Distonie ambientali per ricuciture familiari in “Ricordi di un impiegato” di Federigo Tozzi

Autore di Antonio R. Daniele

La consapevolezza e quasi la soddisfazione a essere inetti non può essere il segno di una vera e propria inettitudine. E questo è un dato che deve collocare Tozzi definitivamente al di là di certi presunti modelli di riferimento[1].

Le questioni biografiche che fanno da sfondo a Ricordi di un impiegato non hanno più peso di quanto ne abbiano sul resto dell’opera tozziana. Per cui, è il caso di dedicarsi prima di tutto alla scrittura, a come essa si presenta ed è offerta – quasi imposta – al lettore. Dopotutto, chi è Leopoldo Gradi? Un giovane che per la prima volta va a lavorare; che per questa ragione ha tutto da dimostrare alla famiglia, a un padre e a una madre che sono uomo e donna fatti. Ama una ragazza che in realtà ha frequentato pochissimo e con la quale intrattiene soprattutto una corrispondenza; lascia la città e va in un paesino di provincia (il che è la dinamica inversa rispetto a una discreta parte della nostra narrativa tardo-ottocentesca, dove – soprattutto dal meridione – abbandonare il paese natio per impiegarsi in città voleva dire ottenere il marchio dalla raggiunta redenzione civile e sociale).

Nel caso del Leopoldo tozziano abbiamo un ragazzo che da Firenze deve andare a Pontedera per il suo primo impiego: dovrebbe saper condurre con sé la disinvoltura della famiglia urbana e l’abitudine a districarsi tra gli altri, magari anche con l’uso spigliato della parola e della lingua. A dire il vero, Leopoldo mostra di possedere almeno quest’ultima dote: sa interloquire, sa anche mentire; tuttavia, è la sua condizione di ragazzo al primo impiego che gli consiglia di non insistere coi suoi circa l’opportunità di avanzare nei rapporti con la fidanzata fino al punto da ufficializzare la cosa. Ma è anche la sua tendenza a valutare questo rapporto da un punto di vista comodamente contemplativo a far sì che egli ceda facilmente alle prime obiezioni della madre.

È vero che Leopoldo è dispiaciuto di dover lasciare la città e di non vedere Attilia, ma al tempo stesso è vero che la lontananza dalla donna gli permette di attivare una sorta di pratica ascetica, come se non si potesse fare di più e di meglio. Anzi, come se egli non volesse fare di più e di meglio. Egli vuole incominciare una qualche educazione di sé. D’altra parte la notizia che Attilia sta male giunge subito dopo la sua partenza e non provoca nel ragazzo quel turbamento e quel dolore che ci si attenderebbero[2]. In questo portamento voluto per il giovane protagonista sta, forse, anche una parte di risposta alla nota querelle critico-esegetica che vide impegnato Debenedetti con Borgese, col primo a rimproverare al secondo di aver ignorato o, almeno, ridimensionato la portata e la forza dei motivi personali e degli episodi di vita privata; e di avere, pertanto, voluto vedere in Tre croci il vero, felice approdo della narrativa di Tozzi, quello nel quale il timbro verista – se mai davvero vi sia stato – sarebbe la vera cifra della sua scrittura[3]. Ammettiamo che Borgese abbia insistito troppo sul verismo come il carattere autentico della scrittura tozziana, ma la particolarissima natura – direi quasi capricciosa – della maniera di stare nelle cose da parte di Leopoldo deve farci chiedere se il suo autore (che a questo testo ha lavorato quasi per dieci anni, e soprattutto nell’ultimissimo periodo prima di lasciarci) non volesse trovare la maniera di chiudere con un certo modo di scrivere, di tenere il rapporto col lettore. È una domanda legittima che dobbiamo infine porci, soprattutto per salvare – se così si può dire – Ricordi di un impiegato dalla facile lettura autobiografica a cui pare destinato o a un’altrettanto facile e insufficiente osservazione di tipo psichico e di marca patologica: fare di Leopoldo soltanto un ragazzo che si appresta a diventar uomo a dispetto della maturità che si richiede al suo ruolo non risponde a quel che lo scrittore ci ha consegnato; farne un inabile alla vita in ragione del profilo di pesante subalternità rispetto ai genitori, vuol dire far pesare fin troppo un’ipoteca ipotestuale. E nel primo come nel secondo caso non può bastare a rendere il tutto più plausibile la sottolineatura dell’attitudine del senese all’avida lettura di James e di Bergson, come se fosse un evento inconsueto per uno scrittore ai primi del secolo scorso accostarsi a certi nomi o a certi orientamenti della cultura europea[4]. D’altra parte, si rischia concretamente di sottostimare il contributo di originalità che Tozzi ha dato alla narrativa in termini di scrittura e di stile, oltre che di temi, e di sacrificarlo sull’altare della sua pur indubbia “sapienza scientifica”[5]. E questo singolare diario è la prova che quelle dinamiche indirizzate a una sorta di autoterapia possono rivelare proprio per questo molto della sua abilità affabulativa[6].

