Abstract: Il saggio analizza il Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio come testo fondativo nella costruzione del mito dantesco. La metafora pittorica del chiaroscuro diventa la chiave interpretativa della scrittura boccacciana: come nelle arti figurative l’ombra conferisce profondità e verosimiglianza alla figura, così nel ritratto di Dante gli aneddoti e gli episodi terreni ne accrescono la risonanza e la veridicità. Questa tensione fra luce e tenebra offre la matrice su cui si innestano le riscritture successive, da Villani a Benvenuto da Imola, da Bruni a Landino, rivelando il nucleo più fecondo dell’eredità boccacciana: la capacità di generare un ritratto del poeta in perenne movimento nella tradizione letteraria.
Abstract: The present essay analyses Giovanni Boccaccio’s Trattatello in laude di Dante as a foundational text in the construction of the Dante myth. The pictorial metaphor of chiaroscuro becomes the key to interpreting Boccaccio’s writing: just as in the figurative arts, shadows give depth and realism to figures, so in the portrait of Dante, anecdotes and earthly events increase his resonance and credibility. The tension between light and darkness provides the matrix on which subsequent rewritings are grafted, from Villani to Benvenuto da Imola, from Bruni to Landino, revealing the most fruitful core of Boccaccio’s legacy: the ability to generate a portrait of the poet in perpetual motion within the literary tradition.
L’importanza che, con la sua attività di copista, biografo, ed esegeta, Boccaccio ebbe nel promuovere quello che diventerà il culto di Dante a Firenze è stata largamente studiata[1]. L’interesse per l’Alighieri è esibito nelle opere volgari: nell’Amorosa visione «il maestro dal qual io / tengo ogni ben»[2], nelle Rime «se Dante piange, dove eh’ el si sia, / che li concetti del suo alto ingegno / aperti sieno stati al vulgo indegno»[3]; ma Dante appare anche nelle opere latine: nel De casibus virorum illustrium figura tra gli uomini a cui nessuno ha ancora garantito l’immortalità («clarissimum virum et amplissimis laudibus extollendum Dantem Aligherii»)[4], nelle Genealogie deorum gentilium, il Poeta viene menzionato come un’autorità sui fiumi infernali e come poeta-teologo: «catholicum atque divinum potius ostendit esse theologum»[5]. Nell’epistola del 1371 a Iacopo Pizzinga Dante, inoltrandosi per sentieri nuovi, risveglia «semisopitas sorores» e Febo, costringendoli a cantare maternum cantum[6].
Fu, poi, durante il secondo incontro fra Boccaccio e Petrarca che la questione del valore dell’Alighieri assunse un precipuo rilievo, dando inizio a un dialogo letterario sub specie Dantis. La prima mossa fu del Certaldese che, notando l’assenza della Commedia nella biblioteca petrarchesca, gli inviò un esemplare – il Vaticano latino 3199 – unitamente al carme Ytalie iam certus honos[7] e, probabilmente, una copia del Trattatello[8]. Qui definisce il poema dantesco «opus doctis, vulgo mirabile, nullis / ante, reor, simili compactum carmine seclis» e il suo autore vate-teologo[9] ingiustamente privato dell’alloro poetico.
Questo interesse crescente per Dante trova una sintesi compiuta nel Trattatello in laude di Dante: un vero e proprio spartiacque nella tradizione trecentesca e pietra di paragone per le biografie successive. Lo stesso certaldese ne rivendica il primato «infino a qui niuno truovo averlo fatto». Il presente contributo intende proprio indagare la costruzione del ritratto di Dante di Giovanni Boccaccio, analizzandone il ruolo fondativo nella mitopoiesi dantesca. Attraverso una scrittura che alterna luce e ombra, Boccaccio dipinge un ritratto chiaroscurale che diventa matrice per la fortuna dantesca successiva.
Dopo il racconto biografico che si chiude con la morte del poeta, troviamo un’invettiva contro Firenze, rea di aver esiliato «il tuo carissimo cittadino, il tuo benefattore precipuo»[10]. Questo rapporto inscindibile fra Dante e il «bello ovile»[11] – ma anche la colpevolezza della città nei confronti del poeta – verrà riproposto da molti degli scrittori successivi. Segue, poi, una sezione in cui l’elemento biografico scivola verso l’aneddoto, mescolando osservazione fisica e interpretazione simbolica:
i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona, essendo già divulgata pertutto la fama delle sue opere, e massimamente quella parte della sua Comedia, la quale egli intitola Inferno, e esso conosciuto da molti e uomini e donne, che, passando egli davanti a una porta dove più donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all’altre: «Donne, vedete colui che va nell’inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che là giù sono?» Alla quale una dell’altre rispose semplicemente: «In verità tu dèi dir vero: non vedi tu com’egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è là giù?»[12].
