Anglo, Franco, Slavo, Italo, Svevo. Il mito e il fatto della letteratura triestina

Autore di Riccardo Cepach

Trieste è, fra le molte altre cose, un luogo mitopoietico. Come un albero di pere dà instancabilmente pere, Trieste crea continuamente miti di sé stessa, tali che per qualche tempo sembrano dare una lettura chiara ed esaustiva della sua irriducibile complessità. Ma questi miti territoriali e moderni, a differenza di quelli universali e antichi, hanno vitalità breve. Uno dei più interessanti e resistenti è quello della città “crogiolo”, di lingue, popoli, culture, quello che secondo la corrispondente espressione inglese diremmo un melting pot. Ma un crogiolo è un affare in cui metti degli oggetti eterogenei, fornisci calore, e ciò che sta dentro si fonde, appunto, dando vita ad un amalgama nuovo. Nel crogiolo triestino non si è mai fuso niente. Anzi spesso i miti contrapposti hanno contribuito ad allargare le distanze fra le diverse anime della città: una fetta a sognare l’unico porto, la perla dell’Austria Felix, naturalmente opposta all’Irredenta ardente di italianissimo fervore; così la fascistissima e, di lì a poco, la socialista federativa e jugoslava del motto titino «Trst je naš»; per qualche tempo l’isolato capoluogo del suo stesso microscopico regno sovranazionale, lo swinging TLT–Territorio Libero di Trieste, anzi, Free Territory of Trieste sottoposto al governo militare alleato; più recentemente la capitale meridionale della Mitteleuropa e, ancora, il “nessun luogo” evocato da un suggestivo libro di Jan Morris. E chissà quanti ne dimentico. Sono tutte letture sovrapposte e mitologiche, quando più e quando meno fondate. Ed è corretto parlarne in questi termini, anche quando si tratta di eventi storici, perché qui ci si rifà, appunto, alla loro natura mitica o, come si dice ora, alla narrazione che ne viene fatta, che spesso è tutta retrospettiva.

Retrospettiva, e letteraria (Cergoly, Carpinteri e Faraguna, Foelkel), la mitizzazione della defonta, come si dice a Trieste parlando della scomparsa monarchia asburgica, della sua felicità, tolleranza e lungimiranza; retrospettivo, e letterario (Magris, innanzitutto, ma anche Pressburger e altri) anche il mito della Mitteleuropa che pure è stato e ancora è un valido strumento di letture di fenomeni che sono transnazionali rispetto alle nazioni odierne e storicamente determinati; retrospettivo e politico, ma con code letterarie, l’odierno tardivo recupero del mito del Territorio Libero, rivendicazione di un’autonomia territoriale giunta con qualche decennio di ritardo rispetto ai fatti, ma in piena coincidenza con la fine dei finanziamenti straordinari di cui Trieste ha goduto per tutti gli anni del dopoguerra, generosamente inteso. Per non parlare delle sovrainterpretazioni psicologiche e identitarie della città di frontiera che periodicamente si susseguono.

La letteratura, come si vede, c’entra sempre, perché è spesso il terreno su cui tali miti sorgono, ma anche lo strumento del loro farsi. Inoltre, per certi versi, è un mito essa stessa: la Trieste letteraria dei giganti dei primi anni ’20 del Novecento quando la città patria dei commerci, giudicata estranea, quando non ostile alle manifestazioni di cultura (vi sono memorabili prese di posizione di Saba a di Slataper al riguardo) incuba tre opere capitali del modernismo nel breve volgere di tre anni straordinari di cui ci apprestiamo a celebrare il secolo: nel 1921 esce il Canzoniere di Umberto Saba, uno dei vertici della poesia italiana contemporanea; nel 1922 viene pubblicato a Parigi quell’Ulisse che James Joyce ha immaginato e iniziato a scrivere proprio a Trieste, fra una lezione di inglese e l’altra data all’amico Italo Svevo il quale, solo un anno più tardi, nel 1923, fa stampare La coscienza di Zeno (e ci si difende a stento dalla voglia di aggiungere che sempre nel ’23, a Lipsia, Rilke stampa quelle Elegie che, per essere duinesi, sono un po’ triestine anch’esse).

