Aspetti della ricezione di Tozzi durante il fascismo: un documento inedito e tre articoli del «Corriere padano»

Autore di Riccardo Castellana

Premessa

La storia della ricezione di uno scrittore nasconde spesso risvolti interessanti e a volte persino curiosi e insospettati. Quella di Federigo Tozzi non fa certo eccezione. Un capitolo centrale di questa storia è senza dubbio quello ambientato nel Ventennio fascista, perché in questi anni l’interpretazione dell’opera tozziana subisce una polarizzazione radicale: da una parte troviamo infatti quei critici che, prolungando una linea interpretativa affacciatasi, per la verità, già vivente l’autore, ne danno una lettura in chiave di fiero nazionalismo culturale; dall’altra, invece, militano i sostenitori del carattere europeo e moderno della sua narrativa. È una storia nota, più volte ripercorsa dalla critica, ma che qui proverò a traguardare da un punto di vista diverso, servendomi di documenti sostanzialmente ignoti, segnalatimi da un instancabile frequentatore di archivi come Paolo Leoncini, che tengo qui a ringraziare per la preziosa e amichevole collaborazione.

Il conflitto delle interpretazioni negli anni Venti e Trenta

Tra gli anni Venti e gli anni Trenta il conflitto delle interpretazioni su Tozzi vede opporsi due schieramenti. I primi a rivalutare l’autore senese sono i giovani fascisti anti-establishment del «Selvaggio», di «Strapaese» e dell’«Universale» (in particolare Berto Ricci, Romano Bilenchi, Vasco Pratolini), sostenitori di una tradizione nazionale corretta però da una robusta dimensione popolare e regionale, e dunque antiletteraria e antiretorica. A costoro si contrappone una rivista come «Solaria» (nata nel 1926), che guarda invece all’Europa e a quello che oggi chiamiamo modernismo.

Se si vanno a rileggere le discussioni di quegli anni, la distanza tra i due schieramenti appare davvero incolmabile. In un articolo sul «Selvaggio» del 30 settembre 1927, il periodico diretto dal senese Mino Maccari, Berto Ricci, per esempio, evocava come antidoto alle mode esterofile e all’«europeismo stinto» e inespressivo di Pirandello e di Bontempelli, i nomi di Tozzi e di Cicognani, cioè di due scrittori innervati di “sano” provincialismo, i quali avevano aperto una via schiettamente italiana al nuovo romanzo: italiana, però, non in quanto retoricamente legata ad una tradizione d’élite, ma come espressione di un ethos e di un istinto nazionale che stavano al di qua di ogni mediazione culturale “alta”[1]. Del resto, persino un autore come Verga, in quegli anni, era letto esattamente allo stesso modo dai giovani selvaggi: come uno scrittore capace di rappresentare il mondo popolare e regionale con «sincerità, spontaneità, chiarezza, sicurezza»[2]. A veder bene, forse, il cortocircuito esterofobico tra paese e nazione, che oggi è tornato di gran moda, appartiene al DNA della destra populista novecentesca, ma chi chiede adesso a gran voce di uscire dall’Unione Europea, paventando fumosi complotti pilotati dai cosiddetti “poteri forti”, non fa che riproporre (con una povertà culturale deprimente) quella stessa, contraddittoria idea di un nazionalismo delle piccole patrie affacciatasi agli esordi nel Ventennio.

Ben diversa è l’aria che si respirava nella redazione di «Solaria». L’Omaggio a Federigo Tozzi pubblicato dalla rivista di Alberto Carocci nel maggio-giugno del 1930, in occasione del decennale della morte (e un anno dopo il fascicolo monografico dedicato a Svevo), rovescia l’immagine strapaesana, regionale e nazionale a un tempo, che si stava diffondendo alla fine degli anni Venti, rivalutando Tozzi in una chiave introspettiva e autobiografica e accostandolo ai grandi romanzieri europei: i nomi che circolano tra i solariani sono quelli di Kafka (nell’articolo di Aldo Capasso, Petrificazione estetica), di Proust (Guido Piovene, Spunto per un saggio tozziano) e di un Dostoevskij recentemente riscoperto grazie alle nuove traduzioni.

Diversissimo è anche l’approccio dei due fronti. Gli strapaesani esaltano la vitalità violenta e anarchica, l’irrequietudine antiborghese di Tozzi, mostrando interesse in primo luogo per la sua vicenda umana, per la vita che sta oltre la pagina scritta e che la sostanzia: sono loro a creare il “mito” biografico del “teppista” e del “selvaggio” ante litteram, rifacendosi peraltro all’immagine che lo stesso autore amava dare di sé negli ultimi anni di vita, soprattutto come critico militante. Ed è in questo clima che nascono, non a caso, incoraggiate da Romano Bilenchi, le ricerche biografiche del senese Paolo Cesarini, che prendono forma prima in una breve ed apologetica Vita di Federigo Tozzi (1935) e cinque decenni dopo nel definitivo (e più misurato) Tutti gli anni di Tozzi (1982)[3].

Nella linea solariana, al contrario, troviamo molte delle premesse di quella che sarebbe stata, molti anni più tardi, la lettura di Giacomo Debenedetti, il critico che più ha influito sulla collocazione del senese al vertice del canone modernista europeo: sarà proprio lui, nelle lezioni universitarie degli anni Sessanta pubblicate postume con il titolo Il romanzo del Novecento, ad approfondire il confronto con Kafka e Joyce. Ma, se è questa la via maestra che prenderà in seguito la critica tozziana (la stessa percorsa da Luigi Baldacci e da Romano Luperini), non dobbiamo dimenticare quell’altra, che invece ha largamene dominato nel Ventennio fascista.

Un’informativa sospetta e l’aiuto di Mussolini

Comincio con una curiosità, per quanto ne so, inedita: un documento rinvenuto da Paolo Leoncini presso l’Archivio di Stato di Siena (Gabinetto della Prefettura 216). Si tratta di un’informativa dei Carabinieri di Siena datata 8 ottobre 1928, in risposta a una precisa richiesta pervenuta dalla Prefettura il 2 dello stesso mese. Vi si dichiara che «il Sig. TOZZI Glauco, fu Ferdinando, e di Palagi Emma, risulta di buona condotta morale e politica e trovasi in buone condizioni finanziarie», e che il giovane vive con la madre Emma (anche lei «di ottima condotta morale e politica») tra Roma e Siena. Seguono dettagli sul patrimonio immobiliare dei due. Fin qui nulla di strano: Glauco, ora diciannovenne, ha terminato gli studi liceali a Roma e per proseguire negli studi o nella ricerca di un lavoro c’è bisogno di un’attestazione di fedeltà al Regime. Quello che ci fa sobbalzare è, però, la riga successiva: «Il padre del suddetto giovane, deceduto in Roma il 21 maggio 1928, fu un fervente fascista della prima ora, amato e stimato dalla popolazione».

La data di morte dello scrittore (21 marzo 1920) è posticipata addirittura di otto anni, al 21 maggio 1928. Dato che Federigo era stato chiamato Ferdinando, potrebbe trattarsi di un’omonimia o di uno scambio di persona? No, il censimento del ’21, mi conferma Paolo Leoncini, non registra nessun Ferdinando Tozzi residente a Siena in quegli anni. Piuttosto, potrebbe esserci stato un fraintendimento dovuto al fatto che Ferdinando era il nome del padre di Emma, docente di chimica nel liceo di Siena. Inoltre, il doppio errore nella data si potrebbe spiegare con una sovrapposizione automatica con l’anno stesso dell’informativa, e in una trascrizione frettolosa “marzo” potrebbe essere diventato, per somiglianza, “maggio”. Tuttavia, quello che davvero stupisce è l’affermazione del Capitano dei Carabinieri secondo cui Federigo sarebbe stato un «fervente fascista della prima ora» (e sorvoliamo sul fatto sul fatto che fosse «amato e stimato dalla popolazione»…). Questa volta non può trattarsi di errore, ma di un’intenzionale manipolazione della realtà, volta a concedere a Glauco un certificato di buona condotta in quanto figlio di un vero fascista. E a veder bene, spostando la morte dal 1920 al 1928, la menzogna poteva apparire ancora più plausibile: nella bizzarra deviazione ucronica suggerita dal documento, Federigo Tozzi avrebbe potuto persino partecipare alla marcia su Roma!

