Croce e la dialettica della libertà. Intervista a Paolo Bonetti

Autore di Francesco Postorino

Paolo Bonetti è stato professore di Filosofia morale presso l’Università di Cassino e di Bioetica in quella di Urbino. Esperto di liberalismo italiano, della storia del Partito Liberale e del Partito d’Azione, Bonetti ha realizzato lavori preziosi su Benedetto Croce. Si pensi almeno a: Per conoscere Croce (Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1998) e Introduzione a Croce (Roma-Bari, Laterza, 2000). È certamente importante sentire la sua voce ai fini di un’autentica comprensione della filosofia storicistica inaugurata nei primi anni del secolo scorso dal pensatore abruzzese.

Qual è il contributo decisivo che Croce ha dato alla cultura e alla filosofia?

L’insistenza sul criterio della distinzione. Pensare significa distinguere: fra arte e filosofia, scienza e fede, politica e morale e altro ancora. Ma distinguere efficacemente non si può senza cercare il rapporto fra ciò che andiamo distinguendo, un rapporto che può essere di sintesi dialettica, ma anche di irriducibile opposizione. In questo caso si arriva anche a quel conflitto dei valori ultimi che Croce ha cercato in tutti i modi di evitare, ma che, alla fine della sua lunga operosità, ha dovuto in qualche modo ammettere.

Secondo lei può essere considerato un pensatore “cristiano”?

Su un piano strettamente e coerentemente filosofico, Croce non può essere ritenuto un pensatore cristiano: il rifiuto della trascendenza e della concezione di un’anima-sostanza è stato da lui sempre mantenuto, anche quando ha scritto che non possiamo non dirci cristiani. Quello che possiamo chiamare il suo cristianesimo ha un accento morale, è la rivendicazione, contro la barbarie totalitaria del Novecento, del primato della coscienza morale nella lotta contro quello che egli ha chiamato l’Anticristo. Si badi bene: non si tratta solo dell’Anticristo fuori di noi, delle tendenze politico-ideologiche che hanno minacciato la nostra libertà, ma di qualcosa di ancora più profondo e intimo che egli non ha esitato a chiamare con il termine religioso di “peccato originale”. Questo peccato si manifesta nell’irrisolvibile ambiguità di quella che l’ultimo Croce ha chiamato la “vitalità”, distinguendola dalla vecchia categoria dell’utile. Per quanto Croce cerchi di dare anche alla vitalità il carattere di una forma spirituale fra le altre, essa resta ambivalente, indispensabile per la costruzione della civiltà e, al tempo stesso, sua mortale nemica. Nella vitalità crociana c’è, a mio parere, una profonda affinità con quello che Freud ha chiamato il “disagio della (o nella) civiltà”.

Il “cristianesimo” di Croce sta tutto, oltre ogni mitologia religiosa, nel suo richiamo alla potenza dello Spirito capace di ricreare, dopo ogni distruzione, quello che l’irredimibile “peccato originale” dell’umanità tende incessantemente a distruggere. Come si vede, dietro la terminologia religiosa adoperata da Croce, c’è il problema, sempre attuale, di una “vita” che eccede e sconvolge le forme dello Spirito nel momento stesso in cui le nutre. Quello che noi chiamiamo civiltà o cultura affonda le sue radici nel terreno friabile di forze oscure di cui possiamo a ogni istante perdere il controllo.

Che legame intercorre tra il nesso circolare dei distinti, la dialettica degli opposti e la funzione «pseudoconcettuale» delle attività empiriche?

Le confesso che il problema della natura degli pseudoconcetti nella filosofia crociana non mi ha mai particolarmente appassionato. Croce è certamente un pensatore dialettico, che ha respinto da sé ogni forma di astrazione intellettualistica. È un pensatore che, fin dagli inizi della sua riflessione, si è sempre nutrito di storia e di politica e ha avuto fortissimo il senso drammatico delle vicende umane. Come lei sa, Gennaro Sasso sulla natura dello pseudoconcetto e sul suo rapporto (o non rapporto) con le forme dello Spirito (in particolare con quella economica) ha scritto pagine di grande sottigliezza intellettuale. Ma il punto sostanziale della sua interpretazione del pensiero crociano mi pare che stia in altro, nell’aver infranto l’immagine convenzionale di un filosofo chiuso in un banale ottimismo metafisico, e di questo dobbiamo essergli grati.

Coglie un nesso inscindibile tra la concezione «religiosa» della libertà e il contenuto teorico-politico formulato dal suo Partito Liberale?

Croce non è un ideologo del liberalismo ma un filosofo della libertà, e su questo piano va eventualmente discusso. L’unico rapporto che c’è fra la sua concezione della libertà e quello che lei chiama il contenuto teorico del partito liberale crociano (immagino che intenda riferirsi al periodo in cui Croce ne fu promotore e presidente) è quello di un’ispirazione morale a cercare sempre soluzioni nuove e creative ai problemi che le diverse contingenze storico-politiche pongono. In questo senso, negli anni difficili del secondo dopoguerra, il Pli non si mantenne sempre all’altezza dell’ispirazione crociana, tant’è che il filosofo ebbe anche fasi di distacco dalla sua creatura. Ma, fatta salva la natura religiosa della libertà, Croce, su un piano strettamente politico, fu sempre un realista e un pragmatico e si rifiutò di far coincidere il suo liberalismo con un determinato regime economico o con specifiche istituzioni giuridiche.