Ciò che si può dire per ciascuna di queste opere e per ciascuno di questi autori – esser stati dei grandi isolati, artisti e intellettuali con poetiche assolutamente personali e potenti, irriducibili a scuole e correnti – a Trieste ha rappresentato quasi la norma e si potrebbe ripetere in diversi altri casi. Non esistendo una vera e propria società letteraria e culturale, gli scrittori triestini sono stati degli irregolari, gente con una o più altre vite, altri mestieri, provenienze e formazioni disparate e anche per questo, fin dall’inizio, la “letteratura triestina” come oggetto è stata al centro di sottili questioni definitorie e interrogativi. Primo fra tutti quello sulla sua esistenza, ossia sull’esistenza o meno di un’individua forma della letteratura che fosse riconducibile alla città, alle sue peculiarità e alla sua storia. Si cominciò a parlarne molto per tempo, fin da prima che Pietro Pancrazi, in un suo celebre articolo su Giani Stuparich del 19301, ponesse tali interrogativi in forma esplicita in una serie di note che parlano di «tendenza all’introspezione» e di psicologismo e di un certo «assillo morale» cui si aggiunge il «travaglio espressivo». Rilette oggi, viene da chiedersi come e perché tutto ciò distinguerebbe i triestini da un numero enorme di altri autori di ogni angolo del mondo. Subito dopo ci si chiede se davvero tutti gli autori triestini abbiano dato corpo a quelle specifiche, non solo dopo, ma addirittura prima dell’analisi di Pancrazi. E si finisce per accorgersi che quelle riflessioni, e molte altre che seguirono, avevano un preciso orizzonte di riferimento rispetto al quale si sforzavano di posizionare questi benedetti triestini, e quell’orizzonte era quello della coeva letteratura italiana. Italiana e basta, mentre la letteratura triestina è un fenomeno che accade in almeno cinque lingue (ma sono di più) e ha orizzonti di riferimento completamente diversi. Facciamo una breve navigazione in alcuni fatti meno noti.

La vitalità del porto, finché c’è stata, con la moltitudine di gente e la babele di lingue di cui abbiamo spesso sentito parlare, ha fatto sì che per oltre due secoli la città abbia ospitato un gran numero di consoli stranieri e, per ragioni forse non del tutto perspicue2, diversi di costoro furono letterati di grande ingegno e di fama europea. Noto è il caso di Henri Beyle, Stendhal, console di Francia, sgradito a Metternich che ne chiese l’allontanamento e, a sua volta, insofferente della città, della sua cucina e, soprattutto, della bora, tanto che rimase a Trieste per soli quattro mesi fra il 1830 e il 1831. Ma forse non è altrettanto noto che venticinque anni dopo, nel 1867, console britannico a Trieste fu lo scrittore Charles Lever – dublinese come Joyce e, come Stendhal, assai poco amante di questa città –, il cui nome, ormai quasi dimenticato, corrispondeva all’epoca a quello di uno dei più accreditati concorrenti di Charles Dickens nella battaglia dei quotidiani londinesi per accaparrarsi il pubblico dei feuilleton. Del resto, neanche il successore di Lever, sir Richard Francis Burton, sembra essere molto presente alla memoria collettiva e sicuramente non alla coscienza culturale triestina. Eppure Burton è stato un personaggio straordinario, con una vita che pare sei o sette romanzi, esploratore della valle del Nilo, scopritore del lago Tanganika, pellegrino – sotto mentite spoglie – alla Mecca, arabista fra i più valenti della propria epoca, antropologo, naturalista, archeologo e, appunto, diplomatico che ottenne come ultima sede proprio il porto di Trieste in cui rimase per diciassette anni e dove morì. Nel suo soggiorno triestino Burton, mentre trascorreva il periodo estivo sul Carso, a Opicina, come tutta la Trieste altoborghese, lavorò alle opere che gli diedero la maggior risonanza, la traduzione del Kamasutra dal sanscrito (sì, era un grande provocatore, fiero oppositore dei moralismi dell’Inghilterra della regina Vittoria) e soprattutto quella delle Mille e una notte dall’originale arabo: un’edizione integrale che rappresentò un “fatto letterario” di enorme importanza e impatto sulla letteratura europeo3. Senza dimenticare che anche il futuro premio Nobel Ivo Andrić fu console a Trieste, nel 1922, del neocostituito Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e che anche lui, come Burton e come fuggevolmente Lever, lasciò scritti ambientati a Trieste (oltre all’immancabile manifestazione di insofferenza per il clima)4.