Sebbene l’episodio sia innocuo, secondo Luca Carlo Rossi contribuisce a corroborare il “mito nero di Dante” come frontaliere tra aldilà e mondo dei vivi, alimentando una «nomea sulfurea»[13] peraltro già circolante.
Anche l’isolamento del Poeta dal mondo esterno è descritto da Boccaccio in un aneddoto: a Siena, presso la bottega di uno speziale, a Dante viene offerto un libro famoso che non aveva ancora avuto occasione di vedere. Non potendo portarlo altrove, si sdraia su una panca e si immerge nella lettura, memorizzando le parti salienti e rimanendo concentrato per molte ore, senza rendersi conto dei balli e dei rumori della festa cittadina. Questo episodio mette in luce non solo la sua straordinaria capacità di concentrazione e la perdita di contatto con il mondo esterno durante il lavoro, ma anche, presupponendo quindi una critica, «il carattere disorganico e occasionale della formazione intellettuale di Dante, che si getta famelico su un testo celebrato dai dotti, ma a lui ignoto, casualmente reperito fuori da qualsivoglia biblioteca»[14].
Dopo una digressione sulla poesia e il suo rapporto con la teologia, il racconto torna a descrivere i costumi, i vizi e le virtù del poeta: per ponderare gli elogi che aveva riservato a Dante, mostra anche le sue debolezze. Infatti, il Certaldese focalizza la propria attenzione sul peccato di lussuria:
Certo, io mi vergogno dovere con alcuno difetto maculare la fama di cotanto uomo; ma il cominciato ordine delle cose in alcuna parte il richiede; perciò che, se nelle cose meno che laudevoli in lui mi tacerò, io torrò molta fede alle laudevoli già mostrate. A lui medesimo adunque mi scuso, il quale per avventura me scrivente con isdegnoso occhio d’alta parte del cielo ragguarda. Tra cotanta virtù, tra cotanta scienzia, quanta dimostrato è di sopra essere stata in questo mirifico poeta, trovò ampissimo luogo la lussuria, e non solamente ne’ giovani anni, ma ancora ne’ maturi[15].
In tale contesto, la rappresentazione delle pecche del poeta non intacca la sua immagine quasi sacra, ma piuttosto ne consolida la grandezza. L’aneddotica del Trattatello, più che un insieme di testimonianze, costituisce un sistema di segni: non è rilevante stabilire se gli episodi tramandati siano veri o falsi, ma ciò che conta è la loro capacità di modellare un’immagine del poeta destinata a propagarsi nel tempo e nello spazio.
Il Certaldese, nei capitoli XII-XVI, presenta un canone delle opere dantesche, «acciò che né alcuno delle sue s’intitolasse, né a lui fossero per avventura intitolate l’altrui». L’aggettivo «divina», attribuito alla Commedia, segnala come per Boccaccio il poema stesso assumesse le sembianze di un testo sacro. Nella prima redazione del Trattatello, infatti, egli ricorda come, dopo la morte del poeta, una «mirabile visione» si rivelò al figlio e primo commentatore Jacopo, indicandogli dove fossero gli ultimi tredici canti del Paradiso: elemento che accentua la connotazione mitico-sacrale del poema e, ipso facto, del suo autore[16]. Non è un caso che il Trattatello si chiuda con il sogno premonitore della madre di Dante, plasmato sul sogno della madre di Virgilio narrato da Svetonio.
Sulla scia di Purgatorio I, 7-8 – o forse riprendendo il commento di Guido da Pisa[17] – Boccaccio individua in Dante il punto di partenza di una renovatio letteraria: «questi fu quel Dante, il qual primo doveva al ritorno delle Muse, sbandite d’Italia, aprir la via. Per costui la chiarezza del fiorentino idioma è dimostrata; […] per costui la morta poesì meritamente si può dir suscitata»[18].
La stretta connessione che lega Dante all’eredità classica è ribadita lungo tutto il Trattatello: le origini di Firenze ricollegate ai Romani e, soprattutto, l’ampio spazio riservato agli studi di Dante, tutti profondamente influenzati dall’imitazione della letteratura antica («familiarissimo divenne di Virgilio, d’Orazio, d’Ovidio, di Stazio»).
