto i capitoli extravaganti presenti in Cd, Cp1 e Cp2, la cui pubblicazione è collocabile (con inevitabile approssimazione per la reticenza delle indicazioni tipografiche) in un arco d’anni compreso tra il 1496 e il 1502. Per tacere della sua nota implicazione in un procedimento di eresia, alla quale il tema della predestinazione non fu certo estraneo.
  10. Palesemente limite il caso del son. 287, che racconta una forzata partenza e una conseguente lontananza amorosa, nientemeno trasformato in Soneto del moro quando perse el so paese!
  11. Di scarso peso per un restringimento della datazione, a fronte di dati interni inoppugnabili (vedi infra), è la pur utile e acuta osservazione di Sander in merito all’esatta coincidenza della xilografia utilizzata con quella già presente in La venuta del re di Francia in Italia e la rotta, Brescia, Battista Farfengo, s. d. («1499» per Sander, mentre GOR retrodata a «ca. 1495»).
  12. Non sufficientemente probante la scrizione dubbia (latinismo ipercorretto o iperlatinismo?) di hi per i (articolo determinativo maschile plurale) a 405, 9, che FGm condivide con l’intera tradizione a stampa, di BS e tutte le sue descriptae. Un tratto caratterizzante, tuttavia, che porterebbe (a meno di coincidenze poligenetiche difficilmente opinabili o di supporre il ricorso allo stesso antigrafo, a noi sconosciuto, di BS) a escludere il già assai poco probabile utilizzo, da parte di FGm, di un esemplare manoscritto.
  13. Non mette conto di allegare come prova, ma nemmeno di trascurare del tutto, i casi in cui, a un’osservazione comparativa della facies tipografica minuta (abbreviazioni, fenomeni puramente grafici ecc.) delle diverse edizioni, FGm sembra coincidere in tutto e per tutto con BS. Cfr. in particolare i son. 403 e 405, non a caso praticamente assenti (tolto il caso di 403, 5, palese svista meccanica) dagli elenchi di errori e trivializzazioni appena forniti: quasi delle zone d’ombra, si direbbe, in cui le velleità riapproprianti e rielaborative dell’autore-compositore di FGm sembrano cedere il passo, forse per meccanica e ripetitiva stanchezza, a un’esemplazione pedissequa.
  14. Il documento è all’Archivio di Stato di Venezia, Notatorio del Collegio, 102, ed è stato segnalato da R. Fulin, Documenti per servire alla storia della tipografia veneziana, in «Archivio Veneto», t. XXIII, 1882, parte I, pp. 84-212: «A Bernardino Misinta, ‘habitator et stampador im Bressa’, vennero a mano i Sonetti e capitoli di Pamfilo Saxo, e vuole stamparli. Molto gli costò il ms., gli costerà molto la stampa; ottiene perciò un privilegio di dieci anni, pena ai contravventori la perdita dell’opera e un ducato per esemplare».

(fasc. 30, 25 dicembre 2019)

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