Appunti sulla satira nel “Ragionamento sovra de l’asino” di Giovan Battista Pino

Autore di Matteo Bosisio

Il Ragionamento sovra de l’asino di Giovan Battista Pino[1] risulta un’opera complessa e non sempre perspicua, benché l’edizione di Olga Casale e vari contributi esegetici abbiano fatto luce su alcuni aspetti fondamentali[2]: nonostante ciò, diverse informazioni rimangono imprecisabili (ad es., periodo di scrittura, editore e anno di pubblicazione). Il libello – a metà strada tra il rifacimento dei trattati rinascimentali e delle enciclopedie antiche di Gellio e di Macrobio, molto lette e imitate nel Cinquecento – dimostra una forte connotazione ideologica[3]. Le scarne notizie biografiche che possediamo sul suo autore non aiutano a comprendere appieno tutte le allusioni storiche e politiche disseminate nel Ragionamento[4]. Sicuramente ha influito sulla composizione dell’opera la partecipazione di Pino a un’ambasceria presso Carlo V, volta a denunciare la cattiva amministrazione del viceré Pedro de Toledo nel Regno di Napoli e a esprimere il disappunto della popolazione per il tentativo di istituire il tribunale dell’Inquisizione da parte delle autorità spagnole (marzo 1547). Nondimeno la missione diplomatica si rivela controproducente, giacché il governo risponde alle istanze dei sudditi con forti repressioni; lo stesso Pino è incarcerato per alcuni giorni a maggio del 1548 con l’accusa di aver fomentato le proteste[5]. L’eco sarcastica di tali episodi si avverte nel Ragionamento, ambientato a Napoli al termine dei tumulti (11 novembre)[6]: infatti, nel corso dell’opera sono inserite numerose parti satiriche che, adottando diverse tecniche e strategie, deridono Pedro de Toledo e il suo seguito[7].

La componente satirica, talora di difficile comprensione, deve essere analizzata nella sua interezza per cogliere la natura intimamente politica e dissacratoria del Ragionamento. Il contributo approfondisce una tematica spesso trascurata dai critici che si sono confrontati con l’opera di Pino. L’articolo prende così in considerazione quattro passaggi rilevanti e meritevoli di studio (sonetto di apertura, “favola di Apollo”, allegoria dei Giganti, allusioni ad Alfonso de Castro), che verranno esaminati nei loro aspetti principali (fonti letterarie, struttura, motivi polemici).

L’opera, in bilico tra la satira graffiante e la parodia gustosa e acre, denuncia sin dall’avvio la motivazione contingente che la ispira[8]: il sonetto di apertura illustra al lettore il significato di una silografia, altrimenti criptica. L’immagine raffigura, al centro e ai vertici, i volti di un sovrano, che, se capovolti, appaiono quelli di un asino (v. 1)[9]; grazie al confronto tra la silografia e alcuni dipinti cinquecenteschi è possibile riconoscere Pedro de Toledo nel disegno del re (Figg. 1-5 nell’Appendice)[10]. Le apparenze, sembra voler sottolineare lo scrittore, a volte possono ingannare, perché è labile il discrimine tra intelligenza e stoltezza (vv. 12-14): «lieto e fortunato un Regno, / s’un capo per governo Dio li ha dato / non d’asinesco, ma d’umano ingegno»[11]. L’asino in questo passaggio viene inteso quale animale dotato di scarse capacità intellettive, metafora degli uomini che rimangono pervicacemente «chiusi in un universo statico»[12]: il lettore, di conseguenza, non può farsi trarre in inganno, perché è chiamato a svelare l’insipienza e la vanagloria dei suoi governanti. Per converso, il pubblico deve imitare quegli asini, simbolo delle persone virtuose, che possiedono i mezzi per comprendere la realtà e contrastare l’arroganza del potere[13].

