“Città di Cristallo”, un racconto di Carlos Yushimito del Valle

Autore di Arianna Palagi

Carlos Yushimito del Valle (Lima, 1977) nasce in una famiglia di origine giapponese: suo nonno Eisuke Yoshimitsu[1] emigrò in Perù tra il 1920 e il 1930, dopo essere stato espulso dal Giappone per motivi politici oggi ancora ignoti. Carlos Yushimito è quindi un sansei, ovvero un discendente nipponico di terza generazione, per cui il legame con il paese dei suoi antenati è molto sottile. Nonostante ciò, anche un cittadino del mondo come Yushimito, che ha vissuto per molti anni negli Stati Uniti e adesso abita in Cile, non può fare a meno di riflettere sulla condizione nikkei, ovvero quella dei tanti cittadini di origine giapponese che risiedono ormai da molti decenni in terra peruviana.

Nel 2018, in un’intervista con l’autore realizzata da chi scrive, gli ho domandato la sua opinione riguardo a quanto asserito da Fernando Iwasaki Cauti, scrittore nisei[2] residente a Siviglia, nel suo saggio La complicidad del ojo en la literatura peruana[3] (2012), in cui quest’ultimo parla di una presunta solidarietà che lega gli scrittori di origine giapponese. Questa la risposta di Yushimito[4]:

C’è una complicità affettiva, piena di ricordi associati alla difficoltà di appartenenza al paese. Non è qualcosa che io abbia sperimentato biograficamente, che dei quattro fratelli sono il più giovane; ma è difficile ignorare la storia conflittuale che si cela dietro alla migrazione giapponese in Perù. Mio nonno, come ho già raccontato in altre occasioni, fu vittima di saccheggi e umiliazioni razziali nelle decadi degli anni ’30 e ’40. Sebbene l’integrazione dei giapponesi nel diventare peruviani abbia fatto progressi straordinari da allora, sopravvive una complicità ferita, che per i discendenti di quelle prime onde migratorie è difficile da dichiarare ad alta voce. Noi scrittori nikkei peruviani possediamo come archivio quella fonte, se non tematica, perlomeno direi io, affettiva, e suppongo che siamo quelli che ereditano il compito di far ricordare a chi preferisce non farlo.

Questo è ciò che accade proprio nel racconto Ciudad de Cristal[5] (2009), dove l’autore ricorda una pagina nera della storia del Perù. Una storia infame che segnò drammaticamente il destino di migliaia di giapponesi, deportati e rinchiusi nei campi di prigionia situati in Texas e Minnesota. L’isteria scoppiò durante la Seconda guerra mondiale. In seguito all’attacco di Pearl Harbor nel 1941, i rapporti tra Giappone e Stati Uniti si incrinarono e il Perù, in quanto alleato degli americani, fu costretto a prendere posizione. Il Governo peruviano iniziò a sospettare che i giapponesi disponessero di un arsenale e che si fossero infiltrati nel paese per attaccarlo dall’interno. Per questo motivo, del tutto infondato, iniziarono le violenze: saccheggi, detenzioni ingiustificate, beni confiscati, congelamento dei conti bancari e blocco dell’immigrazione. La deportazione nei campi fu il culmine della campagna antigiapponese. In Ciudad de Cristal, Yushimito mostra gli effetti di questa politica nella famiglia Komatsu: il padre del protagonista viene portato contro la sua volontà nel campo di lavoro della città texana di Crystal City. Il piccolo Pedro/Hideo, rimasto orfano, si ritrova ad affrontare la propria solitudine in un ambiente ostile e alienante. Non è un caso che il bambino abbia due nomi, poiché ciò è indice della sua ibridazione culturale, del suo dualismo imperfetto e instabile che muta ogni volta che accede all’ambiente peruviano (come Pedro) e a quello nikkei (come Hideo).

La commovente storia della deportazione del padre trova un parallelo nella cattura dei ragni: l’imprigionamento dell’insetto nel vasetto di vetro costituisce una vera e propria allegoria.

