Un sirventese etico-religioso di Jacopo Sanguinacci

Autore di Davide Esposito

Il testo che andremo ad analizzare rappresenta un interessante caso di sirventese di argomento morale-religioso, nel senso che la forma metrica in questione, generalmente deputata a ospitare tematiche di natura storico-politica o, per l’appunto, morale, viene qui piegata ad assumere contorni più specificatamente religiosi, conformemente alla notevole libertà mostrata dal Sanguinacci nella gestione di tale metro, spesso da lui utilizzato anche per trattare la materia amorosa (cfr. i capitoli quadernari vi, ix, xviii, xix, xxi, xxii, xxiii)[1]. Infatti, in analogia con quanto avviene nella canzone vii (Padre del cielo, re degli emisperi), il poeta si rivolge direttamente a Dio, qui rappresentato come «virtù superna» (v. 1)[2].

Acendi el lume tuo, virtù superna,
et apri gli ochi delle nostre mente,
che sempre sono lente
senza la grande tua caritade,
a ciò che alquanto nostra debeltade, 5
iradïata dal devin spiandore,
con tempo e con fervore
gli tradimenti elaci de sto mondo.
Quanto si mostra il stato più iocundo
della terena vita, e fasse caro, 10
tanto più fele amaro
in vista dolce sempre se ritrova.
E ben si vede manifesta prova
ch’ognun vulpiza con sua falsa fede.
Misero, oimè, chi crede 15
a questi caduchi beni temporali!
O volontade cieca de’ mortali,
avolupata nel mondan diletto!
Non vedi per effetto
che tutto passa excetto a Dio servire? 20
Deh, pensa un poco avanti il tuo partire:
soglite presto da questi excelsi onori,
e de quei gran favori
che ripromette el temporale stato.
Questo apetito è tanto disfrenato, 25
fora di ·llege e de ragion assito,
omè, che ·ll’è smarito
ogni benigno lume o volto in doglia.
Quando la carne misera si spoglia
de quest’alma e del caldo naturale, 30
le glorie temporale
dove son ite, richece et onori?
Tutte s’aquistan con grave dolori;
se tengon con dolori et alla fine,
de dolorose spine, 35
de nostra consïenza, e poi n’acora.
Stolto chi non cognose che in un’ora
cotante cose mutan possessore;
né principo o signore
fu mai contento in la presente vita. 40
Ogni virtù del mondo è già sbandita,
et è cresiuto el seme fino agli ochi
de frasche e de fenochi,
siché null’altra merce più se spaza.
Ahi, mortal e fragel gente paza, 45
vedete quanto presto passa i giorni,
e mai non è chi torni
el tempo perso in tanta vanitade!
Chi più secur se tien, più tosto cade,
però che mai Fortuna non è ferma, 50
ma sempre volta e mena
or su, or giù, ad ogni suo volere.
Felice colui ch’è conscio sapere
della Fortuna scherne, e non se fida
perché nel volto rida, 55
ché poco piglia chi tante prede caza.
Nulla ristrenge chi sto mondo abraza,
però che infine el cor lacrima e geme,
avendo perso insieme
l’amor divino e ’l tempo che trapassa. 60
Con poche cose la natura passa;
ma questo mondo è tanto pien de ·llaci
che, come ciechi e paci,
intriamo in essi e non sguardamo il fine.
La pompa nostra è roxa fra le spine, 65
ché quanto nel guardar più s’acolora,
tanto più ponge allora
gli amari affani che per lei si coglie.
Poniamo el freno alle superbe noglie
de ambicione, onori e voluntade: 70
superba è crudeltade,
ché come vento nostra vita vola.
Mondo immondo, de tradimenti scola,
e scala de dolor a cui te crede,
o simulata fede, 75
soave in vista, amara negli effetti.
Non è fortuna dolce a suo’ subietti
senza veleno e fiele sotto l’esca;
tra’ fiori e l’erba fresca
el serpe ponge con suo morso. 80
Zirando volta, con presto corso,
Fortuna la suo rotta, el marinaro
alora fa riparo
quando bixogna, e forte si difende.
Una salute sola si comprende: 85
de ritinire l’animo in un stato
costante e preparato
a tutte cose che Fortuna done.
False speranze e triste opinïone
degli caduchi e miseri pensieri! 90
Oh come sti piaceri
giongon ad altro fin che non si crede!
O cieco mondo, pien de falsa fede,
e de visiche, frasche, fumo e vento!
O sumo tradimento, 95
ch’al cor mai non è ’l tuo sermone!
Ponete a mente, adonca, la raxone,
anci, lo extremo dì, e provedete
per fin che tempo avete,
ché più la morte non ce val pentire. 100
Levate el pexo, avanti lo partire,
de tanti erori e pompe che ne allaza:
algun da sé non caza
colui che del suo sangue n’ha comprati.
Or state sempre lieti e preparati, 105
alzando gli ochi vostri a vera luce,
dove sempre conduce
la vita pura e netta de peccati.

