È raro che due persone che vivono nella medesima città si scrivano delle lettere, anche se si occupano di una medesima materia che necessita di comunicazioni ponderate e precise. Persino fra scrittori le lettere viaggiano – meglio: viaggiavano – soprattutto assieme ai libri che accompagnavano, per introdurli al destinatario con un breve messaggio di indirizzo e orientarne benevolmente la lettura. Andata e ritorno, naturalmente, perché poi c’erano i bigliettini di ringraziamento. Non fanno eccezione i documenti che qui pubblichiamo, comunicazioni inedite di Italo Svevo a due – come definirli? – compagni di strada, triestini appassionati di lettere e arti, dilettanti professionali della scrittura e di fede politica irredentista. Come nel caso di altri corrispondenti locali di Svevo (lettere inedite ai quali sono emerse recentemente)[1], anche Ario Tribel e Marino Szombathely sono, infatti, membri dell’élite liberal-nazionale di Trieste di sentimenti filo-italiani, pieno e celebrato il secondo, professore di lingua e letteratura latina all’Università locale, più modesto e forse moderato il primo, a lungo impiegato del colorificio Veneziani a fianco dello stesso Svevo[2].
Non che ci sia da dubitare della fede – sostantivo quanto mai adatto a indicare il sentimento degli irredentisti triestini – politica di Tribel che firma le proprie opere Ario Tribel-Tribelli, sottolineando anche la forma italianizzata del suo nome, ed è l’autore dei versi dell’allora celebre Viva San Giusto! Inno triestino[3]. E tuttavia non si può non notare che, appunto, Tribel usa pubblicamente entrambe le forme del suo cognome, non solamente quella italianizzata[4], né che in mezzo alla sua produzione letteraria, piuttosto ampia e variata, spicca la traduzione del poema La leggenda del Tricorno (Zlatorog) di Rudolf Baumbach[5], che non solo si deve alla penna di un poeta tedesco (vissuto a lungo a Trieste) ma che rappresenta anche una delle leggende fondanti della coscienza nazionale slovena[6]. Le vie che conducono Tribel allo Zlatorog sono almeno due: da un lato la passione per la montagna, che gli detta anche altre pubblicazioni[7] e che, come vedremo, è all’origine della cartolina che Svevo gli scrive da Vallombrosa, mentre dalla lettera inedita che qui pubblichiamo si affaccia quella per la musica, che rappresenta l’interesse prevalente di Tribel e che è all’origine dell’appendice alla traduzione di Baumbach, in cui si elencano le numerose opere musicali ispirate alla leggenda del cacciatore della val Trenta e del camoscio dalle corna d’oro. Come lo stesso Svevo, insomma, e benché autore di operine apertamente propagandistiche e celebrative[8], Tribel ci appare come un irredentista curioso e rispettoso delle altre tradizioni culturali e linguistiche che si intrecciano sul territorio triestino.
Lo stesso si può dire, benché la sua formazione e i suoi interessi lo portino piuttosto verso il latino e il greco che verso il tedesco, anche di Marino de Szombathely, destinatario di quattro dei documenti inediti di Svevo che qui pubblichiamo e che offrono motivi ulteriori di interesse per il loro legame con la revisione linguistica del romanzo Senilità in vista della seconda edizione del 1927.
Szombathely, il cui cognome rivela origini ungheresi[9], ha una storia familiare che riecheggia spesso quella dello stesso Svevo come ci viene raccontata dal fratello minore Elio Schmitz: le famiglie provengono entrambe dall’Ungheria[10] e si stabiliscono nel porto adriatico in espansione in cerca di fortuna, integrandosi rapidamente al punto da spaccarsi al loro interno fra le diverse fazioni politico-nazionali che in quegli anni danno forma a ogni attività della popolazione triestina, dallo sport, alla musica alla letteratura e via elencando[11].
Gli Szombathely, tuttavia, risultano più agiati e acculturati degli Schmitz – un dato che si ripercuote fino al punto che più ci interessa di questa vicenda: la richiesta da parte di Svevo al professor Szombathely di aiutarlo nella revisione linguistica di Senilità, appunto – sicché, a differenza di Ettore e dei fratelli, destinati al collegio tecnico-commerciale di Segnitz-am-Main in Baviera, Marino frequenta il liceo Dante – quello reso famoso da Stuparich –, che è la scuola d’élite di Trieste, e finirà a insegnarvi per molti anni dopo il conseguimento di ben due lauree – in Lettere e, successivamente, in Giurisprudenza – e nonostante la cattedra di letteratura latina all’università: due incarichi che mantiene ininterrottamente per cinquant’anni, dal 1912 al 1960[12]. A tali impegnative attività Szombathely affianca una partecipazione molto attiva nella vita associativa triestina – naturalmente di marca irredentista fino alla “redenzione” e di impronta nazionalista in seguito – e una notevolissima attività pubblicistica: fra i titoli ricordiamo un Re Enzo. Nella storia e nella leggenda (Bologna, Zanichelli, 1912), il già citato Il ritorno di Ulisse, ossia la traduzione in prosa dell’Odissea omerica (Torino, Società Editrice Internazionale, 1930), che si affianca a numerose traduzioni di classici latini, almeno tre commenti ad altrettanti canti della Commedia dantesca, frutto di conferenze presso la “Casa di Dante” a Roma; lo studio Pio II e Trieste (Trieste, Comitato cittadino per le onoranze a Pio II, 1965) sul letterato umanista Enea Silvio Piccolomini, vescovo di Trieste poi assurto al soglio pontificio; e un gran numero di altre pubblicazioni sulla Trieste del ’400, sulla poesia dialettale e su altri temi di storia ed erudizione locale.