Chi può aver orchestrato una simile, improbabile messinscena? Difficile dirlo, ma certo non era un mistero l’apprezzamento di Benito Mussolini per l’opera dello scrittore senese, né l’aiuto economico fornito dal duce alla vedova e al figlio dopo la morte di Tozzi. Lo sottolineava, quattro anni prima, un articolo del «Nuovo giornale» di Firenze, sinora sconosciuto alle bibliografie e ritrovato anch’esso da Paolo Leoncini, che me ne ha fornito una copia.

È il 21 marzo del 1924. A Siena, nella sala di lettura della Biblioteca degli Intronati, si celebrano i quattro anni dalla scomparsa dello scrittore: Ercole Drei scopre il busto raffigurante Tozzi che tuttora campeggia nella Sala storica della biblioteca e la vedova Emma Palagi si accinge a pubblicare Novale per Mondadori (ma non vuole ancora rivelarne il titolo). L’autrice dell’articolo, Gina Giannini Alessandri, dopo aver riportato stralci interessanti dall’intervista a Emma, aggiunge:

Già ebbi a conoscere come S. E. l’on Mussolini ricordi ed apprezzi il rude schietto scrittore senese; alla sua inesauribile bontà, la vedova ed il figlio di Federigo Tozzi debbono se oggi non sono alle prese con la fame. Soccorrendoli nell’ora dell’estremo bisogno, egli rese il più umano omaggio alla memoria di un uomo che lavorò, sperò, disperò e che era giunto alla soglia della fortuna e della gloria, quando piombò la morte a falciarlo inesorabilmente[4].

Chissà se quattro anni dopo, memore dell’interessamento di Mussolini, qualche alto gerarca del partito ha convinto il Capitano dei Carabinieri a costruire il palese falso storico che abbiamo appena letto. Non possiamo dire nulla di sicuro. Quel che è certo, invece, è che su un altro fronte, quello della cultura appunto, proprio in quegli anni si stava accreditando la figura di un Tozzi teppista e strapaesano, e precursore di un fascismo movimentista e di sinistra.

Tozzi nel «Corriere padano»

Come è stato più volte osservato, il “mito” di Tozzi nasceva, prima di tutto, da motivazioni regionalistiche: Mino Maccari era senese, Romano Bilenchi era nato nella vicina Colle Val d’Elsa e Rosai, Pratolini e Berto Ricci militavano nei gruppi intellettuali della fronda fiorentina. Non solo. Quel mito si basava anche su una forte proiezione autobiografica: perlopiù i giovani fascisti di sinistra erano, come Tozzi, piccolo-borghesi estranei alle istituzioni culturali e universitarie, con trascorsi in quello stesso ambiente di ribellismo primonovecentesco anarcoide nel quale il loro idolo era cresciuto: prima di aderire al fascismo, per esempio, anche Berto Ricci, come il giovane Tozzi, aveva militato tra le fila dell’anarchismo[5].

Ma poteva quel mito attecchire anche fuori dalla provincia toscana? E in quali forme? Per iniziare a dare una risposta può essere utile valutare la presenza di Tozzi nelle pagine del «Corriere padano», il quotidiano di Ferrara fondato nel 1925 dal potente gerarca ferrarese Italo Balbo, popolarissimo quadrumviro della marcia su Roma e inventore di quello straordinario strumento di propaganda fascista che furono le crociere aeree transoceaniche dall’Italia verso le Americhe.

La pagina culturale del «Corriere padano» era diretta da Giuseppe Ravegnani (1895-1964) e ospitò nomi di prestigio, in qualche caso destinati a future glorie (vi collaborarono tra gli altri Giorgio Bassani e Michelangelo Antonioni)[6]. Ravegnani era anche il critico letterario della «Stampa», e proprio per il quotidiano torinese aveva scritto, il 20 maggio 1927, una recensione all’edizione Mondadori dei Ricordi di un impiegato. Grazie a lui, sul quotidiano ferrarese appaiono, tra il ’27 e il ’36, tre articoli su Tozzi e una sua novella:

  • Un inquieto. Federigo Tozzi, di Gaetano Della Valle (28/4/1927)
  • Vita, novella di Federigo Tozzi (1/1/1929)
  • Il ritorno di Federigo Tozzi, di Enrico Terracini (21/12/1935)
  • Idea di Tozzi, di Armando Zamboni (12/9/1936).

L’articolo di Armando Zamboni (Idea di Tozzi, peraltro già apparso il 20 agosto 1936, a p. 3, sul «Regime Fascista», il quotidiano cremonese fondato da Farinacci) era l’unico dei quattro contributi ad essere già noto, mentre gli altri due sono sfuggiti ai bibliografi (compreso lo scrivente)[7]. Nulla si sapeva neanche della ristampa della novella Vita, ripresa dalla raccolta Giovani.

Il primo articolo è firmato da Gaetano Della Valle, personaggio del tutto ignoto, forse un avvocato di Santa Maria Capua Vetere con velleità letterarie. È una rivisitazione dell’intera opera tozziana nel settimo anniversario della morte, rivissuta non senza una commozione ostentata e retorica. In linea con l’interpretazione in chiave nazionalista e “selvaggia” data dai fascisti toscani, il suo estensore si rifiuta di accostare Tozzi ai modelli europei indicati da altri lettori (Čechov e Dostoevskij), per elogiare invece l’«intuito selvaggio e profondo» di uno scrittore «inquieto», capace di un’incisività statuaria nel delineare i caratteri dei propri personaggi. All’acerbità di Con gli occhi chiusi Della Valle preferisce non a caso il più compiuto e scultoreo Tre croci, nel solco di un indirizzo critico ben radicato sin dalle primissime fasi della ricezione tozziana che, sull’onda della commozione per la morte dell’autore, aveva decretato proprio questo romanzo, apparso nelle librerie mentre Federigo moriva, come il vero capolavoro dell’autore, il suo testamento spirituale (e anche il primo romanzo tozziano a essere tradotto all’estero: in inglese nel 1921, in svedese nel 1926, in ungherese nel 1936, in castigliano nel 1942)[8]: è senza dubbio, dunque, la tragedia dei fratelli Gambi a primeggiare per tutta la prima fase della storia della ricezione di Tozzi. Estranea agli influssi stranieri, la scrittura di Tozzi, secondo Della Valle, attingerebbe invece a un genio tutto individuale, a una spontaneità primitiva e “selvaggia” (è un motivo ricorrente nell’articolo), capace di fondere vita e letteratura[9]. Non manca, infine, la polemica più esplicitamente politica contro la «marmaglia socialista» che, nel 1913, «grugniva sempre più imbestialendo», e contro la quale Tozzi (di cui ovviamente si tacciono i trascorsi giovanili, socialisti ed anarchici), con l’amico Giuliotti, fonda la rivista «La Torre», organo della reazione spirituale italiana.

Prima di esaminare lo scritto, di ben altra levatura, di Enrico Terracini, è utile però passare subito in rassegna quello di Armando Zamboni (1896-1961), scrittore e critico letterario reggiano, autore tra l’altro dei volumi Scrittori nostri. Profili di contemporanei (1931) e La letteratura italiana dal risorgimento al fascismo (1937). Nel settembre del ’36 Zamboni ribadisce le principali linee interpretative della critica nazionalista e strapaesana, ma lo fa ad un livello di consapevolezza critica ben maggiore di della Valle (si citano, infatti, i Pensieri di un malpensante di Domenico Giuliotti, del 1935; la recente Vita di Cesarini, un saggio di Camillo Pellizzi di qualche anno prima e soprattutto l’importante volume monografico di Eurialo De Michelis)[10]. Muovendo dal postulato di una sostanziale incomprensione dell’autore da parte dei suoi contemporanei (Borgese, Russo, Gargiulo), insiste sull’acerbità e sull’irresolutezza di Tozzi, autore non di «capolavori» perfetti e conchiusi in se stessi, ma di racconti e romanzi ribollenti di vita, che fanno presagire il destino di un grande narratore, l’unico della sua generazione degno di non sfigurare accanto ai “padri” Verga e Fogazzaro.

Anche Zamboni, come gli strapaesani, articola la propria argomentazione essenzialmente su quattro punti: l’estraneità alla letteratura europea (cioè rispetto al solito Dostoevskij, ma anche a Proust, chiamato in causa da Pellizzi); la continuità con il realismo di Verga (più che con Balzac) e la conseguente insofferenza nei confronti di Carducci e D’Annunzio; la necessità di mettere in relazione vita e opera (di qui l’esortazione a leggere la Vita di Cesarini); la matrice profondamente regionale e “violenta” della sua ispirazione («Il Tozzi bisogna riguardarlo anche in questa veste: il contadino, il contadino senese rude, tagliato d’un pezzo, osservatore della realtà a faccia a faccia, robusto fino alla violenza»). Ciò non impedisce, peraltro, al critico di recepire anche alcune novità della migliore critica degli anni Trenta, come l’idea di un Tozzi precursore della negatività e dell’indifferenza contemporanee (e l’allusione è ovviamene al romanzo d’esordio di Moravia) e creatore, come scrive De Michelis, del personaggio dell’inetto.