Questa sfida è subito lanciata dal racconto provocatorio di una «favola o istoria» (p. 43). La vicenda espone allegoricamente un episodio capitato ad Apollo, caduto in disgrazia dopo che Giove aveva deciso di condannarlo per insondabili «cause che moveno nostra [scil. degli dèi] mente» (p. 44)[14]. La punizione appare arbitraria e cagionata da un capriccio altezzoso; d’altronde, è molto differente la versione che si legge nel modello euripideo. Nell’Alcesti Zeus scaglia un fulmine contro Asclepio, figlio di Apollo, perché troppo benevolo nei confronti degli uomini. Apollo si vendica uccidendo tre Ciclopi addetti alle folgori di Zeus e viene perciò condannato all’esilio; la pena, grazie all’intervento di Latona, è mitigata in nove anni di lavori forzati da prestare in Tessaglia. Sembra possibile leggere tra le righe alcuni riferimenti alla biografia di Pino, che vengono ironicamente amplificati dall’accostamento con il mito: si badi che lo scrittore medesimo è incarcerato nel 1548 per aver ideato un arco, allestito presso la piazza della Sellaria, con incise alcune scene polemiche verso le autorità governative; non è da escludere che alcuni spunti siano poi confluiti nel Ragionamento stesso[15].

Apollo, da identificare con Pino, viene arrestato senza motivo e, in seguito, liberato da Momo (dio della satira)[16]. Il fuggiasco riesce a evitare di subire un’altra cattura, anche se l’impresa, ammette il narratore, non è ardua, perché i servitori di Giove si caratterizzano per una serie grottesca di manchevolezze e di invidie reciproche. Marte, a dispetto dei suoi titoli onorifici, ampollosamente esibiti («General de li soldati del Cielo», «Prefetto del pretorio, di campagna e della celeste Corte»), non riesce a intendersi con Esculapio, tanto da dover ricorrere alla mediazione di Giove; in aggiunta, Perseo Barigello, Chirone Sbirro e Bellona, definita «capo spione del cielo», mostrano tutta la loro inettitudine. Il catalogo, a ben guardare, potrebbe fungere da buffa palinodia nei confronti dell’elenco celebrativo che Pino dedica al seguito del viceré nel Triompho di Carlo quinto (Napoli, Sultzbach, 1536): poemetto encomiastico diviso in tre canti, è incentrato sulla visita trionfale dell’imperatore a Napoli dopo la vittoria nel 1535 sulla flotta ottomana guidata da Ariadeno Barbarossa. Ebbene, alle cc. S 1r-S 3v sono dedicate diverse ottave in onore di Pedro de Toledo e vengono elogiati vari notabili e politici fedeli al viceré: ci riferiamo al principe di Salerno, al duca di Castrovillari (protonotaio), a Ferrando di Cardona (Grande almirante), ad Ascanio Colonna (Gran contestabile) e al marchese di Vasto (Gran camerlengo).

Apollo è poi condannato in contumacia a lasciare l’Olimpo. La narrazione viene sospesa allo scopo di elencare gli effetti personali confiscati alla divinità: spiccano due vasi antichi, che vengono descritti meticolosamente (pp. 48-50)[17]. La storia riprende con le peregrinazioni di Apollo che, dopo aver chiesto invano ospitalità in molte regioni, viene accolto da Admeto (re di Fere in Tessaglia). Il profilo psicologico e caratteriale del sovrano non è delineato in modo preciso; sennonché, lo scrittore indica al pubblico l’insolito affetto che lega Admeto a Tommaso (giovane paggio soprannominato Sinello). Forse Pino allude a Giovan Battista Spinello, orfano di Ferrante duca di Castrovillari, adottato dal viceré. Il riferimento all’amore provato per Spinello risulta un’accusa maliziosa nei confronti del Toledo: Spinello non solo era il figlio adottivo, ma anche suo genero (marito di Isabella de Toledo) e cognato (fratello di Vincenza, moglie del viceré)[18]. La paronomasia del cognome consente altresì allo scrittore di rinviare all’asino, che da questo passaggio assurge a protagonista indiscusso del Ragionamento. Infatti, Apollo, al termine del suo esilio, ottiene il permesso di ritornare sull’Olimpo, laddove Sinello suscita la gelosia di Clizia, Giacinto e Dafne, poiché viene trasformato in asino. L’ennesimo travestimento satirico del mito greco conferisce un effetto di ridicola degradazione alla materia narrativa[19]: difatti, la realtà contemporanea e i suoi protagonisti risultano ancora più grotteschi e caricaturali, ove siano paragonati a figure quali la ninfa Clizia (respinta da Apollo e, perciò, consumata dalla sofferenza sino a tramutarsi in girasole), la naiade Dafne (trasformata in alloro pur di sottrarsi al dio) e Giacinto (conteso da Apollo e Zefiro e ucciso da quest’ultimo).