Come suggerisce l’excursus fin qui delineato, il Trattatello di Boccaccio non è soltanto un’opera di carattere documentaristico: si tratta di un testo che cerca di trasmettere un alone leggendario alla figura di Dante, inserendosi per di più nelle tensioni del nascente Umanesimo. La difesa del volgare come strumento degno di trattare materia alta anticipa questioni che, pochi decenni dopo, saranno al centro della riflessione di autori come Petrarca o Bruni[19]. Il confronto con quest’ultimo, in tal senso, mostra come il Trattatello si collochi su una soglia: ancora immerso nel gusto medievale dell’aneddoto e della biografia leggendaria, ma già proteso verso le inquietudini linguistiche e culturali del primo Quattrocento.
La fortuna del Trattatello, infatti, non consiste soltanto nella trasmissione di dati biografici, ma nella propagazione delle immagini che Boccaccio ha impresso nel ritratto dantesco. Le generazioni successive di biografi si muovono, infatti, dentro la sua stessa cornice interpretativa, scegliendo di volta in volta quali luci e quali ombre conservare[20].
Uno dei nuclei più fecondi del Trattatello è l’idea di Dante come iniziatore di una nuova stagione poetica, colui che ha risvegliato la “morta poesì”.
Nel De origine civitatis Florentie et de eiusdem famosis civibus di Filippo Villani, l’eco boccacciana è immediata: si legge come Dante abbia riportato alla luce il culto della poesia che era caduto in «abisso tenebrarum». A corroborare ciò, egli descrive le origini romane di Dante e, in seguito, la sua imitazione di Virgilio «proinde Maroni familiarissimus conatus est eum pro viribus imitari»[21], in una vera e propria traduzione del testo di Boccaccio[22]. Ma il ruolo pioneristico di Dante nella renovatio poetica deflagrerà nel commento di Cristoforo Landino: all’Alighieri è attribuita la «resurrexione della facultà poetica»[23] e il ruolo fondativo nel promuovere il toscano a lingua pienamente letteraria.
Il secondo grande filone della fortuna del Trattatello è quello teologico e sacrale. La definizione boccacciana di Dante come “poeta-teologo” diventa un topos che attraversa il Quattrocento, oscillando tra riprese e lontananze. Seguendo il suo venerabilis praeceptor Boccaccio, Benvenuto Rambaldi da Imola prosegue la linea sacrale del Trattatello, definendo Dante «divinus poeta»[24], ma la volge in una direzione esegetica: la divinità poetica diventa fondamento per la lettura teologica della Commedia. In questo modo, Benvenuto non fa che portare a maturazione l’intuizione boccacciana del “poeta-teologo”, traslandola in chiave dottrinale.
Di tutt’altro avviso, come è noto, è la Vita Dantis di Leonardo Bruni: nel proemio, l’autore riferisce che aveva bisogno di riposo e si era imbattuto, cercando un testo in volgare, nel Trattatello. Bruni antepone al metodo utilizzato da Boccaccio uno più storicistico, basato su documenti d’archivio e su un autografo di Dante, da lui visto personalmente[25]. Proprio per rimarcare la sua distanza dal modello agiografico del Certaldese, non troviamo alcun cenno alla divinità poetica dantesca: per Bruni, quindi, l’Alighieri non è più poeta-theologus, ma poeta-civile, politicamente attivo nella vita pubblica di Firenze[26]. Il suo scarto, insomma, è una forma di fedeltà rovesciata: per opporsi a Boccaccio, Bruni deve misurarsi con lui.
Giannozzo Manetti, al contrario, nella prefazione alla Trium illustrium poetarum florentinorum vita recupera pienamente la dimensione miracolosa che Bruni aveva espunto. Non a caso, è il Trattatello la fonte principale, seguita pedissequamente nella struttura e nel tono: egli descrive la Commedia come un poema «divinum potius quam humanum» e, quasi inevitabilmente, il suo autore torna ad essere «divinus poeta»[27]. Questo ritorno a una dimensione sacra mostra come l’impronta del Trattatello rimanga viva anche dopo la svolta umanistica.