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Si trascrive qui si seguito, in modalità diplomatica, l’epistolario Svevo-Tribel e l’epistolario Svevo-Szombathely, comprensivo delle lettere inedite acquisite dal Museo Sveviano grazie alle donazioni di Lorenzo Pacorini nel 2013 e di Licia Szombathely nel 2012.
1. Cartolina di Italo Svevo ad Ario Tribel del 26 ottobre 1905 da Charlton[13]

Manoscritto a inchiostro nero, con annotazioni a lapis di Ario Tribel[14]. Cartolina postale di dimensioni 90 x 140 mm, scritta al recto nel bordo inferiore sotto la foto, senza data. Spedita da Charlton il 26 ottobre 1905 al «Signor | Ario Tribel | presso il signor | Gioachino Veneziani | Trieste | Austria». La data topica e quella cronologica sono ricavate dal timbro postale. Sul recto una foto di Church Lane a Charlton.
Coi più cordiali saluti
E. Schmitz
Il documento ricorda analoghe cartoline del fondo, spedite a diversi interlocutori dal quartiere dove sorgevano la fabbrica e l’abitazione londinese dei Veneziani Schmitz, descritto nel saggio Uomini e cose in un distretto di Londra. Come vedremo, lo stesso Marino de Szombathely ne ricevette una simile nel 1926.
2. Cartolina di Italo Svevo ad Ario Tribel del 5 agosto 1909 da Vallombrosa[15]

Manoscritto a inchiostro nero, con annotazioni a lapis di Ario Tribel[16]. Cartolina illustrata di dimensioni 140 x 90 mm, scritta solo al verso, senza data. Spedita da Vallombrosa il 5 agosto 1909 «Al Signor | Ario Tribel | presso il sig. Gioachino | Veneziani | Trieste». La data topica e quella cronologica sono ricavate dal timbro postale. Sul recto una foto della «Fonte dei Camarlinghi presso Vallombrosa».
Carissimo signor Tribel, Ecco un ultimo frutto di quella Sua gita alpina. Ci troviamo ottimamente e pensiamo con rammarico (la montagna rende buoni) a quelli che sudano in valle. Suo devotissimo
Ettore Schmitz
Come riportato nell’annotazione a lapis di Tribel, i coniugi Svevo avevano seguito il suo consiglio, scegliendo Vallombrosa come località per le vacanze estive. Nello stesso giorno Svevo invia una cartolina simile a James Joyce[17].
3. Cartolina di Italo Svevo ad Ario Tribel del 25 agosto 1911 da Gosau[18]

Manoscritto a inchiostro nero, con annotazioni a lapis di Ario Tribel[19]. Cartolina illustrata di dimensioni 92 x 138 mm, scritta solo al verso, senza data. Spedita da Gosau il 25 agosto 1911 al «Signor | Gioachino Veneziani | per il sig. Ario Tribel | Trieste X»; la data topica e quella cronologica sono ricavate dal timbro postale. Sul recto un’illustrazione di Gosau.
Mille grazie per l’invio del giornale del Touring. Lessi con la massima compiacenza il Suo bellissimo articolo e faccio vedere le fotografie di S. Canziano ad amici tedeschi stupiti che vicino a Trieste esista una cosa simile. Con le più sincere congratulazioni e cordiali saluti Suo dev. Ettore Schmitz
L’articolo per cui Svevo ringrazia Tribel è Le grotte di San Canziano, uscito sul numero di agosto della «Rivista mensile del Touring»[20]. Tali grotte, situate pochi chilometri a nordest di Trieste, tornano nell’epistolario in una lettera a Livia Veneziani del 15 luglio 1913 come termine di paragone con la grotta di Monsummano Terme: «La grotta in sé per noi che conosciamo Adelsberg e S. Canziano non ha nulla di speciale»[21].
4. Lettera di Italo Svevo ad Ario Tribel del 17 ottobre 1922 da Trieste
Manoscritto a inchiostro nero, con annotazioni a lapis di Ario Tribel[22]. Un bifoglio di dimensioni 170 x 254 mm, scritto solo al recto fino a poco più di metà di c. 2/r.
Trieste li 17 Ottobre 1922
Carissimo signor Tribel,
grazie mille per il Suo bel dono. Non volli ringraziare prima di averne gustato il sapore. L’ho letto e passai alcune ore proprio in Sua compagnia come nei lunghi anni in cui vissimo tanto vicini aggiungendo ai discorsi sulla puzzolente pittura qualche parola che ci riportava nei campi ove ambedue noi altri appartenevamo.
Sono stupito che prima della guerra si pubblicassero sul Piccolo di simili articoli. Non lo ricordavo e ammiro il nostro passato. A me piace molto questa critica che ammette tutta la musica finché è bella e buona musica. E accanto alla larga comprensione v’è il sicuro e pacato giudizio in cui tanto volontieri ci si adagia. E per tutte queste ragioni e più di tutto per la schietta italianità del Suo dire privo di qualsiasi affettazione io lessi volontieri e volontieri rileggerò.
Grazie mille! Non so se arriverò prima di morire a ricambiare la Sua grande cortesia. S’aspetti una sorpresa! Ma acqua in bocca.
Suo devotissimo amico
Ettore Schmitz
Qui Svevo accusa ricevuta del libro di Ario Tribel Prose musicali[23], la raccolta di ventinove articoli di argomento musicale pubblicati sul quotidiano triestino «Il Piccolo» perlopiù tra il 1911 e il 1913[24]. Questi si aggiungevano alla rubrica fissa di recensioni ai concerti cittadini che Tribel aveva tenuto sul quotidiano dal 1909 al 1913 e poi nuovamente nel 1918[25].