Affascinato dalle parole dell’ojisan[6] Tsuchigumu, Pedro si reca di notte al mercato per catturare un ragno con il fine di impiegarlo nei combattimenti secondo l’antica tradizione giapponese del Kajiki Kumo Gassen. Quando il suo cane, Jacobina, riesce a scovarne uno tra le casse di legno, il ragno non prova neanche a fuggire: l’animale non tenta di difendersi e in modo rassegnato e malinconico si consegna al suo nuovo padrone. Il suo atteggiamento tristemente passivo riflette quello del padre di Pedro/Hideo, vittima di una guerra che non sapeva di combattere, ma che di fatto aveva perso.

La storia politico-sociale dei nikkei non è molto conosciuta, ma oggi rivive attraverso la letteratura di Yushimito, José Watanabe Varas, Augusto Higa Oshiro, Doris Moromisato, Fernando Iwasaki e altri autori ispanici di origine nipponica. È una letteratura pressoché sconosciuta in Italia, e dello stesso Yushimito sono stati tradotti in italiano soltanto due racconti, Il mago (2013) e Tatuato (2014).

Yushimito è professore di Lingua e Letteratura spagnola e latinoamericana, e frutto della sua attività di ricerca sono i numerosi saggi e articoli pubblicati su rivista e in volume. Come autore ha sempre prediletto la narrativa breve e ha pubblicato varie raccolte di racconti, tra cui ricordiamo Las islas (2006), Lecciones para un niño que llega tarde (2011), Los bosques tienen sus propias puertas (2013) e Rizoma (2015). Ciudad de Cristal ha vinto la seconda edizione del concorso Ten en Cuento a La Victoria nel 2009 ed è stato pubblicato in quello stesso anno nell’omonima antologia, contenente anche gli altri racconti finalisti. Nel 2010 Yushimito è stato riconosciuto come uno dei migliori scrittori di lingua spagnola di età inferiore ai 35 anni dalla prestigiosa rivista Granta.

La scrittura ammaliante di Yushimito ipnotizza il lettore con uno stile preciso e un immaginario suggestivo, mai banale. Le sue storie tenere e spietate lasciano la sensazione di aver attraversato qualcosa di affascinante, significativo, ma che non si è riusciti a capire del tutto. Per questo, appena finito un racconto, si ha l’impulso di ritornare su quelle pagine, alla ricerca di un significato che ogni volta appare nuovo. Questa è la ricchezza principale dei suoi testi.

***

Carlos Yushimito del Valle

Città di Cristallo

1

Le zampe di Jacobina sembrano ingarbugliarsi nel loro stesso equilibrio. Sono magroline e lunghe, ma anche così ce la fanno ad andare avanti, si intrecciano nell’aria e, apparentemente senza difficoltà, disfanno il percorso di una strada intera per tornare a prendere il bambino. Stavolta il bambino l’ha seguita, sebbene i suoi passi siano lenti e per niente entusiasti. Sfiora la testa pelosa, danzante, che gli va incontro; e la cagna, riconosciuta dal suo padrone, sbuffa felice come se in quel tocco involontario avesse intuito una ricompensa piena di significati che trascendono l’ostentazione meccanica di un corpo superiore al suo.

Il nome del bambino è Pedro. Quello di battesimo. Altrimenti, nella lingua dei suoi antenati si chiamerebbe Hideo; era il nome che sognò sua madre il giorno che lo vide nascere, e fu il nome di suo nonno Hideo Komatsu, molto prima che le frontiere si aprissero alle barche e agli esili. Ora, invece, si chiama Pedro, come suo padre chiamò sé stesso il giorno in cui scese dalla nave che lo allontanò da Hokkaido. Per lui è solo un nome, non la coerenza di uno sradicamento scarabocchiato su una lista con la sua nuova identità: Hideo o Pedro, cos’è un nome dopotutto, se non un’identità che si perde tra i suoni che gli altri uomini appena riconoscono.

– Jacooo! – grida il bambino.

All’altezza delle case, Jacobina scodinzola e annusa il vuoto che cade verso il fondo di quel vialetto, dove i suoi latrati si disperdono e sprofondano in un’oscurità asciutta nella quale neanche gli echi sono capaci di gonfiarsi. Anche Hideo Komatsu lo osserva. Oggi non succederà, dice segretamente a sé stesso, e prima di passare oltre e lasciarsi la casa alle spalle, fa suonare nella mano le monete di Nazareno e quel vuoto non tarda a riempirsi con i mattoni e le porte alte e le finestre di legno e uno spigolo del muro sbrecciato, tappezzato di manifesti.