Apparato critico: 28 doglia] oglia O 34 tengon] tengo O alla] al O (verso ipometro).

Metro: capitolo quadernario di schema ABbC CDdE EFfG…, con chiusa di schema WXxY YZzY.

Note: 1 Acendi el lume: cfr. G. Boccaccio, Decameron, I, 1, 56; VII, 2, 19; VII, 8, 12; IX, 6, 10. virtù superna: cfr. A. Beccari, Rime, XXXIII, 28-29. 2 ochi … mente: cfr. Dante, Convivio, Tratt. II, 4, 8; F. da Barberino, Reggimento e costumi di donna, V, 1, VI, 1; G. Boccaccio, Filocolo, IV, 46 «il lume degli occhi della mente», 65; Id., Filostrato, Proemio, 5, V, 42 ecc.; S. Serdini, Rime, XXIV, 73. 4 grande tua caritade: cfr. Iacopone da Todi, Laude, LXXXVI, 121 «Grand’era caritate». 6 devin spiandore: cfr. Cecco d’Ascoli, L’Acerba, I, II, 1, v. 3, III, VII, 7, v. 4; Paolo da Firenze, in Poesie musicali del Trecento, ball. XVIII, 4. 8 gli tradimenti […] de sto mondo: cfr. J. Sanguinacci, Rime, I, 18-19. elaci: presumibilmente, ‘eviti’; cfr. il verbo lacciare (segnalato in Tesoro della Lingua Italiana delle Origini, d’ora in poi, TLIO, fondato da P. G. Beltrami e diretto da P. Squillacioti ˗ http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/ ˗, ad vocem) nel significato figurato di ‘legare con lacci’, di cui elaci sembra essere un composto attraverso il prefisso e-: il significato letterale sarebbe dunque, all’incirca, ‘si liberi dai lacci’. 9 stato […] iocundo: cfr. G. Boccaccio, Teseida, X, 72, v. 4; F. Landini, in Poesie musicali del Trecento, LXVIII, 8. 11 fele amaro: cfr. F. Sacchetti, Il libro delle rime, CXLIX, 64; Niccolò del Proposto, in Poesie musicali del Trecento, madr. IX, 3. 12 vista dolce: cfr. Rerum vulgarium fragmenta (d’ora in poi, Rvf) LIX, 12, LXX, 40, CXLVII, 14, CLXXXVIII, 13 ecc. 13 manifesta prova: cfr. Guittone d’Arezzo, Rime, Canz. XL, 34; S. Serdini, Rime, LXX, 16 «sincera fede e manifeste prove». 14 vulpiza: presumibilmente, ‘si comporta come una volpe’, cercando di ingannare il prossimo (cfr., nello stesso verso, il sintagma «falsa fede») con la furbizia tradizionalmente associata a quell’animale. falsa fede: cfr. Cecco d’Ascoli, L’Acerba, IV, IX, 14, v. 4. 16 caduchi beni: cfr. Rvf CCCL, 1; G. Boccaccio, Comedìa delle ninfe fiorentine, XXXIV, 2; S. Serdini, Rime, XX, 85. beni temporali: cfr. F. degli Uberti, Rime, Rime politiche, I, 51; Id., Dittamondo, IV, XVIII, 83, V, XII, 74, 80; G. Boccaccio, Rime, I, CXIII, 11. 17 volontade cieca: cfr. F. Sacchetti, Il libro delle rime, CCXLVI, 9. 18 mondan diletto: cfr. F. degli Uberti, Dittamondo, IV, XXII, 16; A. Beccari, Rime, III, 53. 19-20 Non … excetto: cfr. Francesco di Vannozzo, Rime, XLIII, vv. 9-10 «Or puo’ tu chiar veder che tutto passa / se non […]». a Dio servire: cfr. Giacomo da Lentini, Poesie, XXVIII, 1; Francesco da Barberino, Reggimento e costumi di donna, IX, 1. 22 excelsi onori: cfr. G. Boccaccio, Amorosa visione, IX, 67; C. Rinuccini, Rime, III, 12; S. Serdini, Rime, LXXXII, 7. 24 temporal stato: cfr. Francesco da Barberino, Reggimento e costumi di donna, V, 41. 25 apetito […] disfrenato: cfr. F. Sacchetti, Il libro delle rime, CCXIII, 39 «o sfrenato apetito non v’accende». 26 fora di ·llege: cfr. G. Villani, Nuova cronica, IX, LI, 2 «fuori d’ogni legge». assito: presumibilmente, ‘lontano’ (cfr. il verbo latino absisto ˗ ‘starsene via’, ‘allontanarsi’ ˗, possibile fonte di derivazione del termine usato dal poeta). 