E, se non furono diplomatici esteri, molti degli scrittori attivi a Trieste furono impiegati delle grandi imprese di navigazione, delle assicurazioni e delle altre imprese legate al porto: impiegato Svevo, impiegato Virgilio Giotti, impiegato Giorgio Voghera, impiegati Fulvio Tomizza e Pier Antonio Quarantotti Gambini, così come Stelio Mattioni, e impiegato alle Assicurazioni Generali Biagio Marin, che fra i suoi predecessori poteva contare uno scrittore come Franz Kafka, dipendente della filiale praghese, che proprio per un pelo non possiamo citare in questa rassegna perché il suo agognato trasferimento alla sede triestina non si concretizzò. A Trieste dalla sede di Praga venne, invece, destinato il collega Leo Perutz – anch’egli scrittore, molto amato da Jorge Luis Borges che lo fece tradurre in spagnolo – che qui portò avanti la sua elaborazione di un particolare genere romanzesco che è detto storico-fantastico, perché abbina un’ispirazione fantastica con atmosfere misteriose e oniriche ad ambientazioni storiche ricostruite minuziosamente.

Lo stesso fece, per certi versi, un’altra grande scrittrice in lingua tedesca, oggi pressoché dimenticata, Ricarda Huch, intellettuale di alto profilo e di forte personalità, protagonista anche lei di una vita ricca di avvenimenti e di sfide, autrice di un numero impressionante di opere, in contatto con molti importanti intellettuali della sua epoca – Thomas Mann la definì “la first lady della Germania” – e fra i pochi coraggiosi intellettuali tedeschi a opporsi con forza e coerenza al nazismo, dimettendosi per protesta dall’Accademia delle Arti Prussiana nel 1933. A Trieste la Huch aveva soggiornato per due anni, a cavallo del cambio di secolo, e vi scrisse un romanzo singolare e interessante intitolato Aus dem Triumphgasse (Vicolo del trionfo), che è ambientato nella popolare e diseredata zona della Cittavecchia amata da Saba e da Joyce, fra vicende sentimentali e scene di surrealismo onirico.

Perutz e Huch condividono anche la medesima passione per l’Italia e la sua storia5 che ritroviamo nell’opera di un altro quasi dimenticato autore di lingua tedesca che a Trieste nacque e visse a lungo, Theodor Däubler, poeta espressionista, innamorato dell’Italia tanto da pubblicare nel 1916, a Monaco, in piena guerra, una raccolta di liriche intitolate Hymne an Italien, vicino all’ambiente fiorentino futurista di «L’acerba», amico di Prezzolini e di Papini (nei cui epistolari si trovano sue lettere), gran viaggiatore – soprattutto nel vicino oriente – e curioso delle culture che incontra e che poi fonde tutte nella sua originale sintesi espressionista di paganesimo e cristianesimo, mitologia nordica e leggende medio-orientali6.

Non basta. Trieste, per tutto l’800 e ancora, in parte, nel primo ‘900, è uno dei pochi centri moderni e cosmopoliti di un’enorme area geografica che comprende quasi tutti i Balcani. Come tale, rappresentò un punto di riferimento per molti popoli che stavano costruendo la loro identità culturale e letteraria: potremmo parlare dei fuoriusciti greci, che avevano ragioni di non affidarsi alla protezione della Serenissima, oppure di quegli intellettuali che con quest’ultima erano proprio entrati in rotta di collisione, come i monaci armeni scappati dall’isola di San Lazzaro, nella laguna, che a Trieste fondarono una comunità e una stamperia assai invisa ai veneziani, che fino a quel momento avevano detenuto un’esclusiva europea per quella letteratura. Ma è anche il caso degli albanesi che venivano a Trieste a stampare le prime opere della loro letteratura e, in misura minore, degli autori dalmati e dell’interno della Croazia.