La dimensione satirica del Ragionamento è garantita da altri due racconti. Nel secondo, molto breve, un muratore di Cava dei Tirreni di nome Curto è intenzionato a sopprimere il suo asino, reo di aver mangiato tutti i cavoli del campo. In realtà, gli ortaggi erano stati rubati da un «mariuolo» (p. 109)[20]. La violenza espressa dal personaggio, l’accusa immotivata e approssimativa mossa nei confronti dell’animale (in questo passo inteso quale vittima dell’insipienza e del cinismo dei potenti)[21] e i rimandi, che permettono di identificare il viceré in Curto, svelano gli obiettivi ideologici dell’apologo[22]. Il sovrano non possiede gli strumenti adatti per comprendere la complessità delle dinamiche politiche e cerca perciò facili bersagli con cui nascondere i propri fallimenti.

Ci soffermiamo con maggiore attenzione sul primo racconto, più esteso ed elaborato: lo scrittore narra la vittoria degli dèi olimpici sui Giganti, favorita dall’intervento degli asini, che, durante la battaglia decisiva, avevano ragliato con tale impeto da spaventare i nemici e metterli in fuga. Giove dedica agli animali quale ricompensa due stelle della costellazione del Cancro (Asellus Borealis e Australis)[23]. Pino recupera l’episodio da un’opera fortemente imparentata con il Ragionamento: alludiamo a L’asinesca gloria dell’Inasinito academico Pellegrino scritta da Vincenzo Cartari (Venezia, Marcolini, 1553)[24]. Questi riprende l’intera vicenda dai Catasterismi di Eratostene di Cirene e la riscrive accentuando le implicazioni comiche[25]. Pino imita la narrazione di Cartari con un’operazione in apparenza ai limiti del plagio[26]. Si prenda, ad esempio, l’episodio finale, in cui Giove premia gli asini per il prezioso servigio:

Cartari, L’asinesca gloria, c. 20 Pino, Ragionamento, pp. 106-107
Furono trasformati in due stelle, le quali sono in quella parte ove è il segno del Granchio et      adesso ancora dai consideratori delle cose di là  su sono dimandate gli asini. Giove, ricordandosi del benefizio ricevuto da gli asini, di essi ne fe’ due stelle e le puose nel segno del Cancro che va – come sapete – dinanzi il Leone, forse per più onorarli, e si chiamano Asinelli.

Pino si avvale con una certa fedeltà dell’ipotesto di Cartari; tuttavia, attribuisce una nuova funzione al modello. Alcuni riferimenti del Ragionamento – si pensi al crimen laesae maiestatis procurato dalla ribellione dei Giganti[27] – rinviano di nuovo alla storia napoletana e ai suoi attori principali. Infatti, la rielaborazione mitologica sembrerebbe riecheggiare l’obbligo imposto dal viceré ai nobili di rompere l’alleanza con il popolo «sotto pena di ribellione» (maggio 1547)[28]. Dunque, l’incapacità degli dèi di piegare la resistenza dei Giganti va letta quale critica all’impotenza e alla disorganizzazione del governo spagnolo: la vittoria è dovuta soltanto a un episodio fortunato e improvviso, come testimonia il raglio degli asini.