Ancor più icastico, il Comento landiniano recupera la divinità della poesia. Tuttavia, Landino traduce quella sacralità in un linguaggio platonico e ficiniano: il «divinissimo poeta» diventa figura del furor poeticus. In questo passaggio la matrice boccacciana non è abbandonata ma trasposta – piegata alle esigenze filosofiche e culturali della Firenze di Lorenzo il Magnifico –, mantenendo intatta la luce sacrale che il certaldese aveva proiettato sulla figura di Dante.
Ultimo tema cardine del Trattatello che qui analizziamo è il rapporto tra Dante e Firenze. Questo dualismo – tra la grandezza del poeta e la colpa della città ingrata – diventa un paradigma interpretativo per i biografi successivi[28]: è presente, come abbiamo visto, in Bruni ma anche nello scritto Scriptorum illustrium latinae linguae libri di Sicco Polenton. Non a caso, il testo si apre con un parallelismo con Albertino Mussato, anch’egli poeta illustre, allontanato dalla sua Padova e morto in esilio:
Eadem ferme tempora[29] Dantem Alegerium, Florentinum civem atque poetam egregium, habuerunt. Iam quidem iam paulatim quasi longissimo e somno excitabantur Musae[30]. Annos quippe post quem nominavi Iuvenalem mortuum ad mille dormierant; hoc vero tempore, ut somnulenti solent, membra movere, oculos tergere, brachia extendere coeperant. Sed in poeta Dante neque minus scientiae nec plus felicitatis quam in Musato fuit: quippe uterque poeta, uterque pulsus patria, uterque in exilio vita defunctus est[31].
Questo parallelismo fra i due poeti, oltre a ribadire il topos dell’ingratitudine cittadina, traduce in termini latini il giudizio già espresso da Boccaccio: la città, luogo del progresso civile, si rivela incapace di riconoscere i suoi spiriti più alti. Polenton dipinge un intellettuale moderno che, come già aveva affermato il Certaldese, reputa che sia «dovere del consesso civile, della città dunque, riconoscere il merito dei poeti»[32].
Senza dubbio, però, è con il Comento di Christophoro Fiorentino sopra la Comedia di Danthe Alighieri poeta fiorentino che l’elemento predominante, evidente sin da titolo, diventa proprio quello della fiorentinità: il cerchio si chiude, Dante torna alla sua Firenze, l’esilio può dirsi concluso e la colpa di Firenze espiata. Questo concetto è ribadito nelle rubriche di ogni cantica che riportano «divino poeta fiorentino»[33]. È ancora Boccaccio, in filigrana, a muovere questa immagine: la città che lo ha respinto è ora la stessa che lo canonizza.
Infine, meritano un accenno anche gli aneddoti. Proprio come il maestro, anche Benvenuto riprende e amplifica gli episodi del Trattatello, come ad esempio il problema della lussuria di Dante: «Dantes diu navigava inter vana mundi transiens per voluptuosam terram, et aliquando fallens mulieres, sicut ipse notavit quodam capitulo inferni».
Inoltre, è degno di menzione, fra i tanti racconti, quello che troviamo nella chiosa a Inferno XX:
volo notes, quad autor prudenter et caute inuit quad saepe viri excellentissimi simi sic delirant in arte divinationis, et praesens negotium tangebat autorem ipsum, qui aliuantulum delectatus est in astrologia, et voluit praedicere aliqua futura, sicut patet in libro isto. Ideo bene fingit se nunc ita plorare. Compatiens aliis et sibi de errore suo[34].
Benvenuto presenta un Dante rammaricato per il suo passato da indovino e cultore delle arti esoteriche, andandosi a inserire nel filone del “mito nero” di Dante. Gli aneddoti che riprende dal Trattatello – la lussuria, il rimorso per l’astrologia e molti altri – diventano segni di una trazione tra umano e divino che Boccaccio aveva per primo saputo tratteggiare nel ritratto del poeta.
È poi nella Vita Dantis di Gian Mario Filelfo che questo materiale si ricompone in un disegno più consapevole. Nonostante la critica iniziale ai due modelli[35], Bruni e Boccaccio, sono inconfutabili i prelievi e, talora, delle vere e proprie traduzioni in latino pressoché alla lettera[36]. Filelfo cita en passant alcuni elementi peculiari dei mores danteschi, fra cui lo spirito di sopportazione e l’abnegazione dei bisogni fisici a vantaggio dello studio:
Erat vigilantissimus; algoris, aestus, famis sitis somnique, ac omnis laborum generis patientissimus, nec inediae parcens, nec ulli difficultati, ut assidue aliquid audiret aut legeret. Percunctanti principi Veronensi qua re delectari soleret plurimum, societate, dixit, atque confabulatione veterum cupereque se vehementer esse cum mortuis[37].