Qualcosa della struttura diaristica dell’opera era già stato rilevato da Rossana Dedola[7] molti anni fa. In quella circostanza, tuttavia, il saggio parve troppo incline all’allora appassionante e pervasiva norma analitica dei formalisti, fino al punto da adombrare le interessanti notazioni critiche che pure vi erano. Dedola scrisse di “dissoluzioni delle forme narrative” che promanavano dalla crisi del personaggio. Questa crisi naturalmente risentiva anche del lessico teorico del tempo che registrava i casi di dissoluzione del “personaggio oggettivo”, da Corporale di Volponi all’«inconsueto personaggio plurale, bicefalo, monopensante e monoparlante che Fruttero e Lucentini hanno inventato»[8]. Pertanto, quando Dedola notava che

risulta chiaro come, nel racconto, l’universo dello scrittore e l’universo del personaggio tendono a unificarsi e si unificano di fatto in Leopoldo e nella sua coscienza. Di qui l’uso della forma diaristica, che però a sua volta mostra uno scarto nei confronti della tradizione: i Ricordi non sono un diario, almeno nel senso comune del termine. Il diarista infatti seleziona e dispone secondo un ordine gli avvenimenti, per dar loro forma e trama narrativa. Questa operazione determina la scomparsa del materiale superfluo, dei particolari insignificanti […][9]

portò certamente alla luce una caratteristica essenziale dell’opera di cui ci stiamo occupando: il diario come pretesto per la diluizione del personaggio (caratteristica peraltro il più delle volte ignorata dalla critica successiva, a causa – è probabile – del fitto strato formalista che informa tutto il saggio a cui si accennava), e sottolineò il peso di quel che è stato giudicato “materiale superfluo”. Infatti, poco dopo Dedola stessa (non senza lasciarci il sospetto ultimo di una leggera incoerenza concettuale) precisa che «qui manca una linea di sviluppo e la selezione operata dall’io non porta alla soppressione dei particolari insignificanti: essi vengono anzi ingigantiti e finiscono per perdere la loro “reale” dimensione e per acquistarne una tutta particolare, direttamente dipendente dall’io»[10]. Insomma, sulla base di quella lettura, Tozzi avrebbe usato la forma narrativa del diario per smussare il profilo del personaggio attraverso l’offuscamento dei dettagli[11] e delle circostanze che egli attraversa, ma senza riuscirci. Anzi, questi dettagli e queste circostanze alla fine sono emersi molto più di quanto Tozzi avesse previsto.

Alcuni di questi elementi, a distanza di un certo numero di anni e – perché no? – anche liberati dall’impregnatura interpretativa di allora, possono essere riportati nel bel mezzo della disputa. E riconsiderati per schiarire finalmente qualche semioscurità: lo scrittore in realtà fa poco per evitare che il lettore possa non considerare questo diario come un lavoro meditato a posteriori. In uno dei frammenti del 2 marzo – giorno della partenza – si legge:

Talvolta dormendo mi tornano sensazioni della realtà che mi fanno stupire. Ma la realtà sentita nel sogno ha il sapore che le dà in quel momento la mia anima. Io la mesuro con la mia consueta abitudine; e, forse, non è che un vago abbozzo che vive dentro di me. Ora, in vece, sento il sapore della morte che verrà senza sapere come; proprio per la stessa ragione che ho cominciato a vivere[12].

Di lì a poco egli ci farà sapere che Attilia sta male e noi abbiamo già notato che Leopoldo non se ne rammarica più di tanto: «Attilia si è ammalata; e mi ha fatto scrivere da una sua amica; ma non ho notizie molto esatte»[13]. Egli se la cava con una pura notazione informativa e si affretta a passare ad altro: «Sparagio, un facchino che non se la dice con Drago, mi avverte che nella mia camera, ogni mercoledì, ci sta un dentista a cavare i denti. Io lo faccio sapere al capostazione, che mi accorda il permesso di andare a sorprenderlo»[14]. E di lì un breve alterco sulla questione col quale Leopoldo vuole mettere alla prova, di fatto, la propria capacità di accettare certi malvezzi.

Ma sia il primo che il secondo caso rivelano la prospettiva dalla quale il narratore scrive al suo lettore: il ragazzo proclama il suo amore per Attilia ma non disdegna un certo interesse per l’amica della giovane fidanzata che sta scrivendo le lettere per lei, dal momento che la sola grafia gli accende palpiti del cuore. Per l’altro verso, l’inconveniente della camera occupata il mercoledì gli provoca più che altro una certa indolente rassegnazione la quale, infine, gli fa riconsiderare l’imprudenza delle sue decisioni: «Quando torno a prendere la mia roba, e il padrone mi rende i denari, ci manca poco che non chieda scusa io a lui. Questo incidente mi fa pentire d’essere venuto via da casa senza che mio padre abbia approvato il mio desiderio d’ammogliarmi. E mi dico che non devo fare di testa mia le cose più importanti»[15]. Leopoldo vuole tornare a casa e questo proposito matura in lui sin dal viaggio. Il problema del ragazzo, se così dobbiamo chiamarlo, è la prospettiva della vita fuori città e di assumere veramente delle responsabilità. È come se, nel momento stesso in cui egli ha lasciato Firenze per salire sul treno che lo avrebbe condotto in provincia, tutto lo slancio e la veemenza delle primissime pagine, sia pure un poco repressi, si fossero rivelati nient’altro che una sterile posa etica, fantocci del riscatto e della maturità giovanile ben presto messi da parte quando la comoda vita familiare è stata pregiudicata dalla prima trasferta lavorativa. Leopoldo ha già deciso che quell’impiego in quel luogo è poco per lui: lo ha deciso sul treno che lo portava a Pontedera. Allo stesso modo finisce per rivelare a se stesso che il sentimento per Attilia, nobile e limpidissimo, è poco più che etereo, in fondo impalpabile. Il fatto che sia malata dà solo un connotato in più a quella specie di romanzo nel romanzo che il ragazzo scrive per se stesso e Federigo Tozzi per il suo lettore: una narrazione a mo’ di memoriale di tono crepuscolare e con qualche incerta eco tarchettiana. A questo proposito, va notato che le pagine di Tozzi ridisegnano la traiettoria borghese e urbana del Giorgio del più noto romanzo di Tarchetti[16]: nel giro di cinquant’anni – ma si tratta di un lasso di tempo di notevoli passaggi storici e sociali: dall’Unità al primo dopoguerra – le pagine della narrativa nazionale passano dal militare che ha in odio il borgo in cui è nato, transita in città (dove ambisce vivere) e si ritrova in provincia per amore, all’impiegato della nuova Italia che desidera tornare nella città che ama, lasciando il paese che gli offriva il lavoro (e anche nuove prospettive sentimentali); da un amore che si alimenta per deperimento a un altro che per deperimento si spegne. Tuttavia, in entrambi i casi è la soluzione narrativa ad elaborare la vicenda, come per liberazione e rigenerazione.