27-28 che … lume: cfr. Rvf VII, 5 «et è sì spento ogni benigno lume». volto in doglia: cfr. Rvf CCCXXXII, 5 «vòlti subitamente in doglia e ’n pianto». 29 la … spoglia: cfr. Inf., XXXIII, 63 «queste misere carni, e tu le spoglia». Per «carne misera» cfr. anche S. Serdini, Rime, XXV, 56, LXXIV, 590, e Domizio Brocardo, Vulgaria fragmenta, 76, 1. 30 caldo naturale: cfr. Dante, Convivio, IV, 24, 5. 31 glorie temporale: cfr. I. Passavanti, Specchio di vera penitenza, XLIII, La memoria della morte; G. Boccaccio, Esposizioni sopra la Comedia, IV, 42. 32 richece et onori: cfr. F. Petrarca, Frammenti e rime extravaganti, Extrav. XXI, 40; Trionfi, TM, I, 82. 33 grave dolori: cfr. Rvf CCL, 6, CCCXLIV, 4. 37 Stolto…un’ora: cfr., almeno per la struttura sintattica, J. Sanguinacci, Rime, I, 1 «Felice chi mesura ogni suo passo». 38 mutan possessore: cfr. M. e F. Villani, Cronica, V, 74, 2. 41 Ogni … sbandita: cfr. Rvf VII, 2 «ànno del mondo ogni vertù sbandita». 45 mortal e fragel: cfr. Rvf CCCXLIX, 11 «questa mia grave et frale et mortal gonna». 48 el tempo perso: cfr. G. Boccaccio, Teseida, X, 7, v. 8. 49 più tosto cade: cfr. Francesco da Barberino, Reggimento e costumi di donna, I, 24. 50 però … ferma: cfr. G. Boccaccio, Filocolo, III, 14 «Pensa che la fortuna non terrà sempre ferma la rota». 51-52 mena…giù: cfr. Inf. V, 43 «di qua, di là, di giù, di su li mena». 53-54 Felice … scherne: cfr. J. Sanguinacci, Rime, I, 1 «Felice chi mesura ogni suo passo». 56 poco piglia: cfr. Purg. XI, 109. 57 sto mondo abraza: cfr. Rvf CXXXIV, 4; F. Sacchetti, Il libro delle rime, LXV, 2. 58 lacrima e geme: cfr. G. Boccaccio, Teseida, VII, 92, vv. 2-3 «gemendo / lagrime». 62 pien de ·llaci: cfr. Rvf CCXIV, 25. 65 roxa fra le spine: cfr. G. Boccaccio, Comedìa delle ninfe fiorentine, L; S. Serdini, Rime, XXVI, 147. Come possibile modello di riferimento per i vv. 65-68, cfr. proprio S. Serdini, Rime, XXVI, 146-147 «[…] e non si punge / la man per côr la rosa in fra le spine». 68 amari affani: cfr. Guittone d’Arezzo, Rime, Canz. XLIX, 36. 69 Poniamo el freno: cfr. Rvf CCXXII, 9, CCLXVIII, 67; F. Petrarca, Frammenti e rime extravaganti, Extrav. XXI, 31. 70 onori e voluntade: cfr. Alberto della Piagentina, Il Boezio volgarizzato, III, 2, 1. 71 superba è crudeltade: cfr. F. degli Uberti, Rime, Rime varie, III, 19 «ira, superbia e crudeltate spernere». 72 ché … vola: cfr., come possibile suggestione generale, Rvf CXXVIII, 97-99 «Signor’, mirate come ’l tempo vola, / et sì come la vita / fugge […]». come vento […] vola: cfr. G. Boccaccio, Esposizioni sopra la Comedia, XII, 22 «sì come il vento velocemente vola». nostra vita vola: cfr. Purg. XX, 39 «di quella vita ch’al termine vola”». 73 Mondo immondo: cfr. F. Sacchetti, Il libro delle rime, CCXLVIII, 1-2. 76 soave in vista: cfr. G. Cavalcanti, Poesie, XXX, 5 «Era la vista lor tanto soave»; G. Boccaccio, Teseida, VII, 51, v. 2 «ad ogni vista soave e ameno»; F. Landini, in Poesie musicali del Trecento, ball. CXVII, 1-2 «Se la vista soave / de gli ochi tuo […]». 77 Non … dolce: cfr. F. degli Uberti, Dittamondo, I, 12, 25 «E sì m’era allor dolce la fortuna». 