Questo passo unisce in maniera sincretica più punti del Trattatello come l’aneddoto della concentrazione di Dante a Siena, precedentemente citato, e la sua familiarità con gli auctores classici. È interessante rilevare come questo nuovo episodio che ne deriva disegni un’immagine di Dante come vicino al modello petrarchesco che addirittura dialoga con gli antichi[38]. Filelfo dimostra quanto sia profonda la sedimentazione dell’immaginario boccacciano: i suoi aneddoti non sono semplici riprese, ma ricombinazioni di episodi del Trattatello, come se Boccaccio fornisse una tavolozza di motivi da cui attingere per ridisegnare il volto di Dante.
In definitiva, è sempre il ritratto boccacciano, con le sue ombre e le sue luci, a fornire la matrice da cui i biografi successivi traggono ispirazione: anche quando sembrano correggerlo o prenderne le distanze, restano inevitabilmente all’interno del suo orizzonte figurativo.
Come abbiamo mostrato, la fortuna del Trattatello non si spiega solo per la sua ricchezza documentaria, ma per la forza delle immagini che propone. Se volessimo cercare un corrispettivo figurativo della scrittura boccacciana, potremmo trovarlo nella tecnica del chiaroscuro: come avrebbe scritto pochi decenni dopo Leon Battista Alberti nel De Pictura (1435), l’ombra è condizione necessaria alla verosimiglianza e alla vita della figura. Allo stesso modo, nel ritratto di Dante tracciato da Boccaccio, la presenza delle ombre – gli episodi terreni, le debolezze – non compromette l’immagine sacrale del poeta, ma la rende reale, credibile, tridimensionale.
In questa convergenza di luce e tenebra risiede, forse, la più duratura eredità del Trattatello, la più alta forma di mitopoiesi: la capacità di far vivere Dante non come icona statica e immobile, ma come figura in movimento, in continua rinascita nella tradizione letteraria.
- Si cita, a titolo esemplificativo, G. Padoan, sub voce Boccaccio, Giovanni, in Enciclopedia dantesca, vol. I, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1970, pp. 645-50; Id., Il Boccaccio, le Muse, il Parnaso e l’Arno, Firenze, Olschki, 1978. ↑
- Le opere di Boccaccio, fatta eccezione per il Trattatello, si citano da Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, a cura di V. Branca, 10 voll., Milano, Mondadori, 1967-1994. Per l’amorosa visione, G. Boccaccio, Amorosa visione, a cura di V. Branca, in Tutte le opere, op. cit., III, cit. a p. 163. ↑
- G. Boccaccio, Rime, a cura di V. Branca, in Id., Tutte le opere, op. cit., V/1, cit. a pp. 95-96. ↑
- G. Boccaccio, De casibus virorum illustrium, a cura di P. G. Ricci-V. Zaccaria, in Id., Tutte le opere, op. cit., IX, cit. alle pp. 834-36. ↑
- G. Boccaccio, Genealogia deorum gentilium, a cura di V. Zaccaria, in Id., Tutte le opere, op. cit., VII-VIII, cit. a p. 1420. ↑
- G. Boccaccio, Epistole, a cura di G. Auzzas, in Id., Tutte le opere, op. cit., V/1, cit. alle pp. 658-73. ↑
- Sul carme boccacciano, si vedano almeno M. Pastore Stocchi, Boccaccio e Dante (e Petrarca), in Boccaccio editore e interprete di Dante. Atti del Convegno internazionale, Roma 28-30 ottobre 2013, a cura di L. Azzetta e A. Mazzucchi, Roma, Salerno Editrice, 2014, pp. 23-40; A. Piacentini, Il carme “Ytalie iam certus honos” di Giovanni Boccaccio, ivi, pp. 185-221; P. Trovato, E. Tonello, S. Bertelli, L. Fiorentini, La tradizione e il testo del carme “Ytalie iam certus honos” di Giovanni Boccaccio, in «Studi sul Boccaccio», XLI, 2013, pp. 1-111. ↑
- Sugli echi del Trattatello nella responsiva petrarchesca si veda almeno C. Paolazzi, Dante e la “Commedia” nel Trecento. Dall’Epistola a Cangrande all’età di Petrarca, pref. di F. Mazzoni, Milano, Vita e Pensiero, 1989, pp. 131-221. ↑