In questo quadro, tuttavia, come è noto, il ruolo più significativo è quello della letteratura slovena, sia per la circostanza storica che ha visto a lungo in Trieste la più grande comunità urbana slovena – poiché a fine Ottocento Lubiana, che aveva circa 40.000 abitanti, non raggiungeva la popolazione slovena della provincia di Trieste che ammontava a circa 56.000 unità – sia per il ruolo di primo piano che gli autori che hanno scritto in sloveno hanno avuto e hanno nel panorama letterario di Trieste. Dai tempi di Primož Trubar (1508-1586)7 a oggi, la letteratura slovena ha rappresentato una fetta assai significativa della Trieste letteraria, a volte allargando la prospettiva al territorio carsico e istriano, talvolta in veste di contraltare di voci italiane o tedesche, spesso come caso particolare di un’elaborazione di esperienze culturali condivise. Faccio solo due esempi che, da svevista, mi è capitato di osservare recentemente.

Qualche anno fa ho letto per la prima volta, in traduzione italiana, un romanzo affascinante di uno scrittore sloveno di Trieste, Alamut di Vladimir Bartol, che a mio modo di vedere è uno degli intellettuali e degli artisti più interessanti che Trieste abbia dato nella prima metà del ‘900. Alamut, pubblicato nel 1938,è un’opera articolata e ricchissima, con molti livelli di lettura e una scrittura moderna e “cinematografica”, ambientata nella Persia medievale, lì dove nasce la leggenda della setta invincibile degli hashishin8.

Affamato di altre opere sue, mi sono messo alla ricerca di traduzioni solo per scoprire che, a parte pochi racconti isolati, la grande maggioranza della sua opera non è tradotta in italiano9. Ed è un gran peccato. Non solo perché priva chi non conosce lo sloveno dell’opera di uno scrittore di gran valore, ma anche perché Bartol si forma in parte a Trieste (al Liceo Ginnasio Tedesco, lo stesso che frequenta Bobi Bazlen, che è di un solo anno più vecchio) e in parte all’Università di Lubiana e alla Sorbona di Parigi, dove entra in contatto con la psicanalisi e ne fa una delle fonti ispiratrici di tutta la sua opera10. Non sono passati che pochissimi anni dalla pubblicazione della Coscienza di Zeno, con la quale sarebbe pertanto interessante stabilire un confronto che, purtroppo, deve tutt’ora superare una barriera linguistica.

Lo stesso si potrebbe ripetere per il poeta Srecko Kosovel – un’altra delle voci più aggiornate ed europee del modernismo triestino, morto appena ventiduenne nel 1926 –, le cui liriche sono in buona misura tradotte anche in italiano, a differenza però dei diari in cui solo per caso ho potuto constatare un identico interesse per tutto ciò che riguarda la psicanalisi e le teorie psicologiche che vi giravano attorno (o cui si contrapponevano) come quella dell’École de Nancy, cui lo stesso Svevo dedica riflessioni significative11.

Come si vede, l’eterogeneità della letteratura triestina, assieme allo scollamento e alle diffidenze reciproche che gli eventi storici hanno determinato e in parte ancora determinano fra le diverse componenti della città, sono gli elementi che finora hanno portato a un riconoscimento solo parziale del fenomeno della letteratura triestina, che, invece, andrebbe studiato e conosciuto nella sua ricchezza e complessità. C’è ancora molto lavoro da fare. E c’è un enorme tesoro di conoscenza di cui questa città si deve riappropriare per ricostruirsi correttamente dal punto di vista storico e culturale.  Anche perché questa ricchezza e complessità ancora durano e producono esperienze di assoluto rilievo: Mauro Covacich, Boris Pahor, Claudio Magris, Veit Heinichen, Giorgio Pressburger (quest’ultimo appena scomparso) sono scrittori, alcuni autoctoni, altri immigrati, che in questa medesima città di 200mila anime scrivono in almeno tre lingue differenti – a volte materne, a volte matrigne, a volte d’elezione – per essere letti e tradotti in tutto il mondo. Dove la sfida, come si vede, potrebbe essere quella di individuare la provenienza e la lingua di esercizio di ciascuno di essi a partire dal cognome, se non le si conosce già.

Andiamo a chiudere. Ma questa letteratura triestina così concepita, allora, che cos’è? Un fatto, o un altro mito ancora, appena aggiornato rispetto ad altre prospettive analoghe già apparse in ambito storico e politico? Tutti e due.