78 veleno e fiele: cfr. Giacomino da Verona, De Babilonia civitate infernali, 38 «amare plui ke fel e de venen mesclae». sotto l’esca: cfr. L. Giustinian, in Le rime del Codice Isoldiano, III, 30. 79 tra’ fiori e l’erba: cfr. Purg. VIII, 100; Rvf LXX, 9; G. Boccaccio, Comedìa delle ninfe fiorentine, VII, 2; Id., Amorosa visione, XXII, 71. l’erba fresca: cfr. Rvf CLXV, 1, CCLXXXI, 12; Trionfi, TC, IV, 125. 81-82 volta […] / […] la suo rotta: cfr. F. Sacchetti, Il libro delle rime, CCLXXII, 12. 84 forte si difende: cfr. G. Boccaccio, Comedìa delle ninfe fiorentine, XXX, 17 «difende forte con ardito petto». 88 a … done: cfr. G. Boccaccio, Teseida, VI, 31, v. 7 «e la Fortuna de’ ben ch’ella dona»; F. Sacchetti, Il libro delle rime, XIII, 12 «verso Fortuna, che dona a tutte ore». 89 false speranze: cfr. Trionfi, TM, I, 129. triste opinïone: cfr. Rvf CCLI, 8. 90 miseri pensieri: cfr. G. Boccaccio, Elegia di Madonna Fiammetta, IV, 2, 2. 93 O … fede: cfr. Jacopo da Bologna, in Poesie musicali del Trecento, madr. XIII, 1 «O cieco mondo, di lusinghe pieno». Per «O cieco mondo» cfr. anche F. degli Uberti, Dittamondo, II, XXI, 97, IV, II, 105. Per «falsa fede» cfr. Cecco d’Ascoli, L’Acerba, IV, IX, 14, v. 4. 94 fumo e vento: cfr. Dante, Purg. V, 113; G. Boccaccio, Corbaccio, 104. 96 ch’al … tradimento: cfr. Cino da Pistoia, Poesie, CXXV, 5 «che ’l mio sermon non trovi il vostro core». 97 ponete … rasone: cfr. F. degli Uberti, Dittamondo, V, 16, 55 «Ma pon mente a quel ch’ora ti ragiono». 98 extremo dì: cfr. Rvf XXXII, 1 «[…] giorno extremo», CCCLXVI, 32 «[…] extremi giorni»; S. Serdini, Rime, XV, 103-104 «[…] gli estremi e atri / giorni crudeli […]». 98-99 provedete … avete: cfr. G. Boccaccio, Filostrato, II, 71, v. 6 «Buon è adunque a tempo provvedersi». 99 ché … pentire: cfr. C. Davanzati, Rime, Canz. L, 37 «da poi ch’è morto, che val o‹m› pe‹n›tere?»; Andrea Cappellano, De amore, XV, 17 «perché dopo la morte non varebe loro il pentere”». 102 ne allaza: ‘ci prendono al laccio’, ‘ci catturano’ (cfr., per i vari significati e le relative occorrenze del verbo allacciare nell’italiano antico, TLIO, ad vocem). 103 caza: ‘cacci’, con valore di imperativo presente (o, se si preferisce, di congiuntivo esortativo presente) di terza persona, sulla scia degli altri imperativi presenti dei vv. 97-108, tutti di quinta persona («Ponete», v. 97; «provedete», v. 98; «Levate», v. 101; «state», v. 105). 104 colui … comprati: Gesù Cristo, con riferimento alla sua opera di redenzione dell’umanità attraverso la sua morte e resurrezione. 105 vera luce: cfr. Purg. XV, 66; G. Boccaccio, Filocolo, V, 57, 60; Id., Filostrato, Proemio, 5, VIII, 18, v. 4 («vero lume»); Id., Teseida, IV, 72, v. 6; Id., Comedìa delle ninfe fiorentine, XLI, 4; Id., Corbaccio, 45. 107 vita pura e netta: cfr. Bernardino da Siena, Prediche senesi del 1427, I, 19 «se non per la sua vita santa e netta e pura». Per «vita pura» cfr. anche Par. XXVI, 140; per «pura e netta» cfr. anche G. Boccaccio, Rime, II, XXXV, 73, II, XLI, 75; Id., Comedìa delle ninfe fiorentine, XXXIX, 91; Id., Ninfale fiesolano, 236, v. 5. pura […] de peccati: cfr. G. Boccaccio, Filocolo, V, 9 «sentendomi di quel peccato pura». netta de peccati: cfr. Dante, Rime, XXXIX, 13; F. Sacchetti, Le sposizioni di Vangeli, Die XXXII, 2; Bernardino da Siena, Prediche senesi del 1427, I, 18, XXIX, 9.

