Recensione di Stephen Markley, “Ohio”

Autore di Alessandra Valletti

Di “grande romanzo americano” si discute spesso – può essere etichettato? Cosa lo determina come tale? – e negli anni sono state ipotizzate molteplici classifiche, in cui i protagonisti rimangono sempre gli stessi. Abbiamo Scott Fitzgerald con Il grande Gatsby, Il Buio oltre la siepe di Harper Lee, l’intera produzione di Steinbeck; ma anche fenomeni letterari più recenti, come Infinite Jest, testamento spirituale di David Foster Wallace, e molti altri, protagonisti di periodi di progresso e regresso statunitense, che esprimono sempre con dinamismo il cosiddetto cambiare dei tempi.

In base a questo paradigma, non sorprende che Ohio sia stato accolto in patria come un degno discepolo di tale filone. Nel suo primo romanzo d’esordio e già successo editoriale, infatti, Stephen Markley si propone come la nuova voce narrante di un’America il cui solo cambiamento sono i giovani che si accingono a raccontarla.

Entriamo nel vivo. Il romanzo si apre con il funerale, trasformato in parata cittadina, di un giovane militare americano che viene onorato, per le sue gesta in guerra, sia da chi lo ha messo al mondo sia da chiunque lo abbia conosciuto in vita. E, tuttavia, «Rispetto alla nostra storia, la parata è importante non per le persone che vi parteciparono, ma per le persone assenti quel giorno» (p. 23): i protagonisti dell’opera saranno, infatti, proprio i grandi assenti all’evento (o coloro che decidono di fuggire nel bel mezzo della cerimonia).

Il primo capitolo è un assalto ai ricordi. Il secondo si ricollega agli stessi ricordi da un punto di vista differente. Il romanzo non presenta una trama lineare e subito svelata, ma più un grande enigma (l’Omicidio Che Non C’è Mai Stato, così citato) sul quale il lettore potrà prendere nota man mano, al fine di aggiungere dettagli.

Il metodo di narrazione può ricordare, infatti, il meccanismo delle scatole cinesi, dove si inseriscono, in sequenza, contenitori più piccoli all’interno di quelli più grandi. Questo processo porta alla ricostruzione tridimensionale di un periodo specifico della vita delle quattro voci narranti: gli anni del liceo.

Se è vero che può sembrare banale l’espediente di una riunione di vecchi compagni di liceo, Stephen Markley non lo fa pesare. L’incontro dei protagonisti, infatti, è del tutto casuale. I quattro si ritrovano a occupare gli angoli della loro città natale per una sola notte, in un susseguirsi di eventi fortuiti e meno, che vengono via via svelati.

Nel corso della narrazione i personaggi si susseguono in quelli che possono essere considerati quattro racconti diversi e sono fortemente influenzati dall’ideologia del personaggio impegnato a narrare, che finisce spesso anche per modificare il punto di vista del lettore, che può approfittare dell’impegno corale per trovare la voce che più gli appartiene.

Più che le differenze di ideali, opinioni e voci, sono, però, interessanti gli elementi che accomunano i quattro protagonisti, primo fra tutti la cittadina immaginaria di New Canaan. Essa non rimarrà mai solamente un luogo di narrazione, ma si trasformerà in un vero e proprio luogo narrativo, dando origine a quel Grande romanzo americano già evocato.

Stephen Markley disegna con brutalità e, allo stesso tempo, finezza la realtà della regione dei monti Appalachi, tratteggiando quel territorio ormai conosciuto come Rust Belt (‘cintura di ruggine’) americana, i cui luoghi sono caratterizzati da una forte de-industrializzazione a cui consegue una fuga di cervelli continua, che lascia le città spoglie e abbandonate a se stesse.

Quelli che rimangono sono gli unici a soffrire. E quindi, come è il terriccio in cui è piantato il seme a determinarne la fortuna, così anche per i giovani di New Canaan si mette in moto un processo di disincantamento e disperazione in cui proliferano i problemi sociali di cui tratta Markley attraverso i propri personaggi: dipendenze, abusi, bullismo e violenza. Pertanto, mentre i quattro protagonisti viaggiano attraverso il tempo, i ricordi e le loro assoluzioni, anche noi siamo spinti a prendere parte alle loro vite. Lo stile di Stephen Markley in questo è incalzante e molto coinvolgente. Si rimane rapiti dalla chiarezza con cui le opinioni dei protagonisti adulti cozzano con la confusione adolescenziale dei loro vari flashback.

Nonostante la presenza di una certa dose di thriller e suspence, che forse è l’unica nota dolente della narrazione – in quanto risulta confusionaria e non del tutto risolta, neanche in seguito alla lettura del capitolo finale –, quello in cui davvero riesce Stephen Markley è la costruzione di personaggi verosimili, tangibili e sofferenti con cui è facile finire per empatizzare. Ciò permette alla lettura di scorrere velocemente, sebbene le introspezioni siano difficili da mandar giù, proprio per la loro complessità e per la corposità del testo – che raramente Markley divide in paragrafi: l’opera risulta, alla fine, mai banale e, soprattutto, mai superficiale.

Che si tratti o meno di grande romanzo americano, dunque, con Ohio è difficile fermarsi nella lettura. Così come è difficile evitare di chiedersi come sia possibile che siano sempre i buoni a soffrire; e se davvero sia lecito credere, a un certo punto, che l’unica strada realmente percorribile sia quella della vendetta. Non solo nei confronti di chi ha ostacolato il nostro cammino, ma anche del territorio stesso che ci ha messi al mondo.

Perché l’unica domanda che rimane aperta, una volta terminato il libro, è cosa sarebbe successo se, ad accogliere queste quattro anime, non ci fossero state le ceneri di un’America ormai al collasso, ma la sua immagine patinata e allusiva in un volantino pubblicitario.

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

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