Da un lato, Trieste letteraria è un fatto, la forma più riconoscibile e concreta della cultura cittadina, di cui rappresenta l’irriducibile pluralità. Ciascuno degli autori che hanno operato in questa terra ha provato a rappresentarla come un elemento della sua anima stessa, talvolta sforzandosi di gettare ponti fra le sponde dei fiumi tumultuosi che la attraversano, talaltra dando corpo all’esigenza di disegnarne con la maggior nettezza un solo corpo, definirne una voce e quella soltanto. Ed è la somma di queste voci che ci restituisce, forse, l’unico ritratto somigliante di Trieste, quello che la Storia, la Sociologia, la Psicologia e le altre discipline faticano a tracciare.

Per altri versi, la letteratura triestina così concepita e descritta è un mito. Il mito di una disciplina che si presenta come un oggetto unico ma, appunto, non lo è, perché è composta non da elementi in amalgama, ma da elementi separati e divisi, spesso estranei e inconciliabili12. Parliamo di esperienze radicalmente diverse, sia che appartengano a ceppi linguistici e tradizioni culturali differenti sia – tanto più vien voglia di dire – quando fanno parte dello stesso ambito, tanto isolati e ossessivi, a volte ruvidi e conflittuali ci appaiono i suoi rappresentanti. Letteratura senza una scuola, senza un gruppo e addirittura senza gruppi, se non piccoli, provvisori e, di nuovo, eterogenei al loro interno.

In quanto mito, però, Trieste letteraria mi pare un mito benefico. Un mito che fa di questa città una delle capitali mondiali della letteratura modernista, che ne fa un luogo di coesistenza – e questo è innegabile – di lingue e culture, che ne celebra un peculiare genius anche se nessuno è capace di individuarlo e descriverlo, che la rende città vivace, intelligente, ricca di spirito, quando vuole.

E, visto che a Trieste i miti attecchiscono così bene, bisognerà preparare un adeguato terreno di coltura, un luogo che possa accogliere i semi delle sue tante narrazioni. Un “museo della letteratura triestina”, che ne possa raccontare il passato ma che sia anche un luogo vivo, aperto alle esperienze di creatività e ricerca che accadono oggi, alle nuove esperienze letterarie e a quelle più genericamente artistiche che la letteratura sa innescare, ispirando registi, attori, pittori e disegnatori, fotografi e musicisti. A questo stiamo lavorando.