– I ragni sono creature notturne – aveva detto Tsuchigumo, mentre si sistemava gli occhiali dietro al bancone. – Se ne cerchi qualcuno, prova di notte. Quella notte, Hideo sognò un ragno enorme che aveva sei occhi e tutti gli occhi erano nere e compatte e rilucenti biglie di cristallo che non lasciavano trapelare niente. Anche nel suo sogno, Tsuchigumo gli aveva chiesto di tornare e lui era tornato.

– Se non ti procuri un buon ragno continuerai a perdere – insisté il bottegaio, che era di Kajiki.

– Fidati di me, vai al mercato di notte e lasciala fiutare un po’ in giro – disse indicando Jacobina. – Te ne trova sicuramente uno. Il bambino adesso ricorda: la cagna iniziò ad ansimare, emise dei grugniti soffocati, latrati che aumentavano, rauchi, incompleti; aveva inseguito la piccola ombra fino a quando il disordine delle cassette e le sue falcate confuse non finirono per accerchiarlo. Ha allontanato Jacobina con un logoro pannello di compensato e, quando finalmente lo ha visto, acquattato vicino a dei pezzi d’imballaggio, ha spinto il vasetto con il piede e lui è entrato dentro al vetro. Ed è ancora lì. Il ragno obbedisce con cautela, rassegnato, triste. E, come per mettere al sicuro le sue otto zampe esauste, si ripiega su sé stesso.

Ma Hideo Komatsu aveva mantenuto il segreto: neanche il signor Tsuchigumo avrebbe capito; né lui, né la nonna, né Sayoko, né qualsiasi altra persona che quelle sere non avesse visto il Nazareno mentre alimentava il suo ragno con gli altri ragni saltatori. Nessuno che avesse avuto le mani traboccanti di monete avrebbe capito, era questo che voleva dirgli: nessuno; ma non glielo disse. Come poteva, alla sua età? Neanche nei suoi sogni il signor Tsuchigumo sembrava capirlo.

Intanto l’anziano diceva:

– …alcuni arrivano dal Brasile, nascosti tra la frutta…

Spesso rimangono spiaccicati sotto i sandali di una venditrice o le dure suole di un caricatore. Alcuni escono a cacciare i roditori – dice Tsuchigumo con noncuranza –, e lui li aveva visti mentre li catturavano e trascinavano fino a una grotta situata sotto le impalcature del mercato. Lui li aveva visti, sissignore; ora passava il tempo a scegliere i biscotti e a confezionare i dolci di pasta sfoglia, ma li aveva visti, e il suo sguardo era serio ma luminoso quando gli disse:

– Così – stirò le dita. – Grandi come la mia mano.

Sull’altro lato della strada, il tram lascia una traccia di polvere nell’aria, come se si trattasse di un riflusso calmo che si attenua con il suono indebolito dalla sua stessa sparizione: è come la scia di una cometa vagante che si perde di vista, e quando il suono del metallo cessa andando dietro alla sua coda, Tsuchigumo lo aspetta con il pacchetto di dolci pronto e con la vecchia abitudine di sistemarsi gli occhiali dopo averci giocato un po’ con le mani.

– Come sta la obachan?

– Bene – dice il bambino.

– E Sayoko?

– Con Nazareno.

– Dille che non si dimentichi della messa di Ryo – dice Tsuchigumo, incerto.

– Nara dice che il prossimo mese…vero? Non so se è una cosa sicura…

– Tre settimane, ojisan.

– Ah – dice – e la scuola?

Il bambino arrossisce.

– Abbiamo quasi finito il libro.

Hideo Komatsu guarda le enormi orecchie pendule del vecchio e l’immagine lo ripugna; si rallegra di essere giovane e sente [anche se questo non lo comprende ancora] che a sette anni non vuole invecchiare mai. Tsuchigumo tira fuori un pacchetto di sigarette nere; picchietta il cartone fino a quando non spunta fuori uno dei piccoli cilindri. Lo acchiappa con la bocca e cerca i fiammiferi. Hideo guarda i legnetti dentro la scatola, le sue dita rozze e gialle che frugano, li sente scricchiolare e poi una luce blu che si spegne. Il fuoco di quella capocchia di fosforo non si estinguerà finché non avrà piegato il legno che sopporta la sua stessa combustione.