Proprio il tema dell’inettitudine sta a cuore a Enrico Terracini (1909-1991), critico e scrittore affermato, di ascendenza solariana, e impegnato a sperimentare in proprio (cioè nei racconti pubblicati su «Solaria») il nuovo tipo di antieroe romanzesco inaugurato da Svevo e da Tozzi. Non a caso l’articolo esordisce evocando il binomio (di derivazione solariana, come si è detto) Tozzi-Svevo, due autori passati sotto silenzio che finalmente, negli anni Trenta, conoscono la giusta rivalutazione, per poi contestare la dipendenza del senese da Verga: non “vinti”, ma “inetti” sono i personaggi di Tozzi, per Terracini, ovvero «creature negate all’azione». L’articolo è, di fatto, una recensione al recente volume di Tito Rosina, con cui, nonostante dissensi marginali (per esempio circa l’eredità di Verga), il suo estensore si trova d’accordo. Viene riabilitato tra l’altro il nome di Borgese, amico e mentore di Tozzi e principale veicolo della sua conoscenza dei russi («ci si è chiesto spesso quale poteva essere l’origine di quella psicologia prettamente russa che anima i personaggi del Tozzi, che, nella loro cupa e travagliata esistenza, animata da un senso sanguinoso di tristezza senza risoluzione, sembrano fratelli minori delle anime perdute di Dostoyewski e di Cecof»). L’intero discorso di Terracini è peraltro solidale con l’impostazione di Rosina, che inquadrava Tozzi in una dimensione europea.

Cosa resta dunque, in questo articolo del «Corriere padano», della letteratura nazionalista e strapaesana? Direi innanzi tutto quella che, sempre dialogando con Rosina, Terracini chiama la psicologia «dei suoi umili e violenti personaggi», di quelle «creature» che «vogliono significare la stessa esacerbata angoscia del Tozzi». In secondo luogo, il bisogno di considerare l’uomo Tozzi non meno della sua opera (ed è questa la principale obiezione a Rosina, troppo parco di informazioni, secondo l’estensore dell’articolo, sulla biografia di Tozzi, vera radice della sua narrativa). E infine l’elemento regionale (toscano), che va inserirsi nella dialettica tra componente “strapaesana” da un lato e tensione all’universale della descrizione paesistica tozziana, dove però «la visione cosmica supera il dettaglio». È dunque un cauto tentativo, quello di Terracini, di trovare un punto di sintesi tra la visione strapaesana e quella, che più gli sta a cuore, dei novecentisti. Lo dice a chiare lettere quando afferma che «Il Tozzi […] è riuscito in realtà a legarsi alla corrente narrativa europea pur partendo da situazioni e da concezioni neanche nazionali, ma piuttosto di indole regionale»[11].

Eppure, non sarà questa la strada percorsa dalla critica negli anni successivi, caratterizzati da un’assenza di dibattito (salvo periodici ritorni occasionati da eventi commemorativi) intorno alla figura dello scrittore senese che non produrranno idee nuove fino all’inizio degli anni Sessanta, cioè con quella fortunata congiuntura critico-editoriale che si produrrà quando, nel 1961, Vallecchi inaugurerà la nuova collana delle «Opere» curata da Glauco, incontrando un lettore d’eccezione come Giacomo Debenedetti. Nel mezzo, e soprattutto tra la fine degli anni Trenta e gli anni Quaranta, c’è una sostanziale assenza di dibattito e di idee nuove intorno a Tozzi, su cui cala il silenzio. Certo al dibattito su Tozzi non poté più partecipare, dopo l’articolo del ’35, Enrico Terracini, costretto all’esilio dopo la promulgazione, tre anni più tardi, delle leggi antisemite.

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Appendice I
Tre articoli su Tozzi nel «Corriere padano» di Ferrara

 

Gaetano Della Valle, Un inquieto: Federigo Tozzi, in «Corriere padano», 28/04/1927, p. 3

Tre croci: così, morendo, aveva mormorato il poeta all’amico Pirandello, mostrando sé stesso, la moglie e il figlio. Tre croci! Tre croci piantate inesorabili sulla sua vita, come ultimo suggello su una pietra tombale. Il poeta voleva lasciare il suo testamento spirituale: Tre Croci! Ed all’alba del 21 marzo 1920 (era la domenica delle Palme). Egli dopo un increscioso incerto vagabondaggio sulle vie della terra, riposò per sempre.

L’uomo

Il padre era padrone di una piccola trattoria detta del «Pesce azzurro» e poi del «Sasso rosso»; più tardi raggranellato del peculio poté acquistare due poderi. Federigo nacque il 1° gennaio 1883 a Siena. Dopo un’infanzia svagata e disordinata, fra continue lotte col padre, per la cui professione nutriva una forte ripugnanza, e fra continui dissensi con i suoi coetanei ai quali sembrava rozzo e scontroso, giunse ad una giovinezza più malcerta ancora. La madre che egli amava tanto, gli era morta assai presto ed egli aveva visto piantarglisi dinanzi una matrigna che pur non mostrandoglisi avversa, certo non gli aveva potuto dare l’affetto materno. Ecco l’atmosfera in mezzo a cui vive questa pianticella malata, desiderosa di luce e di sole.

Dotato d’una potente intelligenza, non seppe resistere nelle anguste aule scolastiche, e fu successivamente espulso dal Ginnasio del Collegio arcivescovile di Siena, dalla Scuola di Belle Arti, bocciato all’esame di ammissione al secondo corso dell’Istituto tecnico fiorentino, finché divenne un autodidatta.

Più col crescere degli anni, crebbero nella sua mente le fantasticherie: egli fu preso da un turbine di sogni, un turbine che s’infrangeva dolorosamente, di tanto in tanto, sotto il peso dell’autorità paterna. Sognò di divenire giornalista e andò a Roma. Ma non trovò che illusioni. La sua vita si faceva più torbida. Poi girò in largo e lungo, a piedi e in bicicletta, le belle vie della Toscana, in cerca d’una meta, in cerca di qualche cosa di cui egli stesso non conosceva neppure il nome. Quanto tempo durò quel suo vagabondaggio? Forse tutta la sua vita! Il «cinghiale rotolato sull’alfabeto» doveva seguire il suo destino: egli era nato in una macchia maremmana!

Poi sentì passare sul suo capo un’impetuosa corrente: leggeva Cecco Angiolieri e Verlaine. Poi ebbe un’innamorata: la poesia! Un’amante: la rivoluzione! Scriveva, scriveva un numero infinito di cose; leggeva Sthendal, Stirner, Platone e i pensatori e i miti d’Oriente. Egli cercava la sua meta lontana; egli cercava se stesso!

E morto il padre nel 1903, prese moglie. Sposò Emma, una donna che gli si mostrò sorella, capace d’ogni sacrificio e d’ogni stento, una donna che mai si stancava d’assisterlo nei momenti di angoscia e d’inquietudine.

Nuovi contrasti lo attendevano. Dovette vendere dei poderi per soddisfare i debiti che il padre aveva contratti ed infine nel 1914 dové di nuovo trapiantarsi a Roma.

Nel novembre 1913, mentre la marmaglia socialista grugniva sempre più imbestialendo, egli fondò a Siena, con Domenico Giuliotti, una rivista «La Torre», organo della reazione spirituale italiana ove invocava e propugnava «a viso aperto contro i futuri demagogi [sic], la necessità del boia». Allora spuntarono le prime idee mature del Tozzi, benché fossero un po’ esagerate dall’esasperazione e dall’entusiasmo. Egli frustava il contagio futuristico, troppo imbevuto del suo cattolicesimo, troppo convinto d’un sanfedismo politico religioso alla maniera di Giuseppe De Maistre.

E continuò per la sua via, con le sue idee, con le sue convinzioni. A Roma visse in una indigenza indescrivibile, abbandonato a sé stesso, solo, senza amici, senza conforti, in una squallida stamberga in via del Gesù, ove non entrava mai il sole, se non per spiare indiscreto quella piccola vita che là dentro a pena si svolgeva.

