Recensione di Francesco Pecoraro, “Lo Stradone”

Autore di Marika Lauria

Pier Paolo Pasolini passava le proprie giornate nei bar e per le strade di Roma, prendendo appunti sui modi di dire, creando scene quasi pittoriche che si riversavano nei suoi racconti brevi e nei suoi romanzi, e osservando i modi di fare di una popolazione che riusciva a comprendere solo a metà. Poi, una volta nel suo laboratorio, rivedeva tutto, riscriveva, lasciava che i propri personaggi prendessero vita, così come la sua città adottiva.

Pecoraro crea un moderno Pasolini, un signore di quasi settant’anni che passa le giornate al Porcacci, il bar davanti alla propria casa, a passeggio per lo Stradone, osservando tutto e tutti. Il risultato è una stratificazione particolare: parti di blocchetto per gli appunti che s’intrecciano e si richiamano, con stralci di conversazioni, ricalcando il romano di borgata. Lo scopo di questo personaggio è proprio quello di osservare, analizzare lo spazio in cui vive, quei signori anziani che sono per lui quasi amici, anche se non ha mai rivolto loro la parola.

Il libro procede, quindi, come fosse un’analisi socio-antropologica e urbana, soffermandosi spesso sulle persone vissute tra le strade dove hanno lavorato: anzi, dove sono state sfruttate. Vi è, infatti, una ricostruzione della vita dei «fornaciari», della maniera in cui modellavano mattoni (con tanto di dimensioni e nomi tecnici) nella fornace Hoffmann della zona; del loro modo di costruire, di lavorare, di essere schiavi. Non solo uomini ma anche donne, avverte l’osservatore, riportandone le testimonianze, le conversazioni forse mai avvenute; descrivendo le loro mansioni svolte accanto agli uomini in quel grande forno e fuori:

Pierina: Me so’ fatta 27 stagioni alla fornasce, sempre pagata meno dell’ommini. Io tagliavo i mattoni e era la macchina che lavorava, ma per me il cottimo non c’era, c’era solo per l’ommini […] Tante volte se rompeva la macchina, i pezzi de ricambio subito pronti nun c’erano. Allora se stava fermi due o tre giorni, allora via de corsa in caserma, pijavo un po’ de pantaloni, perché me dovevo mantenere la posta e il pane per l’inverno. Se lavorava anche de notte. (Pp. 177-78).

Racconti fittizi, come fu, forse, la visita di Lenin a questi compagni, che la tradizione vuole del 1908, in corrispondenza con una festività socialista. Il moderno Pasolini di Pecoraro inserisce questi capitoli tra altri di pura attività voyeuristica, frammentando, costruendo strati a volte difficili da ricollegare tra loro, rappresentando in pieno la difficoltà di comprendere la città oggetto dei propri studi.

Lo scrittore fornisce pochi indizi sul dove e sul chi. Il protagonista, quello attraverso cui tutto vive, è stato uno studente di Storia dell’arte, poi un impiegato corrotto del Ministero e, dopo una vita di quelli che egli definisce «fallimenti», è tornato allo Stradone, nel Quadrante delle Argille, dietro la Sacca, al settimo piano della propria «palazza». Non si sa altro di lui, come fosse un fantasma, come se si identificasse completamente con lo Stradone («Perché se non esiste lui [lo Stradone] non esisto nemmeno io e il mondo e l’intero Universo scomparirebbero nel crepuscolo necessario alle cognizioni di questo fatto: non c’è, non ci sono, non esiste niente»: p. 437).

Il dove potrebbe essere, invece, dedotto dai pochi riferimenti geografici: per esempio, la presenza delle Torri ex-IACP, a Valle Aurelia, come hanno ipotizzato alcuni[1]; ma potrebbe trattarsi anche di Spinaceto, Torre Spaccata, Monte Mario. Una Roma di borgata, prima disabitata e ora inglobata nel complesso urbano del reticolo di strade che sempre più si allontana dal centro. Questa è sicuramente un’altra similitudine con Ragazzi di vita e Una vita violenta, in cui Pasolini racconta di quella Roma che una volta era sola campagna; del resto, Pecoraro ama la propria città e ama studiarla, come aveva già dimostrato in Questa e altre preistorie.