– Notizie del tuo vecchio?

Il vecchio è suo padre Pedro Komatsu; Hideo, il vecchio. Così si differenziano. Da quando lo avevano portato ai campi della Città di Cristallo, nessuno aveva più sentito parlare di lui, salvo per quel biglietto che un abitante di Manco Cápac era riuscito a recuperare nell’aria, quando il camion saturo di giapponesi si allontanava, invisibile, verso il porto. Nazareno ora apre la tenda, ora la chiude, la vita continua, e di suo padre sanno solo che lanciò un biglietto per fargli sapere che non era sparito di sua volontà. Che lo portavano via per una guerra che non aveva combattuto, ma che forse aveva perso. E che era un brav’uomo, che non stava abbandonando i suoi figli.

– La obachan afferma che la radio non dice niente – risponde.

E io continuo a chiamarmi Minoru Tsuchigumo e ho ancora un negozio – scuote la testa l’anziano. – Continuo a chiamarmi Minoru Tsuchigumo e ho ancora un negozio.

Le ceneri cadono al suolo e, con esse, un fiammifero annerito e ricurvo.

2

– È morto – disse Pedro.

Nazareno aveva trovato il suo nei pressi di Saénz Peña, tra un mattone sollevato dal terremoto e una macchia di stucco che era venuta giù per il proprio peso. Vide la ragnatela, che rifletteva un fascio di luce, brillante come una lacrima fine che si era allungata troppo, e iniziò a cercarlo. Era un ragno grande, il più grande che avesse mai visto in tutto il quartiere, raccontò poi Nazareno. Lo portava dentro un vasetto di marmellata e lui stesso gli aveva detto, allora, cinesino, vuoi vederlo? e Pedro Komatsu aveva guardato la proporzione delle zampe del mostro, la sua placida oscillazione di carosello senza tempo:

– È morto – disse Pedro.

Nazareno fece schioccare la lingua, scuotendo la testa; era la stessa espressione che faceva ogni volta che l’amico entrava nella stanza di sua sorella e gli strizzava l’occhio per far in modo che li lasciasse tranquilli per qualche ora. Poi gli metteva in mano delle monete, le stesse che lui metteva nelle mani di sua nonna ogni fine del mese, e schioccava la lingua, così.

– Sta solo riposando, cinesino. Aspetta che esca.

Doveva essere la verità perché poco dopo il ragno uscì lentamente. Fino ad allora l’avevano stuzzicato con delle bacchette per il gohan e con una vecchia pinza che la nonna non rimpiangeva, come non rimpiangeva di essere rimasta sola, rinchiusa nel proprio silenzio. Li lasciavano sprofondare in un anfiteatro scavato nella terra del parco, e loro combattevano fino a quando uno non pungeva l’altro o scappava o semplicemente moriva. I ragni saltatori sono neri e orgogliosi, aprono le loro zampe, aspettano prima di attaccare. Stavolta Pedro sapeva che era inutile aspettarsi la solita cosa e non ci fu bisogno di tirargli addosso alcuni granelli di sabbia; il tessitore era carnivoro per natura e fu solo questione di tempo prima che quella soffice massa ramata seppellisse il suo piccolo contendente come se fosse un dito umano. Gli bastò poco tempo per ricoprirlo con una tela di seta lattiginosa. E quando questa finalmente diventò compatta, e iniziava a soffocarlo, gli iniettò il suo veleno.

– È morto, morto – dice il bambino.

E, spaventato, inizia a gettargli addosso la sabbia.

La nonna si è stancata di cucire sul divano, e una luce aurea, del colore della sera, si è intromessa dalla finestra aperta. Il soffitto di legno è alto e la luce sembra debole, come se inondasse la stanza senza avere la forza di riempirla fino a raggiungere i cornicioni. Fuori non c’è più luce di lì dentro; ma, perlomeno, c’è luce. È come essere vivo, pensa il bambino [ma questo non lo capisce bene]; non la vede in altro modo, e la nonna è piccina e il viso le è diventato tutto guance, come quando ai ragni iniettano il veleno che li intirizzisce e le zampe vengono inghiottite dal corpo, si fanno così piccoli fino a diventare niente. La nonna ormai non parla quasi più. Fa finta di ascoltare, tutto qui, ma non sente. Dorme di pomeriggio, seduta sul divano, ascoltando la radio che non può sentire.