La guerra tirò un velo sugli avanzi ultimi dei suoi ideali. La sua voce fu soffocata sempre più inesorabilmente ed egli a grande stento osò presentarsi al pubblico – egli che un giorno a Dario Nicodemi disse di essere «impresentabile» – con un volume di novelle “Bestie”, edito dal Treves, nel 1917. Ma al suo libro pochi soltanto dieder retta. Ma nel 1918 molti si accorsero di un altro suo romanzo «Con gli occhi chiusi». Era la sua autobiografia.

Il Borgese lo chiamò – così come classificò anche «Bestie» – «un libro mistico e visionario», un «esame di coscienza fatto a occhi chiusi, una discesa da palombaro entro un’umanità e una natura che reagisce alla vita con contrazioni, ad altri impercettibili, di spasimo».

Libro autobiografico dunque, ma inciso con serenità scultoria. Nasce con l’amore, l’amore degli adolescenti, muore con l’amore, l’amore dei disillusi. Una bella contadina, Ghisola, ne è la protagonista.

Quanti ricordi in questo libro! Il padre che non comprende l’inquietudine del figlio e finisce col desiderare la morte, la prima disillusione dell’ingenua fanciulla violentata ed il vivo colore paesano e tanti graziosi quadretti rivelano lo spirito osservatore di Federigo che incide tutta la realtà e tutta la vita col bulino indagatore della sua fantasia.

E siamo al 1920. Ormai il Tozzi ha trovato la sua strada. Egli intravede realizzarsi i sogni di gloria che un tempo esponeva liricamente. Ma, ahimè, la via della storia è la via della tomba! L’ombra implacabile che egli cerca da tanti anni in una affannosa ricerca, gli appare da un marmo gelido e si leva tra pochi cipressi e lo raggiunge, lo abbraccia e lo porta via con sé.

Siamo al marzo 1920. È imminente la pubblicazione di «Tre croci», il romanzo da cui Federigo trarrà la sua gloria. Il successo è sicuro. I suoi amici, letterati essi pure, gli avevano detto che «v’eran dentro vibrazioni di capolavoro». Ma v’erano anche vibrazioni di morte: Federigo freme nell’attesa: potrà forse comprare la motocicletta che desidera da tanti anni. Ed ecco l’ombra! Ecco la gloria! Tende le mani per abbracciarla! Ma si trova nelle braccia della morte! Lo assale la febbre spagnola. Egli cerca liberarsene col suo petto di toro massimo, coi suoi polsi di contadino, ma riconosce alfine che è «nelle mani di Dio». All’alba del 21 marzo Federigo spirava. Nello stesso giorno vedeva la luce il romanzo «Tre croci».

Io non posso pensare a una tragedia spirituale più grande di questa. Io non posso pensare a Federigo Tozzi senza un’intensa commozione. E mi trasporto nella stamberga di via del Gesù mentre intorno a quello spirito inquieto ardono i ceri. Tutto tace. I libri ammonticchiati per terra e in casse rozze senza scaffale. La bicicletta langue presa dalla vecchiaia. Sul tavolo spicca la candida copertina di «Tre croci». Sul davanzale muoiono pochi fiori toccati dal vento.

La moglie piange. Il figlioletto Glauco non comprende e guarda l’immagine di S. Caterina col giglio, posta accanto al letto. Federigo è immobile nel suo abito nero, con gli occhi chiusi e la bocca semiaperta: Tre croci! Intorno a lui son pochi amici tra cui Pirandello e Vergani. La sua tomba è già aperta al Laterino ed attende la croce di ferro!

Lui morto apparvero altre opere.

«Tre croci» rimase però sempre il suo capolavoro. I tre protagonisti, i fratelli Gambi sono scultoriamente rappresentati fin da principio.

«Giulio chiamò il fratello: – Niccolo destati! – Quegli fece una specie di grugnito, si tirò più giù la tesa del cappello e schiuse gli occhi…»

Si potrebbe meglio di così parlare di un indolente?

Ed ecco come ci si presenta Enrico:

« – Enrico dov’è? Dobbiamo sempre fare tutto noi anche per lui?»

«Sarà a spasso a quest’ora! Dove vuoi che sia? Lo sai che a quest’ora ha sempre bisogni di fare una passeggiata”

E l’attività di Giulio la si vede subito:

«Giulio era il più malinconico dei tre fratelli Gambi, ma anche il più forte e quello che sperava di guadagnare tanto con la libreria da non correre più nessun pericolo». Ma finisce suicida.

E così i tre fratelli, attraverso mille imbrogli, vanno alla rovina.

C’è chi in «Tre croci» ha trovato qualche difetto, qualche sproporzione fra le diverse parti. Certo che ve ne sono. Ma il Tozzi avrebbe, con l’inoltrarsi degli anni, raggiunto una maggiore perfezione.

Lo scrittore

Anche nel 1920 la casa Treves pubblicava un volume di novelle «Giovani», la casa Vitagliano un’altra raccolta «L’Amore» e l’editore Berlutti di Roma dava alla luce il piccolo romanzo «Ricordi d’un impiegato» che in questi giorni Mondadori pubblica sotto nuova veste.

Tre libri che hanno chiaramente l’impronta robusta dell’arte tozziana. Tre libri nei quali v’è tanto da ammirare senza alcun timore di cadere nell’esagerazione o nel feticismo.

Novelle come «Pigionali, La casa venduta, Un’amante, Il Crocifisso, Mia madre, I butteri di Maccarese, Campagna romana» certo oggi non si ritrovano assai facilmente e dappertutto. Non sono vere e proprie novelle alla maniera comune, ma piccoli preziosi frammenti tolti dall’osservazione della vita che si svolge intorno a noi, della vita della piccola borghesia.

Nel 1921 usciva “Il podere” (Treves editori) ove si parla di Remigio Selmi, un uomo debole che morto di cancrena il padre dal quale s’era allontanato tempo innanzi non potendo sopportare che egli vivesse con una seconda moglie e un’amante, vede andare a precipizio miseramente l’azienda cui si era visto posto a capo.

C’è chi parlando del Tozzi ha voluto parlare di Verga, di Cecof, e di Dostoiewski ma io veramente sento in ogni sua riga la chiara impronta di Federigo, la dura corteccia che dà un suono più duro ancora sotto le nocche, io sento sempre mormorare l’uomo dei campi in tutta la sua rudezza e in tutta la sua nuda sincerità. Forse la corteccia in qualche punto s’è screpolata ed ha permesso all’acqua di infiltrarsi un poco, ma la fibra è tutta d’un pezzo, tutta sana, senza marciume, senza spaccature. La fibra è tozziana.

E questa impronta immacolata è evidente nel romanzo «Gli egoisti» (Mondadori, 1921) che è anch’esso, come dice il Borgese, «un esame di coscienza», una riconciliazione ove l’autore rappresenta sé stesso in un musicista che è convinto che la sua arte allora trionferà quando in lui sorgerà l’amore. Anche il dramma «L’incalco» è una resa dei conti. Il giovane Virgilio imbevuto di false idee ed affetto da mitomania, dopo un lungo errore torna a ciò che prima ha calpestato, pentito e smarrito.

In questi ultimi due libri già s’annunciava la seconda fase del pensiero del Tozzi. Mentre i personaggi delle altre sue opere erano in continua lotta con la vita e questa era a sua volta in dissidio con essi, ora Dario Gavinai cerca la vita nel suo corpo d’artista e trova alfine l’amore. E ne «L’incalco» Virgilio trova alfine la verità attraverso le parole dell’amico Mario: «Dovrai credere in Dio. Non hai altro scampo!».

E tale evoluzione si spiega se si pensi che il Tozzi comincia a trovare un po’ di quiete, benché assai scarsa; e tale mutamento è forse un inconscio prodotto del silenzioso avvicinarsi della morte! Più egli nel suo intuito selvaggio e profondo sente che i giorni gli vengono meno più s’attacca alla vita e l’ama! E Federigo allorché è per raggiungere ciò che cerca da tempo, cade nella voragine che gli si è dinanzi aperta.

Oggi di Federigo non resta che il rimpianto; ma se giunge all’orecchio di qualcuno una sola nota della sua potente canzone, dell’appassionato suo lamento, senza vanità e senza pompa, tocca l’anima di qualcuno che ignora questo grande spirito sempre in cerca di qualche cosa, certamente quella nota si fa strada nel cuore, scava, penetra, incide, né vi si toglie più mai.