La proposta di Pino appare ancora più raffinata, perché poggia su un rifacimento stratificato di fonti e suggestioni: quella della gigantomachia è, al contempo, un’autocitazione ricavata da Il triompho di Carlo quinto. Ora, nella terza parte del poemetto in ottave l’io lirico, accompagnato da una guida, ammira un arco su cui sono raffigurate scene belliche e allegoriche; tra queste spicca il racconto della vittoria degli dèi olimpici sui Giganti. Evidentemente non è concesso alcuno spazio agli asini e all’interpretazione canzonatoria del mito, giacché prevale il tono celebrativo, di cui il Ragionamento costituisce una sorta di controcanto: i Giganti sono elencati e descritti al fine di elogiare, per contrasto, le virtù di Giove, a sua volta accostato a Carlo V; gli dèi sono presentati al pari di un «glorioso e gran drappello» (c. O 2r, I, 2); l’aquila, particolarmente cara al padre degli dèi, spicca in quanto simbolo imperiale, mentre la vittoria conclusiva denuncia il vero significato del mito (I, 7-8: «alli Giganti darai più tema, / hor che di Carlo tutto il mondo trema»). La palinodia, allora, rappresenta un’ulteriore forma di travestimento satirico, che ricorre con duttilità al carattere ambivalente e polisemico del riuso letterario.

La satira raggiunge talvolta esiti più triviali e punta a una comicità rozza, ma di sicura presa: in particolare, a p. 67 Pino racconta le stranezze dei muli della Cappadocia. Questo passaggio prepara un’accusa politica assai caustica: i muli dell’Asia minore sono molto più aggressivi di quelli europei, tanto che uccidono spesso i loro padroni. L’aneddoto bizzarro fa cenno, attraverso una libera associazione di idee, al frate francescano e vescovo Alfonso de Castro[29]. Lo scrittore collega, mediante un sillogismo davvero astruso, gli zoccolanti – denominazione popolare che allude ai francescani – agli zoccoli pericolosi dei muli della Cappadocia e, quindi, al temibile Alfonso de Castro: egli, difatti, «al tempo de’ tumulti di Napoli, sbombardò questa città per compiacer Toledo». Probabilmente non si possiedono informazioni ulteriori sulla vicenda, passata sotto silenzio dalle cronache e dalle ricostruzioni delle rivolte del 1547-1548, perché il verbo «sbombardare» (‘colpire con le bombarde’) va inteso nel senso scurrile (‘emettere un peto fragoroso’) già impiegato nella poesia comica (ad es., in Burchiello, Di qua da Querciagrossa un trar di freccia, v. 7).

Le situazioni stravaganti e gli aneddoti ridicoli continuano a rallegrare i convitati sino a quando il temporale – metafora delle sciagure prodotte dal vicereame nel recente passato – non perde provvidenzialmente di intensità[30]. Si prospetta così per il popolo napoletano l’inizio di una nuova èra, come dichiara con malcelato sarcasmo il colophon dell’opera (p. 171): «IL FINE ǀ Nel Paradiso de gli Asini, l’anno de la primera sinesca ǀ nel rovescio del mese ǀ asinissimo». Pertanto, contro il governo di Pedro de Toledo lo scrittore elabora un’opera “militante”, che amplia i contenuti e le modalità espressive tradizionali dei vari libelli sull’asino[31]. Rispetto agli autori precedenti da cui Pino rielabora vari spunti, il Ragionamento innesta il tema politico sulla struttura parodica consueta. Questa scelta conferisce profondità a un “microgenere” talora disimpegnato, retoricamente compiaciuto e piuttosto effimero. Le motivazioni contingenti, che spiegano la necessità dello scrittore di esprimere la propria opinione sui disordini del 1547-1548, acquistano un valore universale grazie a uno stile articolato e avvincente, che richiede la partecipazione del pubblico. Tocca a quest’ultimo recepire il senso profondo del riuso satirico del testo, reagendo alle ingiustizie della storia, agli assurdi accidenti della vita.