Il bambino lo guarda dal tavolo. Dentro al vasetto, il ragno se ne sta quieto, come se percepisse che qualcuno lo sta osservando. Gli sembrerà che a guardarlo è un enorme occhio attraverso il vetro, ha detto la nonna prima di addormentarsi. Non spaventarlo. Sarà l’immagine con cui ti ricorderà. Un enorme occhio, cresciuto nella luce della sua iride, come se un’eclissi avesse oscurato il cielo. Il ragno è grande come il nocciolo di una pesca. Ha il colore della terra e un vello rozzo che lo ricopre fin sulle zampe, le grosse e lunghe zampe, che si attaccano a terra e fanno la loro parte.

– Quanto farà male un morso? aveva detto Tsuchigumo, con un finto gesto di dolore, chiudendo la mano.

Hideo sistemò la coperta sulla nonna e ascoltò la sua respirazione tiepida e uniforme, mentre sollevava l’uncinetto e la lana per posarli accanto al divano. L’anziana inumidì la sua bocca secca e aprì gli occhi.

– Mi sono addormentata – disse.

Ma era chiaro che non era ancora uscita dal sonno.

– Vuoi mangiare? – chiese con voce nasale.

– No, obachan.

– Bene – disse lei, senza averlo sentito, e chiuse gli occhi.

Anche Nazareno dorme, coperto da una spessa tela di cotone. Il sonno lo ha avvolto piano piano e, quando il bambino si avvicina, il suo corpo non è niente di più che un’ombra pura, compatta, che si gonfia e affloscia con una respirazione senza sussulti. Pedro non fa cigolare la porta che si socchiude, come una palpebra addormentata; oggi non lo sveglierà, aveva detto a Tsuchigumo in sogno. Apre, sì, invece, il tappo del vasetto di marmellata. E poi lo agita dolcemente perché il ragno, risvegliato dalla sua prigionia senza tempo, si rovesci dentro la stanza con la fame di un giorno intero. Alcuni grilli che ormai non fanno più suonare le loro zampette di violino hanno convertito il loro rumore in una silenziosa tela che riempie il cristallo del loro rifugio. Ma lui marcia, lento e orgoglioso, come se li avesse già dimenticati. La sua ombra tasta il suolo e si perde, brancolando, sotto il disordine del letto. Lì rimarrà fino a quando qualcosa non lo tirerà fuori, pensa il bambino. O troverà una scarpa, o qualche fessura nel legno, o la respirazione acuta di Nazareno gli suonerà familiare e se gli capiterà di incontrarlo si arrampicherà su di lui. Meglio così. Perché forse, quando arriverà, il ragno vedrà il suo enorme occhio aperto e avrà una ragione per odiarlo.

(Traduzione di Arianna Palagi)

  1. Il cognome fu cambiato in Yushimito al suo arrivo in Perù.
  2. Discendente da immigrati giapponesi di seconda generazione.
  3. F. Iwasaki, La complicidad del ojo en la literatura peruana, Tokio, Instituto Cervantes, 2012.
  4. Testo originale: «Hay una complicidad afectiva, llena de memorias asociadas con la dificultad de la pertenencia al país. No es algo que haya experimentado biográficamente, que de los cuatro soy el más joven; pero es difícil ignorar la historia conflictiva que subyace en la migración japonesa al Perú. Mi abuelo, como ya he contado en otras ocasiones, fue víctima de despojos y humillaciones raciales en la década de los 30 y 40. Aunque la integración japonesa en el devenir peruano ha hecho progresos extraordinarios desde entonces, sobrevive una complicidad herida, algo incómoda de enunciar en voz alta entre los descendientes de aquellas primeras olas migratorias. Los escritores nikkei peruanos tenemos ese archivo como fuente, si no temática, al menos diría yo, afectiva, y supongo que somos quienes heredamos la tarea de recordárselo a quienes prefieren no hacerlo».
  5. C. Yushimito, Ciudad de Cristal, in Ten en Cuento a La Victoria, Cuentos ganadores del 2do. Concurso narrativo, Lima, Municipalidad de La Victoria, 2009.
  6. Significa ‘zio’ in giapponese.

(fasc. 28, 25 agosto 2019)