Il sirventese si apre dunque con un’esortazione rivolta a Dio perché egli possa donare, all’umana debolezza («nostra debeltade», v. 5), la forza di sfuggire alle insidie del mondo («gli tradimenti […] de sto mondo», v. 8) attraverso il «lume» (v. 1) dello Spirito Santo; essa poi cambia destinatario, indirizzandosi direttamente all’umanità («O volontade cieca de’ mortali», v. 17), alla quale viene rivolto un lungo invito ad abbandonare le cose di qua giù e i beni temporali per dirigersi verso «l’amor divino» (v. 60), dal momento che «tutto passa excetto a Dio servire» (v. 20). Il testo non è altro che una continua variazione su questo tema, che ambisce a condurre il lettore verso una «vita pura e netta de peccati» (v. 108); esso ci permette, in ogni modo, di evidenziare alcuni caratteri tipici della scrittura lirica sanguinacciana.

Il primo lo abbiamo in qualche modo già rilevato, trattandosi della consuetudine di Jacopo di proporre i propri versi come rivolti a un destinatario specifico (quella che, in termini jakobsoniani, potremmo definire la “dimensione conativa” della poesia del Sanguinacci): in questo caso, come abbiamo detto, il primo destinatario è Dio, a cui il Sanguinacci rivolge, nei primi otto versi, una sorta di preghiera-prologo, che poi lascia spazio alla lunga esortazione rivolta agli uomini (secondo destinatario) perché essi mutino vita aderendo alla ricerca di Dio in contrapposizione a quella dei beni temporali.

È proprio in questa esortazione che si evidenzia un’altra peculiarità della poesia di Jacopo: essa, infatti, si nutre di toni sentenziosi che danno vita a un discorso morale basato su una serie di affermazioni-esclamazioni le quali, poste in termini dogmatici, escludono ogni possibile dialogo e vengono proposte come verità che il lettore può solamente accettare, se vuole continuare produttivamente nella lettura del testo (cfr., ad esempio, i vv. 9-16, che preludono all’esortazione): in pratica, il destinatario introdotto non è altro che una funzione stessa della voce lirica di Jacopo, una sua emanazione a cui non è concesso diritto di replica; da tale dinamica consegue, come risultato, un discorso morale-religioso privo di dialettica. Tutto ciò sarà più chiaro ponendo a confronto il nostro sirventese con la canzone 323 dei Rvf. In questo testo, infatti, il Petrarca, alla fine dell’ultima stanza, giungeva alla conclusione che «nulla, altro che pianto, al mondo dura» (v. 72); un verso sentenzioso, dunque, ma che troviamo al termine della canzone, appena prima del congedo, e che rappresenta il frutto finale di quanto è stato articolatamente elaborato nei 71 versi precedenti, in cui il poeta, «attraverso sei quadri allegorici imperniati su alcuni dei più noti simboli laurani […], rievoca l’evento traumatico della morte di Laura e, con essa, l’improvviso venir meno dei valori trasmessi da quella simbologia»[3]. Nel Sanguinacci, al contrario, la sentenziosità si pone in termini preventivi e apodittici; dopo appena otto versi (quelli occupati dalla preghiera-prologo rivolta alla «virtù superna», v. 1), infatti, il poeta padovano ci presenta subito una verità bella e pronta, retoricamente preconfezionata e non scaturita da alcuna discussione preliminare (vv. 9-12):

Quanto si mostra il stato più iocundo
della terena vita, e fasse caro,
tanto più fele amaro
in vista dolce sempre se ritrova.

Ma il Sanguinacci non si ferma qui; procedendo su questa falsariga, egli propone subito dopo un’altra affermazione sentenziosa che non lascia scampo ad alcuna possibilità di replica ragionata (vv. 13-14):

E ben si vede manifesta prova
ch’ognun vulpiza con sua falsa fede.

Si tratta di postulati etico-esistenziali la cui verità si «vede», appunto, per «manifesta prova», a cui seguono, come necessario corollario, due esclamazioni che hanno la funzione di inculcarne l’insegnamento nel lettore, chiuse da una domanda retorica che torna a insistere sul motivo della conoscenza intesa come visione e non come frutto di un’articolata elaborazione razionale (vv. 15-20):

Misero, oimè, chi crede
a questi caduchi beni temporali!
O volontade cieca de’ mortali,
avolupata nel mondan diletto!
Non vedi per effetto
che tutto passa excetto a Dio servire?

Il Sanguinacci ha così trovato, dopo la «virtù superna» del v. 1, un nuovo destinatario, ovvero quella «volontade cieca de’ mortali» inserita all’interno della sua seconda esclamazione, sfruttata per aprire lo spazio ai successivi versi, tutti basati su una serie di sentenziose esortazioni (rivolte appunto agli uomini, ai «mortali») al confine tra etica e fede.

Questo rapido sondaggio che abbiamo effettuato sui procedimenti retorici del discorso lirico sanguinacciano ci permette di introdurre un’altra peculiarità del Sanguinacci poeta. Essa consiste nella sua capacità di proporre, attraverso modalità discorsive ogni volta diverse, un’infinita serie di variazioni sullo stesso motivo (in questo caso, il carattere illusorio della felicità offerta dai «caduchi beni temporali», v. 16), presentato prima in forma di sentenziosa affermazione apodittica (vv. 9-12 e 13-14), poi come esclamazione esortatoria (vv. 15-16 e 17-18), e infine come interrogazione retorica (vv. 19-20). Allo stesso modo, i versi successivi tornano a battere sullo stesso tema, confermando l’aggettivo «temporale» (già presente, abbiamo visto, al v. 16) come marchio lessicale distintivo della condotta di vita a cui si oppone il messaggio morale trasmesso dal sirventese (vv. 21-36):

Deh, pensa un poco avanti il tuo partire:
soglite presto da questi excelsi onori,
e de quei gran favori
che ripromette el temporal stato.
Questo apetito è tanto disfrenato,
fora di ·llege e de ragion assito;
omè, che ·ll’è smarito
ogni benigno lume o volto in doglia.
Quando la carne misera si spoglia
de quest’alma e del caldo naturale,
le glorie temporale
dove son ite, richece et onori?
Tutte s’aquistan con grave dolori;
se tengon con dolori et alla fine,
de dolorose spine,
de nostra consienza, e poi n’acora.