Svevo, oltre a ricordare il lungo periodo di tempo in cui Tribel lavorò per la Fabbrica Vernici e Intonaci Sottomarini Gioachino Veneziani («nei lunghi anni in cui vissimo tanto vicini»), accenna ad un’altra vicinanza («nei campi ove ambedue noi altri appartenevamo»). Il riferimento al comune interesse per le arti e per la scrittura non era probabilmente affettato: prima del successo della Coscienza di Zeno i “valori letterari” dei due potevano essere paragonati nel ristretto ambiente cittadino, almeno quanto ai risultati. Assomiglia di più a una generosa concessione quando lo ritroviamo tal quale in un biglietto scritto probabilmente nel 1927[26] per ringraziare Tribel dell’invio di Momenti lirici[27]: «Abbiamo lavorato tanti anni insieme e procediamo tuttavia su vie parallele». E infatti, nella sua nota a matita, Tribel sente il bisogno di esprimere un sentimento di modestia[28].
L’aspetto di sicuro interesse è costituito dal fatto che Svevo in realtà era ben consapevole del ruolo di Tribel sul «Piccolo»: non solo perché era un lettore del quotidiano, ma anche perché da violinista dilettante seguiva sicuramente la vita musicale cittadina. Benché Svevo si mostri sorpreso degli articoli di Tribel («Sono stupito che prima della guerra si pubblicassero sul Piccolo di simili articoli»), almeno in un caso abbiamo una prova diretta che li leggeva con attenzione. Il 12 aprile 1912 si tenne presso la sala della Società filarmonico-drammatica un concerto, con brani eseguiti al pianoforte da Bruno Veneziani[29] e al violoncello da Joseph Höberth[30]. Maier riporta il programma del concerto
tenuto nella sala della Società Filarmonico-Drammatica, il 12 aprile 1912, a beneficio della società degli Amici dell’Infanzia, al quale parteciparono, oltre al violinista Cesare Barison e alla cantante Toinon Enenkel […], Bruno Veneziani, che eseguì al pianoforte alcuni pezzi di Beethoven, Thalberg, Chopin e Dohnànyi, e Giuseppe Höberth (Oberti), che suonò al violoncello musiche di Händel, Fauré e Reinhold[31].
Certamente la circostanza che due dei protagonisti del concerto fossero i cognati giustificava il coinvolgimento di Svevo, tanto più che a Villa Veneziani era impossibile non avvertire la tensione per l’evento: «Questa sera abbiamo il grande concerto Bruno-Bepi[32]. Poi speriamo che ci sarà più quiete in questa casa. Tutti sono per aria»[33]. Ma soprattutto Svevo voleva restituirne almeno in parte le impressioni a Livia, che in quel momento era a Riga, presso la sorella Fausta. Per questo, a quattro giorni di distanza, si preoccupa ancora di riportare a Livia l’atmosfera del concerto e accenna ad alcune recensioni. Quella comparsa sul «Piccolo» del 13 aprile, firmata da Tribel, non convince Svevo: «Avrai viste le critiche del Piccolo sul concerto. Mi pare che né Bepi né Bruno ne sieno troppo contenti. Quel Tribl [sic] è un po’ profano di musica»[34].
L’ulteriore caratteristica di questo inedito che ci preme sottolineare è che, dopo la lettera a Livia Veneziani del 25 giugno 1922[35], è il primo documento conservatoci nel quale si affaccia, sia pur allusivamente, La coscienza di Zeno: «S’aspetti una sorpresa!».
Un ultimo particolare (che una trascrizione, ancorché diplomatica, non può in alcun modo rendere) contribuisce a definire ulteriormente questa lettera: la parola «amico» in chiusa è stata aggiunta al margine destro da Svevo nello spazio residuo del foglio, subito dopo il «Suo devotissimo», un ripensamento dal quale – a prescindere da quanto fin qui riportato – traspaiono insieme omaggio e compensazione.
5. Lettera di Italo Svevo a Marino Szombathely dell’11 marzo 1926 da Trieste[36]
Manoscritto a inchiostro nero; un foglio (approssimativamente 192 x 150 mm), scritto solo sul recto. Copia fotostatica.
Villa Veneziani
Trieste 10
11 Marzo 1926
Carissimo Professore,
Con intera fiducia eccole il mio romanzo. Dopo letto m’avvisi ed io verrò da Lei a qualunque ora Ella mi potrà accordare.
Mi creda il Suo devotissimo e già riconoscente
Ettore Schmitz
È il biglietto che accompagnava la copia di Senilità affidata a Szombathely per la revisione in vista della seconda edizione, il cosiddetto postillato «Trieste»[37], che costituisce uno dei più importanti testimoni della fase di revisione che sfocerà poi, nel 1927, nell’edizione Morreale. Qui e nei documenti successivi si chiariscono modalità e tempi della revisione operata da Szombathely[38]: l’11 marzo 1926 costituisce il termine post quem per l’inizio della fase di revisione, che con buona probabilità avviene in parallelo, con Svevo impegnato sul postillato «Sternberg»[39] e Szombathely sul postillato «Trieste». Nel giro di un mese il lavoro è completato[40] e Svevo provvede a integrare le correzioni dello «Sternberg» nel «Trieste», nonché ad approvare o rifiutare le proposte di correzione di Szombathely, vergate a matita. Accluso alla lettera del 21 aprile 1926, trascritta più avanti, Svevo riconsegna a Szombathely il postillato «Trieste» («Le riconsegno la copia da Lei corretta come eravamo d’accordo»)[41], in modo tale che il professore possa ripassare a penna le correzioni da lui fatte a matita e approvate o ulteriormente corrette da Svevo.