Questo atteggiamento gli è stato spesso rimproverato da coloro che sposano la tradizione del “liberalismo classico”, quella, per intenderci, che si rifà ai Locke e ai Montesquieu e che oggi viene rivendicata, a torto o a ragione, da molti neoliberali. Ma, ripeto, Croce era un filosofo nutrito di storia e di saggezza politica e sapeva benissimo che la realtà è troppo complessa per rientrare negli schemi dei giuristi e degli economisti. Certo, credeva nel valore permanente di certe istituzioni che le società liberali si sono date, ma era anche convinto che, quando queste istituzioni non sono più sostenute da una fede attiva nella libertà, non c’è meccanismo giuridico o accorgimento economico che le possa far sopravvivere.

Nel suo ultimo libro − Breve storia del liberalismo di sinistra. Da Gobetti a Bobbio (Macerata, Liberilibri, 2014) − dedica ampio spazio alla breve stagione del Partito d’Azione. Chi ha ragione, in termini filosofici e politici, tra Croce e gli esponenti principali del liberalsocialismo italiano?

Croce ha condannato duramente il liberalsocialismo di Guido Calogero e ha manifestato perplessità anche nei confronti del socialismo liberale di Carlo Rosselli. Ma ha anche dichiarato ripetutamente, e non solo negli ultimi anni della sua vita e della sua attività politica, che il socialismo riformista e il laburismo erano ormai soltanto delle varianti del liberalismo. Anche qui si coglie il suo realismo politico e il suo rifiuto degli schematismi ideologici. Quello che non poteva accettare del Partito d’Azione e di molti suoi intellettuali che si ispiravano variamente alle teorie che, per comodo, chiamerò liberalsocialiste (anche se c’erano fra di essi consistenti divergenze) era la pretesa di attuare una riforma generale e radicale della società e dello Stato italiani dopo l’esperienza fascista, rompendo con la tradizione gradualista non solo del liberalismo, ma anche del socialismo riformista.

Croce non aveva una concezione pedagogica e moralistica della politica, ma era convinto che molte riforme si potessero e dovessero fare senza rompere la continuità istituzionale dello Stato unitario tanto faticosamente costruito nel Risorgimento da una classe politica di cui si sentiva l’erede. Era per questo un conservatore? Non credo, temeva piuttosto che il “riformismo globale” facesse precipitare il paese in una nuova dittatura. La riprova di questa sua apertura nei confronti di una società che non era e non poteva in alcun modo più essere quella del vecchio liberalismo pre-fascista è data anche dal fatto che molti dei suoi collaboratori e allievi aderirono a quella che è stata chiamata la destra del P. d’A. e che era di ispirazione liberaldemocratica. Ma Croce, me lo lasci dire, diffidava giustamente di un partito di intellettuali di grande spessore morale, ma non di altrettanta sapienza politica, come le vicende accadute poi hanno puntualmente confermato.

Croce riesce a svincolarsi dal panlogismo hegeliano?

Quello che ho già detto sulla questione della “vitalità” è la migliore dimostrazione della diversità della filosofia crociana da quello che è stato chiamato il panlogismo hegeliano, definizione sulla quale ci sarebbe molto da ridire, ma non è questa la sede adatta. Non si dimentichi che Croce arriva alla filosofia dopo un lungo apprendistato filologico e alcune significative prove storiche, come il saggio sulla rivoluzione napoletana del 1799; che incontra poi il marxismo di Antonio Labriola e anche quello eretico di Sorel prima del sodalizio con Gentile; che si avvicina a Vico e ne assorbe profondamente la lezione come, d’altra parte, quella di Machiavelli; che scrive, fra gli anni Venti e Trenta, grandi opere storiche e, per tutta la vita, si dedica allo studio della poesia e della letteratura. Poteva con queste esperienze perdersi nei meandri del panlogismo?

Perché, infine, il filosofo più importante del nostro Novecento non riesce a far presa nelle accademie?

Perché di accademico, anche se con qualche accademia ha collaborato per tutta la vita (si pensi alla Pontaniana), Croce non ha proprio nulla, a cominciare dal linguaggio. Non era un filosofo di professione, e per lui la filosofia era solo preparatoria alle concrete indagini storiche nei vari campi del sapere umanistico. Scriveva usando il meno possibile quei termini gergali del linguaggio filosofico di cui si dilettano tanti professori di filosofia, che sono ferocemente autoreferenziali e sembrano scrivere esclusivamente per se stessi e per i loro colleghi. Una volta Croce disse che, se da un libro di poesia, di narrativa o di storia, per quanto mediocre, c’è sempre qualcosa di buono da prendere, in molti libri di filosofi non c’è assolutamente nulla da salvare e non vale la pena di perdere tempo con simili letture. Croce ha più volte dichiarato con orgoglio di aver messo da parte il gran problema dell’Essere che da millenni tormenta i filosofi di professione e li induce spesso all’uso di un linguaggio oracolare. Alle astruse vicende dell’Essere che, ahimè, nonostante le sue previsioni, son tornate di gran moda anche in tempi recenti, preferiva la concretezza dei problemi particolari – di arte, di politica, di scienza, di morale − che sorgono spontaneamente dall’esperienza di ciascuno di noi. Insomma, preferiva la Vita.

(fasc. 13, 25 febbraio 2017)