Si tratta, in fondo, della stessa capacità che vediamo in opera quando Jacopo, su uno stesso argomento, riesce a dire tutto e il contrario di tutto, in una sorta di sofismo lirico[4] che cerca di sviscerare, come l’arringa di un buon avvocato, tutti i termini della questione, e che il poeta sfrutta perfettamente nelle canzoni v (Dogliome Amor perché mai piansi quando) e xiii (Non perché sia bastante a dechiararte), testi fondati su un ripensamento che fa mutare l’opinione della voce lirica (senza dimenticare la canzone ii, Amor, io vorei dir, ma non so come, sorta di vero e proprio dibattimento giudiziario in cui si confrontano Amore e il poeta-amante). Appare lecito affermare, a tal punto, che nell’acquisizione di tale abilità un ruolo notevole lo abbiano svolto gli studi condotti dal Sanguinacci nell’università di Padova: egli infatti, dopo aver conseguito il titolo di artium doctor, frequentò le lezioni di diritto come scolaro utriusque iuris[5] e doveva quindi ben conoscere le tecniche retoriche dell’arte giudiziaria[6].

Per quanto riguarda il rapporto con la fonte petrarchesca possiamo notare, sul piano tematico, l’analogia di questo sirventese con i testi di pentimento religioso che costellano variamente i Rvf; basti pensare, ad esempio, alla sestina 142 e al sonetto 364, in cui tuttavia tale motivo è strettamente correlato a quello amoroso, nel senso che ciò di cui il poeta si pente è proprio l’amore per Laura (cfr. ad esempio la sestina 142, vv. 34-36, dove il Petrarca sostiene che «ora la vita breve e ’l loco e ’l tempo / mostranmi altro sentier di gire al cielo / et di far frutto, non pur fior’ et frondi»). Nel nostro testo, invece, non c’è traccia della tematica amorosa (o quanto meno essa non viene esplicitata, seppur implicitamente collocabile tra i vari «caduchi beni temporali», v. 16), in controtendenza rispetto alla gran parte dei componimenti del Sanguinacci, nei quali la riflessione morale e religiosa appare strettamente legata alla tematica amorosa. Una sorta di etica dell’amore, ad esempio, si dispiega compiutamente nella canzone Felice chi mesura ogni suo passo (i)[7], in cui, analogamente a quanto avviene nel modello petrarchesco, la morale cristiana di cui si fa carico l’autore spinge il lettore verso l’obiettivo etico finale del mutar «sorte, / costumi e vita» (vv. 68-69). La peculiarità del nostro sirventese consiste, ripetiamo, in una declinazione più religiosa e confessionale dello stesso invito, svincolato dal motivo amoroso[8].

Sul piano delle fonti lessicali, l’elemento che balza subito all’occhio è la forte eterogeneità di apporti che caratterizza il tessuto linguistico sanguinacciano, dove incontriamo, assieme ad alcuni richiami a Dante, Petrarca e Boccaccio, una serie di memorie da autori come Francesco da Barberino, Cecco d’Ascoli, Fazio degli Uberti, Antonio da Ferrara, Francesco di Vannozzo, Franco Sacchetti, Simone Serdini, riscontrabili anche nella produzione lirica di un altro poeta padovano della prima metà del Quattrocento, Domizio Brocardo (oltre che nella già citata canzone di Jacopo, Felice chi mesura ogni suo passo, i), autore di un canzoniere amoroso[9]. Tuttavia, se nel Brocardo la loro presenza risulta fortemente limitata e selezionata, in subordine rispetto alla fonte petrarchesca (e, in seconda battuta, boccacciana e dantesca), in questo testo del Sanguinacci essa assume un rilievo di gran lunga maggiore, senza che tuttavia nessuno dei nomi precedentemente citati si imponga in maniera netta sugli altri[10], dando vita appunto a quello che è possibile definire come un tessuto linguistico fortemente eterogeneo, dove l’intertestualità agisce a intermittenza, negando la possibilità di riconoscere un marchio di derivazione stilistica ben definito.