Il Giorgio di Tarchetti scrive a cose fatte un quaderno di memorie che farà pubblicare da un giornale, come per testimoniare una vicenda esemplare[17]. E il romanzo comincia con questa analessi. Ma – lo abbiamo già notato – anche Leopoldo è tutto sommato narrato con quest’ottica: l’allusione al “sapore della morte che verrà senza sapere come” collocata a inizio racconto e sentita dal protagonista stesso ci consegna un congegno affine. Ma in questo caso Leopoldo non è un uomo del borgo che agogna la vita cittadina, ma un urbano che finge di volersi affrancare dall’oppressione familiare fidando nel suo primo lavoro e in una donna che potrebbe portare a casa. Ma si tratta, appunto, di un inganno, una confortevole menzogna che il ragazzo racconta a se stesso (e che il suo autore ha pensato in questo modo non a caso).

Sul racconto hanno pesato anche letture fatalmente compromesse con l’intertesto tozziano. Quella di Ottavio Cecchi[18], abbinata alla corposa prefazione di Celati all’edizione che Feltrinelli offrì del nostro diario assieme a Con gli occhi chiusi ormai quarant’anni fa, è sintomatica – anche sul piano puramente editoriale – di una maniera di intendere Tozzi:

In Ricordi di un impiegato, i genitori sono cattivi, la famiglia è ipocrita, e Leopoldo si chiede: “Sarei, forse, per accostarmi a quella cattiveria che dicono indispensabile imparare? Io, fin qui, credo di poterne fare a meno; per sempre. È così difficile, dunque, essere buoni?. Quando mi riesce, tutte le cose sembrano belle”. Leopoldo Gradi, sulle prime, pare fratello di Ghìsola piuttosto che di Pietro di Con gli occhi chiusi. Anch’egli è un perdente, uno che alla fine soccombe di fronte alla violenza dei padri. Come Pietro, rientra nell’ordine della salvezza, non ha il coraggio di pagare di persona il fallimento dell’aspirazione e liberarsi nella gioia, che invece ha Ghìsola[19].

Non sono certo si possa dire che la madre e il padre di Leopoldo siano cattivi. Sono rigidi, nulla più di questo. Non si tratta nemmeno della tipica circostanza tozziana per la quale il padre imperversa su una madre che subisce, il tutto al cospetto del figlio[20]. Egli è il solo figlio maschio tra figlie femmine: nella madre (che partorirà un’altra femmina alla fine della storia) c’è quella naturale forma di gelosia – non per forza di marca freudiana[21] – che prende le donne col maschio laddove le femmine sono tante (le figlie e un’aspirante nuora solamente ventilata, ma tanto basta ad alimentare la diffidenza della donna); nel padre c’è l’aspettativa che l’unico maschio della prole sappia ottenere il profilo del bravo lavoratore per lo Stato. Ma nella lettura che abbiamo riportato il ragazzo non è che il classico “impiegato inetto”[22].

Dal lavoro di recupero genetico e di analisi della stesura originaria sappiamo che Leopoldo non era stato costretto dal padre a lasciare la casa, la madre non figura tra i personaggi, Attilia è nominata pochissime volte, non si fa cenno alla sua malattia né alla sua morte[23]. È il padre che muore, invece (elemento biografico diretto).

Sulle ragioni che suggerirono all’autore di riscrivere l’opera come la leggiamo oggi si è tentata qualche ipotesi e, fra queste, quella di Luperini ha avuto negli anni una certa parte[24]: il ripensamento della trama sarebbe servito ad allineare quel lavoro ad altre prove narrative, il nucleo delle quali è costituito da Con gli occhi chiusi, fino a determinare una difformità con un’altra fase, quella segnata da Tre croci[25]. Ora, mi pare che la vicenda redazionale di questo racconto, al di là di ogni altra considerazione, ci consegni un lavoro fatto di due momenti netti: il Leopoldo alla vigilia della partenza e quello alle prese col primo impiego. Sono due momenti che presentano una cesura ma al tempo stesso una cerniera; sono anche molto sbilanciati a favore del secondo quanto a mole narrativa. È fin troppo semplice dirci che si tratta di una separazione avvertita sulla base del diverso grado di intensità di Leopoldo con la famiglia; altrettanto semplice è rilevare quanto operi in tutto questo il primo, radicale cambio di contesto sociale del ragazzo. Potrebbe, invece, essere meno consueto ma non meno plausibile ritenere che Tozzi abbia voluto questa separazione per poi effettuare una ricongiunzione in chiusura. Il tutto si tiene all’interno di una traiettoria circolare, disegnata per fare di Ricordi di un impiegato una specie di congedo del suo autore dalla dialettica familiare che aveva sviluppato fin lì.