Siena può essere orgogliosa di questo suo grande figlio, di questo selvatico che fuggì sempre la popolarità e non volle mai che intorno a sé si levasse rumore, di quest’uomo che visse del suo sogno senza mai traviare pur nelle mille avventure nelle quali si cacciò senza mai umiliarsi, senza mai abdicare al regno che nella sua immaginazione aveva creato.

Il Laterino è adorno d’una così bella croce, ma ha pochi fedeli pellegrini. Forse il tempo renderà più numeroso lo stuolo dei visitatori. Federigo Tozzi è un piccolo tempio di preghiera e meditazione che non può contenere se non pochi credenti, non può contenere altri che quelli che sperano e vivono alla ricerca di un ideale, nell’attesa d’una gloria. Ma il tempio diverrà più frequentato allorché meglio si denuderà agli occhi degli uomini che soffrono e che girano incerti la via del mondo senza trovare mai una tregua.

Nel settimo anniversario della sua morte. S. Maria C. V. – marzo 1927

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Enrico Terracini, Il ritorno di Federigo Tozzi, in «Corriere padano», 21/12/1935, p. 3

La letteratura italiana dell’ultimo ventennio annovera due casi di voluto silenzio: quello di Italo Svevo, a cui peraltro la tarda vecchiezza fu ricca di onori e riconoscimenti critici, in ispecie dei giovani, e quello di Federigo Tozzi, la cui sorte in letteratura fu assai più triste, se pur ebbe la rara ventura di ricevere l’affettuosa amicizia del già ben noto G. A. Borgese e quella di Orio Vergani, allora giovanissimo «che è forse il più intelligente tra i suoi coetanei di vent’anni», come diceva lo stesso Senese.

Con Federigo Tozzi la sorte critica fu avara di lodi e ricca di rilievi piuttosto negativi. Col Russo la critica si volse a imprudenti accostamenti tra il Tozzi ed il Verga. Il Pancrazi non ebbe mai uno schietto riconoscimento per l’arte dello scrittore senese, ed infine il Gargiulo, rigorosissimo critico il quale secondo la ultima espressione di coloro che hanno portato la estetica crociana su altri sviluppi, non ebbe nemmeno parole di riconoscimento verso le pagine evocative de «Le bestie»; mentre ancor oggi, alla lettura attenta di quelle pagine, troviamo un’eco immensa di commossa staticità.

Staticità: la parola non è detta incautamente, ma si attiene soprattutto al nucleo lirico del Federigo Tozzi di cui ultimamente Tito Rosina (1) ha voluto indagare le qualità più salienti, il suo ubi consistam, le sue qualità umane e soprattutto le sue doti liriche, ove la raffinatezza è bandita.

Il critico del Tozzi, partito dal giusto concetto che lo scrittore senese non può essere definito attraverso una cauta esegesi che molto promette ma che nulla dà, in quanto lo scrittore Tozzi è animo profondamente ribelle, caldo e passionale, che può dispiacere come piacere, quasi gravare sul lettore, ha raccomandato a sé stesso se, attraverso i vari riconoscimenti, attraverso i vari saggi critici (assai notevole quello ultimo del Marzot) sia stata vista con giuste referenze questa difficile arte del Tozzi : e rivoltosi questa domanda, formato in sé stesso l’assunto di rispondere al quesito, il Rosina ha scritto un libro faticato nel senso di una ricerca critica e del metodo che ha usato, ove l’indagine riesce a colpire sempre giustamente, rilevando infine la liricità del Tozzi, che apprezzata da tanti giovani, dà la possibilità al Vergani di nominarlo Maestro dei giovani.

Questo giudizio assoluto ci sembra eccessivo, ed anche il Rosina, pur apprezzando l’arte del Tozzi, non si abbandona a un soverchio entusiasmo ma dosando cautamente le indagini sui punti più salienti dell’arte del Nostro, rivedendo attentamente le critiche dei contemporanei, studiando infine il complesso […] del Tozzi, le influenze, i suoi contatti con la cultura, riesce a procedere col delineare convenientemente quella staticità lirico-drammatica tozziana, di cui è sostanziato il presente lavoro critico.

Il Tozzi come inizio letterario ebbe a comporre un’antologia di scrittori senesi che lui stesso senese ebbe agio di rivelare con innato gusto e talvolta anche qualche giudizio critico di prim’ordine.

Ben giustamente il Rosina guarda con attenzione a questa sostanza culturale che animava il Tozzi, ancor prima di avvicinarsi al D’Annunzio, al Verga; il quale ultimo conobbe ancor più tardi, quando il Borgese gli imprestò le opere dell’autore de «I Malavoglia»; ed il critico osserva con intelligente sensibilità il diverso amore che può animare il D’Annunzio nei confronti della pura poesia, paragonandolo a quello del Tozzi.

Pure la sostanza critica del Rosina nel pericoloso paragone che sostiene tra Tozzi e Verga non è da scartare a priori, anche dai più iconoclasti critici del Tozzi; perché l’affermazione del Rosina di una superiore impostazione da parte del Tozzi sul Verga riguarda esclusivamente la sostanza critica che poteva animare il primo quale trasfiguratore fantastico di pagine ancor oggi mirabili, e quale miglior costruttore di sostanziali frammenti, nel senso vociano della parola; al quale movimento peraltro il Senese non partecipò se non indirettamente attraverso l’amicizia di Domenico Giuliotti, col quale ultimo peraltro ebbe più un contatto d’indole social-politica che d’indole artistica.

Il critico insiste altresì sulla bontà dell’amicizia che univa il Borgese a Tozzi perché il primo ebbe una sua viva influenza nella trasformazione interiore dello scrittore toscano che superate le mende e gli incagli di un autobiografismo lirico non men che moralistico, si rivolse alle costruzioni romanzesche, volute e concepite anche se non espresse, nel senso di quella superiore architettura che è il concetto predominante dell’autore di «Tempo di edificare».

A proposito del Borgese, ci si è chiesto spesso quale poteva essere l’origine di quella psicologia prettamente russa che anima i personaggi del Tozzi, che, nella loro cupa e travagliata esistenza, animata da un senso sanguinoso di tristezza senza risoluzione, sembrano fratelli minori delle anime perdute di Dostoyewski e di Cecof. E se facciamo nostra l’affermazione del prezioso compagno dell’ultima esistenza di Federigo Tozzi, il Vergani, che afferma senza ambagi come ben tardi il Senese ebbe conoscenza di quella letteratura russa, di cui ancor oggi lo ritengono plagiatore, ben più facciamo nostra l’affermazione del Rosina che ritiene come forse l’assimilazione culturale dei russi avvenne attraverso un contatto indiretto col Borgese, di cui è sempre stata nota la preferenza e la simpatia verso la letteratura del Volga.

Lentamente, attraverso la cauta e, nello stesso tempo, assoluta critica del Rosina che ha desiderato essenzialmente scrivere un libro positivo, balza in rilievo l’arte di questo scrittore toscano, l’amor suo per la natura più bella e memorabile, di cui alcuni particolari semplici e remoti, lo fanno commuovere e piangere.

Ma attraverso il Rosina si rileva ciò che è il vero senso umano del Tozzi, la sua psicologia, quel descrivere i suoi umili e violenti personaggi, anzi le sue creature, così viste in rilievo squadrate grossolanamente, ove non si attua il concetto del vinto, come alcuni hanno potuto credere sulla falsariga di Giovanni Verga, ma uomini, creature negate all’azione, creature che vogliono significare la stessa esacerbata angoscia del Tozzi, e che per il loro medesimo esser negati all’azione, sebbene il Tozzi volesse animarli di uno spirito forte, ben diverso dal suo, debbono essere espressi attraverso una staticità di sostanza lirica, che è la base stessa che consente al Tozzi di vedere un posto a sé nella letteratura italiana.

La necessità di questo lirico sostanziarsi in espressioni formali che si rifiutano all’azione, in quanto che le creature del Tozzi sono negate a questa azione, viene ad essere, come abbiamo già detto più sopra, il vero concetto su cui gravita il presente volume, che giustamente pone e risolve il problema del nucleo lirico di Federigo Tozzi.

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Ma il critico non si accontenta di affermazioni, di rilievi che il lettore di raffinato gusto può anche intuire: il critico Rosina tende soprattutto a dimostrare, attraverso l’esame appassionato e meditato dell’opera e degli scritti più occasionali che ebbe agio di fare il Tozzi nella sua breve esistenza mortale.