  1. Si tratta dell’articolo Scrittore triestino, dedicato a Colloqui con mio fratello (editi da Treves a Milano nel 1925) e ai Racconti (editi da Buratti a Torino nel 1929) di Giani Stuparich. Fu pubblicato il 18 giugno 1930 sul «Corriere della Sera» e in seguito in Scrittori italiani del Novecento (Bari, Laterza, 1934) e, quindi, rimaneggiato, nella “serie seconda” degli Scrittori d’oggi (Bari, Laterza, 1946).
  2. Qualche indizio lo offre, almeno per la seconda metà dell’Ottocento, il comportamento dei consoli inglesi di cui dirò fra poco. Un aneddoto dice che, all’atto di nominare Charles Lever, Lord Derby, ministro degli Esteri di Sua Maestà Britannica, gli illustrasse la posizione come segue: «qui ci sono 600 sterline all’anno per non fare niente, e tu sei la persona adatta per farlo». E anche il suo successore Richard Burton considerava il proprio incarico una sorta di sinecura che gli consentiva, appunto, di lavorare alle proprie opere, tanto è vero che aveva subappaltato le incombenze del consolato al suo viceconsole William Brock, cui versava metà del suo stipendio a patto di non doversi occupare degli affari diplomatici se non per le occasioni di rappresentanza in cui la sua presenza era richiesta.
  3. Sarebbe opportuno verificare anche quale sia stato il suo impatto sulla stessa “letteratura triestina” che, forse non a caso, è attraversata a cavallo dei due secoli da un’ampia vocazione favolistica che coinvolge scrittori come lo stesso Svevo, Scipio Slataper, Filippo Zamboni, Riccardo Pitteri e altri.
  4. Né l’elenco dei diplomatici letterati si conclude così, perché dovremmo citare ancora l’americano Alexander Wheelock Thayer, autore di una monumentale biografia di Beethoven; il francese René Dollot e il suo compatriota Paul Morand, romanziere e novellista, amico di Proust e di Cocteau, non molto frequentato e amato dal dopoguerra a causa della sua convinta adesione alla Francia di Vichi, che a Trieste è sepolto.
  5. Più attratto dal Risorgimento Leo Perutz, fra i cui romanzi ricordiamo Il Giuda di Leonardo (uscito in traduzione italiana per l’editore Fazi nel 2001), mentre Ricarda Huch ha scritto molto sul nostro Risorgimento (Die Geschichten von Garibaldi, Menschen und Schicksale aus dem Risorgimento, Das Leben des Grafen Federigo Confalonieri). Diversi dei titoli di Perutz sono stati tradotti in italiano e pubblicati da Adelphi e da altri editori; rimangono, invece, assai mal noti al pubblico italiano i lavori di Huch, con l’eccezione del libro su Confalonieri, pubblicato nel 1934 da Treves e, appunto, di Vicolo del Trionfo, pubblicato nel 1997 dalle goriziane Edizioni della Laguna.
  6. In particolare, nel suo ampio poema Das Nordlicht (L’aurora boreale), una copia del quale con firma di possesso di Italo Svevo è stata recentemente acquisita dal Museo Sveviano.
  7. Fu in casa del vescovo triestino Pietro Bonomo che il futuro padre delle lettere slovene Primož Trubar poté assimilare e sperimentare concretamente nella prassi liturgica l’idea riformatrice di Martin Lutero sulla pari dignità delle lingue nazionali rispetto al latino, dando alla luce, a Tübingen, un Abbecedario e Catechismo che, primo libro sloveno, fece di lui il fondatore della letteratura nazionale slovena e di Trieste la sua culla concettuale.
  8. Vale la pena di sottolineare che al romanzo di Bartol è ispirata la fortunatissima serie di videogame Assassin Creed, diffusa ovunque in milioni di copie? Secondo me, sì.
  9. Laddove Alamut è un romanzo tradotto in moltissime lingue, soprattutto dopo la riscoperta della tematica del suicidio come atto di guerra nell’Islam, a seguito dei fatti dell’11 settembre 2001. In italiano, tuttavia, è annunciata ora imminente la pubblicazione della serie di racconti Tržaške humoreske (Scritti umoristici triestini) nella traduzione di Patrizia Vascotto, recentemente scomparsa, cui va la nostra gratitudine e un caro ricordo.
  10. Molto presente nello stesso Alamut, benché sotterraneamente, la tematica psicanalitica è, invece, apertamente al centro della tragicommedia Empedokles e del romanzo incompiuto, Čudež na vasi (Miracolo al villaggio).
  11. In alcune lettere al giovane Valero Jahier. A questo proposito mi pare particolarmente interessante il fatto che Kosovel dedichi anche un cenno al manuale Suggestion et autosuggestion di Charles Baudouin, che è uno dei pochi volumi sopravvissuti della biblioteca di Italo Svevo.
  12. Ciò che naturalmente costituisce la più sicura obiezione a una tale rappresentazione. Obiezione alla quale, tuttavia, è giusto opporre che un “sistema” è un oggetto. E la letteratura triestina, per il solo fatto di insistere su uno stesso territorio (per cercare un minimo comun denominatore non dubbio, benché ancora scarsamente significativo), è un tale sistema, in cui ciascun elemento influenza gli altri, anche se una reazione chimica vera e propria non c’è, o non la vediamo; anche se non abbiamo una trasformazione e una nuova identità culturale. Ignorarsi, o credere di ignorarsi, come hanno fatto una gran parte della cultura italiana e di quella slovena per decenni, è una relazione perché comporta una polarizzazione, una focalizzazione costante su certe tematiche identitarie e una parallela tendenza a rifiutarne altre. E ogni polarizzazione porta a nuove differenziazioni in quegli autori che, per vocazione, carattere o destino, si sentono estranei alla dialettica in essere e partono alla ricerca di nuovi elementi di identità. Un ragionamento che si potrebbe ripetere per tutte le relazioni fra i gruppi e le correnti che si sono succeduti sul territorio, anche in prospettiva di storiografia letteraria.

(fasc. 23, 25 ottobre 2018)