Per quanto riguarda le tre corone, che comunque, complessivamente, tendono a prevalere (seppur di misura) sulle altre fonti appena elencate, possiamo dire che le memorie boccacciane superano quelle petrarchesche e dantesche, con il certaldese che si propone come autore facilmente spendibile nei più svariati contesti lessicali. Molto significativo risulta, comunque, il richiamo dantesco ai vv. 51-52, dove l’azione della Fortuna viene assimilata a quella della «buferna infernal, che mai non resta» del canto V dell’Inferno (v. 31), in un contesto dai toni oraziani (cfr. in particolare il v. 49) dove si sottolinea che chi si ritiene più sicuro è in realtà il primo a cadere[11]. In merito, invece, al rapporto col Petrarca, dobbiamo mettere in evidenza almeno due citazioni, entrambe dal sonetto 7 dei Rvf, «indirizzato a un amico per esortarlo a non abbandonare una sua “magnanima … impresa” di tipo letterario»[12]. La prima, meno significativa, si trova ai vv. 27-28, dove Jacopo si limita a riprodurre il verso 5 del testo petrarchesco, integrando tale citazione (al v. 28), con un altro richiamo petrarchesco, stavolta da Rvf CCCXXXII, 5; la seconda, al v. 41 (che si rifà a VII, 2), risulta, invece, molto più rilevante per il contesto in cui si colloca, essendo seguita dall’immagine stilisticamente bassa del seme delle frasche e dei finocchi (posti, tra l’altro, in una comica dittologia antipetrarchesca) che ha raggiunto, con la sua crescita, gli occhi dell’uomo (vv. 42-43), oltre che dal prosaico riferimento allo “spaccio della merce” (v. 44), in un acceso «conflitto pluristilistico» che è già stato riconosciuto come una delle cifre più tipiche del dettato lirico sanguinacciano[13], e che produce, in sostanza, un Petrarca lessicalmente tradito[14]. Particolarmente significativi risultano, a tal proposito, i vv. 49-60 in cui alla citazione oraziana evidenziata in precedenza fanno seguito una serie di apporti che chiamano in causa, nell’ordine, il Boccaccio del Filocolo (v. 50), il canto v dell’Inferno (v. 52), l’incipit della più volte citata canzone di Jacopo Felice chi mesura ogni suo passo (v. 53) e il celebre sonetto 134 dei Rvf (v. 57) il cui richiamo si salda, anche qui all’insegna del più marcato pluristilismo, con la citazione paremiologica del v. 56 («ché poco piglia chi tante prede caza»; in sostanza, il nostro “chi troppo vuole nulla stringe”): il tutto per introdurre l’aulico riferimento alla perdita dell’amore di Dio e del tempo che scorre fugace (v. 60).