Appendice

Fig. 1: G. B. Pino, Ragionamento sovra de l’asino, Napoli, Cancer, 1560-1568, c. 4.
Fig. 2: G. B. Pino, Ragionamento sovra de l’asino, Napoli, Cancer, 1560-1568, c. 4 (immagine capovolta).
Fig. 3: Cerchia di Tiziano Vecellio, Don Pedro Alvarez de Toledo, München, Bayerisches Staatsgemaldesammlungen, Alte Neue Pinakothek.
Fig. 4: Anonimo, Ritratto di Don Pedro Alvarez de Toledo, Napoli, Museo di San Martino.
Fig. 5: Cristofano Dell’Altissimo, Petrus Toletanus, Firenze, Galleria degli Uffizi.
  1. Avvertiamo che le citazioni dalle stampe cinquecentesche seguono i consueti criteri di trascrizione moderni.
  2. R. L. Bruni, Alcune note su Giovan Battista Pino, in «Samnium», LVI, 1983, pp. 169-80; N. Ordine, Asinus portans mysteria. Le Ragionamento sovra de l’asino de Giovan Battista Pino, in Le monde animal au temps de la Renaissance, a cura di M.-T. Jones-Davies, Paris, Jean Touzot, 1990, pp. 189-217; Id., La cabala dell’asino: asinità e conoscenza in Giordano Bruno, Milano, La nave di Teseo, 2017, pp. 210-20; M. C. Figorilli, Meglio ignorante che dotto. L’elogio paradossale in prosa nel Cinquecento, Napoli, Liguori editore, pp. 60-68 e M. Bosisio, Le forme della parodia nel Ragionamento sovra de l’asino di Giovan Battista Pino, in «Studi italiani», LXII, 2019, pp. 53-62. Si citerà da G. B. Pino, Ragionamento sovra de l’asino, a cura di O. Casale, Roma, Salerno editrice, 1982.
  3. Sull’argomento si vedano, tra tutti, C. Forno, Illibro animato”: teoria e scrittura del dialogo nel Cinquecento, Torino, Tirrenia Stampatori, 1992; V. Vianello, Ilgiardinodelle parole. Itinerari di scrittura e modelli letterari nel dialogo cinquecentesco, Roma, Jouvance, 1992; A. Quondam, La conversazione. Un modello italiano, Roma, Donzelli editore, 2007 e L’enciclopedismo dall’antichità al Rinascimento, a cura di C. Fossati, Genova, Dipartimento di antichità, Filosofia e Storia, 2011.
  4. Notaio o medico napoletano, frequenta i circoli culturali cittadini (Accademia dei Sereni) e intrattiene diversi rapporti con gli scrittori Niccolò Franco, Laura Terracina e Berardino Rota. Oltre al Ragionamento, a un’apologia dell’italiano (Alli studiosi de la volgar lingua) e a un poemetto encomiastico dedicato a Carlo V, scrive molte opere, di cui rimangono però solo alcune testimonianze indirette: alludiamo ai capitoli satirici Del Cinque e Dello Zero, a vari sonetti, a un poema sulla presa della città tunisina di Mahdia da parte delle truppe imperiali, a una canzone in morte di Carlo V. Cfr. P.G. Riga, Giovan Battista Pino, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, LXXXIII, 2015, pp. 758-60.
  5. Pedro de Toledo (1484-1553) è viceré di Napoli per un ventennio. Durante la sua reggenza avvia importanti lavori urbanistici (pavimentazione stradale, ampliamento dei confini della città di Napoli, restaurazione di monumenti e chiese); centralizza l’amministrazione pubblica e fa erigere lungo la costa campana diverse torri difensive contro le incursioni dei corsari. Il suo nome è però legato alle numerose restrizioni securitarie imposte alla popolazione (chiusura delle accademie e dei circoli privati, introduzione dell’Inquisizione, lotta alle autonomie baronali). Sul personaggio e il suo governo, cfr. C.J.H. Sánchez, Castilla y Nápoles en el Siglo XVI. El Virrey Pedro de Toledo: linaje, estado y cultura (1532-1553), Salamanca, Junta de Castilla y León, 1994; S. Scognamiglio, Pedro De Toledo: cultura e politica istituzionale (1523-1553), Napoli, Arte tipografica, 2012 e Rinascimento meridionale: Napoli e il viceré Pedro de Toledo (1532-1553), a cura di E. Sánchez García, Napoli, Pironti, 2016.