Come è noto, il toscano fu uno scrittore che partito dalla propria esperienza e dalla propria piccola vita, volle cimentarsi nella costruzione di figure umane che forse superarono lo stesso creatore, in quanto è l’anima umile e cupa, violenta e dolce del Tozzi, che fa urlare le sue creature perché le stesse gli insegnino la ribellione.

Ma la polemica è vana, e se l’anima del creatore non è ribelle, neppure le sue creature possono appartenere ad un altro mondo, e si comprende chiaramente come lo scrittore senese pur volendo costruire sulla base di un supremo principio drammatico, talora non abbia potuto evitare sbalzi e urti nello sviluppo psicologico.

Nel volume «Le bestie» era manifesto l’amore verso la natura di Federigo Tozzi, un amore cieco e convinto, che gli farà esprimere con inconfondibili accenti stilistici pagine di un’incancellabile, accecante Toscana in cui la visione cosmica supera il dettaglio.

Questo amore verso la natura si rifletterà sempre, insistentemente, nelle opere del Nostro; quasi l’anima dello scrittore trovi gioia ed appagamento in questo amore verso la terra: e anche le stesse creature, se talvolta possono non convincere per una loro mancata unità psicologica, talmente sono commiste alle commosse pagine di descrizione della natura, che pur l’attento lettore finisce coll’accettare tutto dell’inconfondibile Tozzi.

Il critico ha esaminato opera per opera: a «Le bestie» segue il primo romanzo «Con gli occhi chiusi», quindi i due volumi di racconti «L’amore» e «I giovani», ed ancora «Ricordi di un impiegato» di cui Rosina rileva il tono monocorde ed esasperato.

Con le «Tre croci» il Tozzi supera decisamente gli incerti del suo autobiografismo lirico: secondo noi si volge alle creature umane, a quelle creature umane che vorrebbero agire, fare e che non possono, perché il loro stesso creatore è negato all’azione.

Poi verrà l’angosciosa storia di una terra col romanzo «Il podere», e l’ultimo romanzo «Gli egoisti».

Il Tozzi non ricco di fantasia narrativa, ma descrittore acuto di una particolare atmosfera, ricercatore di un tono, è riuscito in realtà a legarsi alla corrente narrativa europea pur partendo da situazioni e da concezioni neanche nazionali, ma piuttosto di indole regionale. Lo scrittore aveva la certezza di questo e non per nulla il Borgese dice della sua arte: «Ha fatto cose che, libere di concessioni alle mode e di compromissioni pubblicistiche, si inseriscono direttamente nella letteratura europea».

Ed ora una lieve osservazione: il Rosina, pur studiando egregiamente le fonti, pur rivedendo tutti i giudizi, non ha giudicato opportuno dare sufficiente spazio all’anima esacerbata dello scrittore senese, la cui fisionomia di uomo riesce a spiegare molto, assai più forse che le sue opere. È vero, il critico colloca le opere, intuisce l’uomo, ma il lettore del presente volume, forse vorrebbe conoscere un po’ di quest’artista morto a Roma a trentasette anni e di cui il Vergani traccia un commosso ritratto. Ed ancora nella conclusione del presente volume si attribuiscono al Tozzi alcune qualità intimistiche che secondo noi non ebbe, e nei paragoni che si fanno col Verga forse troppo si concede al senese.

Personalissimo il giudizio su «Novale» ed originale quello sul dramma «L’incalco».

(1) Tito Rosina – Federigo Tozzi, Genova, Emiliano degli Orfini, 1935, Lire 10.

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Armando Zamboni, Idea di Tozzi, in «Corriere padano», 12/09/1936, p. 3

Scrive Domenico Giuliotti, che del Tozzi fu intimo, ne’ suoi recentissimi «Pensieri di un malpensante» (Firenze, Vallecchi): «Qualcuno, oggi, si accorge che questo morto resuscita e sotterra parecchi vivi… Aveva un cuore immenso, ma lo teneva chiuso a chiave, e perciò tutti lo credevano cattivo e pazzo… Tuttavia la sua arte, che ci appare sempre più grande, è scaturita dal suo dolore. Non è uno scrittore divertente, ameno, come si diceva una volta. Per questo ha avuto pochi lettori. È di quelli che scavano nella tristezza della vita, a grande profondità».

Tristezza della vita. Il Tozzi scavò in questo verminaio dal quale spesso escono al sole ossa fradice, schermo a chi s’adopera ad andare più a fondo, e per ciò è vivo e vegeto di fronte alla grande, suprema realtà della morte. Leggete tutte le opere del Tozzi, da «Bestie» a «Ricordi di un impiegato» (cito nell’ordine cronologico della pubblicazione) e respirerete quest’aria greve, scolorita, che sa un po’ di cimitero, anche se sia avvivata spesso a bei panorami di campagne con viti e gelsi, anche se talvolta la primavera giunga amorosamente dagli sfondi dell’orizzonte danzando con piedi vellutati. La sua generazione non l’ha compreso, o non l’ha voluto comprendere, accampando futili motivi per dichiararlo vuoto; e anche un critico di oggi, sulla falsariga di una scuola che bada unicamente alla letteratura dimenticando che nell’opera d’arte ci dev’essere soprattutto il contenuto, ha svisato questo nostro scrittore ricercando in lui il punto lirico, l’unico, a suo modo di vedere, che possa sostenere i romanzi tozziani i quali invece (ed è qui che bisogna guardarci negli occhi, per essere sinceri) grondano di umanità, di vigorosa e dolorosa umanità. A che scopo la domanda, che vuol essere il fulcro della critica di quel giovane studioso, se il Tozzi avrebbe potuto dare altre cose migliori da quelle che effettivamente ha dato? Non sappiamo cosa avrebbe potuto dare in seguito: certo è che ci avrebbe fornito saggi non comuni e certamente più uniformi e composti, del suo roccioso e scontinuo ingegno. Certo è che il Tozzi fu un’anima degna e rimane un pilone del romanzo italiano contemporaneo che avrebbe potuto condurre ad altezze inusitate, solo che la morte non gli avesse troncato i propositi più belli nel fiore degli anni. Non si venga perciò, come han fatto parecchi, a conclamare capolavoro questo o quel romanzo, con maggior accentuazione su «Tre croci» ad esempio. Veramente di capolavori del Tozzi non si può parlare, ché ancora gli restava da digrossare molta materia rimasta allo stato di semplice biografia e di impressionismo, senza essersi calata nelle forme dell’arte: ma, insomma, nel senese c’era, gagliarda e manifesta, la taglia del narratore quale in pochi altri dopo di lui. E per essere sinceri, egli riuscì anche a realizzare buona parte del suo programma. Così non conta cercare di stabilire le derivazioni tozziane, né voler negare che lo scrittore abbia conosciuto le opere di Dostojewski, ad esempio: ormai è acquisito che egli le lesse; e del resto ha ragione Paolo Cesarini, nella sua bella «Vita di Federigo Tozzi» (Adria, Ediz. Tempo Nostro, 1935) – che i giovani dovrebbero leggere con cuore aperto perché scritta da un autentico giovane – quando esce a dire: «Non sarà né l’uno né l’altro particolare che diminuiranno la statura dello scrittore». Non ci sembra che alcun merito venga tolto al Tozzi se lo diciamo, ad esempio, realista alla Verga. Sicuro: si accosta, caso mai, più al Verga che non al Balzac, come ha voluto paragonarlo un altro critico, ché di costui non aveva la finezza e l’impostazione sapiente dei caratteri. E son venuti in campo altri nomi, tanto che il Pellizzi non s’è peritato di istituire un curioso parallelo con Proust: tutti e due, l’italiano e il francese, sarebbero scrittori quasi esclusivamente autobiografici, privi di fantasia all’impossibile e poco ricchi di immaginazione; tutti e due autobiografici-lirici, e niente drammatici; descrittori più che narratori, benché la descrizione, presso il Tozzi, s’affidi di preferenza a dei paesaggi interiori, mettendo in valore il dettaglio e, come tale, isolandolo. Lasciamo andare anche questo Proust col quale proprio il Tozzi non ha nulla a che spartire. Sta il fatto che il romanziere senese, la cui vita stentata fu pur dominata dalla fermezza di volontà, ha una materia ben sua da agitare ed una ben sua visuale del mondo. Concediamo tuttavia, come vuole il Gargiulo, che nel Tozzi resista ancora parecchia materia inerte; ma non si può negare che sovrabbondi la materia in fermento. Egli «scava nella tristezza della vita in grande profondità», dice il Giuliotti, e non dobbiamo quindi meravigliarci se spesso, invece di creature pulsanti, abbia trovato dei cadaveri. In altre parole si vuol dire che i personaggi tozziani possono apparire degli inerti, dei negativi, che consumano il loro dramma in se stessi, annullando ogni slancio, ogni cenno d’azione. Siamo nell’anticamera degli stati d’animo atrofizzati, degli “indifferenti” odierni. Ma così sono le esperienze compiute direttamente dal Tozzi il quale, ripetiamo, scavò nella tristezza della vita. Questa condizione di negatività, dalla quale, però, aveva già accennato, e non sommessamente, di voler risalire attraverso la fede cattolica abbracciata nella maturità degli anni dopo un’adolescenza socialista, ci fa desiderare ancor più che il Tozzi avesse potuto venirci conservato e al tempo stesso ci fa prevedere quali ulteriori sviluppi, con relativi passaggi psicologici e estetici, avrebbe ottenuto il suo romanzo. Poiché è indiscutibile che egli era votato al romanzo come ciascuno di noi è votato a vivere la propria vita; e non si scorge altra personalità da porre accanto al Fogazzaro e al Verga, i creatori della narrativa italiana contemporanea, se non quella del Tozzi.