Leopoldo si oppone con fierezza alla madre; difende l’idea di avere una fidanzata; deplora quella specie di alleanza che l’elemento femmineo di famiglia ha costituito attorno a sé; deve difendersi dalle piccole mortificazioni che il padre gli riserva a motivo del lavoro e della sua ambizione ad ammogliarsi. Ma proprio prima della partenza si legge il padre dire con risolutezza: «“Voi fate silenzio, e qualcuno vada a prendere il dolce che mangeremo per salutare la prossima partenza di Leopoldo”. Ora mi domando perché ho mangiato il dolce e perché m’ero dimenticato di Attilia»[26]. Queste domande sono una spia testuale: Leopoldo può aver compiuto un atto in forza di una meccanicità (mangiare il dolce), ma non può essersi fatto dimentico della ragazza senza un certo grado di colpa[27]. Dunque, non può averlo fatto del tutto fortuitamente. E questo breve dittico può essere stato inserito da Tozzi per anticipare o, almeno, orientare il lettore perspicace nell’individuazione di tracce utili alla ricompattazione conclusiva dei fili della trama.

Che questa tesi non appaia eccentrica rispetto agli itinerari critici solcati di prassi lo possono dire le pagine che seguono dopo le primissime (che vanno a questo punto considerate un preambolo o, se volessimo restare sui modi cari al nostro scrittore, un poggio dal quale scrutare lo svolgimento degli eventi sotto i nostri occhi).

Ci sono momenti nei quali sembra che venga cercata una vera e propria ambiguità narrativa. Si tenga presente questo passaggio che cade poco dopo quel che abbiamo considerato il secondo momento:

Devo sempre evitare che mi accadano cose spiacevoli; perché io, poi, non le so reggere.

Nello stesso tempo, ho quasi il desiderio di trovarmi a cose simili; per avvezzarmi a tutto. Perché, magari, non sono stato derubato? Andrei dai carabinieri, mi farei restituire la roba; e lo scriverei a casa. Ne sono esaltato, e farei amicizia volentieri con il cavadenti. Come mi sono divertito a gridare a quel modo con la moglie del padrone! Ormai, non temo più di nulla; e spero che io mi trovi nella camera nuova a qualche avventura; che m’invidierà tutto il paese. Non potrebbe darsi che qui mi dovessi difendere da qualcuno che tenterà di entrarmi in camera di notte? Non può darsi che io faccia ammirare il mio coraggio dalla padrona? E mi ripeto il suo nome, che m’hanno detto proprio ora: Dina Calamai. Anche Sparagio vedrà chi sono io. Dovranno dire tutti: come siamo contenti che Leopoldo Gradi è venuto a Pontedera! Se, poi, porterò la moglie qua, le faranno tutti festa. E, per poco, non mi par di vedere la stazione infiorata.

Pontedera è il miglior paese che ci sia[28].

Siamo di fronte a un ragazzo che:

  • vorrebbe evitare le circostanze spiacevoli perché ritiene di non saperle affrontare
  • vorrebbe imbattersi in circostanze spiacevoli per abituarsi ad affrontarle.

Questa prima apparente ambiguità viene dall’episodio della camera d’albergo trovata occupata e dalla scoperta che trattavasi di prassi: in quel caso, egli se ne era risentito, pretendendo non solo di essere alloggiato altrove ma anche la riconsegna della pigione. Tuttavia, questa presa di posizione così inflessibile deve fare i conti coi ripetuti motteggi ai quali egli è sottoposto, cosa che lo avvilisce, lo prostra. E, quando pare prevalere questo sentimento di umiliazione, ecco che si fanno strada lo slancio e l’impulso a scavalcarlo, memore della risolutezza avuta coi padroni di casa. Leopoldo incomincia questo duello col suo stesso animo: afflizione e ardore. Ogni giorno fa l’esperienza della mortificazione, uno scotto che sembra dover pagare non soltanto perché è giovane e impreparato alle mansioni assegnate: conta anche l’identità geografica, territoriale. Egli è un urbano, ma patisce la solidità della gente di paese che guarda con sospetto chi va a lavorare fuori città. Dunque, stavolta il problema è la città ed egli desidera sentirsi investito dall’affetto del paese. La volubilità è uno dei tratti di Leopoldo. Ma c’è anche qualche elemento di egotismo o di narcisismo[29] che emerge da un certo punto della storia. Si consideri questa serie di passaggi ricavati dal contesto sentimentale dell’opera:

  1. È strano come io legga volentieri le lettere che Attilia, sempre malata, mi fa scrivere dalla sua amica! Quando su la busta vedo quella calligrafia allungata e grossa, somigliante un poco alle mandorle, le apro più in fretta; come se lo facessi per deferenza e per rispetto a lei. E ho notato che la terza lettera, benché io non la conosca, e lei non conosca me, non sembra dettata da Attilia come la prima. Si sente che ha come un’amicizia per me. E perché so che anche lei legge le lettere mie, mi vengono scritte perfino meglio; come se avessi di più da dire[30].
  2. Proprio allora, scrivevo ad Attilia; e le mie lettere erano belle. È sempre malata: pare che abbia la pleurite. E credo che guarirà perché le voglio bene. In quanto alle lettere che mi scrive la sua amica, ora sono imbarazzato di riceverle e peggio a leggerle. Ed evito, con fermezza, di pensare anche a lei mentre scrivo io. Mi dimenticavo di dire che, ormai, quasi tutti i giorni, torno dalla signora Marianna; a bere quel vino bianco. Oggi vi trovo una bella ragazza, che si chiama Némora. Il cognome non lo so. È vestita di nero perché le è morta la mamma[31].
  3. Ho riveduto Némora; e le ho parlato. Perché le ho parlato se non avevo niente da dirle? E perché, dai vetri dell’ufficio, sto sempre attento che non entri nessuno nell’osteria? Quando, dianzi, l’ho vista parlare con un carbonaio, mi son sentito ingelosire; e stringevo in mano il croccino della porta; perché, se mi veniva un pretesto qualunque, sarei andato dalla signora Marianna; e le sarei passato vicino. Némora le cuce un vestito; e sta, dalla mattina alla sera, con lei; meno quando noi andiamo a mangiare. Perché non mi sono staccato un bottone dalla giubba e non sono andato a farmelo riattaccare? Perché mi batteva troppo il cuore, e non volevo che Némora fosse certa che mi piace. Perché ha parlato a quel carbonaio se qui a Pontedera una ragazza non deve parlare a nessuno, quando non vuole che se ne parli subito male?[32]
  4. Io non ho il coraggio di dire a tutti che sono fidanzato a Firenze e che, qua a Pontedera, avrei scelto Némora. Invece, quando scrivo ad Attilia, mi dimentico d’ogni cosa; sono sincerissimo e senza nessun rimorso, benché abbia deliberato di nasconderle di Némora. Non glielo dirò mai. Ne sono sicuro. Non perché sia capace di mentirle; ma perché se per Némora io la lasciassi, smetterei piuttosto di scriverle e glielo farei sapere. Non devo, anzi, vantarmi di questa lealtà?[33]
  5. Ogni domenica, una figlia del capostazione viene a passeggiare sotto la tettoia; e un suo fratello, molto più giovane di lei, la tiene per la vita. Tutti me la indicano; e mi spronano a guardarla almeno un poco. E come ho fatto il viso rosso, quando, uscendo su la porta, ho incontrato Némora che attraversava i binari per andare a una casa fuori del paese! […] Némora non è stata più dalla signora Marianna. E io non penso più a lei; per quanto mi sembri impossibile. Ma l’ho dimenticata da vero. […] Némora dove sarà a quest’ora? Negli stabilimenti industriali, le vetrate sono già illuminate dalle lampadine dentro; una donna si fa alla finestra e si ritrae prima ch’io abbia potuto vedere se la riconosco[34].

La traiettoria del sentimento d’amore di Leopoldo è la seguente: dalle lettere ad Attilia egli matura un interesse per l’amica che gliele scrive[35] e gli è sufficiente ammirare la grafia per restarne turbato, tanto che il malessere per il male di Attilia muta nel languore dell’attesa di riceverne altre; va più spesso a fare visita alla signora Marianna perché ha notato Némora: se ne innamora ma continua a scrivere ad Attilia; la figlia del capostazione «viene a passeggiare sotto la tettoia» mentre Némora parte ed egli arrossisce; assicura a se stesso di averla dimenticata, ma dopo qualche giorno si domanda cosa stia facendo, proprio quando «una donna si fa alla finestra e si ritrae prima ch’io abbia potuto vedere se la riconosco».

C’è da un lato l’insicurezza del ragazzo, non ancora uomo del tutto, esitante nel prendere in mano certe situazioni, ma c’è anche la tendenza a crogiolarsi in alcune forme di lusinga: l’amica di Attilia che sarebbe stimolata a scrivere sempre di più per lei perché in realtà vorrebbe tenere un qualche contatto o rapporto con lui; gli altri che lo invitano a interessarsi della figlia del capostazione perché, evidentemente, lo stimano ormai all’altezza del ruolo di seduttore. Al di là di tutto, resta il fatto che la vita a Pontedera porta alla luce insicurezze da un lato e velleità dall’altro anche in fatto d’amore: Leopoldo non è l’incrollabile innamorato di Attilia che ci era parso nelle prime pagine, preso da un legame col quale era persuaso anche di sfidare le riserve e l’ostilità dei suoi genitori; Leopoldo ha una certa attitudine all’infedeltà, forse anche all’inganno. Magari solo mentali; ma queste attitudini ci sono e le porterebbe ad effetto se solo non avesse delle remore. Ma queste remore sono tutte piantate proprio in quella famiglia che egli racconta a se stesso (e a noi) di voler fuggire e alla quale, invece, poco a poco si riavvicina e vuole riavvicinarsi. Vi si riavvicina attraverso una specie di “educazione alla distonia” con l’ambiente che vive rispetto all’ambiente esterno ad essa:

Io mi rimprovero di essere cattivo; perché, alla fine, il peggio è per me. Sento, in vece, il rimpianto di tante cose buone che vengono spontanee; da sé. Sono io, dunque, che ho voluto restare lontano da questa realtà così dolce! E perché? Sono io che ho chiuso la mia anima per sempre; come quando, da ragazzo, volevo stare solo e mi mettevo a guardar dall’uscio socchiuso quelli che dentro la stanza parlavano. Sono io che me ne pento, e poi faccio sempre lo stesso; inebriando la mia anima con una risata. Ho fame e non mangio; ma mi piace di conoscere questa bontà che torna sempre, come se fosse innamorata della mia anima.

Mi piace di sentire questo rimprovero; purché la giornata finisca presto attraversando, senza lasciarvi il segno, lo spessore della mia giovinezza[36].