  6. L’ipotesi più attendibile (fondata sull’analisi delle iniziali silografiche) propone di attribuire la pubblicazione dell’opera allo stampatore napoletano Mattia Cancer in un periodo tra il 1560 e il 1568. Tuttavia, è piuttosto insolito che un trattato così intriso di contemporaneità e di messaggi politici sia stato elaborato a distanza di circa vent’anni dagli avvenimenti raccontati. È probabile che il Ragionamento sia stato scritto tra il 1548 (anno dei tumulti) e il 1553 (morte del Toledo) e pubblicato poi a freddo per ragioni di cautela. Si veda in merito T.R. Toscano, Il tipografo e la datazione del Ragionamento sovra de l’asino di Giovan Battista Pino, in Id., L’enigma di Galeazzo di Tarsia. Altri studi sulla letteratura a Napoli nel Cinquecento, Napoli, Loffredo editore, 2004, pp. 189-202.
  7. Il Ragionamento è ambientato durante un violentissimo temporale (allegoria delle iniquità del vicereame spagnolo), che costringe diversi convitati, tra cui spicca Pino medesimo, a rimanere a tavola per molte ore. Come nel Decameron, gli invitati concordano di passare il tempo imponendosi varie regole; decidono così il re della serata, l’argomento da affrontare e l’ordine degli interventi. L’opera riporta soltanto un esteso discorso, che – tra paradossi, proverbi, parodie e digressioni – si concentra sulla figura dell’asino.
  8. Sulla satira, assimilata spesso alla parodia dai teorici cinquecenteschi, si veda N. Catelli, Parodiae libertas: sulla parodia italiana nel Cinquecento, Milano, FrancoAngeli, 2011.
  9. Il motto inciso intorno alla silografia («poco vedete e parvi veder molto») è una citazione petrarchesca tratta dalla celebre canzone Italia mia (Rvf CXXVIII, 24). Petrarca si rivolge ai signori italiani, che pensano erroneamente di essere lungimiranti, perché hanno riposto tutta la loro fiducia in truppe mercenarie ciniche e avide di denaro.
  10. L’immagine umana ricalca le fattezze del viceré, come si può desumere dai ritratti a lui dedicati da un pittore della Cerchia di Tiziano Vecellio (München, Bayerisches Staatsgemaldesammlungen, Alte Neue Pinakothek), da Cristofano Dell’Altissimo (Firenze, Galleria degli Uffizi) e da un artista anonimo (Napoli, Museo di San Martino). Vd. S. Musella Guida, Don Pedro Alvarez de Toledo. Ritratto di un principe nell’Europa rinascimentale, in «Samnium», LXXXI-LXXXII, 2009, pp. 239-353 e P. Civil, La imagen del virrey Pedro de Toledo: retrato y poder, in Rinascimento meridionale…, op. cit., pp. 91-112.
  11. G. B. Pino, Ragionamento…, op. cit., p. 27.
  12. N. Ordine, La cabala…, op. cit., p. 214.
  13. Gli asini talvolta sono assimilati alla sapienza, perché la grandezza delle loro orecchie permette di carpire qualsiasi informazione. Si leggano a proposito le Metamorfosi apuleiane (IX, 15 e 23), poi riprese da Pino alle pp. 141-42.
  14. Si noti che nell’Istoria d’Italia di Camillo Porzio (1565) si riporta un aneddoto curioso, che conferma la smania di potere del Toledo messa alla berlina da Pino: «mentre si affaticava di rappresentare all’imperatore il grado della superbia ove era il viceré salito per la smisurata autorità concessagli, trassesi di seno una medaglia fatta scolpire dall’istesso viceré, con sua effigie, e con parole e riverso di sentimento reale. Affermano tre fiate Carlo averla nelle mani ripresa ed attentamente riguardata: e senza alcun dubbio cosa niuna commove e pugne più gli animi de’ re, che l’aver compagni nel regnare». Citiamo da C. Porzio, Opere, a cura di C. Monzani, Firenze, Le Monnier, 1846, p. 250.