- «Hinc illi egregium sacro moderamine virtus / theologi vatisque dedit»: cfr. G. Boccaccio, Carmina, a cura di G. Velli, in Id., Tutte le opere, op. cit., V/1, cit. alle pp. 430-33. ↑
- Dove peraltro è presente un paragone con l’antichità classica: a differenza di Firenze, Atene e altre città greche hanno, invece, trattato con deferenza i loro uomini illustri. ↑
- Seguendo Paradiso XXV, 5: «del bello ovile ov’io dormi’ agnello,». ↑
- Il testo del Trattatello si cita da: Le vite di Dante dal XIV al XVI secolo. Iconografia dantesca, a cura di M. Berté, M. Fiorilla, S. Chiodo, I. Valente, Roma, Salerno Editrice, 2017 (“NECOD”, VII/4), pp. 28-120. Sull’opera si vedano anche: L. Bartoli, “La lingua pur va dove il dente duole”: le vite di Dante e del Petrarca e l’antiboccaccismo di Leonardo Bruni, in «Esperienze letterarie», n. 2, 2004, pp. 51-71; Luci e ombre nel Boccaccio biografo di Dante, in Boccaccio e i suoi lettori. Una lunga ricezione, a cura di G. M. Anselmi, G. Baffetti, C. Del Corno, S. Nobili, Bologna, Il Mulino, 2013; N. Tonelli, Com’era il volto di Dante? Fisiognomica e psicologia nel “Trattatello in laude di Dante” di Boccaccio: nota per una possibile fonte, in «Studi e problemi di critica testuale», n. 103, 2021, pp. 371-80. ↑
- L. C. Rossi, L’uovo di Dante. Aneddoti per la costruzione di un mito, Roma, Carocci, 2021, p. 61. Questo ha una radice storica, ossia la notizia attestata in un verbale giudiziario steso l’11 settembre 1320 presso la curia di Avignone, mentre Dante, quindi, era ancora in vita; cfr. le pp. 72-73 del volume e fonti ivi citate. ↑
- Le vite di Dante, op. cit., p. 11; cfr. anche le fonti ivi citate. Boccaccio chiude l’aneddoto senese con la «meravigliosa capacità» della memoria dantesca. Questa caratteristica sarà centrale nello sviluppo del leggendario aneddoto dell’“uovo di Dante”; cfr. L. C. Rossi, L’uovo di Dante, op. cit., pp. 116-25. ↑
- Le vite di Dante, op. cit., cit. tratta dalle pp. 113-20. ↑
- Sull’attendibilità del ritrovamento, si veda S. Bellomo, “Una finestretta, da niuno mai più veduta” e la data dell’epistola di Dante a Cangrande, in «Studi e problemi di critica testuale», 90, 2015, p. 350. ↑
- Guido da Pisa, Prologus: «Ipse enim mortuam poesiam de tenebris reduxit ad lucem»; i testi delle opere dei commentatori danteschi si citano dalle edizioni presenti sul corpus online Dartmouth Dante Project utilizzato per le ricerche ipertestuali. ↑
- Le vite di Dante, op. cit., cit. tratta dalle pp. 28-120. ↑
- Boccaccio difende la scelta del volgare nella Commedia con due diverse argomentazioni: «Delle quali la prima è per fare utilità più comune a’ suoi cittadini e agli altri italiani: conoscendo che, se metricamente in latino, come gli altri poeti passati, avesse scritto, solamente a’ letterati avrebbe fatto utile; […] [192] La seconda ragione, fu questa. Vedendo egli li liberali studii del tutto abbandonati, […] e le divine opere di Virgilio e degli altri solenni poeti non solamente essere in poco pregio divenute, ma quasi da’ più disprezzate»: Le vite di Dante, op. cit., cit. tratta dalle pp. 114-20. ↑
- Gli esempi di autori successivi che riprendono il Trattatello boccacciano sarebbero troppo numerosi da elencare esaustivamente in questa sede; si è preferito selezionare casi emblematici. Si rimanda a un futuro lavoro più esteso, dedicato alla ricezione e alla fortuna della figura di Dante. ↑
- A. Solerti, Le Vite di Dante, Petrarca e Boccaccio scritte fino al secolo decimosesto, Milano, Vallardi, 1904, p. 275. ↑