È per questa ragione che a un certo punto si legge, con un’aderenza logica non del tutto piena, ma al tempo stesso non proprio “a sorpresa”, che «io non ho fatto amicizia con nessuna persona del paese; e ho già chiesto ad un ispettore il mio trasloco in qualche città; a Firenze, per esempio. È impossibile che io viva qui»[37]. E l’animo dimezzato di Leopoldo si ripresenta sul treno del ritorno a casa: «salendo in treno, avrei piacere che ci fosse qualcuno a salutarmi; qualcuno che mi chiudesse lo sportello come si fa con le persone a cui si vuol bene. E, invece, non c’è nessuno. […] M’ero affezionato più di quel che credevo a Pontedera; ma mi prometto di non tornarci più». Poco più avanti, appena tornato a casa: «come sto meglio a Firenze! Quasi, mi vien fatto di baciare i guanciali del letto!»[38].

Quando si reca al feretro di Attilia, che intanto è morta, la sua commozione e le sue crisi di pianto paiono più che altro un risarcimento a un sentimento fatto vacillare molte volte; e in questo risarcimento è compresa la richiesta alla madre di battezzare con quel nome la sorella neonata[39]. Ma ora, più di ogni cosa, gli preme avere la sicurezza di poter restare in casa e la disponibilità di un lavoro quasi “domestico”: l’educazione – l’autoeducazione – alla distonia ambientale ha fatto il suo corso, il ragazzo che credeva di diventare uomo lontano da casa ha voluto tornarci e, per di più, si affida a “un pezzo grosso” amico del padre per restarvi. La parabola tozziana si chiude con una tacita alleanza tra figlio e padre, imprevedibilmente auspicata dal figlio stesso.