6. Lettera di Marino Szombathely a Italo Svevo del 20 aprile 1926 da Trieste[42]
Manoscritto a inchiostro nero; un cartoncino grigio scuro (100 x 150 mm), con intestazione a stampa blu «prof. marino de szombathely | Viale XX Settembre 24 | trieste» (cassata a penna), scritto su recto e verso.
20 – IV – 26
Carissimo signor Ettore Schmitz
non le ho scritto prima, perché contavo di poterle parlare iersera, alla conferenza del suo amico C. A voce le avrei spiegato meglio la mia confusione e la mia meraviglia per l’elevatezza di quel compenso che in genere non avrei desiderato. Ora per giunta ella ha voluto commisurarlo alla sua liberale cortesia, non al poco che io ho fatto e che vale molto, ma molto meno.
Che fare? Non mi resta che ringraziarla vivamente. E devo anche rivolgerle una preghiera: se non vuole umiliarmi troppo, e addirittura schiacciarmi, lasci che in avvenire le offra la mia modestissima opera, sia per la correzione delle bozze, sia per altro, senza che si parli più di compenso. Va bene?
Le mando le righe da aggiungere, se crede, alla prefazione[43]. M’è parso opportuno metter le mani avanti e prevenire qualche appunto della critica pedante, prevenirlo con un pizzico d’ironia.
Accetti, caro signor Schmitz, i più affettuosi e devoti ossequi e saluti dal suo
Marino Szombathely
7. Lettera di Italo Svevo a Marino Szombathely del 21 aprile 1926 da Trieste[44]
Manoscritto a inchiostro nero; un bifoglio (192 x 280 mm), scritto solo sul recto.
Carissimo professor Szombathely,
Grazie per il Suo gentile biglietto. Tutto posso promettere meno che di lasciarla in pace. Ecco che la prefazione non mi piace più. Dovrò rifarla, aggiungervi qualche cosa e qualche cosa toglierne. Così ritornerà un’altra volta a Lei fra qualche giorno o settimana.
Quel mio amico C. poteva risparmiarsi il viaggio per venir a raccontarci della roba saputa da tutti. (Vendicativo, nevvero?)
Le riconsegno la copia da Lei corretta come eravamo d’accordo. Credo che però il tempo utile per conferenze sia passato. Mi raccomando di non smarrire questa copia perché ne ho ancora una e, se non ristampo, il mondo potrebbe essere privato di opera tanto importante.
Le stringo affettuosamente la mano.
Suo devotissimo
Ettore Schmitz
Si tratta della risposta al biglietto di Szombathely del 20 aprile 1926: proprio il contenuto di quest’ultimo consente di correggere l’errore di data cronologica della lettera[45]. Gli errori nella data topica e in quella cronologica non sono infrequenti nelle lettere di Svevo[46]; in questo caso, però, è impossibile stabilire la ragione di una tale svista («Ottobre» per «Aprile»).
La persona che «poteva risparmiarsi il viaggio» è il giornalista e scrittore Giulio Caprin (1880-1958), triestino di origine, ma che all’epoca viveva a Milano in quanto redattore del «Corriere della Sera». Il 19 aprile 1926 il giornalista aveva tenuto per la Società di Minerva una conferenza dal titolo «La Principessa Belgioioso»[47]. Ma quel che più importa è che a questa altezza Svevo già sapeva che Caprin aveva respinto la pubblicazione sul «Corriere della Sera» di un articolo di Benjamin Crémieux sul «caso Svevo». Marie-Anne Comnène[48], moglie di Crémieux, scrivendo a Svevo il 24 gennaio 1926 aveva allegato alla sua lettera quella di Caprin a Benjamin Crémieux del 21 gennaio 1926[49]. Il giornalista per giustificare il rifiuto adduceva in prima battuta motivazioni speciose (il timore di attirare sul quotidiano le proteste di centinaia di scrittori italiani sconosciuti «qui prétendraient d’être lancés au même titre que cet analyste et psychoanalyste triestin»), per poi virare subito dopo verso la stroncatura («Malheureusement l’extréme pauvreté de la langue et du style de Svevo lui rendent – je le crains – plus difficile en Italie qu’à l’étranger la reconnaissance de ces mérites spéciaux que votre finesse critique lui a justement reconnus»). Infine prometteva un articolo per segnalare e commentare la pubblicazione su rivista dello studio del Crémieux, cosa che puntualmente avvenne di lì a pochi giorni[50]. Svevo ne scrive anche a Joyce:
Ha visto l’articolo del «Corriere della Sera» di G. Caprin dell’undici corrente? Guai se continua così. Meno il furto mi rimprovera tutti gli altri delitti. Dio sa quello che penseranno Crémieux e Larbaud. E anche Lei vi figura, con rispetto, ma vi figura, povero Joyce![51]