- Il modello di Boccaccio emerge esplicitamente nell’explicit: «[107] Sileo fabulosum matris sompnium cuius mentionem lohannes Boccaccius fecit in eo opere quod ipse composuit de vita moribusque poetae […]»; il rinvio al Trattatello boccaccesco non è una presa di distanza dalla fonte ma una sorta di rimando per ulteriori approfondimenti; cfr. Le vite di Dante, op. cit., pp. 186-87. Villani elimina, però, i riferimenti ad eventi “miracolosi”: l’interpretatio nominis e i perduti canti del Paradiso, che per lui non contengono nessun riferimento soprannaturale ma sono sintomo della decadenza della città di Firenze. Cfr. J. Bartuschat, Les ‘Vies’ de Dante, Pétrarque et Boccace en Italie (XIV-XV siècles). Contribution à l’histoire du genre biographique, Ravenna, Longo, 2007, p. 113. ↑
- R. Cardini, La critica del Landino, Firenze, Sansoni, 1973, cit. tratta dalle pp. 375-82. ↑
- Un appellativo utilizzato da Dante unicamente per Virgilio (cfr. Mon., ii, iii, 6). La cit. si trova in Benvenuto da Imola, Comentum ad Par. I 142, com. ad loc; cfr. supra n. 17. ↑
- Cfr. J. Bartuschat, Les ‘Vies’ de Dante, Pétrarque et Boccace, op. cit., p. 125: «Bruni y oppose une démarche d’historien: il dit avoir consulté des documents d’archives et avoir vu un autographe de Dante. C’est dans le même esprit qu’il excuse Boccace de ne pas avoir rendu suffisamment compte de l’activité politique de Dante qu’il ne devait connaître qu’imparfaitement», ovvero ‘Bruni oppone un approccio da storico: afferma di aver consultato documenti d’archivio e di aver visto un autografo di Dante. È con lo stesso spirito che scusa Boccaccio per non aver reso sufficientemente conto dell’attività politica di Dante, che doveva conoscere solo in modo imperfetto’. ↑
- Cfr. J. Bartuschat, Les ‘Vies’ de Dante, Pétrarque et Boccace, op. cit., p. 128. ↑
- Le vite di Dante, op. cit., cit. tratta dalle pp. 258-97. ↑
- Il tema di Firenze e il suo rapporto con Dante era già presente in alcune poesie toscane; si veda: R. Cella, Il “Centiloquio” di Antonio Pucci e la “Nuova Cronica” di Giovanni Villani, in Firenze alla vigilia del Rinascimento. Antonio Pucci e i suoi contemporanei, a cura di M. Bendinelli Predelli, Atti del Convegno (Montreal, McGill University, 23-24 ottobre 2004), Firenze, Cadmo, 2006, pp. 75-101. ↑
- «Eadem ferme tempora» si riferisce al tempo dell’autore trattato precedentemente, Albertino Mussato. ↑
- Anche qui presente l’immagine del sonno millenario delle muse. ↑
- S. Polenton, Vite dei moderni. Mussato, Dante, Petrarca, Boccaccio, a cura di L. Banella e R. Modonutti, Padova, CLEUP, 2020, pp. 94-96. ↑
- Ivi, p. 99. ↑
- R. Cardini, La critica, op. cit., pp. 375-82. ↑
- Cfr. supra n. 17. ↑
- «Ai due autori egli contesta l’esito insoddisfacente del lavoro intrapreso, sia perché entrambi avevano scelto il volgare per compiacere alla massa, sia perché non erano versati nella materia, essendo l’uno più adatto a raccontare vicende d’amore, l’altro a scrivere di storia in latino»: cfr. S. Fiaschi, L’oracolo della voce: digressioni boccacciane nella biografia dantesca di Gian Mario Filelfo, esemplata da Felice Feliciano, in «Studi sul Boccaccio», 49, 2021, p. 396. ↑
- Come nel caso del racconto della battaglia di Campaldino e dell’origine degli scontri fra Bianchi e Neri. ↑
- A. Solerti, Vite, op. cit., pp. 158-59. ↑
- «Del resto, che attraverso la Vita Dantis Gian Mario intenda veicolare temi petrarcheschi – in un momento della sua attività letteraria spiccatamente connotato in senso petrarchesco – mi pare comprovato»: cfr. S. Fiaschi, L’oracolo della voce, op. cit., p. 402. ↑
(fasc. 58, 31 dicembre 2025)