  1. Si vedano a questo proposito P. Voza, Federigo Tozzi tra provincia ed Europa. Storia e antologia della critica, Bari, Adriatica, 1983, p. 123: «Si è detto: questi sono romanzi degli inetti, ma l’inetto è perduto in partenza, non ha sviluppo, dunque non ha romanzo. La cosa può sembrare vera fin che ci si ostini a leggere Tozzi come naturalista»; F. Petroni, Ideologia e scrittura. Saggi su Federigo Tozzi, San Cesario di Lecce, Manni, 2006, pp. 77 e sgg.
  2. A questo proposito, utili notazioni si trovano in F. Petroni, Masochismo e autodistruttività nelle novelle di Federigo Tozzi, in «La punta di diamante di tutta la sua opera». Sulla novellistica di Federigo Tozzi, Atti del Convegno di Perugia, 14-15 novembre 2012, «Testi e studi di letteratura italiana», a cura di Massimiliano Tortora, 9, 2014, pp. 71-83, cit. a p. 82: «[…] viene rovesciato rovinosamente uno stereotipo, che sappiamo quale importanza ha avuto nel nostro contesto sociale, culturale e letterario: quello della donna angelo, redentrice dell’uomo. In un’altra opera di Tozzi, il romanzo Ricordi di un giovane impiegato, questo stereotipo ritorna nella persona della fidanzata Attilia, ma ritorna come incubo mortuario: nel desiderio inconscio del protagonista, Attilia deve al più presto morire, per lasciare spazio alla vita».
  3. Si veda G. Debenedetti, Il romanzo del Novecento. Quaderni inediti, pres. di Eugenio Montale, Milano, Garzanti, 1971, p. 377: «Tozzi dunque, l’araldo degli edificatori. Ma Borgese, nell’innalzare a Tozzi il primo monumento critico purtroppo per gran parte in forma di necrologio, nota senza dubbio con sensibilità, acume e icasticità, di rado poi raggiunti, alcuni aspetti particolari e generali dell’opera dell’amico; senonché riesce a patentarlo in base a due criteri che, in certo senso, ne distruggono la novità, le qualità di rappresentante del “nuovo tempo”. Il succo dell’elogio borgesiano a Tozzi è questo: che con sagacia e pazienza e precisione da artigiano, affinatesi attraverso una lettura dei latini e dei trecentisti senesi, Tozzi arriva in ciascuna pagina a una pagina propriamente antologica, che vince le migliori prove dei frammentisti; mentre poi costruisce come un narratore verista. Tanto è vero che Borgese ritiene che il capolavoro, o almeno la tappa già quasi raggiunta, dalla quale avrebbero avuto inizio i capolavori di Tozzi, sia Tre croci. Ritiene che i racconti e romanzi più scopertamente autobiografici, i Ricordi di un impiegato, Con gli occhi chiusi e Il podere siano la necessaria fase preparatoria, sia pure con risultati già stupendi e tali da far considerare Tozzi il maggior artista degli ultimi decenni prima d’allora, preparatoria a quello che sarà Tre croci».
  4. Si vedano Federigo Tozzi in Europa. Influssi culturali e convergenze artistiche, a cura di Riccardo Castellana e Ilaria De Seta, Roma, Carocci editore, 2017; M. Tortora, Modernismo e modernisti nelle riviste fasciste, in I modernismi delle riviste. Tra Europa e Stati Uniti, a cura di Caroline Patey e Edoardo Esposito, Milano, Ledizioni, 2017, p. 75: «Se per quanto concerne il romanzo modernista possiamo sbrigativamente rivolgere l’attenzione a quella narrativa di impianto ‘psicologico’ e destrutturante la trama – e dunque Svevo, Tozzi e Pirandello in Italia, e Joyce, Woolf, Proust, Kafka, solo per citare i nomi più ovvi, in Europa –, più scivoloso è il concetto di rivista fascista»; G. Saja, Impasse relazionale e solipsismo in “Con gli occhi chiusi” e altri saggi tozziani, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia, 2010.
  5. S. Ghelli, I fantasmi, le ragioni dell’anima e la riscrittura dei Ricordi di un impiegato di Federigo Tozzi, in «Italica», 88, 3, Autumn 2011, pp. 397-413, cit. a p. 397: «La certezza che oggi abbiamo di una conoscenza diretta di James, di Bergson, di Janet, di Ribot, ed anche in parte di Freud (come sembrano confermare le investigazioni di Marchi) suggerisce un’indagine della pagina tozziana non tanto come luogo dove i conflitti inconsciamente si esprimono, ma come lo spazio privilegiato dove consapevolmente quei conflitti cercano risposta e scioglimento. La sapienza scientifica di Tozzi diventa quindi fondamentale nella prospettiva di un’operazione narrativa che riconosce alla scrittura non solo la capacità di evocare i segreti ed i disagi dell’anima, ma di offrire loro la trama di una risoluzione. La cultura psicologica trasforma la pagina in un esercizio di attenta autoanalisi».
  6. Sulle ricadute “autoriali” di talune scelte di genere narrativo – tra stile epistolare e pagina di diario – si veda una notazione di M. Tortora, Il valore dell’esperienza e l’insufficienza del ricordo. Per un’interpretazione di Lettera, in «La punta di diamante di tutta la sua opera». Sulla novellistica di Federigo Tozzi, op. cit., pp. 121-38, cit. a p. 127: «L’“amico” a cui è spedita la lettera infatti non a caso non è mai nominato, né viene in qualche passaggio chiamato in causa (e nemmeno la missiva che questi ha spedito al protagonista), magari rievocando vicende comuni o quant’altro (per tacere dell’introiezione del suo punto di vista, assolutamente mancante). È pertanto legittimo sostenere che il narratore in fondo scriva per se stesso, e a se stesso unicamente si rivolga, trasformando così un documento epistolare in una pagina di diario, contigua a quelle di Ricordi di un giovane impiegato».
  7. Di Rossana Dedola si veda anche, almeno, R. Dedola, La via dei simboli. Psicologia analitica e letteratura italiana, Milano, FrancoAngeli, 1992.
  8. R. Dedola, Crisi del personaggio e dissoluzione delle forme narrative nei «Ricordi di un impiegato» di Federigo Tozzi, in «Studi novecenteschi», 4, 10, marzo 1975, pp. 5-25.
  9. Ivi, pp. 6-7.
  10. Ibidem.
  11. Sulla tendenza tozziana alla rappresentazione dell’ambiente si veda G. Bertoncini, Momenti e modi di sviluppo dei romanzi di Tozzi, in «Studi novecenteschi», 2, 6, novembre 1973, pp. 331-55, cit. alla p. 337: «È il modo d’apertura di tutti i romanzi (a eccezione dei Ricordi di un impiegato). Sempre Tozzi affronta la descrizione oggettiva dell’ambiente; l’esemplare migliore lo abbiamo in Con gli occhi chiusi. Le pagine iniziali (con la descrizione del personaggio Domenico Rosi e del milieu della trattoria e del podere) delineano una realtà che, nella sua realistica – o naturalistica – evidenza, è strutturata secondo ben certi e concreti rapporti tra l’uomo e le cose».
  12. F. Tozzi, Con gli occhi chiusi. Ricordi di un impiegato, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 133.
  13. Ivi, p. 137.
  14. Ibidem.
  15. Ivi, p. 139.