L’epiteto ironico «amico», subito replicato da Svevo, con cui Szombathely definisce Caprin è segno di un comune sentire[52], frutto di un confronto diretto che molto probabilmente non si era limitato alla definizione delle modalità del lavoro di correzione del testo di Senilità. Il testo delle lettere qui pubblicate rivela senza dubbio che l’incarico di Szombathely comprendeva anche un intervento sulla Prefazione della seconda edizione[53], ma non sappiamo se si sia trattato di redazione o, anche in questo caso, di revisione, perché gli indizi sono ambivalenti: l’aggiunta in corsa da parte di Szombathely, nella lettera del 20 aprile 1926, di alcune righe («Le mando le righe da aggiungere, se crede, alla prefazione. M’è parso opportuno metter le mani avanti e prevenire qualche appunto della critica pedante, prevenirlo con un pizzico d’ironia»)[54] fa vedere senza dubbio che il margine di autonomia di Szombathely, fatta salva l’ultima parola di Svevo che non è mai in discussione, era piuttosto ampio. E l’annuncio da parte di Svevo che la prefazione «ritornerà un’altra volta a Lei fra qualche giorno o settimana» indica senza dubbio che sul testo Szombathely aveva già lavorato da solo. D’altra parte, quel «dovrò rifarla» ci parla di qualcosa che Svevo innanzitutto ha fatto, e anche la secca annotazione «Ecco che la prefazione non mi piace più», sembra più intonata a un testo la cui responsabilità principale sia di Svevo che, in quel modo, mostra al collaboratore di aver apprezzato la sua proposta al punto da sentirsi spinto a rifare il testo daccapo. Se il testo originario si dovesse a Szombathely, probabilmente la formula di Svevo («non mi piace più») sarebbe meno secca, più sfumata e gentile. Non aiuta, purtroppo, neppure il testimone della bozza della Prefazione conservato al Museo Sveviano[55], per il quale resistono tutti i tre differenti scenari di redazione ipotizzati da Nunzia Palmieri[56]. Si affaccia l’ipotesi che nella redazione materiale del dattiloscritto possa aver avuto un ruolo Szombathely, sulla base di un canovaccio o di appunti presi da questi in una conversazione con Svevo,[57] che successivamente Szombathely avrebbe battuto a macchina, corretto in parte a penna[58] e infine inviato a Svevo assieme al postillato «Trieste», come parte del lavoro complessivo commissionatogli. Ma, anche in questo caso, non c’è modo di stabilirlo con sicurezza: diversi elementi legati alle caratteristiche materiali del testimone, difformi rispetto alle tipologie di carta e di macchine da scrivere utilizzate da Svevo, indicano che non fu quest’ultimo a redigere il documento, ma nessuno degli esemplari di dattiloscritto riscontrati nel fondo dei documenti di Szombathely conservato alla Biblioteca Hortis di Trieste incontra quelle caratteristiche; lo stile complessivo del testo è lontano in alcuni punti da quello sveviano e potrebbe riecheggiare quello del professore[59], ma alcuni errori presenti nel dattiloscritto, se escludono la paternità di Svevo, allontanano anche quella di Szombathely[60].
- Cartolina di Italo Svevo a Marino Szombathely del 25 giugno 1926 da Charlton[61]

Manoscritto a inchiostro nero. Cartolina illustrata scritta solo al verso di dimensioni 90 x 137 mm. spedita da Charlton a «Signor | Dr. Marino de Szombathèly | Viale 20 Settembre[62] | N° 22 | Trieste | Italy». La data topica e quella cronologica sono ricavate dal timbro postale. Sul recto immagini di Charlton (Woolwich Road, The Village, Church Lane, Charlton Road).
Cordiali saluti dal Suo affo. Ettore Schmitz
9. Cartolina illustrata di Marino Szombathely a Italo Svevo del 7 agosto 1926 da Parenzo [63]

Manoscritto a inchiostro nero; cartolina illustrata (88 x 138 mm), scritta solo sul verso, indirizzata «All’illustre | cav. Ettore Schmitz | Villa Veneziani | Servola presso Trieste»[64]. Sul recto una riproduzione di un particolare della Torre di Città di Parenzo (lo stemma di Nicolò Lion podestà di Parenzo dal 1447 al 1448). Data topica e cronologica sono ricavate dal timbro postale.
Carissimo Maestro
La ringrazio di cuore del gentile e prezioso omaggio, accompagnato da parole che eccedono d’assai la mia meschinissima opera. I migliori augurî alla bella reincarnazione del Suo Romanzo, e un affettuoso saluto dal
dev.mo
Marino Szombathely
Si tratta della cartolina nella quale Szombathely accusa ricevuta dell’edizione a stampa di Senilità, uscita per i tipi di Morreale nel luglio del 1927 e della quale Svevo aveva rapidamente smaltito le prime copie:
Esaurii le prime copie avute mandandone pochissime nel Regno e moltissime in Francia a molti che sicuramente non sanno intendere l’italiano ma della cui benevolenza sono sicuro. Io già scrissi otto giorni or sono a Morreale di mandarmi un altro pacchetto di volumi[65].
La «meschinissima opera» è ovviamente la revisione di Senilità in vista della seconda edizione.
10. Biglietto di Italo Svevo a Marino Szombathely, senza data[66]
Manoscritto a inchiostro nero (55 x 95 mm), scritto sulla metà inferiore del recto e sul verso di un biglietto da visita, con intestazione «ettore schmitz | trieste 10».
[Ettore Schmitz] La ringrazia vivamente pregandola d’aggradire i proprii augurii. Possa avvenire nell’anno che s’inizia che ci ritroviamo ancora una volta riuniti al lavoro. Questo non è un augurio fatto a Lei…
Suo devotissimo
Italo Svevo
Per questo biglietto, estremo documento testimoniale del rapporto Svevo-Szombathely, ipotizziamo la data del dicembre 1927 o più probabilmente («nell’anno che s’inizia») del gennaio 1928. In questa direzione vanno non soltanto le caratteristiche materiali della scrittura, ma anche la presenza della firma «Italo Svevo», che compare nelle lettere solo a partire dall’agosto 1927[67].