  15. Cfr. sull’episodio G. A. Summonte, Dell’historia della città e regno di Napoli, vol. IV, Napoli, Bulifon, 1675, pp. 219-25 e R. De Maio, Pittura e Controriforma a Napoli, Roma-Bari, Laterza, 1983, pp. 239-42.
  16. Si ricordi a tal proposito che nel Momus di Leon Battista Alberti il protagonista critica così tanto il modo con cui il padre degli dèi regge il mondo da essere bandito dall’Olimpo. Tuttavia, nell’opera dell’umanista Giove commissiona diversi incarichi delicati ad Apollo, descritto come «omnium deorum sapientissimus et sui cupidissimus» (III, 28). Citiamo da L.B. Alberti, Momus, a cura di P. D’Alessandro e F. Furlan, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, 2016.
  17. Il gusto per l’ecfrasi sembra caratterizzare lo stile di Pino, il quale nella seconda parte del Triompho di Carlo quinto indugia su undici dipinti di carattere mitologico che rinviano alle imprese dell’imperatore (cc. G 2r-H 2r). È possibile altresì rinvenire nell’ecfrasi dei vasi una critica alla passione del viceré per il collezionismo; vd. S. Musella Guida, Gli oggetti d’arte del viceré don Pedro de Toledo: collezionismo o rappresentazione visuali del potere?, in Rinascimento meridionale…, op. cit., pp. 589-604.
  18. Cfr. in merito A. Castaldo, Istoria, in Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli, vol. VI, Napoli, Gravier, 1769, p. 130.
  19. Su questa tecnica comica, che si fonda sull’abbassamento del modello, si sofferma G. Tellini, Rifare il verso. La parodia nella letteratura italiana, Milano, Mondadori, 2008, pp. 13-149.
  20. Ricordiamo che nel Cinquecento i comportamenti inusuali e pittoreschi degli abitanti di Cava dei Tirreni sono trasposti ironicamente nelle “farse cavaiole”. Vd. A. Mango, Le farse cavaiole, Roma, Bulzoni, 1973 e F. Senatore, La ricevuta dell’imperatore alla Cava. Farsa cavaiola, Napoli, Dante & Descartes, 2012.
  21. L’umiltà dell’asino, spesso accostata a quella dei servi, è enfatizzata nella Bibbia. Cfr., ad es., Gen XII, 14-16; Gb I, 3 e Re II, 4, 22.
  22. Olga Casale alla n. 14 di p. 109 del Ragionamento nota forti analogie tra la famiglia del Toledo e quella del personaggio di fantasia; la studiosa ipotizza poi che il cognome Curto si riferisca al dialetto napoletano per alludere alla modesta statura del viceré. Cfr. in merito P. Giannone, Storia civile del Regno di Napoli, Milano, Borroni e Scotti, 1846, p. 521.
  23. Anche frate Cipolla nei Sermoni funebri de vari authori nella morte de diversi animali di Ortensio Lando ricorda la mitica trasformazione allo scopo di rivendicare la natura divina del suo asino Travaglino (Venezia, Giolito, 1548, c. 5r). I Sermoni funebri riportano undici orazioni pronunciate da altrettanti personaggi – alcuni dei quali letterari (ad es., frate Cipolla, frate Puccio, monna Tessa, piovano Arlotto) – in onore dei loro animali domestici appena scomparsi. Il primo elogio è dedicato all’asino di frate Cipolla; Lando sfrutta la proverbiale abilità retorica del religioso (vd. Decameron VI, 10, 7) allo scopo di sorprendere il lettore con un discorso mordace, che fa la parodia del genere codificato e solenne dell’epidittica. Sull’opera, cfr. L.C. Vaccari, Un episodio della carriera veneziana di Ortensio Lando: i Sermoni funebri, in «Studi veneziani», XLIII, 2003, pp. 69-97 e M. Ubezio, Una proposta di lettura per i Sermoni funebri nella morte de diversi animali di Ortensio Lando, in Per Franco Brioschi: saggi di lingua e letteratura italiana, a cura di C. Milanini e S. Morgana, Milano, Cisalpino, 2007, pp. 149-60.