Le contrapposizioni presenti in Lo stradone non si limitano a quella fra campagna e città, ma si estendono ai tipi di uomo che vi abitano. In particolare, viene sottolineata quella tra giovani e anziani, soprattutto per quanto riguarda il comportamento da tenere con il sesso opposto, la dieta, il modo di vivere e di vedere il mondo, l’uso della moto, la concezione della città etc. («Anche i jeans pre-consunti mi sembrano ossessivamente il segno di qualcosa, forse del passaggio da una realtà che un tempo si voleva vivere a una che possiamo soltanto immaginare, forse il segno di un disagio di massa, di una voglia di non essere ora e qui»: p. 171).

Pecoraro s’immedesima bene in questa parte, riesce a far trasparire l’amarezza che la vita ha lasciato sulla bocca del suo quasi settantenne, che guarda quello che lo circonda con molta diffidenza, quasi paura e rassegnazione. Il suo destino, ormai, è segnato: egli non aspetta altro che la «Malattia», senza neanche più la voglia di viaggiare, se non, forse, verso il «Grande Ospedale», alla fine dello Stradone; in ciò simile a tutti gli altri uomini anziani che popolano il bar detto Porcacci, con i loro cuccioli di cane, con la loro rassegnazione e il loro caffè amaro. Le poche chiacchiere che si scambiano sono sulla «Squadra» (come la chiama lo scrittore) che «dà il nome alla città» (p. 115), sulle condizioni metereologiche, sui loro cuccioli di cane. Poche anche quelle dei baristi (La Dominatrice, La Sottomessa, Il Manzo, Il Biondo ecc.) sulla dieta adatta al loro gruppo sanguigno che devono iniziare, su come è bello andare a ballare e su come si sanno muovere. Dialogano, ma solo tra di loro: mai con il protagonista e quasi mai con gli «avventori».

Il settantenne si sofferma soprattutto su quei cani, osservando come i loro padroni ne siano soggiogati e come sia costretto a sentire l’odore dei loro escrementi e vedere quei poveri anziani piegarsi per pulire lo Stradone. Allo stesso modo, ragiona a lungo sulle varie attività che vi hanno aperto e chiuso: ad esempio, il tatuatore, che ha dovuto chiudere dopo qualche mese, essendo l’età media del Quadrante sui sessant’anni, o lo studio di grafica che è durato poco più. Viene dato anche un nome a questo fenomeno: il Ristagno. Tale processo sarebbe caratteristico di tutta la «Penisola», dove i giovani non sono in grado di risanare i disastri apportati dalla generazione che li ha preceduti, in egual modo incapace di contrastare quelli provocati dai figli del boom economico.

L’Italia e la sua capitale vengono presentate con sagacia e ironia, vengono dipinte con una vena ora comica ora drammatica. È un’istantanea, uno scatto in bianco e nero di una popolazione che continua ad andare avanti e allo stesso tempo indietro, fino a ritornare alla dieta paleolitica. Eppure, nonostante questo, nonostante tutto, è il posto in cui questo moderno Pasolini ha deciso di continuare ad abitare:

E mentre aspetto il mio turno e guardo distrattamente questa parete di déplians, penso, andateci voi nel Mar Rosso a fare snorkeling. Alle Maldive, alle Leccadive, a Juan Fernandez, a Réunion. […] Fatelo voi, andateci voi una settimana a Londra, una settimana sulle Dolomiti, una settimana in Andalusia, una settimana in crociera nei fiordi norvegesi, una settimana in Marocco, una settimana alla Canarie, una settimana in Egitto, una settimana affanculo. Per quanto mi concerne, andrò a sedermi sotto la tenda del Porcacci, davanti allo Stradone […]. (P. 431).

  1. Cfr., ad esempio, F. Ottaviani, In fondo allo «Stradone» c’è l’Italia di oggi, in «Il Giornale.it», 5 maggio 2019 (cfr. la URL: http://www.ilgiornale.it/news/fondo-stradone-c-litalia-oggi-1689159.html.

 

(fasc. 28, 25 agosto 2019)

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