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Ci riferiamo alle lettere a Marco Samaja, consigliere comunale e membro autorevole del Comitato di Salute Pubblica che si occupò del passaggio dei poteri a Trieste nel 1918, pubblicate sul quotidiano «Il Piccolo» in data 10 aprile 2016, e a quella indirizzata ad Angelo Scocchi, giornalista irredentista di ispirazione repubblicana e mazziniana, curata ancora da Riccardo Cepach per «Il Piccolo» del 19 dicembre 2018. ↑
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Il cemento irredentista saldava il gruppo solidamente benché, al suo interno, esso presentasse una serie di sfumature politiche importanti, dai liberal-nazionali ai socialisti, ai mazziniani repubblicani, ai massoni. Non abbiamo incontrato tracce evidenti di un legame fra Tribel e Szombathely ma, per esempio, la copia delle Prose musicali di Tribel conservata presso la Biblioteca Civica Hortis, di cui ci occuperemo in seguito, è dedicata dall’autore a Vittorio Tranquilli, giornalista ed erede, se così si può dire, di Svevo all’«Indipendente» come critico teatrale, collega e successore di Tribel al «Piccolo» come critico musicale e cugino acquisito di Szombathely. ↑
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Pubblicato dall’editrice musicale triestina Schmidl negli anni ’90 dell’Ottocento, unisce ai versi patriottici di Tribel la musica del coro dell’opera Marinella del compositore Giuseppe Sinico, padre di quel Francesco che fu insegnante di canto di James Joyce, immortalato nel racconto Un caso pietoso di Gente di Dublino. ↑
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Anche dopo la registrazione nella «Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia» n. 300, del 28 dicembre 1928. ↑
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Rodolfo Baumbach, La leggenda del Tricorno (Zlatorog), versione di Ario Tribel-Tribelli con prefazione e note, Trieste, Delfino, 1930. ↑
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Cfr. il capitolo Zlatorog, o della numinosità alpina del volume Enzian. Una storia alpina europea, a cura di Luciano Santin, Trieste, Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, 2019, pp. 48-50 e sgg. ↑
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Dedicate espressamente al mondo dell’escursionismo alpinistico e alla sua allora giovanissima storia: La propaganda dell’alpinismo, Trieste, Caprin, 1904, incentrato appunto sui modi di diffondere la nobile arte in particolare fra i giovani, e Visioni e leggende delle Dolomiti, Trieste, Stabilimento tipografico Nazionale, 1930. Trieste, città di mare, ha una ricca letteratura di montagna sia sul versante tedescofono, dove spicca Julius Kugy, che di Baumbach è stato allievo, sia su quello italofono, dove ricorderemo almeno Spiro Dalla Porta Xydias. ↑
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Nell’opuscolo Di un patriota e storiografo triestino, Antonio Tribel (in «La Porta Orientale», n. 4-5, aprile-maggio 1940, pp. 3-12), Tribel tratteggia l’interessante figura del padre, irredentista, anticlericale, mazziniano, membro della Società Operaia Triestina, e rivendica l’antica triestinità della sua famiglia fornendoci ulteriori dettagli sulla passione montanara sua e dei due fratelli, a capo ciascuno di un’associazione alpina. Tipico delle polemiche di confine il pamphlet Gli errori del Touring. Sentimento e praticità (Trieste, Caprin, 1910), dove viene stigmatizzata con ampie rampogne la decisione della celebre editrice di guide e carte geografiche di segnalare i nomi dei paesi istriani con il solo toponimo croato. ↑
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La cittadina di Szombathely, in Ungheria, risulta essere il paese di origine di Rudolph Bloom, il padre di Leopold, protagonista del romanzo Ulisse di James Joyce. Come osserva John McCourt, lo scrittore irlandese «potrebbe aver voluto ricordare anche Marino de Szombathely, che stava lavorando a una traduzione italiana dell’Odissea nello stesso periodo in cui Joyce scriveva l’Ulisse e con il quale aveva in comune molti conoscenti» (Gli anni di Bloom, Milano, Mondadori, 2004, p. 157). ↑
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Secondo le parole di Elio Schmitz (Diario, Palermo, Sellerio, 1997, p. 39), infatti, la famiglia «probabilmente deriva» da Kopchen, in Ungheria (oggi Copșa Mică, in Romania). ↑
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Così, nel raccontare la saga famigliare, Giuseppe Secoli, autore di un Profilo di Marino de Szombathely (in «La Porta Orientale», n. s., a. VIII (1972), nn. 1-2, pp. 5-15), riferisce la cosa: «Fra il nonno e il bisnonno – mi raccontava Marino – ci dovevano essere stati dei dissensi di carattere politico, per cui si era visto sparire e poi ritornare più volte in casa un ritratto del maresciallo Radetzki» (p. 6). In casa Schmitz il contrasto è più orizzontale e passa fra gli stessi fratelli Schmitz, padre e zii («Intanto correva l’anno 1870. La Francia dichiarava la guerra alla Germania. In tavola nostra c’era pure dichiarazione di guerra. Lo zio Vito era italiano di sentimenti e perciò a sentirlo lui in pochi giorni l’armata francese dovea essere a Berlino. Mio padre, invece, austriaco, diceva diffatti con successo che i Prussiani ben presto sarebbero a Parigi», Elio Schmitz, Diario, cit., p. 44), ma successivamente diventerà anch’esso generazionale opponendo Francesco Schmitz ai figli irredentisti. ↑
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Informazioni tratte dalla scheda Szombathely Marino dello Schedario dell’Irredentismo conservato presso la Biblioteca Civica Hortis di Trieste. ↑
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Fondo Svevo, Corr. A 122.3. ↑
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In alto sopra l’indirizzo «di Ettore Schmitz (Italo Svevo)». ↑
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Fondo Svevo, Corr. A 122.1. Già trascritta in I. Svevo, Epistolario, Milano, Dall’Oglio, 1966, p. 531. ↑