  1. Cfr. F. Bausi, M. Martelli, La metrica italiana. Teoria e storia, Firenze, Le Lettere, 1993, p. 89. La numerazione dei testi di Sanguinacci, qui e in seguito, corrisponde a quella stabilita da D. Esposito in Le rime di Jacopo Sanguinacci, tra memorie classiche e tradizione volgare, in «Studi (e testi) italiani», 30, 2012, pp. 9-30; il sirventese Acendi el lume tuo ha il n. XV. Per quanto riguarda invece la numerazione dei testi di Domizio Brocardo, si rimanda a Id., Edizione critica e commentata del canzoniere di Domizio Brocardo, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Cagliari, a. acc. 2012-2013 (https://iris.unica.it/retrieve/handle/11584/266511/344910/PhD_Thesis_Esposito.pdf; ultima consultazione: 22/08/2019). Per gli altri riscontri intertestuali, testo e numerazione sono stati assunti dalle edizioni presenti nei seguenti archivi elettronici, utilizzati per la ricerca: ATL. Archivio della tradizione lirica. Da Petrarca a Marino, a cura di A. Quondam, Roma, Lexis, 1997; LIZ. Letteratura italiana Zanichelli, Cd-Rom dei testi della letteratura italiana, a cura di P. Stoppelli, versione 4.0, Bologna, Zanichelli, 2001.
  2. Testimoni: Oxford, Bodleian Library, Canoniciano italico 81 (O; cc. 175r-176v). Il codice è di origine veneta (per una prima ricognizione sulla tradizione manoscritta sanguinacciana, con alcune indicazioni anche su O, testimone tra i più forniti, cfr. D. Esposito, Le rime di Jacopo Sanguinacci, op. cit., pp. 12-14; a tale studio bisognerà aggiungere, da ultimo, E. De Luca, Una canzone morale di Jacopo Sanguinacci: Deh muta stile omai, zovenil core. Edizione critica, in «Medioevo e Rinascimento», XXXI / n. s. XXVIII, 2017, pp. 21-47 (la canzone in questione è la n. VIII). Nella trascrizione ho adoperato i seguenti criteri: ho distinto u da v; ho eliminato le h etimologiche o pseudoetimologiche e le i non diacritiche; per quanto concerne il grafema h, inoltre, ho regolarizzato il suo impiego nelle interiezioni secondo la norma ortografica moderna; ho trasformato le grafie latineggianti ct in tt, pt in tt, ti seguito da vocale in zi, bsc in sc (per esempio, obscuri in oscuri), nst in st (ad esempio, constante è stato ridotto a costante) e nsp in sp (per esempio, inspirato è divenuto ispirato) considerando il fatto che il codice non è autografo; ho ridotto il nesso ngn a gn e la grafia mpn a nn (per esempio, tirampnia e dampnata sono state rese con tirannia e dannata); è stata normalizzata secondo l’uso moderno l’alternanza m/n dinanzi a consonante (anche in fonosintassi) oltre che dinanzi a vocale (bem adoprar, ad esempio, è stato trasformato in ben adoprar); ho mantenuto l’et latineggiante solo davanti a vocale; ho mutato la y e la j in i e le grafie per che e ben che in quelle univerbate perché e benché; ho mantenuto il grafema x nei vari contesti in cui compare, anche in posizione intervocalica in cui esso rappresenta una tipica pronuncia veneta che potrebbe rispecchiare le abitudini grafico-fonetiche del nostro autore, nato e vissuto a Padova; ho eliminato i numerosi ipercorrettismi nell’utilizzo delle geminate, tipici di un copista di area veneta; ho sciolto le abbreviazioni e separato le parole, e ho introdotto i moderni segni diacritici e interpuntivi. Nel commento, assieme ai riscontri intertestuali, sono presenti note esplicative.
  3. Cfr. F. Petrarca, Canzoniere, a c. di M. Santagata, Milano, Mondadori, 1996, p. 1229.
  4. Durante il suo soggiorno alla corte di Ferrara, nel 1434, il Sanguinacci si costruì fama di improvvisatore volgare, ammirato da Guarino Veronese, che insegnava allora a Ferrara, «sì per la spontaneità della vena poetica, come per la facilità con cui tesseva l’encomio ed il biasimo del medesimo soggetto alla maniera dei sofisti» (R. Sabbadini, Briciole umanistiche, in «Giornale storico della letteratura italiana», XXII, 1904, vol. XLIII, pp. 244-258, a p. 246; v. briciola XV alle pp. 246-47. Per queste e altre informazioni sulla biografia di Jacopo, cfr. D. Esposito, Le rime di Jacopo Sanguinacci…, art. cit., pp. 9-12 e, da ultimo, Id., Sanguinacci, Jacopo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XC, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2017, pp. 225a-27b).
  5. Come ci informa il codice 970 della Biblioteca Trivulziana di Milano, contenente i suoi testi XVII e XXV, a c. 5r.
  6. Cfr. in merito anche D. Esposito, Le rime di Jacopo Sanguinacci…, art. cit., p. 19, in relazione a un altro testo del poeta padovano su cui ci soffermeremo tra poco, la canzone Felice chi mesura ogni suo passo (i). Non bisogna tuttavia dimenticare l’influenza che su Jacopo, da questo punto di vista, può aver esercitato il modello petrarchesco: la tecnica del dibattimento giudiziario è infatti ben presente anche nei Rvf (cfr. ad esempio le canzoni 264 e 360) e nel Secretum.
  7. Cfr. D. Esposito, Le rime di Jacopo Sanguinacci…, art. cit., pp. 16-30, in cui la canzone è pubblicata e commentata.
  8. I due testi del Sanguinacci condividono, tra l’altro, una significativa movenza sintattica, che in Felice chi mesura troviamo in posizione incipitaria, al v. 1 (vedi l’apparato delle fonti alle note al v. 37 e ai vv. 53-54).
  9. Cfr. in merito almeno D. Esposito, I tre canzonieri di Domizio Brocardo, in «Studi e problemi di critica testuale», 85, 2012, pp. 85-115.
  10. Leggermente prevalente appare l’importanza della lezione di Franco Sacchetti, un autore a cui il Sanguinacci sembra essersi richiamato più volte.
  11. Hor. Carm. II, 10, 9-12 (corsivi miei): «Saepius ventis agitatur ingens / pinus et celsae graviore casu / decidunt turres feriuntque summos / fulgura montis». Per un’altra possibile memoria oraziana del Sanguinacci, cfr. D. Esposito, Le rime di Jacopo Sanguinacci…, art. cit., pp. 15-16 (più in generale, sul rapporto tra la produzione di Jacopo e la tradizione classica, cfr. il contributo citato, passim e, più nello specifico, alle pp. 14-17).
  12. F. Petrarca, Canzoniere, op. cit., p. 35.
  13. I. Pantani, «La fonte d’ogni eloquenzia». Il canzoniere petrarchesco nella cultura poetica del Quattrocento ferrarese, Roma, Bulzoni, 2002, p. 104, n. 141.
  14. Cfr., in relazione alla canzone Felice chi mesura, anche D. Esposito, Le rime di Jacopo Sanguinacci…, op. cit., pp. 21-22.

(fasc. 30, 25 dicembre 2019)

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