  16. Un lontano lavoro critico è, tuttavia, utile a considerare il tema: N. F. Cimmino, Il mondo e l’arte di Federigo Tozzi, Roma, Volpe, 1966, p. 52: «Tozzi valuta l’opera di poeti più significativi del primo Novecento, dai Corazzini a Corrado Govoni, dal Palazzeschi a Guido Gozzano, senza considerare il primo apporto – ormai lontano – della scapigliatura, sia alla lirica, sia alla prosa del nuovo secolo. Il Tozzi partiva, nell’individuare il nuovo fermento di idee e di esperienze estetiche dagli effetti deteriori della scapigliatura».
  17. A questo proposito si vedano C. Di Giulio, La Fosca di Tarchetti: strategie narrative del doppio, in «Cultura italiana», 11, 1993, pp. 195-205; L. Ferrari, Un capolavoro incompiuto. Analisi di Fosca di I. U. Tarchetti, in «Caleidoscopio», 1, 2016, pp. 37-42, cit. alla p. 39: «Inoltre all’interno della narrazione stessa vengono inseriti lunghi brani di lettere o di diario che accentuano questo aspetto memorialistico e fungono da connettivo a momenti di discontinuità narrativa. Tutti questi elementi contribuiscono a dare il carattere di analisi oggettiva di un’esperienza illusoria, travolgente e distruttiva. Il protagonista ora che scrive non crede più all’amore».
  18. Su Cecchi critico tozziano si veda il già citato F. Petroni, Ideologia e scrittura. Saggi su Federigo Tozzi, op. cit., pp. 190 e sgg.
  19. O. Cecchi, Introduzione a F. Tozzi, Con gli occhi chiusi. Ricordi di un impiegato, Milano, Feltrinelli, 1980, p. XXXI.
  20. Si veda F. Petroni, Masochismo e autodistruttività nelle novelle di Federigo Tozzi, in «La punta di diamante di tutta la sua opera». Sulla novellistica di Federigo Tozzi, op. cit., p. 80: «Comunque, l’unica chiave interpretativa, del mondo e dell’opera tozziani, non può essere il complesso edipico, altrimenti sfugge la dinamica e il significato di gran parte delle novelle. Non sempre uno dei protagonisti, sulla scena o nello sfondo, è il padre o un sostituto paterno; non sempre c’è una dinamica a tre (un padre padrone, una madre vittima e un figlio)».
  21. A tal proposito si veda R. Castellana, Il realismo creaturale di Tozzi: una lettura di Giovani, in «La punta di diamante di tutta la sua opera». Sulla novellistica di Federigo Tozzi, op. cit., pp. 35-70, cit. a p. 52: «Non è la psiche dell’individuo borghese il vero tema delle sue opere, non il dissidio freudiano tra pulsione e repressione sociale e neppure in fondo il conflitto edipico, in cui troppo stesso, da Debenedetti in poi, si è preteso di trovare la chiave di lettura dei “misteriosi atti nostri”, ma piuttosto i simboli archetipici dell’“inconscio collettivo” di Jung, o alcune delle dinamiche psicologiche universali chiarite dall’antropologia di René Girard, come il meccanismo del capro espiatorio, il desiderio triangolare e il ruolo del mediatore».
  22. Ibidem.
  23. Si veda S. Ghelli, I fantasmi, le ragioni dell’anima e la riscrittura dei Ricordi di un impiegato di Federigo Tozzi, op. cit., p. 399. Si veda anche R. Castellana, Introduzione a F. Tozzi, Ricordi di un giovane impiegato, Fiesole, Cadmo, 1999, pp. XVII-LVII.
  24. Si tratta di R. Luperini, Federigo Tozzi. Le immagini, le idee, le opere, Roma-Bari, Laterza, 1995.
  25. A questo proposito si veda F. Petroni, Le parole di traverso. Ideologia e linguaggio della narrativa d’avanguardia del primo Novecento, Milano, Jaka Book, 1998, n. 61, pp. 91-92: «In tutti i romanzi tozziani si nota, secondo Luperini, un’oscillazione tra i due diversi tipi di logica, alla quale corrisponde un’alternanza di forme narrative, tradizionali e sperimentali: in alcuni (Con gli occhi chiusi, Ricordi di un impiegato, Gli egoisti) si avrebbe il prevalere, mai però totale, della logica simmetrica, alla quale si accompagnerebbero una più esasperata attenzione ai moti profondi della psiche e una più duttile capacità di rappresentarli mediante soluzioni formali sperimentali; in altri (Il podere, Tre croci) il ruolo giocato dall’ideologia sarebbe maggiore, e sarebbero prevalenti (anche se non dominanti) le strutture narrative tradizionali».
  26. F. Tozzi, Con gli occhi chiusi. Ricordi di un impiegato, op. cit., p. 132.
  27. Su questo meccanismo si veda la postfazione di F. Petroni in F. Tozzi, Ricordi di un giovane impiegato, op. cit., p. 91.
  28. F. Tozzi, Con gli occhi chiusi. Ricordi di un impiegato, op. cit., pp. 139-40.
  29. Di elemento narcisistico in questo racconto parla anche E. Saccone, La memoria e i simboli: i Ricordi di Tozzi, in «MLN», 94, 1, 1979, pp. 16-35. Ma lo fa in termini un po’ diversi da quelli che si vogliono mettere in campo nel presente saggio: lo studioso rivela l’attitudine del narciso nella scelta stessa di scrivere un diario di ricordi. Si legge a p. 19: «Dunque, e ciò non ha nulla di che stupirci, le registrazioni del diario di Leopoldo Gradi sembrano evocare l’immagine di un Narciso allo specchio, vanamente interrogantesi sul perché dei suoi gesti e dei suoi sentimenti, dei suoi pensieri e delle sue decisioni».
  30. F. Tozzi, Con gli occhi chiusi. Ricordi di un impiegato, op. cit., p. 140.
  31. Ivi, p. 147.
  32. Ivi, p. 154.
  33. Ivi, p. 155.
  34. Ivi, p. 156.
  35. Si veda E. Saccone, La memoria e i simboli: i Ricordi di Tozzi, op. cit., p. 24: «In verità questa storia, più che semplice, si potrebbe dire inesistente, ovvero essa s’identifica con la storia dell’anima del personaggio, e un’eco della sua anima. Già ridotta a un’immagine, una fotografia, poi rappresentata dalla rosa che Leopoldo porta con sé a Pontedera, quindi fisicamente presente solo nelle lettere che gli indirizza, Attilia si allontana sempre di più, sostituita prima dall’amica che scrive le lettere per lei malata, poi morta, e infine rimpiazzata dalla nuova Attilia giunta nella famiglia Gradi, la nuova sorellina di Leopoldo. In effetti, come il personaggio dichiara una volta, “la voce di Attilia nasce dalla mia”».
  36. F. Tozzi, Con gli occhi chiusi. Ricordi di un impiegato, op. cit., pp. 148-49.
  37. Ivi, p. 158.
  38. Ivi, pp. 161-62 passim.
  39. Sul senso di colpa e sui risvolti cristiani dell’opera si veda L. Orsenigo, Il cristianesimo tragico di Federigo Tozzi, in «Lettere italiane», 46, 2, aprile-giugno 1994, pp. 249-67, cit. a p. 264: «Che avrà fatto dunque di male ci viene spontaneo chiederci, per essere (o sentirsi, che per lui è lo stesso) modo? Il distacco ed il disimpegno di fronte al mondo, la supina accettazione di un destino fatto di solitudine ed incomprensione, le illusioni d’amore sono tutti fattori che inducono l’animo di Leopoldo alla malinconia che, disegnandone il carattere, da un lato lo rende un essere marginale, diverso da tutti gli altri uomini con cui è costretto a vivere, perché sfugge alla società dall’alto; mentre da un diverso punto di vista lo rende un peccatore e dunque ancora marginale, che la società sfugge dal basso, perché l’accidia, di cui sono gran parte la malinconia e la pigrizia, è la strada maestra che conduce alla dannazione eterna […]». 

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)