È lecito presagire dunque che Tozzi avrebbe risalito, o presto o tardi, la corrente che lo trascinava al pessimismo stagnante. Anzitutto per l’ansia di superamento che gli aveva apportato il cattolicismo e di cui egli non fece mistero, e poi per un altro elemento di salute che gli giovò a non prostrarsi e lo avrebbe certamente aiutato a rilevarsi del tutto. Questo fattore, che in molti altri scrittori dà i suoi frutti, è il senso della terra. Scrive a tal proposito il Cesarini: «La campagna lo svegliò. Vivendo tra i campi intese il palpito della terra e vide il calmo susseguirsi degli eventi agricoli; la forza della natura lo sorprese e lo dominò e con il rigoglio delle piante anche il suo spirito si ringagliardì; più chiare gli si fecero le idee e molte nebbie che gli oscuravano l’anima si diradarono e vivo, senza inceppi, aperto, gli apparve il cammino da percorrere per raggiungere quella perfezione d’espressione che da più anni, chiuso, torvo, bestiale invano aveva cercato. Allora di questa campagna egli divenne l’inseparabile, in lei trovava la suscitatrice dei momenti più belli, a lei ricorreva quando avvilito per gli immeritati insuccessi sentiva divampare l’odio e l’amarezza stringerlo alla gola. È così. Il Tozzi bisogna riguardarlo anche in questa veste: il contadino, il contadino senese rude, tagliato d’un pezzo, osservatore della realtà a faccia a faccia, robusto fino alla violenza. Ne’ suoi tipi ha messo la sua anima, la sua vita, ma spesso ha anche saputo trascendere l’autobiografia per farne degli esseri umani, elementari, viventi in autonomia. Oltre a tutto, bisogna ragionare che egli, alla guisa di altri suoi amici del tempo, insorgeva a bella posta contro l’eroica estetizzante del Carducci, specialmente contro il superuomismo nietzschiano de’ più stordenti, che il Tozzi trovò nel regionalismo il quale, sotto la sua forgia possente, arrivò a confinare con l’universalità. Ecco che lo scrittore entra con passo deciso nel tempio dell’arte e vi assume una fisionomia ben distinta che i nostri posteri anche maggiormente dovranno studiare e apprezzare.

Gli articoli e i saggi sul Tozzi vanno aumentando di giorno in giorno, e si può dire ormai che la critica euforistica del Borgese sia sorpassata per un consenso più ragionato, ma più solido e durevole. L’ultimo volume in proposito, che mi viene tra le mani, è un «Saggio su Tozzi» (Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1936, L. 15) di Eurialo De Michelis, ingegno vivissimo di narratore e, quale qui si dimostra, perspicuo di analizzatore dell’opera altrui. Il De Michelis qui si preoccupa soprattutto di prender posizione personale ne’ riguardi del suo autore che considera nella logicità del progresso dal frammento al romanzo. Sorvegliando la sua nascita alla cultura nel nome del D’Annunzio e i primi tentativi artistici alla dannunziana (le liriche), ferma il momento della raggiunta personalità che è quello di «Bestie», di cui esamina l’idea lirica senza peraltro dar soverchio peso a tale coperta che puzza di letterarietà lontano un miglio per venir a stabilire che il Tozzi non è crepuscolare ma è invece patologico e fisiologicamente misterioso nell’abulia dei suoi protagonisti. Si cammina così verso il romanzo ed ecco «Con gli occhi chiusi» e «Il podere», rappresentazioni dell’inetto, con l’immobilità che è concetto informativo con la congerie autobiografica. Poi vengono le novelle e «Tre croci» in cui l’oggettività è raggiunta, e infine «Gli egoisti». La critica del De Michelis combacia col nostro punto di vista, perché anche noi nello scrittore in genere tentiamo di scoprire l’uomo e siamo persuasi che il mondo morale sia l’idea che più saldamente sostiene un romanzo. Il saggio del De Michelis, allo stato attuale della bibliografia tozziana, è quanto di più lucido, di più aderente, di più esauriente ci abbiano fornito i critici.

ARMANDO ZAMBONI

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Appendice II
Gina Giannini Alessandri, In memoria di Federigo Tozzi

(Intervista con Emma Palagi-Tozzi), in «Nuovo giornale», 21 marzo 1924

A Siena un gruppo di scrittori italiani offre alla Biblioteca Comunale un busto d’arte dello scultore Ercole Drei. Alla cerimonia aderisce il Governo Nazionale.

Prima che la signora Tozzi partisse da Roma per assistere, in pio pellegrinaggio d’amore, alla solenne manifestazione in onore ed in ricordo di Lui, ho voluto parlarle, nella casa che sa tutto il calvario della sua vita di donna teneramente avvinta a quel gran fanciullo che fu il suo compagno.

Raccolta la sottile figura, che conserva il dolore della sua inconsolabile vedovanza, tutta chiusa nelle memorie e nel suo sogno, che intatta l’ha lasciata attraverso le angosciose tempeste, la signora Tozzi mi ascolta. Pallida, quasi diafana sotto la soffusa luce della lampada, che le rischiara il volto fine, le mani unite in un mite gesto di preghiera, si anima d’un tratto non appena parli del suo morto. Lo amò con tutta la purezza e dedizione delle donne elette, le quali pur nell’amore, portano una squisita nota di maternità, e molto di lei morì con lui. Sopravvisse per lui, per la sua memoria, per la sua gloria, per quella meritata gloria che le invidie e le ignoranze gli contesero, e che ella gli vuole guadagnare oltre la tomba.

E con affannosa tenerezza raccoglie tutte le opere, tutti i lavori, tutte le pagine lasciate incompiute, ed in essa trasfonde il soffio della sua femminilità dolorante, che si angustia del perduto e si sublima nella sua realtà del sogno. È per il Morto la buona e fedele amica, sempre, anche quando gli altri dimenticano e l’oblio scende grave e sconfortante.

Il Borgese ha avuto in lei un aiuto insperato; la sua opera critica può dirsi animata da questo squisito spirito femminile, che visse in comunione profonda con lo spirito dello scrittore. Grazie a lei, Federigo Tozzi non sarà dimenticato. Lo scrittore senese, aspro, incompleto, scontento di sé e degli altri, incerto, debole anche, come un fanciullo cocciuto, deve a questa dolce figura di donna se oggi si parla e si discute di lui, se oggi si studia quel suo martoriato lavoro, che lui vivente nessuno o pochi vollero conoscere e apprezzare. Per lei, rivivono le opere che parvero seppellite con l’Autore.

Onesta rivendicazione! Il Podere, quel suo primo romanzo [sic!], sul quale i critici si scatenarono con tanta violenza, era una rivelazione di forza. Se pur la materia grezza doveva essere plasmata, l’ingegno vi si affermava saldamente nella stessa irruente asprezza della forma. Vi pulsava l’anima appassionata del giovane, che con tanto fervore si affacciava alla vita, dalla quale doveva poi imparare ogni dolore, ma anche la gioia suprema ed unica di un affetto saldo, riparo e conforto nelle lunghe ore dell’abbattimento.

Le Tre croci, il lavoro che la morte appena gli permise di condurre a termine, e nel quale la sua irrequietezza si placa in un miraggio di fede, è il sintomo della crisi spirituale che lo avrebbe poi certamente portato al cattolicismo; sintomo che si accentua nelle pagine lasciate incompiute, e che la pietosa custode del suo nome va raccogliendo per la Gloria di lui.