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In alto a sinistra «5 agosto 1909»; sopra l’indirizzo «Consigliato da me andò a passare le vacanze estive a Vallombrosa.». A destra della firma «(Italo Svevo)». ↑
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Trascritta in S. Ticciati, Cinque lettere inedite di Italo Svevo a James Joyce (e una nuovamente edita), in «Nuova Rivista di Letteratura Italiana», XXIV/1, 2021, pp. 119-36: 128-29. ↑
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Fondo Svevo, Corr. A, 122.3. Già trascritta in I. Svevo, Epistolario, op. cit., p. 591, senza l’indicazione della data. ↑
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In alto sopra l’indirizzo «di Italo Svevo»; sotto l’indirizzo «per il mio articolo “Le grotte di S. Canziano” nella Rivista del Touring». ↑
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A. Tribel, Le grotte di San Canziano, in «Rivista mensile del Touring», n. 8, 1911, pp. 409-15. Al medesimo argomento Tribel dedicherà successivamente anche un poemetto, Le grotte del Timavo a s. Canziano del Carso, Trieste, Commissione Grotte della sezione di Trieste del C.A.I., 1937. ↑
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Fondo Svevo, Corr. B., 19.39. Trascritta in I. Svevo, Epistolario, op. cit., p. 658. ↑
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Su c. 1/r: in alto a sinistra «Italo Svevo» e dopo «bel dono» in interlinea «Prose musicali»; a fine c. 2/r «È il preavviso della “Coscienza di Zeno”», con segno di rimando a «sorpresa!». ↑
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A. Tribel, Prose musicali, Trieste, Trani, 1922. ↑
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Sono tre articoli del 1911, sedici del 1912, cinque del 1913, uno ciascuno del 1918, 1920 e 1922, e due del 1921. ↑
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A. Tribel, Prose musicali op. cit., p. 3. ↑
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Il biglietto da visita (Fondo Svevo Corr. A 122.3, mm 57 x 97), privo di data, è stato pubblicato da Maier in I. Svevo, Epistolario, Milano, Dall’Oglio, 1966, p. 523 con la data ipotetica 1908, ma va posticipato sia per il contenuto («Abbiamo lavorato tanti anni insieme»: sia Tribel che Svevo nel 1908 ancora lavoravano per la ditta Veneziani) sia soprattutto per la grafia malcerta, ascrivibile agli ultimi anni di vita di Svevo. ↑
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A. Tribel, Momenti lirici, Trieste, Parnaso, 1927. ↑
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In un momento evidentemente successivo alla morte di Svevo, infatti, Tribel a lapis aggiunge sul margine superiore del biglietto il seguente commento: «Buono e generoso Ettore, come potevi paragonare la tua via illustre alla mia modesta e oscura!». ↑
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Bruno Veneziani (1890-1953), fratello di Livia, era un pianista semiprofessionale. ↑
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Joseph Höberth von Schwarzthal (1875-1962), poi italianizzato nel 1928 in Giuseppe Oberti di Valnera, era il marito di Teodora Veneziani (1885-1984), sorella di Livia. ↑
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I. Svevo, Epistolario cit., p. 615n. ↑
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«Bepi» (da «Giuseppe») era il soprannome di Höberth. ↑
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Lettera di Italo Svevo a Livia Veneziani del 12 aprile 1912, Fondo Svevo, Corr. B 18.1 (trascritta in I. Svevo, Epistolario, op. cit., p. 614). ↑
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Lettera di Italo Svevo a Livia Veneziani del 16 aprile 1912, Fondo Svevo, Corr. B 18.4 (trascritta in I. Svevo, Epistolario cit., p. 618). ↑
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«Vedi che ti capita di ritorno un pezzo di quella carta che presi con me per scriverci il romanzo», Fondo Svevo, Corr. B 24.6 (trascritta in I. Svevo, Epistolario, op. cit., p. 739). ↑
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Fondo Svevo, Corr. A., 116-3. ↑
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Conservato anch’esso nel Fondo Svevo al Museo Sveviano di Trieste, SV I-10. ↑
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Per i quali si veda più dettagliatamente N. Palmieri, Senilità. Apparato critico e commento, in I. Svevo, Romanzi e «Continuazioni», edizione critica con apparato genetico e commento di Nunzia Palmieri e Fabio Vittorini, Milano, Mondadori, 2004, pp. 1321-w3 e 1328-30. ↑
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Una copia dell’edizione 1898 di Senilità poi donata nel febbraio 1928 a Federico Sternberg è ora conservata presso l’Archivio Storico Dyalma Stultus di Firenze (cfr. N. Palmieri, Senilità, op. cit., pp. 1320-21). ↑
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«Senilità che, nel frattempo, ho rivisto e corretto»: lettera di Italo Svevo alla Casa Editrice Fratelli Treves del 12 aprile 1926, Fondo Svevo, Corr. A 121.1 (trascritta in I. Svevo, Epistolario, op. cit., p. 792). ↑
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L’ipotesi che si tratti di quella copia del volume è avvalorata anche dalla successiva notazione semiseria di Svevo: «Mi raccomando di non smarrire questa copia perché ne ho ancora una e, se non ristampo, il mondo potrebbe essere privato di opera tanto importante». ↑
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Fondo Svevo, Corr. A., 116-1. Già pubblicata (con numerose difformità rispetto all’originale) in Lettere a Svevo. Diario di Elio Schmitz, a cura di Bruno Maier, Milano, Dall’Oglio, 1973, pp. 114-15. ↑
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Potrebbe trattarsi del manoscritto conservato al Museo Sveviano: Fondo Svevo, MMS. 108.7 (riprodotto in N. Palmieri, Senilità, op. cit., p. 1342). Discutiamo più avanti i pro e i contro di tale ipotesi. ↑