  24. Legato agli Este, nel 1551 dedica la traduzione dei Fasti al futuro duca di Ferrara, Alfonso II. Due anni più tardi pubblica un commento in forma di dialogo al poema ovidiano, mentre è del 1556 la sua opera più celebre, il trattato su Le imagini con la spositione dei dèi degli antichi. Sulla paternità dell’Asinesca gloria (in passato attribuita a Doni), vd. da ultimo S. Pierguidi, “Gigantomachia” and the Wheel of Fortune in Giulio Romano, Vincenzo Cartari and Anton Francesco Doni, and the authorship of the Asinesca Gloria, in «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes», LXVII, 2004, pp. 275-84.
  25. L’asinesca gloria finge che l’io narrante si sia tramutato in un asino e descriva, perciò, la superiorità dell’animale su tutti gli altri. Molti procedimenti, paradossali e comici, anticipano gli esiti del Ragionamento. Ad esempio, L’asinesca gloria si avvale di continui proverbi e di auctoritates, spesso travisate e schernite; in aggiunta, Cartari pone a confronto il cavallo con l’asino (cc. 18-19), mentre Pino pone addirittura in relazione l’asino con il leone.
  26. Sul tema, vd. P. Cherchi, Polimatia di riuso. Mezzo secolo di plagio (1539-1589), Roma, Bulzoni, 1998.
  27. Si veda il Ragionamento alle pp. 103-104, in cui Giove chiama a soccorso gli dèi e tutti i suoi collaboratori contro la minaccia dei Giganti; gli alleati che decideranno di non rispondere alla richiesta di aiuto saranno «tenuti per rubelli».
  28. Cfr. P. Giannone, Storia civile…, op. cit., p. 574.
  29. L’edizione dell’opera cui si fa riferimento reca il nome «Alonso». Tuttavia, a metà del Cinquecento non ci sono vescovi spagnoli così chiamati. È probabile che la lezione «Alonso» (al posto di «Alfonso») sia inautentica e dovuta a un banale errore di trascrizione. Alfonso de Castro (1492-1558), teologo e vescovo di Santiago de Compostela, faceva parte dell’ordine dei frati minori ed era uno stretto collaboratore di Carlo V. Sul personaggio si veda T. Olarte, Alfonso de Castro (1495-1558). Su vida, su tiempo y sus ideas filosóficas-juridicas, San José, Costa Rica, 1946.
  30. Sul temporale si veda supra la n. 5.
  31. L’asino è una figura significativa della letteratura cinquecentesca. L’Asino d’oro di Apuleio nel Cinquecento vanta più di venti traduzioni in italiano. Si ricordi che Giovanni Pontano è autore di un dialogo intitolato Asinus (1507); il libro Della vanità delle scienze di Cornelio Agrippa, che si conclude con un elogio dell’asino dal carattere polemico, viene tradotto in Italia nel 1547; i Sermoni funebri di Lando escono l’anno successivo; l’Asino di Machiavelli viene pubblicato nel 1549; L’asinesca gloria dell’Inasinito academico Pellegrino è scritta da Cartari nel 1553. Negli anni successivi la fortuna dell’asino in letteratura viene certificata da Giordano Bruno (Cabala del cavallo Pegaseo, con l’aggiunta dell’asino Cillenico, 1585) e da libelli burleschi come La nobiltà dell’asino di Attabalippa dal Perù di Adriano Banchieri (1590). Sull’argomento, vd. Asino chi legge. Elogi dell’asino e altre “asinerie” del Rinascimento italiano, a cura di N. Bonazzi, Bologna, Pàtron, 2015.

(fasc. 32, 25 aprile 2020)