– Mi dica del lavoro, che egli ha lasciato incompiuto – domando alla signora Tozzi – e che ella va ultimando con tanta cura.

– Non posso: voglio che questo libro esca assolutamente inedito. Tutto quanto ho potuto raccogliere di lui: lettere, novelle, pensieri, ho ordinato in questo libro, che potrebbe intitolarsi «Diario»; e qui, in queste pagine, si rivelerà quella sua crisi spirituale, che lo avrebbe per sempre riavvicinato alla Fede. Non posso dirle di più; ma a lei posso, e voglio, esprimere, questo mio giudizio sul mio morto:

«Se vi fu un uomo al mondo esageratamente esposto a risentire ed a soffrire tutte le influenze (forse per una incurabile ingenuità) e le più disperate, a partire dalle sensuali e passando per tutte le deviazioni dello spirito, dalle nihiliste – fra cui le reazionarie cattoliche e le reazionarie bolsceviche – alle malate di misticismo nordico: dalla intellettualità gretta di provincia, alle raffinatezze boriose dei cerebrali d’intrigo; dalla mondanità elegante e corrotta alle degenerazioni cosidette spiritistiche, questi fu certamente il Tozzi. Ma nessuna influenza che lo conquistasse durevolmente, tanta era la sanità originaria, la bontà istintiva e la incoercibile schiettezza della sua anima».

Giudizio sincero, quasi rude, venendo dalla compagna di tutta la vita, che gli fu sostegno, conforto, sprone, nella lotta quotidiana, ed alla quale non fa velo l’affetto, ma che in questo, trova anzi la forza di un giudizio spassionato, quale nessun critico avrebbe osato esprimere.

– Era un fanciullo – dice con voce che trema in un ricordo di dolcezze e di rimpianti; – era un vero fanciullo!

Oggi nel figlio che le cresce vicino, ella trova il conforto a quel suo grande dolore, e per il figlio continua l’opera lasciata incompiuta dal padre, perché «il figlio di Tozzi, e con lui tutti i giovani imparino quanto è amara la vita, e quanti agguati, quanti dolori essa prepara in compenso di pochissime gioie».

– Ed a chi per primo si deve il progetto del busto, che s’inaugurerà a Siena?

– A Francesco Sapori; poi, gli amici e gli ammiratori in un fraterno sentimento di affetto fecero il resto, e il Drei scolpì la testa di lui con tutta la forza di cui è capace il suo scalpello. E so che alla cerimonia non mancherà l’adesione del Governo Nazionale. Già ebbi a conoscere come S. E. l’on. Mussolini ricordi ed apprezzi il rude schietto scrittore senese; alla sua inesauribile bontà, la vedova ed il figlio di Federigo Tozzi debbono se oggi non sono alle prese con la fame. Soccorrendoli nell’ora dell’estremo bisogno, egli rese il più umano omaggio alla memoria di un uomo che lavorò, sperò, disperò e che era giunto alla soglia della fortuna e della gloria, quando piombò la morte a falciarlo inesorabilmente.

A Siena, nella Sala della Biblioteca, Francesco Sapori, inaugurando il ricordo, dirà di Tozzi cose magnifiche; ma ricorderà la vigile, che avvolta nei suoi neri veli ascolterà l’esaltazione di colui, che tanto avversa ebbe la vita e seppe ogni amarezza, pur nella sua stessa città nativa, che oggi lo esalta? Chissà?! La dolce animatrice esce dall’ombra e ne strappa il velo attorno al Perduto. Poi riconfortata ritornerà nella sua casa così lontana dal mondo a riprendere la pietosa veglia.

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Appendice III
Informativa della Compagnia dei Carabinieri di Siena dell’8 ottobre 1928

(protocollata il 9 ottobre 1928, n. 13-2071)

Legione Territoriale dei Carabinieri Reali di Firenze

Compagnia di Siena interna

Siena, lì 8 ottobre 1928 Anno VI°

OGGETTO: Risultato di informazioni

A S.E. il Prefetto della Provincia di Siena

In risposta al foglio N° 13/1986 del 2 ottobre, si riferisce che il Sig. TOZZI Glauco, fu Ferdinando e di Palagi Emma, nato a Siena il 4 agosto 1909, risulta di buona condotta morale e politica e trovasi in buone condizioni finanziarie. –

Possiede la licenza liceale, convive con la madre, unica persona della sua famiglia, anch’essa di ottima condotta morale e politica. –

Le suddette due persone fin dal 1914 hanno eletto il loro domicilio in Roma. Via del Gesù n° 62 e dimorano saltuariamente nel comune di Siena in Via Castagneto ove possiedono terreni ed una casa per un valore approssimativo di L. 300,000.

Il padre del suddetto giovane, deceduto in Roma 21 maggio 1928, fu un fervente fascista della prima ora, amato e stimato dalla popolazione. –

IL CAPITANO
Comandante della Compagnia
(Giannoni Matteo)

  1. B. Ricci, Pirandello, in «Il Selvaggio», 30 settembre 1927, p. 69.
  2. B. Ricci, Fortuna di Tozzi, in «Il Bargello», n. 29, 20 luglio 1930, p. 3.
  3. Sul “mito” di un Tozzi “teppista” e “selvaggio” ante litteram, cfr. A. Rossi, Il mito e la scuola di Tozzi, in «L’Approdo letterario», 55-56, settembre-dicembre 1971, pp. 32-64 (poi in Id., Modelli e scrittura di un romanzo tozziano: Il podere, Padova, Liviana, 1972, pp. 56 e sgg.). Per la critica militante di Tozzi cfr. R. Castellana, Siena-Roma sola andata: Federigo Tozzi e il giornalismo culturale del primo Novecento, in Parola di scrittore. Altri studi di letteratura e giornalismo, a cura di C. Serafini, Roma, Bulzoni, 2020, pp. 81-100. Gli scritti di Paolo Cesarini a cui si è fatto riferimento sono: Vita di Federigo Tozzi, Adria, Tempo Nostro, 1935 e Tutti gli anni di Tozzi, Montepulciano, Editori del Grifo, 1982.
  4. G. Giannini Alessandri, In memoria di Federigo Tozzi (Intervista con Emma Palagi-Tozzi), in «Nuovo Giornale», 21 marzo 1924.
  5. Sull’anarchismo giovanile di Tozzi cfr. R. Castellana, Ritratto dell’artista da anarchico. Gli anni senesi di Federigo Tozzi, in «Bullettino senese di storia patria», CXV, 2008 [ma 2009], pp. 199-249.
  6. Cfr. L. Nagliati, La pagina culturale del “Corriere padano”. 1925-1945 in ordine cronologico e per autore, Ferrara, s.n., 2017. Sulle pagine culturali del «Corriere» esiste anche una tesi di laurea (M. Taddei, Il Corriere Padano: una terza pagina eccentrica), conservata presso la Biblioteca Ariostea, che però non ho potuto consultare, così come – a causa dei vigenti provvedimenti sanitari – non ho visto i microfilm del giornale.
  7. Nella mia Bibliografia (R. Castellana, Federigo Tozzi. Bibliografia delle opere e della critica, con la collaborazione di A. Sarro e P. Salatto, Pontedera, Bibliografia e informazione, 2008) il nome dell’estensore compare erroneamente, nell’indice, come «Anteo», ma si tratta di un curioso equivoco redazionale (Anteo Zamboni era l’anarchico che attentò alla vita di Mussolini!).
  8. Federigo Tozzi. Bibliografia delle opere e della critica, op. cit., pp. 55-56.
  9. Nove anni prima, Ravegnani aveva parlato di un Tozzi «tutto d’un pezzo, sanguigno e terrestre, popolano e puro, nella cui prosa «trasuda una robustezza barbarica», una «forza popolana, antirettorica, quasi plebea», capace di «rinsaldare quella catena della tradizione che pareva spezzata» (G. Ravegnani, Diari d’impiegati e di donne, in «La Stampa», 20/5/1927, p. 3: l’articolo si legge anche nell’archivio online del quotidiano).
  10. C. Pellizzi, Tozzi, in Lettere italiane del nostro secolo, Milano, Libreria d’Italia, 1929, pp. 343-50; E. De Michelis, Saggio su Tozzi. Dal frammento al romanzo, Firenze, La Nuova Italia, 1936.
  11. E. Terracini, Il ritorno di Federigo Tozzi, in «Corriere padano», 21/12/1935.

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)