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Fondo Svevo, Corr. A. 116.4. ↑
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Szombathely: «contavo di poterle parlare iersera, alla conferenza del suo amico C.»; Svevo: «Quel mio amico C. poteva risparmiarsi il viaggio per venir a raccontarci della roba saputa da tutti». ↑
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Per una casistica completa si rimanda alla Nota al testo della nuova edizione dell’epistolario di Svevo, in corso di pubblicazione presso Il Saggiatore. ↑
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A. Gentile, G. Secoli, La Società di Minerva (1810-1960), Trieste, Società di Minerva, 2009, p. 72. ↑
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Marie-Anne Comnène (1887-1978), scrittrice e traduttrice. ↑
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Conservata nel Fondo Svevo, Corr. A. 21.13 (trascritta in I. Svevo, Carteggio con James Joyce, Valery Larbaud, Benjamin Crémieux, Marie Anne Comnène, Eugenio Montale, Valerio Jahier, a cura di Bruno Maier, Milano, Dall’Oglio, 1978, p. 74). ↑
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G. Caprin, Una proposta di celebrità, in «Corriere della Sera», 11 febbraio 1926. ↑
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Lettera di Italo Svevo a James Joyce del 15 febbraio 1926, trascritta in I. Svevo, Carteggio con James Joyce, op. cit., p. 39. ↑
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È difficile resistere alla tentazione di ipotizzare che Svevo abbia approfittato dell’occasione della conferenza di Caprin non soltanto per farsi vedere dal giornalista, sfidandone lo sguardo, ma anche per rivolgergli ironicamente la parola. Questi dettagli si aggiungono al dossier sull’impervia relazione professionale fra i due triestini messo assieme da G. Casaglia nel saggio L’Affare Svevo-Caprin, in «L’escalina. Rivista semestrale di cultura letteraria, storica, artistica, scientifica», a. V (2016), n. 2, pp. 299-318. ↑
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Ci pare che lo confermi anche un ulteriore cenno di Szombathely quando rinnova a Svevo l’offerta dei suoi servigi «sia per la correzione delle bozze, sia per altro». ↑
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Anche questo dettaglio – la prevenzione delle possibili obiezioni dei pedanti per mezzo di un pizzico di ironia – sembra inscriversi nell’ordine di idee inaugurato dal cenno all’«amico C.». ↑
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Fondo Svevo, MMS. 108.5 (trascritto in N. Palmieri, Senilità, op. cit., pp. 1345-47). ↑
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«È possibile che si tratti di una stesura provvisoria, abbozzata da Svevo e poi fatta copiare a macchina da altri (si spiegherebbero così alcuni errori di grafia); oppure si può supporre che Svevo abbia dettato a qualcuno il testo, rivedendolo poi e correggendolo di sua mano; si può infine ipotizzare che si tratti di un testo elaborato e materialmente scritto da altri sulla base di indicazioni fornite dall’autore, poi ripreso e corretto da Svevo»: N. Palmieri, Senilità, op. cit., pp. 1342-43. ↑
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«la “voce” di Svevo si sente, nonostante i dubbi sul fatto che il testo sia stato materialmente redatto dall’autore»: N. Palmieri, Senilità, op. cit., p. 1342. ↑
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Non tutte le correzioni e integrazioni a penna sono sicuramente riconducibili alla grafia di Szombathely (e anzi si distinguono due tipologie e due grafie distinte); ma nessuno degli interventi ci pare di mano di Svevo. ↑
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«glorioso Giornale triestino»; «postulanti alla notorietà»; «miracolo di Lazzaro»; «la critica nostrana»; «con qualche lievissimo ritocco formale» ecc. ↑
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«Velery Larbaud» (anziché «Valery») non può essere derubricato a semplice errore di battitura perché ricorre due volte a distanza di cinque righe: un errore che Svevo non compie in nessuno degli altri testimoni in cui è presente il nome del letterato francese, e che d’altra parte fatichiamo ad attribuire al dotto Szombathely. Allo stesso modo, ciò che viene difficile pensare di Svevo – che abbia confuso il nome dell’editore dei suoi due primi romanzi («Wram» anziché Vram) o di un suo interlocutore triestino con un patriota vicentino dell’Ottocento («Valentino Pasini» anziché Ferdinando Pasini) – viene difficile attribuire allo stesso Szombathely, che con Vram ha pubblicato, a sua volta, la sua raccolta Primi versi nel 1912 e che non solo conosceva Ferdinando Pasini, ma ne tenne addirittura la commemorazione funebre nel 1955. ↑
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Fondo Svevo, Corr. A. 116.5. ↑
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«Viale» è corretto su «Via >S<». ↑
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Fondo Svevo, Corr. A., 116-2. Già trascritta, con lievi difformità, in Lettere a Svevo. Diario di Elio Schmitz, a cura di Bruno Maier, Milano, Dall’Oglio, 1973, p. 142. ↑
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Una mano diversa ha sottolineato «Villa Veneziani», ha cassato «Servola» e ha aggiunto prima a margine destro «10» a «Trieste», poi sotto a sinistra ha replicato «Trieste 10». ↑
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Lettera di Italo Svevo a Eugenio Montale del 3 agosto 1927 (trascritta in I. Svevo, Carteggio con James Joyce, op. cit., p. 221). ↑
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Fondo Svevo, Corr. A., 116.6. ↑
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Lettera di Italo Svevo a Enrico Rocca del 24 agosto 1927, Fondo Svevo, Corr. A 97.2 (trascritta in B. Maier, Tre lettere inedite di Italo Svevo a Enrico Rocca, in «La Rassegna della Letteratura Italiana», a. LXXX, s. VII, n. 1-2, gennaio-agosto 1976, pp. 151-56: 154). ↑
(fasc. 39, 31 luglio 2021)